GIUDA/BERGOLIO APOSTOLO E DIAVOLO? ~ Nello stesso tempo ma non sotto lo stesso rapporto

 

Barabba (illustrazione tratta da una Bibbia del 1910)

Introduzione

Può una stessa persona (per esempio, Giuda Iscariota) essere assieme Apostolo di Gesù Cristo e diavolo?

In san Paolo è divinamente rivelato che gli Apostoli sono “Ministri di Dio e dispensatori dei Misteri di Dio” (2a Cor., V, 20) mentre – sempre nella S. Scrittura (Gen., III, 1; Apoc., XII, 9; XX, 2) – il diavolo è l’Angelo rivoltatosi contro Dio e perciò precipitato all’Inferno (cfr. Concilio Lateranense IV, DB 428; S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I, q. 63 ss.). Come conciliare questi due concetti? Cerchiamo una risposta ricorrendo alla divina Rivelazione (S. Scrittura e Tradizione, interpretate dal Magistero della Chiesa).

Il Vangelo di San Giovanni: Giuda “è un diavolo” (VI, 71-72)

Nel Vangelo di San Giovanni (VI, 71-72) leggiamo: “Rispose Gesù: Non ho forse Io scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo. Egli parlava di Giuda Iscariota, figlio di Simone: questi infatti stava per tradirlo ed era uno dei Dodici”. Il suo “seggio” di Apostolo non era, quindi, “vacante”.

Padre Ferdinando Prat scrive: “Dopo la disobbedienza di Adamo ed Eva nell’Eden e la rivolta degli Angeli in Cielo, non c’è – forse – spettacolo più terribile della presenza di un traditore in seno al Collegio apostolico, nell’intimità di Gesù. Eppure Giuda non era di una natura diversa dalla nostra. Dire che egli fu un demonio incarnato son parole grosse che non spiegano nulla. Giuda era, come noi, capace di bene e di male, tanto che Gesù, aggregandolo ai Dodici, aveva visto in lui la stoffa di un Apostolo. E se fu l’essere odioso che la storia conosce, è, unicamente, perché lo diventò, per sua colpa” (Gesù Cristo, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1945, vol. II, p. 271 e 272).

Preambolo: la moltiplicazione dei pani, l’istituzione dell’Eucarestia e l’incredulità di molti nel Vangelo di san Giovanni (VI, 1-70)

Per capire pienamente il significato dei due versetti citati (71-72, cap. VI) occorre ripercorrere ciò che li ha preceduti a partire dal 1° versetto del capitolo VI e leggerne Commento di sant’Agostino, di san Tommaso d’Aquino e di alcuni esegeti moderni.

Il capitolo VI di Giovanni inizia col miracolo della moltiplicazione dei 5 pani e dei 2 pesci, con i quali Gesù sfamò circa 5 mila persone (vv. 1-12). Dopo aver visto questo miracolo le turbe dei Giudei, ancora schiave della falsa concezione del Messia temporale, militante e vincitore (propria dell’Apocalittica e del Messianismo rabbinico/farisaico, cfr. nota n. 2), cercarono di rapire Gesù per farlo loro Re, ossia proclamarlo Messia militante contro Roma affinché potesse ridare a Israele lo “scettro” sulla Giudea (che le era stato tolto dai Romani) e sul mondo intero, ma Gesù se ne fuggì da solo sulla montagna a pregare, facendoci capire che Egli è il Messia spirituale venuto per la salvezza di tutte le anime di tutte le razze e non solo d’Israele (vv. 14-15). Poi Gesù per raggiungere gli Apostoli che oramai stavano navigando sul lago di Genezaret per andare a Cafarnao fece un secondo miracolo, camminando sulle acque del lago (vv. 16-21). Questi miracoli di Gesù, narrati nel capitolo VI del Vangelo di S. Giovanni, erano propedeutici a far accettare ai suoi Discepoli e Apostoli la non impossibilità della Sua dottrina sull’Eucarestia che avrebbe rivelato di lì a poco (vv. 26-60), ma, molti Discepoli, ritenendola impossibile si scandalizzarono, mentre Pietro confessò la sua Fede nella Sua Divinità onnipotente capace di transustanziare il pane nel Suo Corpo (vv. 61-70). Quindi Gesù predisse che l’Apostolo Giuda Iscariota Lo avrebbe tradito, definendolo “un diavolo”.

