L’ANTIEVANGELO EBRAICO, LE «TOLEDÒTH JÉSHU»

ATTUALITÀ DELLE TOLEDÒTH

Nei mesi di novembre/dicembre del 2019, in prossimità del Natale, sono stati pubblicati due manifesti pubblicitari assai offensivi contro Gesù (nel primo bacia in bocca Satana; poi nel secondo è rappresentato come pedofilo) e un terzo, è stato pubblicato proprio l’8 dicembre: Festa dell’Immacolata Concezione, contro la Madonna (ingiuriata proprio nella sua Immacolata Concezione).

 

L’origine di tali insulti blasfemi va ricercata nelle famigerate Toledòth Jéshu, ossia l’Anti-evangelo della contro-chiesa ebraica o “Sinagoga di Satana” come la chiamava l’Apostolo San Giovanni nell’Apocalisse (II, 9; III, 9).

 

Nel 1985 usciva in Italia (per le Edizioni Newton Compton di Roma) un libro molto interessante a cura dell’attuale Rabbino capo di Roma – l’amico di Benedetto XVI e di papa Bergoglio ma acerrimo nemico di Cristo – che trattava in maniera molto esaustiva la questione delle Toledòth, delle quali poco sappiamo noi Cristiani, soprattutto dopo lo sdilinquimento cerebrale filogiudaico del Vaticano II.

 

Naturalmente le copie di questo libro scomparvero rapidamente dalle librerie poiché esso avrebbe potuto risvegliare la coscienza cattolica assopita da 30 anni di modernismo giudaizzante e suscitare, così, una sana reazione da parte dei Cristiani (come avvenne nel 2007 per il libro Pasque di sangue del Rabbino Ariel Toaff, per le Edizioni Il Mulino di Bologna, sull’omicidio rituale ebraico perpetrato ai danni dei bambini cristiani).

 

Nel presente articolo cercherò di mostrare ai lettori

1°) quale sia l’origine dell’odio contro Gesù e la Madonna, che imperversa oggi, in questo mondo cabalizzato, in cui se si disegna (come ha fatto Mario Improta) un’innocua vignetta raffigurante come sfondo Auschwitz (in cui morirono non solo Ebrei, ma anche molti Cattolici e Santi, quali Massimiliano Kolbe e Edith Stein, Luterani, Zingari e Testimoni di Geova) si viene licenziati dal Comune di Roma per vilipendio della “shoah” ebraica (16 dicembre 2019); ma se si offende il Dio Uno e Trino, Gesù Cristo, la Madonna non si muove nessuno e soprattutto tacciono le alte sfere del Vaticano, che oramai dal 1958 vanno a braccetto con i peggiori nemici di Cristo, e hanno dimenticato di professare la SS. Trinità e il Verbo Incarnato; 2°) quale sia il reale spirito giudaico/talmudico, ripieno di odio livoroso contro Gesù e il Cristianesimo, che lungi dall’essere “fratello maggiore” è senz’altro il “fratello peggiore” dei Cristiani, come Caino ed Esaù lo furono per Abele e Isacco.

 

Spero che la lettura di queste pagine possa aprire gli occhi ai lettori, che sono stati ingannati da “lupi travestiti da pecore” (a partire da Giovanni XXIII sino a papa Bergoglio), i quali li hanno turlupinati parlando di “giudeo/cristianesimo”, di “amicizia giudaico/cristiana”, di “civiltà ebraico/cristiana”, concetti questi che sono una contraddizione nei termini e una menzogna, la quale come quella di Ulisse ha accecato gli occhi dei Cristiani.

 

 

NATURA E GENESI DELLE TOLEDÒTH

 

L’Ebraismo rifiutò il Messia Gesù Cristo, lo condannò a morte, perseguitò e martirizzò gli Apostoli e i primi Cristiani. Col passar del tempo il Cristianesimo si sviluppò e, nel 313, divenne la religione ufficiale dei popoli una volta pagani: il Giudaismo religione fu allora “isolato civilmente” dal resto della Cristianità per evitare che contaminasse le Nazioni convertite oramai al Vangelo.

 

Come reazione il Giudaismo talmudico passò dalla persecuzione cruenta aizzata contro i Cristiani, servendosi dei Romani (I-IV secolo), alla disputa violenta, che era già nata in concomitanza con la predicazione degli Apostoli (I-V / V-XXI secolo). «È da questo tipo di rapporto che si è sviluppata, da basi remote nel tempo, una letteratura polemica (…) che ha avuto per oggetto la storia di Gesù e le origini del Cristianesimo» (1).

 

Toledòth è un termine che compare nell’ebraico biblico con il duplice significato di “discendenze” o “storia/e”, sia al singolare sia al plurale.

 

Toledòth Jéshu, quindi, rappresenta la storia o le storie di Gesù: una serie di racconti ebraici su e contro Gesù e le origini del Cristianesimo. «Di questi racconti esistono varie redazioni, anche molto dissimili tra loro per contenuto ed estensione. La produzione delle Toledòth è un processo durato per secoli (…) un’interpretazione polemica delle vicende di Gesù sarebbe iniziata già durante la sua vita (Mc., IV, 22 e 30) e sùbito dopo la sua morte (Mt., XXVIII, 15). L’elaborazione di narrazioni alternative e polemiche è proseguita fino agli ultimi decenni del secolo scorso» (2) per  arrivare alle pubblicità immonde contro Gesù e la Madonna dei nostri giorni.

 

 

LE VARIE EDIZIONI DELLE TOLEDÒTH

 

La prima edizione stampata delle Toledòth è quella di Wagenseil (anno 1681); nel 1705 Huldreich pubblicò un altro testo, molto diverso, di cui non si possiede il manoscritto originale. Da quel momento le edizioni sono state numerose, precisamente otto, fino a quella del 1902 pubblicata da Samuel Krauss, che resta lo studio più importante sull’argomento e rimane ancor oggi il riferimento principale di ogni ricerca scientifica.

 

 

GIUDIZIO CRISTIANO ED EBRAICO SULLE TOLEDÒTH

 

«Le Toledòth Jéshu godono di una fama negativa e sinistra. Le storie che raccontano sono così dissacranti, e la forma tanto polemica che il mondo cristiano le ha sempre respinte con forti critiche e anatemi» (3).

