Il vero volto del cardinale Agostino Bea, “ecumenista” anche prima del Concilio Vaticano II (Parte Sesta) ~ Bea e l’Assunzione

Il vero volto del cardinale Agostino Bea: “ecumenista” anche prima del Concilio Vaticano II

Parte Sesta

Bea e l’Assunzione

Il 1° novembre 1950 Pio XII promulgò il Dogma dell’Assunzione di Maria Santissima in anima e corpo in Paradiso.

Nel 1939, appena asceso al Pontificato, papa Pacelli aveva affidato la preparazione della definizione del Dogma dell’Assunzione al Sant’Uffizio.

Tra i numerosi esperti che presero parte ai lavori di preparazione della definizione dogmatica, la Suprema Congregazione aveva chiamato (in qualità d’esegeta) anche il Rettore del Biblico, padre Agostino Bea (Cfr. S. Marotta, Gli anni della pazienza. Bea, l’ecumenismo e il Sant’Uffizio di Pio XII, Bologna, il Mulino, 2019, p. 74).

È interessante leggere quanto dichiarato, non senza una punta d’ironia, dal cardinale Alfredo Ottaviani in un’intervista (ADPJ, Bea, T 2/66) rilasciata al segretario personale di Bea Stjepan Schmidt nel maggio 1976: «Ero Presidente della Commissione [che dirigeva i lavori per la promulgazione del Dogma, ndr]. Ora, al termine dei lavori il Santo Padre Pio XII fu così contento dei lavori che la Commissione aveva svolto durante quei dieci anni, anche con opposizioni interne. Io ricordo benissimo le difficoltà che faceva uno dei membri contro la proclamabilità del Dogma. Siccome c’era la massima libertà, ci furono anche degli oppositori. Quindi, la decisione che è venuta dal Sant’Uffizio, suggerita al Santo Padre, non come cosa definitiva, ma come parere della Commissione del Sant’Uffizio, aveva supposto una discussione libera e piena anche di difficoltà che si dovettero superare. Pio XII si rese conto di queste difficoltà avute nel lavoro di dieci anni. […]. Pio XII fu tanto soddisfatto del lavoro intenso fatto per dieci anni sulla proclamabilità del Dogma dell’Assunzione della Vergine Santissima che diede a tutti i membri della Commissione, una medaglia d’oro».

Chi era il misterioso personaggio (non del tutto isolato… infatti, ve ne erano altri ancora, come ricorda Ottaviani), il quale fece opposizione alla “proclamabilità” del Dogma, che il cardinale Ottaviani non nomina, rispondendo all’ex segretario personale di Bea?

Molto probabilmente, Bea medesimo; infatti, l’intervista concessa dal cardinale Ottaviani riguardava le ricerche che lo Schmidt stava allora facendo sulla figura storica di Bea.

 

1950 “annus horribilis”

Il culmine dell’«Anno Santo» del 1950 fu segnato il 1° novembre dalla proclamazione del Dogma dell’Assunzione, appena due mesi dopo la promulgazione dell’Enciclica Humani generis (12 agosto) che condannava il neo/modernismo o Nouvelle Théologie.

Si capisce, allora, perché i progressisti chiamassero il 1950 l’«annus horribilis». Infatti, la Bolla Munificentissimus Deus del 1° novembre, con cui Pio XII promulgò l’ultimo Dogma mariano «costituì un vero terremoto in campo ecumenico. […]. La dogmatizzazione dell’Assunzione di Maria al Cielo apparve come un ulteriore ostacolo che ritardava il raggiungimento del  traguardo dell’unità cristiana, allungando le distanze dottrinali tra le confessioni» (S. Marotta, cit., p.131).

La nuova definizione dogmatica aveva implicazioni gravi, oltre che in materia mariologica (molto mal vista dai Luterani), anche sulla questione del Primato del Papa e dell’Infallibilità pontificia (odiate pure dai liberali e dai modernisti oltre che dai Protestanti); infatti, queste due questioni sono presupposte dalla promulgazione di un Dogma, il quale nel 1950 venne visto come fumo negli occhi per questo triplice motivo.

Inoltre, sussisteva già un “quarto” motivo di attrito; infatti, l’Enciclica Humani generis, del 12 agosto del 1950, viene definita comunemente “il terzo Sillabo”; quindi è normale  che essa fosse vista come “fumo negli occhi” dai modernisti.

