Il vero volto del cardinale Agostino Bea, “ecumenista” anche prima del Concilio Vaticano II (Parte Seconda) ~ L’«enigma Bea» secondo monsignor Spadafora

Il Vero volto del cardinale Agostino Bea:

“ecumenista” anche prima del Concilio vaticano II

(Parte Seconda)

L’«enigma Bea»

secondo monsignor Spadafora

Prologo

Monsignor Francesco Spadafora è stato allievo del Pontificio Istituto Biblico (PIB) dal 1936 al 1939. Egli fu allievo di Bea (che insegnava al PIB sin dal 1924, divenendone poi Rettore nel 1930 e restando in carica fino al 1949), col quale – assieme a padre Alberto Vaccari (1875 – 1965) come correlatore – discusse anche la sua Tesi di laurea in Scienze bibliche nel ‘39.

Monsignor Spadafora (mancato il 10 marzo 1997) ha scritto molti articoli su Bea e sul Pontificio Istituto Biblico, soprattutto sulla rivista antimodernista “sì sì no no” dal 1994 al 1995. Questi articoli sono stati ripresi e raccolti in un libro intitolato La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, pubblicato a Sion, in Svizzera, dall’Editore “Les Amis de saint François de Sales”, nel 1996.

Dallo studio attento di questi articoli di monsignor Spadafora si ottiene un quadro sull’attività di Bea (specialmente in campo esegetico) già prima del Concilio (addirittura sin dalla fine degli anni Trenta), che integra quello datoci dal libro della dottoressa Saretta Marotta riguardo all’impegno pan/ecumenista di Bea a partire dal 1949.

 

La Pontificia Commissione Biblica dal 1902 al 1937

Monsignor Spadafora spiega che papa Leone XIII istituì la Pontificia Commissione Biblica, il 30 ottobre del 1902, per difendere i princìpi dogmatici che regolano la materia biblica, onde salvaguardare la verità della fede rivelata, avendo la suddetta Commissione ricevuto dal Papa, l’autorità di dirimere le controversie tra gli esegeti cattolici su questioni bibliche di particolare gravità (cfr. F. Spadafora, La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, cit., pp. 39-40).

Tuttavia, Spadafora specifica che già a partire dal 1937, la Pontificia Commissione Biblica, sotto la prefettura del cardinale Eugenio Tisserant (apertamente progressista), avesse iniziato a non condannare più le deviazioni esegetiche modernistiche, anche se avesse atteso solo il 1949 per cominciare – con molta cautela – a scrivere malamente in senso prima modernizzante e poi, man mano, sempre più chiaramente modernista (cit., p. 54).

 

La PCB dal 1937 al 1948

Infatti, i Decreti della Pontificia Commissione Biblica (d’ora innanzi: PCB) sino al 1937 erano di una chiarezza cristallina (ivi); invece dal 1937 al 1948 predominava il silenzio riguardo agli errori esegetici.

 

La PCB dal 1948 al 1958

Il primo atto della gestione modernizzante del cardinal Tisserant fu la pubblicazione, nel 1948, di un documento di risposta della PCB al cardinal Suhard, arcivescovo di Parigi, il quale nel 1946 aveva scritto una Lettera pastorale alla sua diocesi intitolata Agonia della Chiesa, in cui chiedeva al cardinal Tisserant di abolire due decreti della PCB, il primo del 1906 sull’autenticità mosaica del Pentateuco e il secondo del 1909 sulla storicità dei primi undici capitoli della Genesi. La risposta del Tisserant, assai prolissa e volutamente approssimativa (per insegnare delle novità senza essere apertamente condannabile), asseriva che non si poteva negare ma neppure affermare in blocco la storicità della composizione del Pentateuco da parte di Mosè né della realtà storica dei primi undici capitoli della Genesi.