 

 

  1. a) I Cristiani

 

Wagenseil le definiva: «Nefandum et abominabilem libellum», «cacatus a Satana»; Giovanni Battista de Rossi lo chiamava «nefandum ac pestilentissimum opuscolum». Nel 1958 il “Dizionario Ecclesiastico”, parafrasando don Giuseppe Ricciotti, scriveva: “Blasfemo e calunnioso libello, circolante in varie redazioni fin dai sec. VIII-IX, riassume fantastiche e oscene calunnie, manipolate dagli ambienti giudaici dell’epoca e gabellate come fonti autentiche della vita di Gesù”.

 

  1. b) I Giudei

 

«Alla condanna del mondo cristiano ha fatto riscontro da parte ebraica l’imbarazzo per un’opera che in vari momenti della storia è apparsa poco seria e precisa, scomoda e inopportuna» (4).

 

Infatti, il libro delle Toledòth è oggettivamente imbarazzante, scomodo e inopportuno per gli Ebrei che vorrebbero rapportarsi “ecumenicamente” al mondo cristiano, creando loro turbamento, disorientamento, confusione e disagio.

 

Nonostante ciò in clima di “dialogo ebraico/cristiano” a senso unico, ossia di Cristiani proni e sottomessi (quali “fratelli minori”) ai Giudei talmudisti, nel 1985 Rabbi Riccardo Di Segni l’ha pubblicato in italiano. Tuttavia esso è stato rapidamente ritirato dal commercio e mai più ristampato …

 

Il Di Segni, nel suo libro prosegue: «Questo imbarazzo spiega le resistenze a diffondere l’opera. Si è persino tentato (…) di attribuire alcune versioni dell’opera ad antisemiti, che se ne sarebbero serviti per attizzare l’odio cristiano per gli Ebrei» (5).

 

Secondo gli Atti degli Apostoli, le sinagoghe furono la prima sede della predicazione degli Apostoli, i quali provocarono sin dall’inizio le obiezioni dei Giudei (Atti, XIII, 45-50) e perfino un’opposizione organizzata e, spesso, violenta. «È difficile non ammettere che non fosse stata messa in discussione anche la stessa vicenda personale di Gesù. (…) Da questi dati si deduce l’esistenza di una vivace polemica già nei primi decenni dalla morte di Gesù, nella quale vanno collocate le lontane origini della letteratura delle Toledòth» (6).

 

 

LE FONTI EBRAICHE DELLE TOLEDÒTH

 

Per quanto riguarda le fonti ebraiche esistono vari passi del Talmùd che parlano di Gesù. «Gesù è chiamato Notzrì (Nazareno), altre volte Pandèra o Ben (figlio di) Pandèra, con evidente collegamento alle notizie pagane sulla sua paternità (…); chiamato Ben Stada e figlio di una relazione adulterina (…); si parla della lapidazione di Gesù alla vigilia di Pasqua, sotto l’accusa di stregoneria e di corruzione. Questi dati non attestano l’esistenza delle Toledòth, almeno nella forma in cui le conosciamo, ma se venissero ordinati (…) potrebbero costituire la base per una “storia alternativa” su Gesù. Attestano comunque l’esistenza di una vivace letteratura in proposito. Tutto questo gruppo d’informazioni era già completo alla fine del IV secolo» (7).

 

 

I PADRI ECCLESIASTICI SULLE TOLEDÒTH

 

I Padri della Chiesa narrano di una serie di credenze ebraiche ed anche pagane. Il Talmùd accusa Gesù di essere mago e corruttore del popolo, come scrive S. Giustino Martire. S. Pionio Martire dice che, secondo gli Ebrei, Cristo aveva praticato la negromanzia, e in virtù di essa era resuscitato dopo la morte.

 

Il pagano Celso apprende la lezione contro Gesù, da un Ebreo: la madre di Gesù sarebbe stata cacciata dal marito perché sospettata di adulterio con un soldato romano di nome Panthèra.

 

Tertulliano asserisce che i nemici di Gesù lo qualificano come figlio di un fabbro e di una prostituta, tutti dati che si ritrovano nelle Toledòth. «Ce n’è abbastanza per supporre l’esistenza di “storie alternative” ai Vangeli circolanti tra gli oppositori del Cristianesimo» (8).

 

 

AGOBARDO DI LIONE E LE TOLEDÒTH

 

Tuttavia bisogna arrivare al IX secolo per avere una notizia precisa di una storia completa su Gesù, raccontata dagli Ebrei. Il primo a parlarne esplicitamente è S. Agobardo, arcivescovo di Lione (778-840). Nel De Judaicis superstitionibus, scrive: «Gli Ebrei dicono che Gesù era stato un giovane presso di loro onorevole e che aveva avuto numerosi discepoli, a uno dei quali, per la durezza e il torpore mentale aveva dato il nome di Cefa, ossia Pietro/a [con la testa dura come la “pietra”, ndr]. (…) Infine, accusato di molte menzogne, fu rinchiuso in carcere per decisione di Tiberio, perché aveva fatto crescere nel grembo della figlia di questi un feto di pietra. Fu quindi appeso a una forca come uno spregevole mago, e qui colpito con una pietra in capo fu ucciso; fu sepolto accanto ad un acquedotto (…) ma di notte fu sommerso da un improvviso straripamento degli acquedotti; per ordine di Pilato fu cercato per dodici mesi e non fu trovato fino ad allora. Allora Pilato promulgò una legge di questo tipo: “È evidente che è risorto come aveva promesso, colui che da voi è stato ucciso per invidia”. Ma tutte queste cose le inventarono gli scribi (…) allo scopo di annullare l’intera verità del valore della Passione di Cristo» (9).

 

«Le scoperte di questo secolo XX — commenta il Di Segni — hanno dato un’ulteriore importanza alla nota di Agobardo; questi è, per esempio, l’unico a parlare di un feto di pietra nel grembo della figlia di Cesare; la circostanza è confermata e ampiamente spiegata nel frammento aramaico pubblicato da Ginzberg nel 1928. Dal successore di Agobardo, Amolone (Arcivescovo di Lione dall’841 all’852), apprendiamo ulteriori particolari. Il testo è l’Epistola (o il Liber) contra Judaeos, attribuita erroneamente da alcuni autori a Rabano Mauro.