Insomma, l’Assunta (ancor più che l’Humani generis) venne vista come un’avventura inutile e nociva alla causa dell’ecumenismo. Anzi, addirittura Max Thurian (Le dogme de l’Assomption, in “Verbum Caro”, n. 5, anno 1951, pp. 2-50) pronunciò una ferma condanna del Dogma mariano, che secondo lui sollevava enormi difficoltà le quali erano persino maggiori di quelle sollevate dall’Enciclica Humani generis e dal Monito del Sant’Uffizio contro l’ecumenismo (Cum compertum, 5 giugno 1948).

Ora la Marotta (cit., p. 132) ci spiega che su questa stessa linea «si pose anche Bea, già membro della Commissione che aveva preparato la Bolla di proclamazione».

Infatti, già nel 1954, quattro anni dopo la promulgazione del Dogma del 1° novembre 1950, il cardinale tedesco scrisse in maniera molto ambivalente sul Dogma, non esprimendo apertamente il suo diniego ma facendo capire tra le righe che sarebbe stato meglio non promulgarlo.

Egli, contribuendo alla stesura di un commentario, pubblicato in occasione del centenario del Dogma dell’Immacolata Concezione (8 dicembre 1854), asseriva che il nuovo Dogma mariano non doveva essere letto come un’occasione di distanziamento tra Cattolicesimo e Protestantesimo, ma come «richiamo a una fraterna intesa».

Insomma, la definizione dell’Assunzione, secondo Bea, non avrebbe ostacolato il lavoro per la collaborazione con i fratelli separati, come sarebbe potuto sembrare ad alcuni, ma «invece di oscurare l’atmosfera, l’ha chiarita […] e ciò è stato fatto non per ostacolare o intralciare gli sforzi di arrivare all’unità» (A. Bea, La definizione dell’Assunta e i protestanti, in “Echi e commenti della proclamazione del dogma dell’Assunzione”, Roma, Academia Mariana Internationalis, 1954, p. 91).

Si capisce bene, da tutto ciò, che Bea non fu un entusiasta della proclamazione del Dogma, ma una volta proclamato, non lo contestò; però (conformemente al suo stile “enigmatico”) cercò di riparare i “danni” che aveva fatto in ambiente ecumenista.

La dottoressa Marotta commenta che la lingua in cui fu scritto il contributo di Bea (l’italiano) e il luogo in cui il libro che lo conteneva fu pubblicato (Roma) «fanno supporre un intento più probabilmente volto ad ammansire il pubblico cattolico ridimensionando la portata dell’ostilità protestante» (cit., p. 134).

Alla fine del 1950 ci si chiedeva nell’ambiente ecumenista e librale se «dopo gli irrigidimenti romani, la via per l’unità fosse definitivamente chiusa e se ogni lavoro fosse diventato impossibile» (A.-J. Maydieu, Chrétiens en quete de l’unité: la route barrée, in “La Vie intellectuelle”, maggio 1953, p. 4).

Inoltre, per quanto riguarda l’ecumenismo, già nel 1943, quando Pio XII promulgò l’enciclica Mystici corporis sulla Chiesa, l’ambiente teologico tedesco non ne era rimasto soddisfatto, dacché “la Chiesa, identificandosi col corpo stesso di Cristo, rischiava di auto-comprendersi come sorgente dispensatrice di quella stessa grazia e di cadere in un orgoglio ecclesiocentrico” (Gianni Valente, Ratzinger professore, Cinisello Balsamo, san Paolo, 2008, p. 40). Infatti, spiega il Valente, per l’ecclesiologia progressista di allora “la Chiesa santa, Ecclesia sancta, e la Chiesa cattolica non sono identiche” (p. 43).

Su questa lunghezza d’onda era schierato anche Bea e, come spiega Gianni Valente, pure l’allora giovane teologo Joseph Ratzinger.

 

Bea e la Nouvelle Théologie

Sempre attorno alla prossimità del 1950 assistiamo a un altro fenomeno che ci mostra un Bea molto enigmatico, anzi quasi “bifronte”.

