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Papa della Chiesa (15/15): IL CONCLAVE DEL 1922 ~ (Quindicesima e Ultima Parte)

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Nel presente articolo affronto il periodo finale del pontificato di papa Giacomo Della Chiesa e l’elezione del cardinale Achille Ratti (6 febbraio 1922), che prese il nome di Pio XI.

Alcuni asseriscono che, oltre Benedetto XV, anche Pio XI era inficiato di liberalismo e modernismo. Ora se ci si limita a vedere ciò che, praticamente, ha dovuto battagliare papa Ratti, durante tutto il suo Pontificato, si deve costatare oggettivamente che la sua politica di governo ecclesiastico fu diametralmente contrapposta alla prassi dello spirito soggettivista e relativista del liberalismo, anche se essa si discostava dallo stretto intransigentismo di San Pio X e continuava piuttosto quella di Benedetto XV.

Per quanto riguarda il presunto liberalismo dell’insegnamento dottrinale di Pio XI riassumo, brevemente, quanto ne ha scritto Francesco Margiotta Broglio (Enciclopedia dei Papi, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000, vol. III, pp. 617–632, voce “Pio XI”): «Ratti viene nominato nel giugno del 1919 nunzio apostolico a Varsavia. […]. Non del tutto apprezzabili, in quel contesto, le considerazioni del nunzio sulla presenza ebraica: “Fattore di divisione e confusione per il popolo polacco”, i numerosissimi ebrei sono “il più malfido elemento della vita polacca, un pericoloso fattore antinazionale, una massa che infesta la vita pubblica”, l’elemento” più nefasto e più demoralizzante che si possa immaginare: provocatore e sfruttatore immanchevole di disordini” (p. 620). […]. Per quanto riguarda le prime due encicliche di Pio XI (Ubi arcano Dei, 23 dicembre 1922; Quas primas, 11 dicembre 1925) Luigi Salvatorelli parlò di una sorta di nuova Unam Sanctam di Bonifacio VIII nel Novecento; la storiografia più recente ha notato che con le sue dottrine Pio XI arroccava la Chiesa “su posizioni di assoluta intransigenza religiosa e la presentava come una società in contrasto, in alternativa globale alla civiltà moderna” (G. Verrucci)… … …
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Papa della Chiesa (14): La Santa Sede e il Sionismo da Pio X a Benedetto XV ~ (Quattordicesima Parte)

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La politica vaticana in Palestina con Benedetto XV ~ Gli storici – nell’affrontare la “questione sionista/palestinese” durante il pontificato di Benedetto XV – si interrogano innanzitutto, se sia corretto parlare in senso stretto di una vera e propria nascita, durante quel periodo, della politica della Santa Sede verso la Palestina. Infatti, è evidente che, in senso largo, la Sede apostolica ha sempre avuto una sua politica nei confronti della Terra Santa (che è la Terra di Gesù e degli Apostoli), sin dalla Pentecoste (anno 33) e dall’abbandono della Palestina da parte degli Apostoli per andare a evangelizzare il mondo intero, dopo il martirio dell’Apostolo San Giacomo il Maggiore (nel 42 in Gerusalemme) e, soprattutto, dopo quella di San Giacomo il Minore nel 62. Questa sarebbe, in senso largo, l’antica questione vaticana riguardo ai Luoghi Santi.

Da Herzl alla “Grande Guerra” ~ Tuttavia a partire dalla fine del XIX secolo (1896, la nascita ufficiale del sionismo di Teodoro Herzl) e con i primi decenni del XX (la fine della prima guerra mondiale e il crollo, nel 1917, dell’Impero ottomano che governava la Palestina da svariati secoli, rimpiazzato allora dalla Gran Bretagna) si può parlare in senso stretto “di una politica vaticana, nella Terra Santa e nelle zone limitrofe, talmente nuova – date le pressanti sfide che si profilarono allora nell’area medio/orientale e i radicali sconvolgimenti geopolitici di quegli anni – da far ritenere che si possa parlare strettamente di una vera e propria rinascita o sostanziale rifondazione della politica del Vaticano in Terra Santa” (Paolo Zanini, Nascita della politica vaticana verso la Palestina e i luoghi santi, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 2° vol., p. 514). Questa sarebbe, in senso stretto, la moderna questione vaticano/palestinese.