L’autore cita in generale le blasfeme accuse che gli Ebrei rivolgono alla religione cristiana, tra le quali, alcune rivestono interesse per la nostra analisi: «Chiamano i santi Apostoli “apostati”. Non sanno che Gesù fu appeso alla croce con dei chiodi (…), ma dicono in modo infamante che fu punito nello stesso modo dei briganti che ora vengono appesi; e fu deposto dal legno e gettato nel sepolcro in un orto pieno di cavoli, affinché la loro terra non fosse contaminata. Lo stesso N. S. Gesù Cristo (…) lo chiamano nella loro lingua Dissipator Aegyptius. Il culto che in tutto il mondo gli prestano i fedeli, chiamano culto di Baal e religione di un “dio straniero”. Riconoscono che egli fu empio e figlio di empio, cioè non so di quale pagano che chiamano Pandèra, dal quale dicono che la madre del Signore fu corrotta e quindi nacque colui nel quale noi crediamo» (10).

 

Dello stesso periodo è la testimonianza di Rabano Mauro, Arcivescovo di Magonza nell’847. Nella sua opera Contra Judaeos riporta le stesse notizie tramandateci da Amolone: nascita di Gesù da un adulterio di Maria con un pagano chiamato Pandèra; la punizione come brigante; la sepoltura nell’orto dei cavoli eccetera.

 

La successiva testimonianza risale alla fine del XIII secolo. Raimondo Martini, domenicano spagnolo (1220-1285), fu autore di vari scritti contro Musulmani ed Ebrei. Nel Pugio Fidei (il pugnale della fede) l’autore riportava una storia che gli Ebrei raccontavano su Gesù, facendola precedere da tale introduzione: «Poiché il N. S. Gesù Cristo compì innumerevoli miracoli possibili solo a Dio, la perfidia giudaica (11) , cui giammai vien meno, né manca una furbizia di volpe, tentò di deturpare con bestemmie tutto quanto. Composero pertanto contro Cristo un libro in cui inventarono questa favola» (12).

 

 

LA CLASSIFICAZIONE DELLE TOLEDÒTH

 

1) Classificazione in generale

 

È necessario procedere a una classificazione della produzione di Toledòth Jéshu a partire dalle loro fonti, che consistono sia in manoscritti sia in edizioni a stampa di testi di cui si è perduta la fonte originale.

 

Oggi si contano più di cento composizioni delle Toledòth. La lingua utilizzata nella maggior parte di esse è l’ebraico, ma esistono versioni in aramaico, giudeo-tedesco, giudeo-spagnolo, giudeo-arabo.

 

L’estrema varietà di versioni richiede una classificazione del materiale.

La prima distinzione da fare è fra tre gruppi principali, che sono stati chiamati col nome di chi, nel testo, giudica Gesù: Pilato (p), Elena (E), Erode (n). Il primo gruppo è quello più antico, il secondo è quello più ampio ed è caratterizzato dalla presenza della regina Elena. L’ultimo gruppo è quello dell’edizione stampata da Huldricus nel 1705.

 

2) Il gruppo «Pilato»: le Toledòth in aramaico

 

Alla fine del XIX secolo, l’esistenza delle Toledòth in aramaico era conosciuta soltanto grazie alla testimonianza di un Ebreo convertito, Avner Alfonso, riportata da Shem Tov ibn Shaprùt alla fine del XIV secolo. «Di questo testo si possedevano però solo le poche righe riassuntive di Shem Tov. La riapertura, avvenuta a fine Ottocento, della Ghenizàh, la stanza di deposito di libri logori della sinagoga del Cairo, finalmente consentì la prima conoscenza diretta dei testi aramaici delle Toledòth» (13).

 

3) Il gruppo «Elena»

 

Questo è il più vasto e articolato delle Toledòth. Si nota la presenza costante di una regina Elena, giudice di Gesù. Il contenuto c’è noto, fin dal XIII secolo, grazie alla testimonianza di Raimondo Martini.

 

«Nell’ambito del gruppo “Elena” può essere identificato un tipo particolare che abbiamo definito “italiano”. Questo nome deriva da una serie d’indizi che indicano l’Italia come il luogo dove questo tipo particolare è stato, se non proprio scritto all’origine, conservato e trasmesso con caratteri particolari. I manoscritti sono quasi tutti in caratteri ebraici italiani; nel testo compaiono anche parole italiane in trascrizione ebraica» (14).

 

4) La prima edizione stampata delle Toledòth

 

Nel 1681 fu pubblicata la prima edizione a stampa delle Toledòth. «Il testo apparve in una raccolta di scritti ebraici di polemica anticristiana, accompagnati da traduzione latina e lunghe e dotte confutazioni. Il titolo dell’opera era Tela ignea Satanae (I dardi di fuoco di Satana); autore Johann Christof Wagenseil, dotto orientalista, nato a Norimberga il 23 novembre 1633. Il libro fu stampato ad Altdorf in Baviera presso Norimberga. Wagenseil (…) dette prova di coraggio diffondendo un’opera di cui si conosceva l’esistenza, ma che per sua natura non poteva non essere guardata come un testo pericoloso. (…) Nel 1704 pubblicò in tedesco una denuncia «a tutti i magistrati cristiani per indurli ad impedire le bestemmie degli Ebrei contro Gesù Cristo e la religione cristiana». (…) Dopo la pubblicazione questo testo ha avuto ampia diffusione tra Cristiani ed Ebrei (…). Considerato dai critici come uno dei migliori testi delle Toledòth» (15).

 

5) Il gruppo «Elena». Il tipo «Slavo»

 

Questo tipo rappresenta la versione più recente delle Toledòth. Infatti, la produzione delle Toledòth è continuata fino alla fine del secolo XIX. Il nome di «Slavo» è stato conferito da Krauss e da Bischoff in considerazione dei numerosi indizi che indicano questa provenienza, come la trascrizione di nomi slavi. Questo gruppo è caratterizzato da notevoli aspetti particolari: l’estrema prolissità della narrazione, abbondanti spunti satirici e fortemente polemici, citazioni bibliche e talmudiche.

 

6) Il gruppo «Erode»: Edizione di Huldricus delle Toledòth

 

Nel 1705 veniva pubblicato in Olanda, a Leiden, un testo delle Toledòth completamente differente. Curatore dell’edizione era Huldreich, teologo di origine svizzera che aveva compiuto gli studi di ebraico prima a Brema, poi in Olanda. Egli ebbe la fortuna di avere tra le mani un testo fino allora sconosciuto al pubblico, in cui gli spunti polemici sono particolarmente accesi; sembra che l’origine di quest’opera debba essere ricercata in Germania.