Il Commento di Sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino e degli Esegeti moderni a Giovanni (VI, 1-70)

Ci sono particolarmente 3 versetti (29, 65 e 70), i quali rivelano esplicitamente che Gesù esige la Fede nella Sua divinità e che la natura del peccato dei Discepoli e di Giuda fu l’incredulità, la quale portò l’Apostolo al tradimento che arrivò sino al peccato di deicidio. Vediamo cosa ne dice la Rivelazione (S. Scrittura e Tradizione) e la sana Esegesi moderna.

Sant’Agostino

Il Dottore d’Ippona nel Discorso 25° sul Vangelo di Giovanni, (pronunziato la X domenica dopo la Pentecoste, il 3 agosto del 413), commentando il versetto 29 del capitolo VI del Vangelo di Giovanni (“L’opera di Dio è questa che voi crediate in Colui che Egli ha mandato”) dice che “l’opera di Dio è la sua volontà” (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di san Giovanni, Roma, Città Nuova, III ed., 1973, vol. I, p. 386). Inoltre spiegando il verso 64 (“vi sono tra voi alcuni che non credono”) ci ammonisce: “Che credano, dunque, e allora si apriranno le loro menti e saranno illuminati. Alcuni dei Discepoli si erano scandalizzati per le parole di Gesù [sull’Eucarestia, ndr] e si allontanarono da Lui. Giuda, invece, rimase col Signore, non con l’intenzione di credere e capire ciò che diceva, ma per tendergli delle insidie. Ed è perché egli era rimasto che Gesù parlò di lui. Non disse il suo nome, ma neppure stette in silenzio. Dopo aver così parlato Gesù fece una distinzione netta tra coloro che credevano e coloro che non credevano. Molti dei Discepoli si trassero “indietro”, andando dietro a Satana, non andarono più con Lui, furono staccati dal corpo e perdettero la vita [della grazia, ndr]. Ecco che proprio questo succede al Signore: disse la verità e perdette molti Discepoli e solo pochi rimasero ad ascoltarLo. Ma Egli non si turbò, perché sin dall’inizio sapeva chi erano coloro che Gli avrebbero creduto e coloro che non Gli avrebbero creduto” (ibidem, pp. 415-416). Infine spiegando il versetto 69 (“Noi abbiamo creduto”) il Dottore ipponense dice: “Cosa hanno creduto? Che Gesù è il Cristo Figlio di Dio, cioè che è la stessa Vita eterna e Divinità e che ci può dare, nella Sua carne e nel Suo sangue, tutto Se stesso” (ivi).

È chiaro, dunque, che per sant’Agostino il peccato di Giuda, che lo portò a tradire Gesù sino a farlo crocifiggere fu un peccato d’incredulità. Egli non credeva che Gesù fosse il Messia. Eppure nonostante ciò Giuda è annoverato tra gli Apostoli.

San Tommaso

L’Aquinate è lapidario: “Innanzitutto Gesù denuncia l’incredulità di molti dei suoi Discepoli. […]. Poi dimostra la causa della loro incredulità, che proviene dall’aver abbandonato o resistito alla grazia di Dio la quale attrae alla Fede. […]. Infine mostra la pertinacia di molti suoi Discepoli, i quali si tirarono indietro dalla Fede che avevano e persistettero nell’incredulità. […]. Pietro confessa la Fede nei due dogmi principali della nostra Fede: il mistero della Trinità e quello dell’Incarnazione. Pietro, infatti, confessa la Trinità quando dice: Tu sei il Figlio di Dio. Poiché affermando che Gesù è il Figlio di Dio Padre ricorda che in Dio vi sono tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Confessa, poi, il mistero dell’Incarnazione quando dice: Tu sei il Cristo. Infatti Cristo significa unto, ossia consacrato come uomo dalla Divinità nell’Unione ipostatica o nell’Incarnazione del Verbo” (San Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo di San Giovanni, Roma, Città Nuova, 1990, vol. I, pp. 533-535 e 536).

