Il vero volto del cardinale Agostino Bea, “ecumenista” anche prima del Concilio Vaticano II (Parte Quinta) ~ Bea al Sant’Uffizio (1949)

Il Vero volto del cardinale agostino Bea: “ecumenista” anche prima del Concilio Vaticano II

(Parte Quinta)

Bea al Sant’Uffizio (1949)

Prologo

Nella scorsa puntata abbiamo studiato – in una breve visione panoramica e d’insieme – l’evoluzione progressista intrapresa dal cardinale Agostino Bea, a partire dal 1949, basandoci sulla documentazione, recentemente desecretata, che la dottoressa Saretta Marotta ha riportato nel suo libro Gli anni della pazienza. Bea, l’ecumenismo e il Sant’Uffizio di Pio XII (Bologna, il Mulino, 2019).

 

Bea in pensione?

Nel presente articolo iniziamo a vedere come Bea, il 2 luglio del 1949, dopo aver esercitato per 19 anni la carica di Rettore al Pontificio Istituto Biblico, sembrava fosse stato prossimo a tornare agli studi dell’Antico Testamento, dedicandosi esclusivamente alla ricerca esegetica, iniziata come insegnante al PIB già a partire dal 1924 … (S. Marotta, cit., p. 53).

In realtà Bea aveva scritto (in ben venticinque anni, dal 1924 al 1949) soltanto due libri di esegesi, il primo nel 1928, intitolato De Pentateucho (Roma, Pontificio Istituto Biblico) e il secondo del 1930 col titolo di De inspiratione Sacrae Scripturae (Roma, Pontificio Istituto Biblico); insomma, una produzione scientifica abbastanza modesta. Egli stesso diceva, come riferiva monsignor Spadafora, di essere più un organizzatore che un professore. 

Questi due libri erano stati redatti «con grande prudenza in un periodo in cui la libertà di ricerca dell’esegesi cattolica era fortemente limitata dall’interventismo censorio della Pontificia Commissione Biblica, i due manuali [di Bea, ndr] risentivano inevitabilmente del contesto magisteriale coevo alla loro pubblicazione» (S. Marotta, cit., p. 54); insomma, la Marotta vuol farci capire che in quegli anni (1928/1930) Bea non poteva ancora scoprire le sue carte e, quindi, i suoi due libri apparivano pienamente conformi alle direttive date dalla Pontifica Commissione Biblica (sino al 1937), in attesa di tempi “migliori”.

 

La «promessa Bea» per l’«aggiornamento» della Chiesa

Comunque, la prudente attesa con cui questi libri furono redatti dal Bea aveva contribuito a diffondere la fama di esegeta conservatore con cui l’ex Rettore del Biblico era conosciuto dal grande pubblico; mentre solo pochi “iniziati” (soprattutto i Pederbornesi) conoscevano, già allora, le vere idee di Bea non ancora espresse pubblicamente ed essi, perciò, giocavano le loro carte su di lui, sperando che potesse far carriera e aiutarli, così, nel loro intento di cambiare la Chiesa dal di dentro.

 

Bea alla “Suprema Congregazione”

Una delle carte che i Paderbonesi stavano giocando era quella di farlo entrare nella Suprema Congregazione del Sant’Uffizio (ma purtroppo non per essere inquisito…) e di lì muovere meglio le pedine che già spostava, anche se con minor efficacia, dalla PCB per il futuro “aggiornamento” della Chiesa.

La PCB fu creata il 30 ottobre 1902 da Leone XIII quale organo del Magistero pontificio e poi fu equiparata da san Pio X nel 1907 alle altre Congregazioni Romane (cfr. F. Spadafora, La “Nuova Esegesi”, Sion, Les Amis de saint François de Sales, 1996, p. 220). Monsignor Spadafora cita il Motuproprio Praestantia Scripturae del 18 novembre 1907 di san Pio X e spiega che papa Sarto volle che i Decreti della PCB fossero equiparati “ai decreti delle Sacre Congregazioni riguardanti la dottrina approvati dal Pontefice”.

 

La Divino Afflante Spiritu

Inoltre, la Marotta cerca di far apparire l’Enciclica Divino Afflante Spiritu del 1943, alla quale collaborò anche Bea, come una completa “novità”, che rompeva con la dottrina tradizionale espressa dalle due Encicliche sull’esegesi di Leone XIII (Providentissimus, 18 novembre 1893) e di Benedetto XV (Spiritus Paraclitus, 15 settembre 1920).