Infatti, il 3 novembre 1948, Bea non ancora consultore del Sant’Uffizio, declinò la richiesta avanzatagli dai suoi confratelli gesuiti francesi di ricevere a colloquio padre… Pierre Teilhrd de Chardin (1881 – 1955), il caporione del neo/modernismo «poiché quest’ultimo potesse essere aiutato a migliorare la propria compromessa posizione davanti alle autorità romane. Insolitamente duro nei confronti del confratello francese, Bea non faceva in realtà che allinearsi all’irriducibile diffidenza romana nei confronti della teologia d’Oltralpe» (S. Marotta, cit., p. 116).

La Marotta ci spiega che il giudizio severo di Bea nei confronti di Teilhard risaliva già al 1925, quando Bea era da un solo anno docente al PIB e definì la teologia di Teilhard “modernistica” (Lettera di Bea al Generale dei gesuiti, padre Ledochowski, 25 febbraio 1925, in ADPJ, Bea, Nza 27a/264).

Come conciliare tanta durezza (pratica e “dottrinale”) con l’apertura mentale e l’attitudine pratica di Bea di occuparsi dei casi pastorali e personali che gli venivano posti a favore di qualcuno che fosse caduto in disgrazia (anche dal punto di vista della dottrina)?

La Marotta parla d’inspiegabile singolarità. Ora, nel 1953 (appena tre anni dopo la promulgazione dell’Enciclica Humani generis) Bea aveva confidato a un suo corrispondente di non essere più un convinto sostenitore del monogenismo e che, se non poteva al momento (1953) aderire apertamente alle tesi evoluzionistiche (che aveva bollato con severità nel caso di Teilhard appena cinque anni prima) riteneva la questione almeno “non chiara” (Lettera di Bea a Richard Gutzwiller, 6 settembre 1951, in ADPJ, Bea, N 1951/50).

Perciò, molto sinceramente e realisticamente, la Marotta scrive: «C’è motivo di credere che l’atteggiamento di Bea nei confronti di Teilhard sia stato dettato soprattutto da ragioni di prudenza in rapporto a un clima romano sempre più vicino alla condanna delle tendenze teologiche di rinnovamento» (p. 118).

Inoltre, era allora in atto la querelle tra due indirizzi esegetici entrambi neo/modernisti, ma con diverse tendenze o sfumature:

1°) da una parte la scuola esegetica storico/critica: la sola filologia senza la Patristica e il Magistero (cui apparteneva, discretamente Bea e il Biblicum di Roma molto più apertamente); 2°) dall’altra parte, la scuola detta spirituale/allegorica: la sola allegoria dietro il paravento della Patristica ma senza il Magistero (cui appartenevano i teologi francesi: Jean Daniélou, Henry de Lubac, dell’Istituto Cattolico di Lione/Fourvière, tutti figli spirituali di Teilhard). In mezzo c’era Roma che condannava entrambi con l’Humani generis del 12 agosto 1950. Preannunciata già qualche anno prima da due celeberrimi Consultori del Sant’Uffizio: Monsignor Pietro Parente (Nuove tendenze teologiche, in “L’Osservatore Romano”, 9/10 febbraio 1942, p. 1) e padre Reginaldo Garrigou-Lagrange (La Nouvelle Théologie où va-t-elle?, in “Angelicum”, n. 23, anno 1946, pp. 126-145).

Nel bel mezzo di questa singolar tenzone si presentava il caso (già accennato) di don Dolindo Ruotolo, cui sarebbero seguiti gli attacchi di Monsignor Antonino Romeo e Francesco Spadafora contro i padri gesuiti del Biblico Lyonnet e Zerwick.

Inoltre, vi fu un grave equivoco, infatti, la scuola storico/filologica del Biblico (Bea) vedeva (a torto) nell’esegesi allegorico/spirituale di Lione (de Lubac/Teilhard) un’alleata di don Dolindo e quindi un nemico da combattere, solo per il fatto che si richiamasse alla Patristica, senza tener conto della sua elusione della Scolastica e del Magistero, almeno, in materia esegetica. Fu anche per questo, chiosa la Marotta, che Bea non volle ricevere Teilhard (S. Marotta, cit., p. 120)… lo riteneva troppo legato alla lettura “spirituale” e patristica della S. Scrittura.

Si capisce così ancor meglio perché l’Assunzione fosse vista al Biblicum in maniera molto negativa come pure l’Enciclica Humani generis, nonché il Monitum del 1948 Cum compertum. 