La fraseologia del Tisserant era volutamente ambivalente e soggetta a duplice interpretazione; infatti, in quegli anni non si poteva ancora affermare chiaramente l’errore senza essere condannati; perciò, si usava l’ambivalenza per esplicitare, poi, in tempi più propizi (dopo la tanto attesa morte di Pio XII), il significato ereticale; proprio come è stato fatto con i Decreti del Concilio Vaticano II, che sono stati redatti almeno ambivalentemente e poi esplicitati modernisticamente.

Infatti, i progressisti esultarono dicendo che la risposta del Tisserant negava ogni valore storico del Pentateuco attribuito a Mosè e dei primi 11 capitoli della Genesi; invece i tradizionalisti dicevano che essa in parte lo ribadiva come, parzialmente pure, in parte rispettava i decreti del 1906 e 1909 della PCB. In effetti, la risposta sibillina del cardinale francese era suscettibile di due interpretazioni e purtroppo anche di quella eterodossa, che era proprio quella voluta e che poi sarebbe diventata quella, se non ufficiale, almeno ufficiosa.

Tuttavia, papa Pacelli intervenne con l’Enciclica Humani generis del 12 agosto 1950 in cui, tra l’altro, condannò anche la lettera di Tisserant a Suhard e ribadì il valore storico del Pentateuco e della Genesi come erano stati insegnati dalla PCB nel 1906 e 1909.

I modernisti accusarono il colpo, ma – nell’immediato – s’immersero nel silenzio come un sottomarino e – nel 1954 – tornarono all’assalto poiché la PCB chiese, in un suo decreto, nuovamente di dichiarare superati i decreti del 1906 e 1909. I cardinali Pizzardo e Ruffini, che facevano parte della PCB bocciarono la proposta; mentre il prefetto della PCB (Tisserant) la appoggiava.

Insomma, si cominciava a intravedere uno strano clima persino in alcuni ambienti di Roma (soprattutto il PIB, la PCB, la Gregoriana e i Gesuiti in genere, tranne qualche eccezione) già da allora; infatti, se nel 1937 la PCB di Roma taceva, a partire dal 1948 la medesima Commissione straparlava; insomma, erano le avvisaglie della Rivoluzione conciliare, la quale aspettava solo la morte di Pio XII per sferrare l’assalto finale alla Chiesa romana.

A partire dal 1954, si cominciò a insegnare, da parte progressista, ma apertamente e senza doversi più nascondere, che i decreti della PCB avessero valore magisteriale solo se parlavano di questioni di fede e di morale, mentre in questioni d’ordine storico o critico erano soltanto opinioni personali dei docenti della PCB. Giustamente monsignor Spadafora (p. 59) parla di “confusione babelica” nella PCB di Roma e di “implicito seppellimento dei decreti della PCB anteriori al 1948” (ivi).

Quel che stupisce e addolora è il fatto che dal 1937, in tanta confusione esegetica, la PCB non sia mai intervenuta; anzi, inizialmente abbia taciuto e con il 1948 abbia iniziato a stonare fortemente, anche se vi furono delle sane reazioni da parte di non pochi esegeti e cardinali (soprattutto Pizzardo, Ruffini appoggiati da Ottaviani al Sant’Uffizio), sostenuti da Pio XII.

Si formò, perciò, un fronte alternativo o un “contraltare” per combattere i modernisti infiltratisi nella PCB e questo fu la Pontificia Università Lateranense, diretta da Monsignor Antonio Piolanti.

 

… Frattanto Bea …

Il lettore mi perdonerà la digressione, ma essa era necessaria per vedere cosa stesse facendo allora Bea, che sin dal 1924 si trovava a insegnare al Pontificio Istituto Biblico (d’ora innanzi PIB), che formava un’anima e un cuore soli con la PCB.

Spadafora ci spiega bene ogni minimo dettaglio. Infatti, nel 1959 uscì la Vita di Gesù di Jean Steinmann (1911 – 1963), che era stata messa all’Indice dal Sant’Uffizio, ma che era stata lodata dalla Revue biblique e aveva ricevuto l’imprimatur dalla Curia parigina. Ora il cardinal Bea fece pressione perché la condanna fosse edulcorata e praticamente sepolta come pure intervenne a favore della Introduction à la Bible di Robert Feuillet del 1957, la quale stava per essere condannata ma non lo fu proprio grazie a Bea. Assieme a Bea anche Tisserant difese le due opere modernistiche.