Questa tesi è stata il “cavallo di battaglia” dei novatori, che hanno cercato di presentare la figura di papa Pio XII come un Pontefice aperto alle idee modernizzanti se non addirittura moderniste; ma essa è priva di fondamento.

Monsignor Francesco Spadafora (Leone XIII e gli studi biblici, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1976, p. 85), invece, spiega che nella Divino Afflante papa Pacelli ribadisce l’assoluta inerranza della Sacra Scrittura e la sua divina ispirazione, riprendendo la dottrina insegnata da Leone XIII (Providentissimus, 1893) e da Benedetto XV  (Spiritus Paraclitus, 1920).

Poi, l’eminente esegeta, chiosa: «Evidentemente si deve interpretare la Divino Afflante Spiritu nella linea dell’insegnamento chiaramente espresso in tutti gli altri Documenti pontifici, ai quali Pio XII nella sua Enciclica rimanda esplicitamente» (Leone XIII e gli studi biblici, cit., p. 124). Infatti, anche Pio XII (come Leone XIII e Benedetto XV) ha insegnato che l’interprete autentico del significato della Sacra Scrittura, letta alla luce del consenso moralmente unanime dei Padri della Chiesa, deve essere il Magistero della Chiesa. Non è dunque corretto presentare l’Enciclica di Pio XII del 1943 in discontinuità con l’insegnamento costante della Chiesa, come fanno i modernisti, i quali cercano «di erigere l’Enciclica di Pio XII a loro bandiera, presentandola in netto contrasto e in opposizione con la Providentissimus» (F. Spadafora, Leone XIII e gli studi biblici, cit., p. 174.

 

Lo “zampino” di Bea nel Pontificato pacelliano

Tuttavia, quel che è certo è il fatto che Bea avesse cercato di mettere lo zampino nell’operato di papa Pacelli (dato il suo ruolo di confessore privato e personale del Papa, che pertanto si fidava di lui) e lo fece in più di qualche occasione; ad esempio, nella traduzione del Salterio (24 marzo 1945) in un latino classicheggiante che rompeva la bella armonia della Vulgata di san Gerolamo; nella riforma del 1955 delle rubriche liturgiche della Domenica delle Palme e del Triduo della Settimana Santa e nell’introduzione di alcune sfumature (corrette complessivamente dal testo definitivo di Pio XII come vedremo in séguito) nel testo della Divino Afflante.

Per quanto riguarda la Divino Afflante del 30 settembre 1943 vedremo prossimamente come monsignor Francesco Spadafora e monsignor Antonino Romeo ne abbiano difeso la piena continuità con la dottrina tradizionale espressa specialmente dalle Encicliche di Leone XIII e di Benedetto XV (cfr. F. Spadafora, Leone XIII e gli studi biblici, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1976).

 

Da “omnino” a solo “etiam”

La Marotta, inoltre, ci informa che il libro di Bea sul Pentateuco ebbe una seconda edizione nel 1933, nella quale egli introdusse qualche lieve modifica. Secondo un articolo scritto dal gesuita Marcel Lobignac (Bullettin d’exégèse de l’Ancien Testament, in “Recherches de science religieuse”, n. 24, anno 1934, pp. 229-237) queste lievi modifiche celavano in realtà alcune novità abbastanza notevoli, ma anche molto ben nascoste. Ad esempio, nella prima edizione del 1930 Bea aveva scritto che l’autenticità del Pentateuco era una questione “omnino [= totalmente, ndr] teologica”; mentre nella seconda edizione del 1933, quando oramai da tre anni era diventato rettore del PIB, aveva corretto l’espressione “ominino” con “etiam [= anche, ndr] teologica”. Ora, siccome le questioni esegetiche risolte dalla PCB in maniera teologica o dottrinale avevano valore magisteriale e obbligavano gli studiosi, non essendo mere opinioni filologico/esegetiche ascrivibili ai singoli studiosi, ma pronunciamenti della Commissione Pontificia che parlava di dottrina a nome della Santa Sede; il “lieve” cambiamento apportato nel 1933 non era poi così “lieve”. Infatti, esso faceva capire che l’autenticità del Pentateuco era da considerarsi una questione storica e “anche” teologica, ma non “esclusivamente” o “totalmente” dottrinale; quindi, poteva essere disputata e non era da considerarsi come obbligante e definitiva.