Tuttavia, non si deve escludere che anche un motivo di “convenienza cronologica” abbia influito molto sulla rigidità di Bea nel 1948 verso Teilhard; infatti, dopo essere stato nominato Consultore al Sant’Uffizio nel 1949 (e potendo muoversi più liberamente anche se con circospezione, almeno sino alla morte di Pio XII) Bea intercedette presso papa Pacelli (in qualità di suo confessore) per la riabilitazione di alcuni esponenti francesi della Nouvelle Théologie, sette anni dopo la condanna del neomodernismo da parte del medesimo Papa con la Humani generis (ad esempio, padre de Lubac, del quale Bea portò a Pio XII una lettera personale nel 1957); mentre nel 1925 e sino al 1948 le cose non stavano ancora esattamente così, quindi era molto più prudente astenersi da ogni passo falso che avrebbe potuto attirare l’attenzione del Sant’Uffizio su di lui.

 

Bea e il Luteranesimo

Il Monitum del Sant’Uffizio “Cum compertum” del 1948

Il 5 giugno del 1948 il Sant’Uffizio aveva promulgato un Monito severo (Cum compertum) che proibiva, in maniera assoluta, le riunioni pan/ecumeniste.

Bea era appena arrivato alla Suprema Congregazione quando essa, il 20 dicembre del 1949, siglò un altro Documento riguardo all’ecumenismo, che fu reso pubblico solo nell’agosto del 1950: la famosa Instructio de Ecclesia catholica, la quale mitigava, in un certo senso (come vedremo in appresso), il rigore del Monitum Cum compertum del 5 giugno 1948.

Tuttavia, la Marotta ci spiega che allo stato attuale delle fonti a disposizione degli storici non è possibile stabilire con certezza in che misura Bea abbia partecipato alla stesura di questo Documento, ma la successione cronologica tra l’arrivo di Bea al Sant’Uffizio e la preparazione dell’Instructio de Ecclesia catholica non sembrerebbe essere un caso fortuito.

Occorre sapere che in Germania sin dalla prima metà degli anni Trenta si erano formati ed erano notevolmente cresciuti molti gruppi interconfessionali sparsi su tutto il territorio tedesco. Essi erano composti sia da Pastori luterani sia da Sacerdoti cattolici. Questi movimenti cercavano di trovare alcuni punti comuni alle loro rispettive confessioni.

L’atto di nascita dell’ecumenismo tedesco si può far risalire alla settimana della Pentecoste del 1934, presso il Seminario cattolico di Hermsdorf (vicino a Berlino), con il placet del Vescovo cattolico di Berlino Nikolaus Bares. Evidentemente l’Enciclica Mortalium animos del 1928 in Germania non era stata fatta propria da gran parte del clero e dell’Episcopato.

L’esperienza di Hermsdorf fu ripresa e continuata a livello locale (non ancora nazionale) in alcuni circoli sorti in molte città tedesche e specialmente a Paderborn (che poi diverrà la “capitale” dell’ecumenismo tedesco).

Il coordinatore di questi circoli pan/ecumenisti fu il sacerdote cattolico e pacifista Max Josef Metzeger, che cominciò a promuovere il dialogo e la preghiera interconfessionali, mettendo in collegamento i circoli ecumenisti locali e coordinandoli in un unico movimento, che prese il nome di Una Sancta, fondato dal Metzeger nel 1938 (cfr. S. Marotta, cit., pp. 103-105).

Dopo la morte del fondatore (17 aprile 1944), le numerose attività del movimento ecumenista tedesco raccolto attorno a Una Sancta continuarono e addirittura s’intensificarono nel dopoguerra; tuttavia esse erano totalmente fuori di ogni controllo ecclesiastico sia diocesano sia romano. Alcuni Vescovi tedeschi erano assai scontenti di tutto ciò. Il Sant’Uffizio se ne occupò nel marzo/aprile 1948 in occasione della visita ad limina dell’Episcopato tedesco a Roma. In quell’occasione il vescovo di Paderborn Lorenz Jaeger (di cui abbiamo già parlato per sommi capi nei precedenti articoli), che tanto influsso ebbe su Bea, iniziò a prendere le redini del movimento ecumenista tedesco e grazie alla sua amicizia con Bea ad avere dei punti di appoggio persino in Vaticano, che era in realtà assai preoccupato della mescolanza irenica del Cattolicesimo col Luteranesimo in Germania.