Dom Paul Delatte

L’Abate benedettino Paul Delatte nel suo L’Evangile de Notre Seigneur Jesus-Christ le Fils de Dieu (Edizioni di Solesmes, 1921) spiega che “Gesù sin dalla prima ora conosceva coloro il cui spirito sarebbe rimasto chiusa alla Sua luce e alla Fede. […]. Il discernimento tra i veri Discepoli e quelli infedeli o increduli si compie a proposito dell’Eucarestia. Inoltre anche tra coloro che sarebbero restati ancora con Lui il Signore ha il dispiacere d’incontrare una eccezione. Nel cuore di uno dei Suoi Apostoli Egli scorge la passione miserabile che lo condurrà sino al tradimento e al deicidio” (I vol., pp. 435-436).

Padre Alfredo Durand

Il padre gesuita Alfred Durand nel suo Vangelo secondo Giovanni del 1928 (tr. it., Roma, Studium, 1966) mette bene in risalto che “Gesù sapeva sin dal principio chi erano coloro che non credevano e chi era colui che doveva tradirlo: “Tra voi vi sono alcuni che non credono. Da allora molti dei Suoi Discepoli si ritirarono perché, reputando impossibile ciò che aveva promesso, ossia che avrebbe dato la Sua carne da mangiare e il Suo sangue da bere, sentirono dissolversi tutta la stima che avevano concepito per il Maestro. […]. Poi Gesù si ritrovò solo coi suoi Dodici Apostoli. L’Evangelista parla dei Dodici anche se la volontà di Giuda non è più col Maestro. Nonostante il suo ancora occulto peccato, il traditore farà parte del Collegio degli Apostoli sino a quando uscirà dal Cenacolo (XIII, 30). […]. Poi Gesù aggiunse che uno dei Dodici era simile al diavolo, il quale da buono si fece malvagio e per questo cadde dal cielo nell’abisso. Gesù alludeva a Giuda Iscariota perché era lui che lo avrebbe tradito benché fosse uno dei Dodici” (p. 296 e 301-302): la “Sede” di Giuda non era, quindi, “vacante” nonostante la sua incredulità e la volontà ostinata di tradire Gesù e i Suoi Apostoli.

Padre Sales 

Il padre domenicano Marco Sales nel suo Commento a Giovanni scrive: “L’opera che Dio vuole è la Fede nella Divinità di Cristo, una Fede vivificata dalla Carità, che comporti l’osservanza esatta di tutti i Suoi Comandamenti” (M. Sales, Commento al Vangelo secondo san Giovanni, II ed., Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2015, v. 29, p. 53). Inoltre: “Il vero motivo per cui i Discepoli si scandalizzano e non accettano la dottrina e gli insegnamenti di Cristo è perché non credono alla Divinità della Sua missione. […]. Quindi Lo abbandonarono consumando la loro incredulità” (cit., v. 65, p. 58). Infine riporta la confessione di Pietro: “Noi abbiamo creduto. Pietro indica il motivo del loro attaccamento alla Persona di Gesù. Vedendo i Tuoi miracoli, noi, per propria esperienza, abbiamo creduto e conosciuto la Divinità della Tua missione. Infine l’Evangelista fa vedere chi era quell’Apostolo che già aveva perduto la Fede” (cit., v. 70, p. 58).

L’Apostolo Giuda “è un diavolo”: il Commento di san Tommaso d’Aquino (Giovanni, VI, 71-72)

Il Dottore Comune della Chiesa commenta: “Diavolo non per natura, bensì per l’imitazione della malizia diabolica” (san Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo di san Giovanni, Roma, Città Nuova, 1990, vol. I, p. 537). Infatti Giuda per natura era un uomo e non un diavolo, ma, imitando la cattiveria del demonio nell’odiare e tradire a morte Gesù, era simile al diavolo quanto al modo di agire.