Naturalmente Bea nel 1934 (siccome i tempi non erano ancora maturi) non gradì pubblicamente l’articolo del confratello e le sue osservazioni, che in realtà erano ben fondate ma troppo sincere e premature, «furono pubblicamente respinte da Bea, impegnato a negare con una certa durezza di aver modificato la sostanza delle proprie posizioni, proprio mentre promuoveva, in quello stesso anno, Lobignac a direttore della succursale del Biblico a Gerusalemme…» (S. Marotta, cit., p. 55). Insomma, il non alto gradimento mostrato da Bea era soprattutto pubblico per non far scorgere le sue reali e nascoste intenzioni, che in quei tempi ancora “bui” avrebbero potuto essere condannate e arrestare l’«aggiornamento» della Chiesa al quale Bea e sodali lavoravano alacremente ma con molta paziente prudenza.

Tuttavia, la medesima Saretta Marotta scrive che Pieter Geert Duncker era solito ricordare come Bea spesso si lamentasse con lui per quel che aveva scritto sul Pentateuco nel 1933, dicendo che «oramai, se dovesse scrivere di nuovo su quella materia, un libro molto diverso sarebbe il risultato» (Lettera di Duncker a Schmidt, 7 giugno 1974, in ADPJ [Archiv der deutschen Povinz der Jesuiten, Monaco], Bea, T 1/46). Insomma, l’«enigma Bea» è una realtà costatabile da testimonianze e documenti e non è soltanto una pura ipotesi investigativa.

 

Bea chiede a Pio XII di essere chiamato al Sant’Uffizio

Per quanto riguarda i progetti di un pensionamento di Bea nel 1949 e di un ritorno agli studi esegetici, in una vita oramai ritirata, ebbene, in realtà, essi andarono incontro a una sorte totalmente diversa.

Infatti, dal 1949 al 1959, come studioso, Bea pubblicò molto poco (continuando l’iter percorso dal 1924 al 1949 al PIB e alla PCB); ossia, soltanto due traduzioni latine del Qoelet o Ecclesiaste nel 1950 e del Cantico dei Cantici nel 1953. Cos’era successo? La Marotta ci spiega che Bea aveva chiesto a Pio XII in persona di essere esonerato dagli impegni accademici, proponendo di essere nominato – anche se con una battuta apparentemente scherzosa – Consultore al Sant’Uffizio. In realtà, la nomina arrivò il 5 marzo del 1949.

Oramai Bea (profittando della stima che era riuscito a carpire a Pio XII in qualità di suo confessore, del quale normalmente il penitente si fida) aveva messo piede anche nella Suprema Congregazione nella quale tanti danni avrebbe fatto a partire dal 1960, aprendo non solo all’ecumenismo ma anche al rinnovamento teologico riguardo ai rapporti tra Cristianesimo e Giudaismo e alla libertà delle false religioni (di cui abbiamo già parlato).

Certamente Bea si rendeva conto che non poteva e non doveva ritirarsi totalmente dalla vita pubblica della Curia romana. Infatti, la sua figura, ammantata dall’aura di conservatorismo, lo rendeva un «argine autorevole capace di respingere la minaccia di offensive esterne» (S. Marotta, cit., p. 59).

In realtà, si profilava già allora la lotta tra l’Università Lateranense e il Biblico, che sarebbe scoppiata durante il Concilio (come abbiamo già visto). Ora, la presenza di Bea in Curia (specialmente al Sant’Uffizio oltre che alla PCB) lo rendeva prezioso per arginare gli attacchi che i tradizionalisti cominciavano a rivolgere ad alcuni esegeti del Biblico.

La Marotta, nella nota n. 18 a pagina 58, parla della controversia di cui abbiamo accennato negli scorsi articoli tra monsignor Antonino Romeo (Sacra Congregazione per i Seminari e le Università) e monsignor Francesco Spadafora (della Lateranense) con i padri gesuiti Stanislas Lyonnet e Max Zerwick del PIB, che portò inizialmente (1962) all’allontanamento dei due gesuiti dall’insegnamento, ma nel 1964 – sùbito dopo l’elezione di Paolo VI – questi due furono reintegrati nell’insegnamento, senza aver dovuto correggere minimamente i loro errori teologici ed esegetici.

 

Agostino Bea e don Dolindo Ruotolo

La Marotta ci spiega anche (dal suo punto di vista, che è diametralmente opposto a quanto è stato scritto da monsignor Francesco Spadafora) l’attività svolta soprattutto dalla PCB (e da Bea) contro il sacerdote napoletano don Dolindo Ruotolo già nell’anno 1941 (cfr. F. Spadafora, La “Nuova Esegesi”, cit., p. 108). Infatti, la PCB aveva inviato una lettera, nell’estate di quell’anno, ai Vescovi italiani in risposta all’opuscolo scritto da don Dolindo, sotto lo pseudonimo di Dain Cohenel, intitolato Un gravissimo pericolo per la Chiesa e per le anime. Il sistema critico/scientifico nello studio e nell’interpretazione della Sacra Scrittura, le sue deviazioni funeste e le sue aberrazioni. 