Nacque così la redazione del Monitum Cum compertum della primavera del 1948, che fu promulgato il 5 giugno del medesimo anno. Esso richiamava i canoni 731, 1278 e 1325 del CIC del 1917, i quali escludevano assolutamente la partecipazione dei cattolici a celebrazioni liturgiche acattoliche e a qualsiasi forma di communicatio in sacris.

Questo Monitum fu un colpo molto duro sferrato da Roma al movimento ecumenista tedesco. Naturalmente fu male accolto sia dai Protestanti sia dai Catto/liberali.

La dottoressa Marotta ci spiega che «ricevendo mesi dopo a Roma Roger Schutz e Max Thurian [i futuri fondatori di Taizé, ndr], monsignor Giovanni Battista Montini, assicurò loro che il Monitum non andava inteso come atto di condanna o di accusa contro gli sforzi ecumenici dei Luterani, ma solo come un avvertimento disciplinare interno al Cattolicesimo, in cui una carità poco illuminata e una scarsezza di solidità e prudenza rischiava di compromettere una seria intesa che non ledesse apertamente il Dogma cattolico (cfr. il resoconto Voyage à Rome de Roger Schutz et Max Thurian, marzo 1949, conservato nell’Archivio di Taizé e riportato da S. Scatena, Taizé, una parabola di unità, Bologna, il Mulino, 2018, p. 285).

Insomma, si riscontra in Montini, quanto al Monito Cum compertum, lo stesso atteggiamento di Bea circa l’Assunta: ossia minimizzare la portata della definizione del 1950 o della condanna del 1948 per evitare ulteriori fratture tra Protestantesimo e Cattolicesimo.

Il Monito romano ebbe effetto repressivo più in Germania (e particolarmente a Paderborn, “Patria dell’ecumenismo”) che in Francia (“Patria del neo/modernsimo”), la quale fu più toccata dall’Enciclica Humani generis che dal Monito anti/ecumenista del 1948.

Paderborn già nel 1946 era stata posta sotto attenzione dal sant’Uffizio (non ancora “infiltrato” da Bea) e aveva ricevuto la visita del Consultore romano Joseph Grendel, originario della Diocesi di Paderborn.

Purtroppo occorre prendere atto che la figura del Grendel è molto simile a quella di Bea. Infatti, Joseph Grendel, nel 1946, fece accordare un’autorizzazione da parte dal Sant’Uffizio a Joseph Hofer (un sacerdote collaboratore del Vescovo di Paderborn, Lorenz Jaeger) e al suo gruppo, il quale, a differenza di quello diretto da Metzeger, era un vero e proprio circolo di ricerca teologica, riservato agli specialisti ed era stato sotto lo stretto patrocinio dell’Autorità ecclesiastica dei Vescovi del luogo; mentre l’Una Sancta di Metzeger, nata nel 1938, non aveva tutte queste caratteristiche che rassicuravano (relativamente) il Sant’Uffizio.

Tale appoggio di una parte del Sant’Uffizio al gruppo di Paderborn non cessò neppure dopo il Monitum del 5 giugno 1948.

Dietro questo “riconoscimento” del circolo di Paderborn vi fu l’interessamento di molti Vescovi tedeschi, primo tra tutti Jaeger. Non mancò certamente la sollecitudine di Grendel (paderbonese trapiantato a Roma e inviato dal Sant’Uffizio al suo Paese natio a studiare il movimento di Jaeger).

Questo passo della Suprema Congregazione fu fatto passare in Germania come un ammorbidimento pratico della portata dottrinale del Monitum del 5 giugno 1948. Infatti, l’Istruzione del 1949 non sarebbe stata un pericolo per le attività ecumeniste bene strutturate e organizzate come quella di Paderborn (la quale era composta di soli teologi e non coinvolgeva i semplici fedeli laici) a differenza di quelle più carismatiche e sciolte dall’Autorità ecclesiastica come era la Una Sancta di Metzeger.

Da quest’iniziativa di Jaeger e dei Paderbonesi sarebbe nata, secondo la Marotta, l’Istruzione Ecclesia catholica del 1949, la quale viene interpretata come un addolcimento relativo del Monitum Cum del 5 giugno  del 1948, non essendo più una proibizione assoluta di ogni riunione ecumenista, ma solo di quelle non sorvegliate dal Vescovo del luogo.