 

 

I VARI TESTI DELLE TOLEDÒTH

 

1) Le Toledòth in aramaico

 

Per dare al lettore un’idea più precisa riporterò i passaggi più interessanti dei testi delle Toledòth, rinviando il lettore desideroso di approfondire l’argomento al libro di Riccardo Di Segni.

 

San Giovanni Battista, secondo le Toledòth, era stato rinchiuso in carcere «perché aveva corrotto molte persone del popolo di Giudea» (16). Gli fu chiesto: «Su quei libri di stregoneria trovati in mano a Jéshu tuo discepolo, se ci dirai la verità, ti libereremo, se no tu e Jéshu sarete passati a fil di spada» (17). Giovanni Battista rispose: «Quei libri sono stati scritti da Jéshu (…), è stato lui e gli undici discepoli a scriverli e con essi seducono la gente» (18).

 

Il Battista e Gesù furono portati a Tiberiade e Giovanni fu crocefisso e sepolto, «dopo di lui portarono Jéshu e cercarono di crocifiggerlo; ma quando vide che c’era una croce pronta per lui disse una formula magica e volò via dalle loro mani, in aria, come un uccello» (19). Un giardiniere volò dietro di lui, ma «quando Jéshu il malvagio lo vide, andò a nascondersi nella grotta di Elihau, disse una formula magica e chiuse la porta della grotta» (20) . Il giardiniere allora andò alla porta della grotta e con una formula riuscì ad aprirla. «Jéshu il malvagio trasformò la sua persona in un volatile, un gallo, e andò a posarsi sul monte Carmelo; finché arrivò R. Jehudàh il giardiniere e lo afferrò per la cresta e lo portò davanti a R. Jehoshuà Ben Perachiàh; lo innalzarono e crocifissero sul tronco di un cipresso. Prima che lo appendessero alla croce, Jéshu, (…) mandò a chiamare le persone che aveva indotto in errore e disse loro: “Se verrete domani e non troverete né me né il mio corpo senza vita sulla croce, è perché io sono salito nel firmamento del cielo e non mi potrete vedere”. Lo appesero vivo alla croce e lo lapidarono e morì sulla croce. Lo calarono dalla croce e lo seppellirono in un corso d’acqua nel giardino di Rabbi Jehudàh il giardiniere. Quando poi arrivarono gli uomini che Jéshu aveva indotto in errore e non lo trovarono sulla croce, furono colti da spavento, presero gli Ebrei e gli dissero: “È vero ciò che ci ha detto il nostro signore Jéshu che gli Ebrei sono bugiardi; se l’avete messo sulla croce, dov’è il suo corpo? È dunque vero che è andato in cielo”. Sùbito Pilato chiamò (…) il giardiniere e gli chiese: “Cosa hai fatto del corpo di Gesù?”. Rabbi Jehudàh rispose: “(…) se il signore vuole io lo porterò e mostrerò il suo corpo a quelle persone, affinché sappiano che Jéshu è malvagio”. Andò dunque R. Jehudàh il giardiniere e lo tirò fuori dalla tomba; attaccò una corda alle gambe e lo trascinò per tutte le strade di Tiberiade (…). Lo portarono davanti a Pilato, che fece chiamare tutti i suoi discepoli che aveva indotto in errore, e ci fu chi credette e chi non credette (…). Colui che ha fatto un grande giudizio con il malvagio Jéshu presto giudichi e punisca coloro che odiano il suo popolo e tutti coloro che (…) sono andati a prestare culto al malvagio Jéshu» (21) .

 

2) Il gruppo «Elena». Il manoscritto di Strasburgo

 

«Sua madre Miriam era ebrea e aveva un marito che era della stirpe reale, della casa di David; si chiamava Jochannàn. C’era vicino alla sua porta di casa, (…) un uomo di bell’aspetto, (…) Josef Ben Pandèra. Aveva messo gli occhi su di lei, e una notte (…) passò davanti alla sua porta ubriaco; entrò da lei e lei pensò che fosse suo marito. Egli la abbracciò, mentre lei gli diceva: “Non toccarmi, sono mestruata”, non si preoccupò delle sue parole e giacque con lei e lei rimase incinta di lui. A mezzanotte arrivò suo marito. Lei gli disse: “Che cos’è questo? Non c’era una simile abitudine, dal giorno che mi hai sposato, di venire da me due volte in una notte”. Le rispose: “È per la prima volta che vengo da te questa notte”. Lei disse: “Sei venuto da me e ti ho detto che ero mestruata e non te ne sei preoccupato e hai fatto ciò che volevi e te ne sei andato”. Appena sentito ciò, egli riconobbe subito che Josef Ben Pandèra le aveva messo gli occhi addosso e che era stato lui a compiere quell’azione. (…) Dopo qualche giorno si sparse la voce che Miriam era incinta. Suo marito disse: “Non è incinta di me; devo starmene qui a vergognami davanti a tutti continuamente?”. Partì e se ne andò in Babilonia. Dopo [qualche tempo] Miriam [generò] un figlio e venne chiamato Jehoshùa [Giosuè] (…) ma dopo che si scoprì la sua irregolarità lo chiamarono Jéshu [Gesù]» (22).

 

Inoltre le Toledòth proseguono narrando che Gesù «è un bastardo e figlio di mestruata» (23) e che «quando Miriam rimase incinta egli [il marito] per la sua grande vergogna, se ne andò in Babilonia e non fece più ritorno; e che Miriam aveva partorito Jéshu ma non era per questo passibile di morte, perché non lo aveva fatto consapevolmente; perché Josèf Ben Pandèra era un abituale frequentatore di prostitute. E dopo che la cosa su Gesù fu risaputa, che era bastardo e figlio di mestruata e che lo avevano condannato a morte [come ribelle fin dalle origini alla tradizione], uscì e fuggì a Gerusalemme» (24).