Spadafora commenta che il silenzio della PCB diretta dal Tisserant e l’appoggio dato da Bea (allora ancora con molta discrezione) al nuovo corso hanno contribuito al persistere di tendenze modernistiche nel PIB e nella PCB anche dopo la condanna della Humani generis. Perciò il ruolo pacatamente modernizzante di Bea in campo esegetico, sin dagli anni Quaranta, è innegabile.

Inoltre monsignor Spadafora (cit., p. 63) mostra che, se la PCB (fondata da Leone XIII nel 1902) ha iniziato a tacere e ad acconsentire alle tesi moderniste sin dal 1937, il PIB (fondato da San Pio X nel 1907) iniziò a deviare “soltanto” nel 1948.

Bea aveva lavorato al PIB sino al 1948, gli succedette padre Ernst Vogt (1903 – 1984) e con lui i segni della demolizione apparvero chiari. Bea, infatti, aveva mantenuto le apparenze di esegeta fedele al Magistero e alle dichiarazioni della PCB del 1906 e 1909, tanto da apparire in pubblico come un conservatore ancora legato alle vecchie dottrine pacelliane, ma la realtà non era questa; anzi egli si servì di queste sue apparenze conservatrici per ingannare quell’ala (maggioritaria) dell’Episcopato che era antimodernista e farle accettare le novità, presentate sotto apparenza di continuità con la Tradizione, soprattutto grazie all’appoggio datogli da Giovanni XXIII.

Monsignor Spadafora fa, quindi, un elenco cronologico delle tappe della sovversione esegetica in quello che chiama “l’infausto decennio”.

Nel 1955 il cardinal Tisserant (Presidente della PCB) tentò di far dichiarare sorpassati i decreti contro il modernismo biblico emessi dalla PCB nel 1906 e 1909. Nel 1956, una volta che il tentativo di Tisserant era stato respinto dai cardinali Ruffini e Pizzardo, si ricorse all’espediente di far pubblicare due articoli sostanzialmente identici al documento bocciato (redatto da Tisserant) a firma di padre Miller e di padre Kleinhans, rispettivamente Segretario e Sottosegretario della PCB sul valore storicamente sorpassato dei due Decreti della PCB del 1906 e 1909, negando così, praticamente, il valore storico del Pentateuco mosaico e dei primi 11 capitoli della Genesi. Quindi, i modernisti con a capo il Rettore del PIB padre Ernest Vogt conclusero sofisticamente che i Decreti della PCB, non avendo attinenza con il dogma, non obbligassero l’esegeta cattolico.

Nel 1957 apparve il 1° volume di Introduction à la Bible di A. Roberts e A. Feuillet (Tournai, Desclèes) in cui si negava l’inerranza e l’ispirazione biblica. Ora, Spadafora ci spiega che il parafulmine che impedì la condanna di quest’opera (che già era stata decisa dal Sant’Uffizio) fu proprio padre Bea, il quale per di più rimproverò personalmente monsignor Spadafora di essere andato “con leggerezza a denunciare al Sant’Uffizio tale opera” (La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, p. 83).

 

La PCB dopo la morte di Pio XII (1958)

Infine, con la morte di Pio XII gli esegeti modernisti iniziarono a giocare a carte scoperte e non ebbero più bisogno di nascondersi. Infatti, nella Commissione preparatoria, durante la stesura dei Decreti del Concilio Vaticano II, padre Ernst Vogt formulò delle istanze (datate 24 aprile 1960) che negavano i due dogmi rivelati e definiti della storicità e dell’inerranza dei Vangeli.