Insomma, si cercava d’insistere soprattutto sulla condanna relativa e non più assoluta delle riunioni ecumeniche, facendo notare che l’Istruzione del 1949 sanzionava solo le esperienze ecumeniste fuori della Germania; mentre per quanto riguardava quelle tedesche era ammesso il lavoro ben strutturato sotto l’autorità del Vescovo locale, ma non l’improvvisazione e il carattere non ufficialmente messo sotto l’autorità di una Diocesi che era stato proprio dell’Una Sancta di Metzeger nel 1938.

Tuttavia, come ci spiega la Marotta (cit., p. 114) «il laboratorio di Paderborn sarebbe andato invece incontro a un arresto e a una minaccia ben più seri con la promulgazione dell’Enciclica Humani generis e soprattutto con la proclamazione del Dogma dell’Assunzione».

Anche se, l’Enciclica mirava soprattutto all’ambiente neo/modernista francese, invece il Dogma mariano disturbava specialmente i Luterani tedeschi, i quali erano soliti contrapporre al “de Maria numquam satis / non si parla mai abbastanza di Maria” il “de Maria jam satis / si è parlato sin troppo di Maria e ne abbiamo abbastanza”.

 

La Instructio “de Ecclesia catholica” (20 dicembre 1949)

Questa Istruzione del Sant’Uffizio serviva a spiegare la portata del Monito Cum compertum del 1948. Essa, pur essendo stata promulgata il 20 dicembre 1949. fu pubblicata su “L’Osservatore Romano” solo il 1° marzo del 1950.

L’Istruzione, non appena nata era già interpretata in due modi diversi. Infatti, secondo alcuni (i conservatori; per esempio, Pietro Parente) era nata per rafforzare l’intento restrittivo e censorio del Monitum del 1948; invece, secondo altri (i progressisti; per esempio, Thurian e Schutz) significava un notevole cambiamento di attitudine nei confronti dell’ecumenismo, che sarebbe stato facilitato d’ora innanzi e non più ostacolato come avveniva sino al 1948.

In realtà l’Istruzione in sé riaffermava che per ecumenismo si dovesse intendere il ritorno dei dissidenti all’Unica Chiesa di Cristo, quella romana. Quindi, essa in linea di principio non rinunciava a nessuna delle posizioni sempre affermate dalla Chiesa. Inoltre, essa condannava ogni “indifferentismo” e “irenismo”, anticipando i contenuti dell’Humani generis. 

Tuttavia nonostante ciò i liberali e i modernisti in genere hanno cercato di vedere in essa la “Magna Charta” del pan/ecumenismo (S. Marotta, cit., p. 127) e non del tutto a torto, poiché la condanna dell’ecumenismo, che sino al 1948 era assoluta, con il 1949 divenne relativa ai casi fuori del controllo del Vescovo locale.

Tuttavia, è anche certo il fatto che Roma non rinunciava a nessuno dei suoi princìpi espressi costantemente; infine riassunti nell’Enciclica Mortalium animos del 1928 e ultimamente ribaditi da Pio XII nel Radiomessaggio del Natale 1949, in cui il Papa aveva esplicitamente parlato del “ritorno” dei Cristiani separati dalla Chiesa di Cristo all’unico Ovile di Gesù.

Tuttavia nonostante la condanna dell’indifferentismo e dell’irenismo contenuta nell’Instructio de Ecclesia catholica, i modernisti (cancellando volontariamente quest’aspetto dottrinale dell’Istruzione vaticana) cercarono di farne una sorta di “Magna Charta pratica” dell’ecumenismo.

Infatti, essi prendevano spunto, per sostenere la loro tesi, dal fatto che l’Istruzione del 1949 concedeva ai Vescovi del luogo la responsabilità di vigilare sull’azione ecumenica che si svolgeva nella loro Diocesi. Ora, ciò – da una parte – restringeva la spontaneità delle precedenti riunioni ecumeniste nate nel 1938 con il movimento Una Sancta di Metzeger e che erano totalmente indipendenti dall’Autorità sia di Roma sia del Vescovo diocesano; però – dall’altra parte – la responsabilità della direzione e della sorveglianza di ogni movimento ecumenista che con il Monitum del 1948 era stata attribuita solo a Roma, ora veniva concessa ai Vescovi del luogo e questo era letto come un’apertura da parte del Vaticano.