 

Le storie di Gesù continuano asserendo che: «Nel Santuario [di Gerusalemme ossia nel Tempio distrutto dai Romani, ndr] c’era la “pietra di fondamento” (…) e su di essa erano scritte le lettere del nome divino e chi le imparava poteva farci tutto ciò che desiderava. I dottori avevano timore che i giovani ebrei le imparassero e con esse distruggessero il mondo, e avevano elaborato un sistema per impedirlo: cani di bronzo appesi sopra due colonne di ferro verso la porta della fiaccola. Se qualcuno entrava e imparava quelle lettere, all’uscita i cani gli abbaiavano contro, e vedendoli dimenticava le lettere. Jéshu venne e le imparò e le scrisse su una pergamena; s’incise la coscia e vi mise dentro la pergamena con quelle lettere, perché non gli procurasse dolore il taglio della sua carne, rimise quindi la pelle al suo posto; e quando uscì, i cani di bronzo gli abbaiarono contro; le lettere gli si cancellarono dalla mente; ma andò a casa, e tagliò con un coltello la sua carne e prese lo scritto e imparò le lettere; e andò e raccolse 310 giovani d’Israele» (25).

 

 

Sempre secondo le Toledòth Gesù disse ai suoi discepoli che gli Scribi e i Dottori della Legge dicevano di lui che era bastardo e figlio di mestruata. «Considerate invece che tutti i Profeti hanno profetizzato sull’Unto del Signore e io sono quell’Unto. Egli [il Signore] mi ha generato senza rapporto sessuale con mia madre, mentre loro mi chiamano bastardo. (…) Gli portarono uno storpio (…) pronunciò su di lui le lettere (divine) e si alzò in piedi. Allora tutti s’inchinarono e dissero: “Questo è il Messia”. (…) Quando i dottori videro che credevano tanto in lui, lo presero e lo portarono davanti alla regina Elena, nelle cui mani era la terra d’Israele. Le dissero: “Quest’uomo conosce le arti e induce in errore la gente”» (26) .

«Gli anziani — continuano le Toledòth — andarono a prendere un uomo di nome Jehudà Iscariota, e lo introdussero nel Santo dei Santi; imparò le lettere del nome divino che erano incise sulla “pietra di fondamento” e le scrisse su una piccola pergamena e s’incise la coscia pronunciando il nome divino poiché non gli facesse male, come prima aveva fatto Jéshu. Quando Jéshu si sedette con la sua compagnia presso la regina, questa mandò a chiamare i dottori. (…) Quando entrarono i dottori insieme a Jehudà Iscariota, presentarono i loro argomenti contro lui (…) finché alzò le braccia come le ali dell’aquila e prese il volo. Gli anziani d’Israele dissero a Jehudà Iscariota: “Pronuncia anche tu le lettere sacre e sali dietro a lui”. Sùbito fece così e volò in cielo. (…) Iscariota l’abbracciò mentre volava; nessuno dei due poteva vincere l’altro facendolo cadere a terra con il nome sacro, perché il nome sacro era posseduto da entrambi. Quando Jehudà vide che le cose stavano così, fece un’azione cattiva e urinò su Gesù che divenne impuro e cadde a terra e con lui anche Jehudà» (27). Infine fu ucciso il venerdì della vigilia di Pasqua e lo seppellirono. «I folli pensarono allora di cercarlo nella tomba e non lo trovarono. I sediziosi andarono allora a dire alla regina Elena: “La persona che hanno ucciso era il Messia (…) ora dopo la morte l’hanno sepolto, ma non sta più nella tomba, perché è già salito in cielo”. I sapienti erano spaventati e non sapevano cosa rispondere. Questo perché una persona l’aveva tirato fuori dalla tomba e l’aveva portato nel suo giardino; aveva interrotto il corso d’acqua che vi passava, aveva scavato nella sabbia e lo aveva sepolto; dopo aveva fatto tornare le acque nel loro corso, sopra la tomba. (…) Gli Ebrei erano tutti afflitti. I sediziosi colsero l’occasione per dire: “Voi avete ucciso l’Unto del Signore”. (…) Il padrone del giardino disse: “Oggi vi sarà in Israele sollievo e gioia, perché io l’ho trafugato, per impedire che i sediziosi se lo prendessero per avere un pretesto nelle future generazioni”. (…) Legarono delle corde ai piedi della salma e la trascinarono per le strade di Gerusalemme, fino alla regina; le dissero: “Questi è quel tale che è salito in cielo”. Uscirono con gioia dal suo cospetto, mentre lei derideva i sediziosi e lodava i dottori» (28).

 

3) I testi italiani

 

Nei testi italiani si ritrova la storia di Josèf Pandèra, sposo di Miriam, e del vicino di casa Jochannàn il malvagio, che con uno stratagemma, giacque con Miriam, quando era mestruata, e la mise incinta. Il marito Josèf decise di abbandonare la moglie, poiché «si sapeva che con lui era sterile e da molto tempo non aveva avuto figli. Alla fine si sparse per tutta la città la notizia che Miriam la moglie di Josèf era in attesa di un figlio (…) e lo chiamò Jehoshùa’. Jochannàn (…) rivelò la cosa e disse a tutti che quel bambino era suo figlio. Quando il ragazzo crebbe, lo mise nella scuola per studiare Toràh e quel bastardo era intelligente e in un giorno imparava ciò che gli altri non imparavano in un anno» (29).

 

Si narra sempre di Miriàm, di suo marito Jochannàn e di Josèf Pandèra. Questa volta interviene la madre di Josèf e invita a casa sua Miriàm, per un pranzo. Durante il banchetto gli invitati mangiarono e bevvero, e dopo il pranzo si allontanarono dalla sala. «Così Josèf e Miriàm rimasero soli, Miriàm capite le cattive intenzioni di Josèf riuscì a fuggire. Allora Josèf cercò di farsi amico Jochannàn, vi riuscì, e così poté riavvicinare Miriàm, che cercò di mettere in guardia suo marito contro il perverso Josèf ma non vi riuscì. Un sabato Josèf invitò Jochannàn a cena e gli fece bere molto vino. Quando Josèf vide che Jochannàn oramai dormiva profondamente andò a bussare alla porta di Miriàm e le disse a bassa voce, per non essere riconosciuto: Sono Jochannàn il tuo sposo, stavo a cena con Josèf e ora per la gran pioggia non posso andare a casa mia, fammi entrare. Miriàm andò ad aprire la stanza, pensando che fosse Jochannàn; quando Josèf entrò nella stanza, fece finta di recitare lo Shemà, [che si recita con una mano sulla faccia, ndr] finché arrivò al suo letto, l’abbracciò. Miriàm si spaventò e disse: “Che fai? Non sono pura!”. Josèf le rispose piano, affinché non riconoscesse la voce: “Ma no, perché oggi è stata data una nuova regola nella scuola, dal mio maestro, che lo sposo promesso può avere rapporti con la sposa, anche se questa è mestruata”. E poiché le donne sono facilmente seducibili, quel malvagio si unì a lei e giacque con lei, che pensava fosse il suo promesso sposo Jochannàn» (30).