Si può quindi asserire che con Benedetto XV nasce la vera e propria politica vaticana, nel senso stretto del termine, nei confronti dei Luoghi Santi e della Palestina, che venivano interessati allora dal nuovo sorgere del sionismo (specialmente dopo il 2 novembre 1917 con la “Dichiarazione Balfour”), esportato in Terra Santa in maniera sempre più crescente e preoccupante soprattutto dalla Gran Bretagna.

Occorre specificare che la Dichiarazione Balfour (2 novembre 1917) con cui la gran Bretagna concedeva un “Focolare nazionale” agli ebrei in Palestina fu preceduta da alcuni colloqui, nella primavera del 1917 a Roma, tra Nahum Sokolow (uno dei principali dirigenti del movimento sionista), il cardinal Pietro Gasparri e Benedetto XV, che non dettero nessun risultato mentre la Dichiarazione del 2 novembre 1917 peggiorò notevolmente i rapporti tra Santa Sede e sionismo……. … … Continua a leggere

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Papa della Chiesa (13): Benedetto XV, il Problema Ebraico e Sionista ~ (Tredicesima Parte)

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La storica Raffaella Perin – in un saggio molto interessante su cui mi baso sostanzialmente in questo articolo – affronta, soprattutto, la questione dei rapporti “interreligiosi” tra il cattolicesimo e l’ebraismo (ed anche quelli del cattolicesimo col protestantesimo) durante il pontificato di Benedetto XV. Se si studia attentamente il suo saggio, si può vedere ancora meglio (su una questione veramente cruciale come quella ebraica, la quale rappresenta la prova del nove per discernere colui che è pienamente ortodosso da coloro che non lo sono; dacché molti affrontano il problema del modernismo, del liberalismo, della massoneria, ma pochi vogliono cimentarsi con quello più scottante dell’ebraismo postbiblico), se papa Della Chiesa sia stato un Papa novatore e “postconciliare”, come sostengono alcuni neo/zeloti; oppure un Papa tradizionale e “preconciliare”, sia dal punto di vista dogmatico (vs. il giudaismo talmudico) che politico (vs. il sionismo) ed infine ecumenico (vs. il protestantesimo).

La Perin nota innanzitutto che la questione della Riforma luterana “ha avuto un ruolo non secondario nei pontificati di Pio X (quando si intrecciò con la repressione del modernismo, considerato una forma di protestantizzazione del cattolicesimo), di Benedetto XV (che respinse gli inviti a partecipare ai primi congressi ecumenici) e di Pio XI (che non solo condannò ufficialmente con l’Enciclica Mortalium animos del 1928 l’ecumenismo, ma promosse anche una vera e propria campagna antiprotestante in Italia)” (Raffaella Perin, Benedetto XV, i “figli d’Israele” e i “membri delle confessioni religiose”, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 1° vol., p. 497). La storica vede giustamente una continuità di dottrina teologica e di azione politica nei pontificati di Pio X, Benedetto XV e Pio XI.
John F. Pollard, a proposito dei rapporti tra cattolicesimo e protestantesimo, sotto Benedetto XV, ha scritto che “gli aiuti umanitari promossi dalla Santa Sede durante il primo conflitto mondiale furono comparabili per estensione a quelli della Croce Rossa Internazionale” (J. F. Pollard, The Papacy in the Age of Totalitarism 1914-1958, Oxford, 2014, p. 54).

Infatti, il cardinal Pietro Gasparri, Segretario di Stato di Benedetto XV, il 22 gennaio 1915, scrisse una Lettera agli arcivescovi delle nazioni belligeranti, spiegando che il Papa intendeva non fare differenze religiose, nazionali o linguistiche nel soccorso materiale da prestare a tutti i prigionieri di guerra. Attenzione! Si parla di soccorso materiale e non di “communicatio in sacris”. Papa Della Chiesa non fu un ecumenista ante litteram, ma ebbe la carità soprannaturale che lo spinse a soccorrere, per quanto riguardava i bisogni materiali, tutte le creature umane.