Oramai il PIB, scavalcando a “sinistra” la PCB, iniziava apertamente e non più solo occultamente a negare le verità di fede e a voler che tali negazioni eretiche fossero pubblicamente promulgate e approvate dalla PCB di Roma. Contro tali manovre moderniste intervenne monsignor Antonino Romeo con lo studio L’Enciclica “Divino Afflante Spiritu” e le “Opiniones novae” (Divinitas, n. 4, 1960, pp. 387– 456), che confutava mirabilmente lo scritto di padre Vogt e provava come suo intento fosse quello d’introdurre a Roma una “Nuova Esegesi” puramente storico/filologica, senza nessun riferimento alla Tradizione patristica e al Magistero della Chiesa.

Anche Monsignor Spadafora scese in campo con un opuscolo intitolato: Rm., V, 12: esegesi e riflessi dogmatici (Divinitas 4, 1960, 289-298), in cui ripresentava due saggi (titolati, La Critica e gli Evangeli) pubblicati tre anni prima su “Settimana del clero” (22 e 29 novembre 1959), impugnando l’esegesi ereticale dell’Epistola di San Paolo ai Romani (V, 12) avanzata dal gesuita Stanislao Lyonnet. Secondo questa esegesi ereticale, il testo paolino: “Tutti muoiono perché tutti han peccato” deve intendersi non del peccato originale, come implicitamente definito dal Concilio di Trento in ben due canoni (II e IV sul peccato originale), ma, bensì, dei peccati personali di ciascuno.

Monsignor Spadafora, nell’articolo Rm., V, 12: esegesi e riflessi dogmatici (Divinitas 4, 1960, 289-298), dimostrò che il gesuita Lyonnet, oltre ad addurre inconsistenti argomenti filologici, non teneva in nessun conto il Magistero infallibile della Chiesa e richiamò l’attenzione sul dovere dell’esegeta cattolico di tener sempre presente il Magistero della Chiesa allorché questa ha dato l’interpretazione autentica di un testo attinente anche indirettamente al dogma.

Nel conflitto, che si configurava gravissimo, anche perché coinvolgeva la Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università (monsignor Romeo), la Pontificia Università Lateranense (monsignor Spadafora) e il Pontificio Istituto Biblico (padre Stanislao Lyonnet), intervenne il Sant’Uffizio che nel 1961, dopo approfondito esame, sentite le due parti, condannò il gesuita Lyonnet e il suo confratello Zerwick allontanandoli da Roma e dall’insegnamento.

 

La PCB dopo la morte di Giovanni XXIII (1963)

Due anni dopo, però, Paolo VI, appena fu eletto, richiamò a Roma gli “esiliati” e li reintegrò nell’insegnamento al Biblico, senza altra ragione che il suo personale filo/modernismo e senza nessuna ritrattazione da parte loro. Fu il tacito avallo dato da papa Montini alla “Nuova Esegesi” modernistico-razionalista, con il conseguente trionfo dei biblisti “novatori”. Da allora l’interpretazione ereticale di Rm., V, 12 propugnata dal Lyonnet ha tenuto il campo.

Insomma, era iniziata la lotta “fronte a fronte” tra gli esegeti e i teologi cattolici della Lateranense contro i modernisti del Biblicum, che continuarono a battagliare durante tutto il corso del Concilio Vaticano II. Da questa lotta si evinse anche quella che Spadafora qualifica come “diarchia romana”; ossia, da una parte il Sant’Uffizio (con il cardinale Ottaviani) e dall’altra la PCB (con Bea ancora non pienamente svelatosi e Tisserant dichiaratamente modernista). Purtroppo con la morte di Pio XII, papa Roncalli si schierò apertamente con Bea e la PCB, contro Ottaviani e il Sant’Uffizio. Questa “diarchia” (come dimostra monsignor Spadafora) era nata occultamente già nel 1937 ed era divenuta abbastanza aperta nel 1949 per diventare infine totalmente esplicita nel 1958/59.

Padre Zerwick e Lyonnet che avevano insegnato la non storicità e inerranza della S. Scrittura erano difesi da Tisserant e da Bea, mentre Spadafora e Romeo lo erano dai Ottaviani, Ruffini, Pizzardo e da monsignor Antonio Piolanti, il Rettore della Lateranense.