In realtà nell’Istruzione vi erano due elementi: uno del tutto in linea con i princìpi che la Chiesa aveva sempre insegnato circa l’irenismo ecumenista e un altro che concedeva una certa maggiore libertà di manovra agli ecumenisti, pur sotto la direzione del Vescovo locale, ma non più del Sant’Uffizio (che normalmente sarebbe stato più severo dell’Episcopato tedesco).

Tuttavia, da parte della Santa Sede anche nell’Istruzione del 1949, si ribadiva la necessità del ritorno dei dissidenti e dei separati alla Chiesa romana, fondata da Cristo su Pietro. Perciò la lettura che di essa vorrebbe farne solo e soltanto il “Manifesto dell’ecumenismo” è molto sbilanciata e unilaterale.

Certamente, a partire dal 1949, il sant’Uffizio sarebbe stato chiamato in causa a giudicare l’ortodossia dei vai movimenti ecumenisti solo per le questioni e le riunioni di carattere nazionale o internazionale, mentre quelle di stampo diocesano sarebbero appartenute alla competenza del Vescovo locale.

Perciò è innegabile che una certa “apertura” vi fu; infatti, le riunioni interconfessionali locali non erano più proibite in modo assoluto, purché avessero il permesso del Vescovo del luogo.

Quest’azione fu iniziata dal Vescovo di Paderborn (Lorenz Jaeger), il quale poi sarà rimpiazzato da Bea.

Insomma, l’Istruzione del 1949 segnava un “colpo al cerchio e uno alla botte”. Infatti, i Vescovi tedeschi erano molto più aperti all’ecumenismo del Sant’Uffizio; anche se oramai ogni riunione mista doveva essere svolta sotto la sorveglianza del Vescovo e non era più totalmente sganciata da ogni controllo come sino ad allora.

La dottoressa Marotta ci spiega che l’Istruzione de Ecclesia catholica del 1949 sarebbe stata sollecitata (in quanto apertura alla possibilità di fare incontri ecumenici in ogni Diocesi tedesca, ma sotto la supervisione del Vescovo locale) da monsignor Jaeger, l’Arcivescovo di Paderborn (che poi sarà il mentore di Bea e lo introdurrà alla causa dell’ecumenismo per avere un “protettore” in Vaticano e soprattutto alla Suprema Congregazione del Sant’Uffizio).

Monsignor Jaeger, arrivò a ottenere un certo risultato pratico tramite don Hofer – nell’aprile del 1949 – chiedendo all’allora Monsignor Alfredo Ottaviani che il Sant’Uffizio concedesse ai singoli Vescovi l’autorizzazione a svolgere attività ecumeniche nelle loro Diocesi, sotto la loro diretta supervisione e responsabilità. Il “Reno” (il progressismo nordeuropeo) iniziava a gettarsi già allora (1949) nel “Tevere” (la Curia vaticana), per rompere gli argini con il Concilio Vaticano II (1962-1965).

Roma concesse ciò che Jaeger e Hofer chiedevano in pratica, pur riaffermando in teoria i princìpi cattolici che leggevano l’ecumenismo solo come ritorno dei dissidenti alla Chiesa romana, ma l’ambiente ecclesiale tedesco che già era pervaso (tranne poche eccezioni) di una venatura ecumenista, modernista e progressista, vivrà l’attività ecumenista in maniera ben diversa dai princìpi dogmatici insegnati da Roma, anzi in maniera molto “aperta” come “unità nella diversità”, in quanto anche il Luteranesimo avrebbe fatto parte della Chiesa di Cristo, che non coincideva con quella romana, ma era più ampia di essa (“subsistit in”).

Nel prossimo articolo vedremo come l’Arcivescovo Lorenz Jaeger abbia lavorato per lanciare Bea onde avere un “Santo Protettore” in Vaticano, che favorisse la “causa impossibile” dell’ecumenismo; questo “Santo dei casi impossibili” non fu né San Giuda Taddeo né Santa Rita da Cascia, ma Agostino Bea…

Curzio Nitoglia

Fine della Sesta Puntata

…(…continua…)…


Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta

Parte quinta

Parte sesta

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