È interessante notare che “quando, nel corso della prima guerra, entrambi gli schieramenti chiesero alla S. Sede di condannare le atrocità commesse dall’altra parte, la risposta fu che una presa di posizione pubblica avrebbe danneggiato gli sforzi per favorire la pace ed avrebbe messo a repentaglio il lavoro umanitario della Chiesa. Benedetto XV (Allocuzione Convocare vos, 22 gennaio 1915) aveva già condannato apertamente ogni ingiustizia da qualunque parte fosse commessa, ma il carattere di paternità universale del Papa gli imponeva di essere imparziale di fronte alle fazioni in lotta” (R. Perin, cit., p. 498) e, perciò, nessuno ebbe a protestare troppo vivamente per questa presa di posizione della Santa Sede sotto Benedetto XV; anche se bisogna precisare, come nota la storica Caterina Ciriello, che Benedetto XV già all’inizio del suo pontificato venne criticato da molte parti per i suoi “presunti silenzi”. In particolare il Papa venne stigmatizzato per non avere condannato specificatamente la brutale invasione del Belgio e venne accusato di essere filo-tedesco” (Caterina Ciriello, La prima enciclica: Ad beatissimi, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 1° vol., p. 158).

Tuttavia quando, sotto il pontificato di Pio XII, si presentò una situazione analoga, durante la seconda guerra mondiale, papa Pacelli soltanto dopo la sua morte (quando non poteva difendersi) venne aggredito in maniera molto aspra dalla stampa luterana ed ebraica per i suoi “presunti silenzi” e per non aver condannato esplicitamente e pubblicamente la persecuzione degli ebrei da parte del III Reich germanico e … “la storia continua” …… … … Continua a leggere

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Papa della Chiesa (12): La Prima Enciclica di Papa Benedetto XV, 1° Novembre 1914 ~ (Dodicesima Parte)

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La storica Caterina Ciriello spiega che “non è semplice accertare la genesi di questa Enciclica [Ad beatissimi, ndr], per il fatto che non esistono precedenti ricerche in proposito ed anche le indagini archivistiche condotte non hanno dato risultati utili allo scopo. Siamo dunque davanti ad un terreno completamente inesplorato, sul quale si possono costruire molteplici ipotesi” (Caterina Ciriello, La prima enciclica: Ad beatissimi, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 1° vol., p. 153).

Tuttavia la storica aggiunge: “Anzitutto va detto che Benedetto XV, seguendo la linea del suo antesignano [Pio X, ndr], non mette in secondo piano la questione romana. […]. Papa Della Chiesa coglie l’occasione per rimarcare l’autorità del magistero della Chiesa e l’ossequio ad esso dovuto, lasciando la libertà di esprimere pareri e di discutere su argomenti non toccati dal pronunciamento magisteriale, rifuggendo ogni eccesso di parole, potendone derivare gravi offese alla carità” (cit., p. 153 e 156).

Al contrario certi autori hanno voluto vedere in questa prima Enciclica di Benedetto XV una sorta di programma cripto-modernista, in opposizione al pontificato di Pio X, ma in realtà da quanto emerge dalla Enclica le cose non stanno così.

Papa Benedetto XV, nella sua prima Enciclica, espone il programma del suo Pontificato. Innanzitutto egli lamenta lo spettacolo triste che presenta il mondo attuale e lo definisce “il più tetro forse ed il più luttuoso della storia dei tempi. […]. Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto”.

La guerra è la grande (ma non l’unica) preoccupazione del Papa. Infatti sarebbe riduttivo fare di Benedetto XV unicamente “il Papa della pace” come si può evincere già dalla sola lettura di quest’Enciclica ricca di contenuti, in cui egli ricerca – tra le altre cose – la causa del Primo Conflitto Mondiale per fornire agli uomini un rimedio profondo a tanto male (cfr. Caterina Ciriello, La prima enciclica: Ad beatissimi, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 1° vol., pp. 150-162).
Nella prima parte dell’Enciclica il Pontefice illustra, sconsolato, la triste situazione degli Stati nel tempo radicalmente rivoluzionario a lui coevo, e, nella seconda parte scrive sulla situazione interna della Chiesa nel tempo presente, rallegrandosene “almeno in parte”.

La causa della Guerra Mondiale, definita “furibonda guerra” (ivi), scrive il Papa, è la lotta che la modernità ha mosso alla Chiesa, che consiste nella separazione dello Stato dalla Chiesa e che “rode le viscere dell’odierna società” (ivi). Infatti “da quando nell’ordinamento statale si è lasciato di osservare le norme e le pratiche della saggezza cristiana, gli Stati hanno cominciato a vacillare nelle loro basi e ne è seguito nelle idee e nei costumi un tale cambiamento che, se Dio non provvede, sembra già imminente lo sfacelo del consorzio umano”… … … Continua a leggere

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