Don Dolindo denunciava apertamente la deriva modernistica che aveva imboccato il PIB e le contrapponeva un commento alla Bibbia scritto da lui stesso, sotto il medesimo pseudonimo, invocando un ritorno all’interpretazione tradizionale della Sacra Scrittura, fondata sulla Tradizione patristica e letta alla luce del Magistero ecclesiastico.

Ora, come ammette la Marotta, i volumi di don Dolindo, «avevano incontrato la calorosa approvazione di molti Vescovi italiani» (cit., p. 59).

Tuttavia i 13 volumi di commento alla Sacra Scrittura di don Dolindo vennero messi all’Indice (AAS, n. 32, anno 1940, pp. 535-554) e l’opuscolo del sacerdote partenopeo, che era stato bene accolto dall’episcopato italiano, venne sconfessato anch’esso.

Implicitamente la Marotta ci fa capire che Bea aveva avuto un ruolo importante nella condanna di don Dolindo e nell’approvazione implicita del metodo puramente storico e filologico che oramai il PIB seguiva, ignorando quasi totalmente l’interpretazione patristica e i decreti della PCB anteriori al 1937/1948.

Inoltre il 16 gennaio 1948 una lettera della PCB indirizzata al Vescovo di Parigi, Emmanuel Suhard, dichiarò che i Decreti emanati dalla medesima Commissione Biblica (soprattutto nel 1906/1909) a proposito dell’autenticità del Pentateuco e della storicità dei primi undici capitoli della Genesi oramai erano da ritenersi superati alla luce… dell’Enciclica Divino Afflante Spiritu del 1943.

 

La “Divino Afflante” vista da “destra” e da “sinistra”

Questa querelle sulla Divino Afflante Spiritu (come pure la questione sollevata da don Dolindo Ruotolo) sono state affrontate e risolte in maniera totalmente diversa da monsignor Romeo e Spadafora e le affronteremo in un prossimo articolo. Qui ci basti notare che sin da allora Bea, anche se in maniera molto “prudente”, lavorava al sovvertimento della teologia e dell’esegesi cattolica, approfittando della sua fama esterna e pubblica di teologo/esegeta conservatore e del ruolo che poteva svolgere non solo nella PCB, ma persino nel Sant’Uffizio a partire dal 1949.

Infatti, la Marotta scrive: «Una testimonianza di un Consultore della Commissione Biblica, Pieter Geert Duncker, rivela che il Rettore del Biblico [allora Bea, ndr] intervenne in modo decisivo nella redazione della lettera» (cit., p. 60).

Secondo quanto Bea avrebbe detto al Duncker (Testimonianza di Duncker a Schmidt, 18 novembre 1977, in ADPJ, Bea, T 1/46) Pio XII sarebbe stato favorevole (ma lo diceva Bea a Duncker …) ad abolire i Responsi della PCB del 1906 e 1909 sulla storicità del Pentateuco e della Genesi; però il medesimo Bea lo avrebbe sconsigliato, altrimenti si sarebbe potuto obiettare che qualsiasi Decreto della PCB avesse soltanto un valore storico, non obbligante, non teologico e quindi temporaneo. Perciò, si sarebbe potuto abrogare anche i Responsi successivi. Dunque, sarebbe stato più opportuno non abrogare i Decreti del 1906 e 1909.

Invece san Pio X nel Motuproprio Praestantia Scripturae Sacrae del 18 novembre 1907 aveva insegnato: “I Decreti della PCB hanno valore veramente precettivo, obbligano in coscienza”. Tuttavia, la Santa Sede concedeva all’esegeta che avesse avuto gravi difficoltà di sottometterle alla stessa PCB (cfr. F. Spadafora, Leone XIII e gli studi biblici, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1976, Istituzione della Pontificia Commissione Biblica, pp. 164-169, 171-175).