Poi l’Angelico si pone un’obiezione: “Se Cristo elesse Giuda e questi divenne cattivo, sembra che Lui abbia sbagliato nella scelta” (ibidem, p. 538).

L’Aquinate risponde all’obiezione nel seguente modo: “Qui si tratta dell’elezione ad un ufficio [apostolico, ndr]. Ora da quest’elezione non viene tolta [al soggetto eletto, ndr] né la libertà, né la possibilità di peccare” (ivi). In questo caso, perciò, Gesù avrebbe scelto Giuda “mentre non era ancora diventato cattivo”, ma “la Sua scelta non gli tolse la libertà di peccare” (ivi).

L’opinione di sant’Agostino d’Ippona su Giovanni VI, 71-72

Tuttavia l’Aquinate dà anche una seconda risposta, citando l’opinione di sant’Agostino (In Joann. Evang., Tract. XXVII, 10; NBA 24, 628): “Il Signore scelse Giuda già cattivo e ciò rientra nella capacità del Bene: servirsi del malvagio per ottenere un fine buono, sebbene lo sappia cattivo. Ora Dio si è servito bene di Giuda, tollerando di essere tradito da lui per redimere l’umanità” (ivi).

Se leggiamo per intero il Commento di sant’Agostino al suddetto passo del Vangelo di san Giovanni vediamo che egli spiega come non solo Iddio si è servito di Giuda, traendo il bene dal male, ossia la Redenzione dell’umanità da un tradimento, ma anche come “molti Martiri son stati perseguitati dal diavolo. Ora se Satana non li avesse perseguitati, oggi noi non celebreremmo il loro glorioso martirio. Quindi chi fa il male nuoce a se stesso e non intacca la Bontà divina, poiché Dio volge al bene le stesse malvage opere del diavolo” (Commento al Vangelo di san Giovanni, Roma, Città Nuova, III ed., 1973, vol. I, p. 418).

Quindi è accertato che si può essere Apostoli e diavoli quanto al modo di agire.

Chi sono gli Apostoli del Nuovo Testamento

Se si studia – dal punto di vista della teologia dogmatica – cosa è l’Apostolo e quali sono le sue prerogative si resta meravigliati da ciò che si è detto. Infatti “il significato neotestamentario della parola Apostolo è ‘inviato’ da Cristo a predicare il Vangelo” (F. Spadafora, Dizionario Biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, p. 50, voce Apostoli). I Dodici Apostoli furono scelti da Gesù (Mt., X, 5; XX, 17; Mc., VI, 7) per continuare la Sua missione, ossia per diffondere il Vangelo e la Chiesa in tutto il mondo. Infatti Cristo ha fondato la Chiesa al fine di continuare la Sua opera redentrice sino alla fine del mondo (Concilio Vaticano I, DB 1821). Gli Apostoli furono inviati (“missi”) da Cristo come Lui fu inviato (“missus”) da Dio Padre (Giov., XVII, 18; XX, 21). La missione degli Apostoli è quella di rendere testimonianza a Cristo, raccontando agli altri ciò che hanno visto e udito da Lui e professando la loro Fede in Lui, se necessario sino allo spargimento del sangue. Gli Apostoli ricevettero l’incarico missionario di Gesù per continuarlo. Gesù stesso è detto “Apostolo” ossia “inviato” dal Padre (Ebr., III, 1). Ora Gesù fu inviato dal Padre per insegnare la Verità (Magistero), per condurre le anime in Cielo (Imperio o Giurisdizione) e per santificarle (Sacerdozio). Quindi ciò che conta di più nell’Apostolo non è tanto la sua persona quanto la Persona che lo ha inviato (Dio Padre) e la Persona che rappresenta, ossia Cristo, anche se personalmente l’Apostolo in sé è “un diavolo” quanto al modo malvagio di agire.