«Il lunedì Miriàm incontrò il suo promesso sposo e gli chiese spiegazione ma Jochannàn non sapeva nulla e cominciò a sospettare di Josèf. Dopo tre mesi tutta la città di Gerusalemme sussultò: Miriàm era incinta del suo promesso sposo Jochannàn. Jochannàn fuggì in Babilonia. Dopo che Jochannàn fuggì da Gerusalemme, Josèf il malvagio andò ogni giorno da Miriàm, finché riuscì a sedurla e gli si concesse proprio come una prostituta; dopo nove mesi partorì un bastardo figlio di mestruata [Jeoshùa]. Dopo che questi agì scorrettamente, i sapienti del Sinedrio lo chiamarono Jéshu, come sigla di “sia cancellato il suo nome e il suo ricordo”. Questo bastardo crebbe e la madre lo portò alla scuola di Rabbi Jehoshùa Ben Perachiàh, dicendo che era il figlio di Jochannàn, e qui rimase fino a che si rovinò; e quel malvagio era completamente dedito allo studio, eccezionalmente capace ed esperto di dottrine esoteriche» (31).

 

In questa versione non vi è nulla di nuovo circa il concepimento di Gesù, tranne il nome del marito di Miriam, che qui è Pappos Ben Jehudàh, mentre il corruttore è sempre Josèf Pandèra. Invece si parla, in questa versione, della fuga in Egitto e della strage degli Innocenti. È introdotto un nuovo particolare: Gesù estorce la verità sul suo concepimento irregolare da Miriam, schiacciandole i seni tra i cardini della porta e preso da ira uccide suo padre Josèf Pandèra. Gesù viene infine messo a morte e appeso ad un legno fuori di Gerusalemme. La sera stessa Giuda si appropria del corpo e lo mette nel suo giardino, su un mucchio di rifiuti. I seguaci di Gesù raccontano che il loro maestro era risorto e asceso in cielo tre giorni dopo la sua morte.

 

Infine il numero della bestia 666 corrisponde a Gesù Nazzareno. «È una delle più argute cattiverie delle Toledòth, che vuole capovolgere in senso anticristiano una profezia dell’Apocalisse» (32).

Infine, muore Miriam e viene sepolta sotto il legno, dove Gesù era stato appeso.

 

 

L’ESAME CRITICO DELLE TOLEDÒTH

 

PROLOGO

 

Dopo aver riportato alcuni dei passaggi più significativi delle Toledòth, passiamo ora all’esame critico del loro contenuto. Da un punto di vista storico si nota sùbito in tutti questi racconti una gran confusione di date, persone e luoghi. I dati contrastano con le informazioni forniteci dalla letteratura cristiana e, inoltre, vi sono parecchie contraddizioni tra le diverse versioni delle Toledòth stesse. Queste discordanze non sono dovute al caso, ma derivano dalla sovrapposizione in uno stesso testo di tradizioni diverse.

 

La ragione principale dell’anacronismo che caratterizza tutte le Toledòth è l’esistenza di alcune tradizioni talmudiche che parlano di Gesù e collocano l’inizio della sua attività in un’epoca molto più antica di quella reale. La fonte principale in proposito è un insegnamento rabbinico in lingua ebraica antecedente il 200 d. C., integrato da tradizioni successive in lingua aramaica.

 

«La sostanza della tradizione talmudica a proposito di Gesù è questa: Gesù apparteneva al gruppo ristretto di discepoli che seguì uno dei maestri costretto all’esilio egiziano dagli Asmonei. Al momento del ritorno, tra il maestro e l’allievo ci fu una rottura per futili motivi; il maestro scomunicò il discepolo perché (…) aveva fatto troppa attenzione all’aspetto fisico e ai difetti della padrona della locanda che li ospitava. Gesù (…) accettò la punizione e si recò a chiedere scusa più volte al suo maestro. Quando alla fine questi ritenne che era giunta l’ora di perdonarlo, per un banale equivoco il discepolo non comprese il gesto di saluto del maestro, e ne trasse la convinzione che oramai per lui non c’era perdono; fu questo che lo spinse ad una ribellione definitiva contro i maestri e contro la fede» (33).

 

Quanto al personaggio della regina Elena, vien fatto di domandarsi a chi si riferisca esattamente il testo, e sembrerebbe trattarsi della madre di Costantino. Secondo una leggenda Elena sarebbe stata attratta inizialmente dall’Ebraismo, mentre il figlio Costantino, influenzato da S. Silvestro papa, fu attratto dal Cristianesimo. Per risolvere la questione, il Papa organizzò una disputa con dodici Rabbini alla presenza dell’Imperatore. Durante il dibattito il Rabbino, chiamato Zamberi, uccise un bue sussurrando il nome di Dio ma S. Silvestro dette prova della sua superiorità risuscitando l’animale con la semplice invocazione del nome di Gesù; allora i Rabbini e i Pagani si convertirono al Cristianesimo.

 

 

LA NASCITA DI GESÙ

 

Fin dai primi secoli dell’era cristiana, il dogma dell’Incarnazione del Verbo e della Nascita verginale di Gesù suscitò reazioni maligne e velenose calunnie dalla parte avversa. Vi fu un’enorme diffusione di storielle alternative alla Tradizione cristiana. Lo stesso Celso (autore pagano) riprese da fonti giudaiche la versione secondo cui Gesù era nato da un adulterio consumato dalla madre, moglie di un fabbro, con un soldato di nome Panthèra. Secondo un’altra calunnia, riferita da Tertulliano, Gesù sarebbe stato il figlio di una prostituta (quaestuaria). Secondo S. Gerolamo la “genealogia” di Gesù era molto discussa tra gli Ebrei romani.

 

Il Talmùd, in vari passaggi (Tosefta Chulan, II, 22-23; Talmùd Palestinese, Shab., XIV, 4; Talmùd Babilonese, ‘AZ 16b-17a, II, 22-23) chiama Gesù «Ben (figlio di) Pantèra» o semplicemente Pantèra, ed è lo stesso Gesù che in passi paralleli è chiamato hanotzrì (Nazareno). Il termine Pantèra sembra essere «un anagramma del vocabolo greco Parthènos che indica la vergine; per cui a chi chiamava Gesù figlio della vergine si opponeva polemicamente un nome che celava un’accusa infamante: quella di adulterio con un tale che portava un nome straniero (…) il nome vuole contestare l’ipotesi della nascita verginale con un’accusa infamante» (34). «Tra le altre interpretazioni (…) Pantèra significa, praticamente, prostituta» (35).