Bea suggerì, dunque, di rendere pubblica la lettera di risposta della PCB al Vescovo di Parigi, (poiché la Segreteria di Stato aveva bloccato la sua pubblicazione sugli “Acta Apostolicae Sedis”) secondo cui i Decreti del 1906 e 1909 non erano abrogati ma solo sorpassati… (cfr. P. G. Duncker, Ricordando il Cardinale Agostino Bea, in “Angelicum”, n. 59, anno 1982, pp. 45-58); cosicché si sarebbero potuti mettere i suddetti Decreti nel dimenticatoio senza suscitare ulteriori polemiche.

Occorre riconoscere che Bea ha lavorato molto bene, facendo il male, in maniera molto prudente e nascosta sin dagli anni Quaranta per gettare la maschera solo a morte avvenuta di Pio XII, presso il quale ha agito nell’ombra e ha cercato di fare danni, non potendovi riuscire come poi vi riuscì con il pieno appoggio di Giovanni XXIII e di Paolo VI.

Tuttavia, la Marotta scrive anche che alcuni studi recenti «indurrebbero a ridimensionare il ruolo di Bea, individuando piuttosto in Vosté il principale collaboratore dell’Enciclica [Divino Afflante, ndr]» (cit., p. 54).

Ciononostante, quel che è certo è l’emergere «con evidenza la rilevante influenza che attraverso la figura di Bea lo stesso Pontificio Istituto Biblico ebbe l’opportunità di rivestire all’interno della Curia romana, influenza che non diminuì con le dimissioni del Rettore [Bea, nel 1949, ndr], che rimase comunque Consultore della Pontificia Commissione Biblica per un ulteriore decennio» (S. Marotta, cit., p. 62).

 

Il “cavallo di Ulisse” entra a Troia

Dopo la nomina al Sant’Uffizio, la presenza di Bea al Biblico come insegnante si ridusse notevolmente; infatti, ciò che premeva di più al gesuita tedesco era la sua presenza (molto attivamente discreta) nella Curia vaticana e specialmente alla Suprema Congregazione, dalla quale avrebbe potuto far passare alcune “novità” ben mascherate da “continuità” e stoppare alcune condanne del Sant’Uffizio, che avrebbero potuto rallentare eccessivamente l’«aggiornamento» teologico ed esegetico.

Sappiamo che Bea nel 1917 si trovava in una casa dei gesuiti di Monaco di Baviera ove poté conoscere di persona il Nunzio Apostolico, che allora era monsignor Eugenio Pacelli (cfr. A. Bea, What I Have Learned: Paths to Ecumenism, in “The Saturday Review”, 8 luglio 1967, pp. 8-11). Pacelli fu Nunzio in Germania dall’aprile del 1917 al dicembre del 1929, dal 1917 al 1925 rimase a Monaco quale Nunzio di Baviera, dal 1925 al 1929 si trasferì a Berlino in qualità di Nunzio di Prussia.

Bea aveva soprattutto le qualità dell’organizzatore più che dello studioso (come lui stesso disse a Monsignor Spadafora, il quale si fidava di Bea almeno sino al 1959, quando iniziò a gettare la maschera), fu così che il Generale della Compagnia di Gesù nel 1924 lo chiamò a Roma al PIB. Dal PIB nel 1925 le notevoli capacità esecutive di Bea furono notate in Vaticano e fu chiamato nel 1925 alla Congregazione dei Seminari e delle Università; di lì pian piano entrò in molte altre Congregazioni tra cui la Suprema, nel 1949.

In realtà il Sant’Uffizio aveva iniziato a servirsi dei pareri di Bea già sin dal 1925, in occasione (… pensate un po’) della preparazione dell’Enciclica Mortalium animos (promulgata poi il 6 gennaio del 1928), la quale condannava in blocco e radicalmente il … movimento ecumenista allora agli albori… decisamente Bea ha saputo nascondersi bene (“latet in herba anguis”); infatti, è partito, nel 1925, partecipando materialmente alla condanna dell’ecumenismo ed è arrivato a essere il campione del pan/ecumenismo (1959) e infine a far approvare Nostra aetate e Dignitatis humanae personae nel 1965….

Bea inizialmente (1925) fungeva da perito cui richiedere consulenze riguardo alla messa all’Indice di opere soprattutto esegetiche.

Nel prossimo articolo vedremo le gesta di Bea che già nel 1949 cercava (molto prudentemente e senza dar nell’occhio) di porre ostacoli alla promulgazione del Dogma dell’Assunzione di Maria SS. in Cielo… come dichiarò in una lunga e interessante intervista il cardinale Alfredo Ottaviani, ma… il séguito alla prossima puntata …

Curzio Nitoglia

Fine della Quinta Puntata

…(…continua…)…


Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta

Parte quinta


 

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