Gli Apostoli e i loro successori (Vescovi/Papa) sono inviati da Cristo a continuare la Sua missione (Concilio di Trento, DB 960; Concilio Vaticano I, DB 1821-1828). I Dodici furono istruiti, formati da Gesù personalmente ed essi hanno dovuto istruire e formare coloro che avrebbero inviato a continuare la loro missione (Vescovi/Papi) e a perpetuare la Chiesa sino alla fine del mondo.

La Chiesa ha quattro note di cui l’ultima è l’Apostolicità (cfr. Credo Niceno-Costantinopolitano: “Credo la Chiesa, Una, Santa, Cattolica e Apostolica”), nel senso che Essa prende l’avvio da Cristo e dai Dodici Apostoli (Origine apostolica) ed anche perché deve avere una successione ininterrotta di Apostoli (Vescovi/Papi) sino alla fine del mondo (Successione apostolica). Così, grazie all’Apostolicità, è salvaguardata l’esistenza ininterrotta della Chiesa militante sino alla fine del mondo.

La natura del peccato di Giuda

Il tradimento di Giuda fu ispirato anche dal fatto che era ladro (Giov., XII, 6), ma non soltanto. Infatti quando Giuda capì che Gesù si presentava come Messia spirituale venuto per la salvezza di tutte le anime di tutti i popoli tramite la sofferenza e la morte, in netta opposizione alle sue ambiziose speranze (attinte all’Apocalittica e al Messianismo giudaico) di un Messia militante, glorioso e trionfante per sé e per i Giudei senza alcun riguardo ai gojim e portatore di ogni prosperità materiale al solo Israele, concepì in cuor suo una profonda delusione mista ad una grande avversione per il Messia sofferente ed entrò, pertanto, in cuor suo l’idea del tradimento. Si vede che il motivo principale del peccato di Giuda fu la sua falsa Fede (in latino “perfidiam” da “per” = deviata e “fidem” = Fede) nel Messia trionfante e la sua mancanza di Fede nel Messia sofferente. Non si tratta solo di vizi privati, che accompagnano quasi sempre la Fede deviata, ma il cuore della rivolta di Giuda fu la mancanza di Fede o la Fede deviata, in breve la “perfidia giudaica” post-biblica o talmudica.

Il professor Fedele Pasquero scrive: “La crisi di Giuda cominciò nella sinagoga di Cafarnao, ove la risposta di Gesù a Pietro (Giov., VI, 70 ss.) lascia capire che Giuda non condivideva la Fede del capo degli Apostoli (“Tu sei Cristo il Figlio di Dio”). Giuda dovette essere scandalizzato dalle reiterate predizioni della Passione di Gesù. […]. Dopo l’entrata gloriosa di Gesù in Gerusalemme, quando il Maestro accennò alla propria crocifissione (Giov., XII, 32), allora la crisi scoppiò. E Giuda andò dai Sacerdoti a domandare quanto gli avrebbero dato perché consegnasse loro il Maestro” (in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, col. 689, voce Giuda Iscariota).

Giuda come rappresentante del “fronte degli increduli” partecipa all’azione del “nemico” (Job., I, 6-12) di Dio e dell’uomo: satana che fu menzognero, incredulo e omicida sin dall’inizio (Giov., VIII, 44).

Bergoglio è il successore di san Pietro?

Ora sorge spontanea una domanda che riguarda i nostri giorni: se Giuda ha potuto essere Apostolo e diavolo, incredulo e traditore di Cristo, i successori degli Apostoli (i Vescovi) e del capo degli Apostoli (il Papa) possono essere Vescovi e Papi (successori degli Apostoli e di Pietro) pur essendo, Deo permittente, “diavoli” quanto al modo di agire?

A partire dalla lezione del Vangelo di Giovanni sembrerebbe proprio di sì.

Si può, quindi, essere Papa pur non avendo la volontà oggettiva di fare il bene della Chiesa, ossia avendo la volontà di tradire Cristo, consegnandolo alla morte e pur essendo increduli o infedeli. Quindi non ripugna poter dire che Francesco I è Papa ed è “un diavolo” quanto al modo di agire, perché nemico della Dottrina e della Chiesa di Cristo.