 

Un altro punto da approfondire è la questione del mamzèr che può essere tradotto come “bastardo”. Al bastardo è proibito il matrimonio con un Ebreo, per impedirne la perpetuazione. L’accusa rivolta a Gesù di essere bastardo «deve essere letta in chiave polemica contro il dogma della verginità, della nascita senza peccato, e dell’esser Figlio di Dio» (36). Tuttavia secondo la legge ebraica, affinché un adulterio dia luogo a un figlio bastardo, è necessario che entrambi i genitori siano Ebrei (Shulchàn ‘Arùkh, Even ha’ ézer, IV, 19). Quindi, se Gesù per le Toledòth deve essere considerato un bastardo, anche il padre fisico deve essere Ebreo. Ora, le fonti non ebraiche, che riferiscono le calunnie pagane ed ebraiche, sono concordi nel precisare che Pantèra (il padre fisico di Gesù) non era ebreo, ma era un soldato romano. Le fonti ebraiche delle Toledòth hanno provveduto a far convertire all’Ebraismo il seduttore, per cui Gesù sarebbe un bastardo nel senso pieno del termine.

 

 

IL NOME DI GESÙ

 

Il nome ebraico Jéshu viene spiegato come una forma dispregiativa derivata dall’originario nome di Jehoshùa (Giosuè). «Il nome tri-lettere sarebbe una sigla dell’espressione di origine biblica che in italiano suona “sia cancellato il suo nome e il suo ricordo”. Ed è proprio per questo motivo che il nome Jèshu in molti testi viene segnato con virgolette addizionali, per sottolineare che si tratta di una sigla» (37).

 

 

GESÙ E LA MAGIA

Le Toledòth non negano i miracoli fatti da Gesù e riportati dalla Tradizione cristiana, però cercano di dimostrarne la natura malefica presentandoli come magie e stregonerie. «Gesù con i suoi miracoli viene attaccato proprio per l’uso e la presentazione che ne fanno i testi cristiani: per questi ultimi i miracoli sono la dimostrazione della natura divina di Gesù, mentre ciò per l’Ebreo ortodosso è inconcepibile (…) dal punto di vista dell’ortodossia [ebraica] i miracoli sono considerati opera diabolica. (…) Da parte ebraica, nelle fonti talmudiche disponibili, la magia è il primo dei reati contestati a Gesù. Già nelle prime Toledòth, secondo quanto riferisce Agobardo, Gesù è considerato “magum detestabilem”» (38).

 

Nella tradizione ebraica si ammette comunemente che i poteri magici possano derivare all’uomo da varie fonti: dallo sfruttamento di forze occulte, malefiche e demoniache; o dall’uso della forza particolare che deriva dal nome divino.

 

 

LE ORIGINI DELLE TOLEDÒTH

 

«I critici hanno discusso a lungo il problema delle origini delle Toledòth (…) dopo approfondite ricerche filologiche sono state avanzate delle ipotesi piuttosto fantastiche o perlomeno non sostenute dallo stesso rigore che aveva accompagnato lo studio dei particolari del testo» (39).

 

Le ipotesi più comuni sono sostanzialmente due: la prima fu avanzata dal Krauss a conclusione del suo libro del 1902. Secondo lui le Toledòth derivano dai racconti su Gesù contenuti nel libro dello Josippon (piccolo Giuseppe), una cronaca ebraica che narra la storia giudaica e romana in modo comparativo e che si presenta come una sorta di compendio dell’opera storica di Giuseppe Flavio (al quale viene anche attribuita da una consolidata tradizione). «Poiché nello Josippon che ora conosciamo, i brani relativi a Gesù (…) sono piuttosto limitati, Krauss ipotizzò la dipendenza delle Toledòth non dall’attuale Josippon, ma dalla bozza iniziale (Ur-Josippon), che all’argomento avrebbe dedicato maggiore spazio. Si è sùbito visto che questa storia non aveva solidi motivi per resistere a una critica. Prima di tutto per la datazione dello Josippon; esiste un generale accordo tra i critici nel datare l’opera, persino nella sua forma iniziale, non prima del X secolo; mentre sappiamo bene che le Toledòth, almeno in base a quanto dice Agobardo, esistevano da molto tempo prima. L’intera teoria del Krauss è franata. È vero (…) che ci sono stati dei contatti tra le Toledòth e quest’opera (…), ma tutto fa pensare che l’autore dell’interpolazione abbia copiato dalle Toledòth e non viceversa» (40).

 

La seconda importante ipotesi sulle origini delle Tòledoth considera il probabile rapporto con la letteratura apocrifa cristiana. «Il problema è stato impostato dai critici in modo troppo schematico, ed è questo che toglie credibilità alle tesi sostenute (…) così il problema in sostanza resta aperto» (41).

 

Volendo trarre una conclusione in base a tutti gli elementi che il lavoro del Di Segni ha messo in evidenza possiamo dire che la produzione delle Toledòth «è un processo continuo di accumulo di materiale e di rielaborazione sistematica» (42) . Parlare di un nucleo unico e iniziale del racconto (Ur-Toledòth), come fa Krauss, sembra assurdo. Il nucleo, ammesso che esista, non è singolo; ci sono tanti nuclei di diversa provenienza che convergono in una narrazione in continua evoluzione e che vengono riadattati liberamente. Quindi — secondo il Di Segni — non ha nessun senso parlare di un’unica fonte apocrifa che sarebbe stata il modello su cui il presunto autore delle Ur-Toledòth avrebbe imbastito la sua opera. Non c’è un unico autore delle Toledòth, ma tanti autori e tante fonti. Tutto ciò non significa che le Toledòth non abbiano nessun rapporto con gli Apocrifi cristiani; anzi il contatto con essi è molto stretto e non è limitato a un’unica fonte. Le Toledòth sono il luogo di confluenza, tra l’altro, di una quantità di tradizioni cristiane apocrife, spesso completamente eterodosse; gli autori delle Toledòth le hanno conosciute, riprese e tramandate. Quanto alla datazione dei diversi nuclei delle Toledòth, ognuno dei quali è di diversa provenienza e data «è certo che molti nuclei iniziali sono di epoca remota, dei primi secoli (…) si arriva poi almeno al X secolo per alcune fonti della leggenda di Simon Pietro e almeno al XIII secolo per il “romanzo” della nascita di Gesù. (…) La realtà è che le Toledòth sono un processo di lunghissima evoluzione» (43) .