Conclusione 

Come si vede l’insegnamento evangelico (Giov., VI, 71-72) ci aiuta nella crisi odierna ad evitare l’impasse 1°) di chi constatando la “diabolicità” oggettiva quanto al modo di agire di Bergoglio nega che sia Papa quanto all’essere o 2°) di chi constatando la sua avvenuta elezione canonica – accettata dal Collegio cardinalizio, dall’Episcopato e dai fedeli – non osa asserire che è “un diavolo” quanto al suo agire e lo segue nelle sue sciagurate innovazioni.

Insomma, come Giuda dopo aver tradito Gesù era e restava Apostolo, quanto all’essere; tuttavia quanto al modo di agire era un diavolo, imitando la sua attività proditoria e assassina. Quindi, si può dire che essi nello stesso tempo sono apostoli e diavoli ma non sotto lo stesso rapporto, ossia quanto all’essere (Apostolo) e all’agire (diavolo).

Certamente questa è una situazione eccezionale (come eccezionale fu il caso di Giuda: uno su dodici) e dobbiamo pregare Iddio che la faccia passare al più presto, ma nonostante ciò non dobbiamo chiudere gli occhi davanti alla realtà delle cose e possiamo constatare che come Giuda era “un diavolo” pur essendo un Apostolo scelto e formato da Gesù, così da Giovanni XXIII sino ad oggi ci troviamo davanti ad una serie di Papi e “diavoli” che stanno operando oggettivamente il male nella Chiesa di Cristo ma, se Dio lo permette è perché è capace di produrre da questo male un bene maggiore, come fu per il tradimento di Giuda da cui scaturì la nostra Redenzione (“Oh felix culpa”).

Per ora stiamo immersi nelle tenebre del tradimento (“Questa è l’ora del potere delle tenebre”, Lc., XXII, 53), ma certamente vedremo la luce della Risurrezione. Quando esattamente non lo sappiamo; preghiamo Dio che affretti il momento come Gesù, pregato da Maria, anticipò l’inizio della Sua vita pubblica a Cana.

«Maria ai nostri tempi: la Società moderna è travagliata da una febbre di rinnovamento che fa paura ed è infestata da uomini che si prevalgono di tanta nostra sofferenza per costruirvi l’impero dei loro arbìtri, la tirannide dei loro vizi, il nido delle lussurie e delle rapine. Mai il male ha assunto caratteristiche tanto vaste e apocalittiche, mai abbiam conosciuto altrettanto pericolo. Da un’ora all’altra noi possiamo perdere non la vita soltanto, ma tutta la civiltà e ogni speranza. Sembra che anche a noi il Signore dica “non è ancor giunta la mia ora”, ma l’Immacolata, la Madre di Dio, la Vergine che è l’immagine e la tutela della Chiesa, Essa ci ha dato, già a Cana, la prova di saper e poter ottenere l’anticipo dell’ora di Dio. E noi abbiamo bisogno che quest’ora venga presto, venga anticipata, venga resa immediata, poiché quasi potremmo dire: “O Madre, noi non ne possiamo più!”. Per i nostri peccati noi meritiamo gli ultimi eccidi, le più spietate esecuzioni. Noi abbiamo cacciato il suo Figlio dalle scuole e dalle officine, dai campi e dalle città, dalle vie e dalle case. L’abbiam cacciato dalle stesse chiese, abbiamo preferito Barabba. È veramente l’ora di Barabba […]. Con tutto ciò, fiduciosi in Maria, sentiamo che è l’ora di Gesù, l’ora della redenzione […]. Dica Maria, come a Cana: “Non hanno più vino”; e lo dica con la stessa potenza d’intercessione e, se Egli esita, se si nega, vinca le sue esitazioni come vince, per materna pietà, le nostre indegnità. Sia Madre pietosa a noi, Madre imperiosa a Lui. Acceleri l’ora sua, che è l’ora nostra. Non ne possiamo più, o Maria. L’umana generazione perisce, se tu non ti muovi. Parla per noi, o silenziosa, parla per noi, o Maria!» .

 

  1. Curzio Nitoglia

 

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