 

 

LE TOLEDÒTH SFATANO LA LEGGENDA

DEL “GIUDEO/CRISTIANESIMO”

 

Scrive il Di Segni: «È difficile dire, dato che tra gli Ebrei non esistono dogmi o dottrine canoniche, che cosa sia per gli Ebrei Gesù; è più facile specificare cosa non sia. Non può essere né Dio, né Figlio di Dio nel senso in cui lo s’intende nel dogma della Trinità. Una tale concezione è per gli Ebrei non solo un sacrilegio e una bestemmia, ma una cosa incomprensibile. Non è neppure un Messia (…) non può essere neppure considerato un Profeta» (44).

 

Il rifiuto della divinità di Gesù da parte d’un gran numero di Giudei ha dato luogo a una letteratura polemica di controinformazione calunniosa nei riguardi del Fondatore del Cristianesimo. «Il Giudaismo ha verso il Cristianesimo un odio profondo, unito a una grande ignoranza» (45).

 

Le Toledòth rappresentano una sorta di Anti-evangelo ebraico; purtroppo notiamo che le medesime storie calunniose su Gesù sono contenute nel Talmùd e nella «letteratura post-talmudica, che è poi l’unica cosa in cui gli Ebrei hanno creduto per tutto il XIX secolo e che molti, specialmente in Israele, credono ancora oggi. Quelle narrazioni ebbero un peso determinante nella formazione dell’atteggiamento negativo degli Ebrei nei confronti del Cristianesimo. Tale atteggiamento (…) deriva dall’odio verso Gesù e dagli epiteti ingiuriosi accumulati nei secoli per definirlo» (46).

 

Dopo tutto ciò è impossibile, per chi sia sano di mente, credere ancora alla favola del “giudeo/cristianesimo” che oggi è uno dei due dogmi (assieme alla shoah) principali delle neo/religiosità contemporanea, la quale vuole soppiantare il Cristianesimo, che si fonda principalmente su due dogmi: la SS. Trinità e la divinità di Cristo.

Don Curzio Nitoglia

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NOTE

 

1 –  RICCARDO DI SEGNI, Il Vangelo del Ghetto, Newton Compton Editori, Roma, 1985, p. 9; cfr. anche R. DI SEGNI, La traduzione testuale delle Toledòth Jéshu, in «La Rassegna Mensile d’Israel», n° 50, 1984, pp. 84-100. Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma, consulente dell’Istituto Superiore di Studi Ebraici, è l’autore della prima traduzione italiana delle Toledòth. Numerosi indizi indicano l’Italia come il Paese, dove le Toledòth si sarebbero sviluppate.

2 –  RICCARDO DI SEGNI, Il Vangelo del Ghetto, cit., p. 10.

3 –  RICCARDO DI SEGNI, op. cit., p. 11.

4 – Ibidem

5 – Ibidem

6 – Ivi, p. 14 e 16.

7 –  R. DI SEGNI, op. cit., p. 17.

8 – Secondo il Torquemada, che commenta S. Tommaso d’Aquino, S. Pietro ad Antiochia non definì alcuna dottrina intorno alle osservanze giudaiche e non peccò contro la Fede, ma errò quanto al modo di agire, commettendo un peccato veniale di fragilità di “rispetto umano”, essendo confermato in grazia non poteva peccare mortalmente e neppure venialmente di proposito deliberato (cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, S. Th. I-II, q. 103, a. 4). Inoltre le parole di San Paolo non indicano uno spirito di ribellione a Pietro, ma di correzione fraterna poiché “Petrus reprehensibilis erat” e accettò la correzione fraterna di Paolo (cfr. JUAN DE TORQUEMADA, Summa de Ecclesia, II, 98, f. 235; SAN TOMMASO D’AQUINO, Ad Galatas, cap. III, lect. 7-8).

9 –  Patrologia Latina (d’ora in poi P. L.), tomo 104, coll. 87-88.

10 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 20, P. L., tomo 116, coll. 141, 184.

11 – Perfidia in senso dogmatico significa infedeltà e deriva dal latino “per / fidem”, ossia “fede deviata”; mentre in senso morale significa “malizia e malvagità”; infatti, il Giudaismo postbiblico non solo non crede nella divinità del Messia Gesù Cristo, ma lo odia con malizia malvagia.

12 – Pugio Fidei, II pars, cap. 8.

13 – Ivi, p.30.

14 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 35.

15 – Ivi, p. 37.

16 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 45.

17 – Ibidem.

18 – Ibidem.

19 – Ivi, p. 49.

20 – Ibidem.

21 – Ivi, pp. 49-50.

22 – Ivi, pp. 51-52.

23 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 53.

24 – Ivi, pp. 53-54.

25 – Ibidem.

26 – Ivi, pp. 54-55.

27 – Ivi, p. 57. Nella nota 40 si legge: «La formula che qui compare non spiega cosa effettivamente sarebbe successo. In realtà l’impurità non deriva dall’urina, ma dall’emissione di sperma. Nel testo citato da Petrus Niger, nel 1475, ci sarebbe stato anche un atto sodomitico. Sembra che la brutalità della leggenda abbia imbarazzato anche i copisti».

28 – Ivi, pp. 61-62.

29 – Ivi, pp. 69-70.

30 – R. DI SEGNI, op. cit., pp. 77-78.

31 – Ivi, pp. 79-80.

32 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 93 e 96, nota n° 43.

33 – Ivi, p. 102.

34 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 114.

35 – Ivi, nota n° 5, p. 114.

36 – Ivi, p. 119.

37 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 132.

38 – Ivi, p. 145.

39 – Ivi, p. 216.

40 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 216.

41 – Ivi, p. 217.

42 – Ibidem.

43 – R. DI SEGNI, op. cit., p. 219.

44 – Ivi, p. 223.

45 – Ivi, p. 224.

46 – ISRAEL SHAHAK, Storia ebraica e giudaismo. Il peso di tre millenni, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 1997, pp. 194-195.


 

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