Riguardo alla reintegrazione a Roma dei due gesuiti Zerwick e Lyonnet Spadafora non esita di parlare di un “primo colpo inferto al Sant’Uffizio” (F. Spadafora, La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, p. 114). Il quotidiano torinese La Stampa (24. VII. 1964) scrisse: “È il trionfo di Bea su Ottaviani” e Spadafora commenta: “Più esattamente fu il trionfo del neo/modernismo del PIB sull’ortodossia cattolica difesa dal Sant’Uffizio” (F. Spadafora, cit., p. 115).

Tuttavia, tutto ciò era solo l’inizio dei dolori; infatti, nel 1962 il cardinal Ottaviani mostrò a Spadafora (cit., p. 118-119) un dattiloscritto del cardinal Tisserant, che – appoggiato dal cardinal Bea – proponeva di far varare dai membri della PCB la teoria della “Critica storica” (in tedesco “Formengeschichte”), la quale però nega a priori la storicità dei Vangeli e la loro ispirazione divina con la conseguente inerranza.

Vi fu una reazione fulminea di Ottaviani (del Sant’Uffizio) e dei cardinali, Ruffini e Pizzardo (della PCB) che riuscirono a bloccare il “piano Tisserant & Bea”. Ora, come si vede, il ruolo di Bea, man mano che passavano gli anni, si palesava sempre più apertamente modernizzante e persino modernista.

Tuttavia, monsignor Spadafora annota tristemente (cit., p. 119) che il “piano Bea & Tisserant”, essendo fallito nel 1962, andò però in porto nel 1964 quando Paolo VI appoggiò totalmente Bea e fu così che il testo bocciato nel 1962 divenne l’Istruzione Sancta Mater Ecclesia del 21 aprile 1964, la quale influenzò la Costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano II (18 novembre 1965) ed è tutt’ora la pezza d’appoggio o il cavallo di battaglia della “Nuova Esegesi”.

Bea era stato nominato da Paolo VI, nel settembre del 1963, membro del Sant’Uffizio; il quotidiano torinese La Stampa del 24 luglio 1964 commentò: “Accanto alla tendenza tradizionalista impersonata da Ottaviani era rappresentata nella massima Congregazione del Sant’Uffizio anche la tendenza progressista e innovatrice. Inoltre, il cardinal Bea, è il solo esegeta che faccia parte del Sant’Uffizio”, riprendendo l’accusa mossa dal Biblico al Sant’Uffizio d’incompetenza esegetica.

Come si vede, il ruolo di Bea diventava sempre più chiaramente e apertamente modernista. Inoltre Paolo VI, nel 1964, chiamò a far parte della PCB per rafforzarne l’ala progressista, i cardinali Alfrink e Koenig, oramai il Reno inquinava quasi totalmente il Tevere. In pratica anche in altissimis locis si negava, almeno implicitamente, la storicità dei Vangeli e la loro ispirazione divina.

La teoria della “Storia critica delle forme” sorta in Germania, negli ambienti del razionalismo luterano tra il 1919 e il 1922 con Bultmann, entrando a Roma – nella PCB – si gettava nel Tevere e lo inquinava alla grande.

Nonostante questa vittoria schiacciante del modernismo esegetico persino a Roma, Bea mantenne sempre un’attitudine di radicale duplicità, secondo il piano ben studiato e rodato del cosiddetto “enigma Bea”; infatti, pur avendo favorito l’ala progressista scrisse un libro, La storicità dei Vangeli (Brescia, 1964), in cui ribadiva la dottrina tradizionale, negata dalla “storia delle forme” da lui steso sostenuta. Come si vede Bea è volutamente e scientemente “un enigma avvolto nel mistero”.

Come spiega San Pio X, il modernista non vuole lasciare la Chiesa, ma cambiarla dal didentro e per fare ciò deve agire occultamente e, possibilmente, scalarne il vertice. Perciò, più che di “enigma Bea” occorrerebbe parlare di “Bea volutamente enigmatico”.

Durante i lavori conciliari Bea fu di un’aggressività filomodernista e antiromana feroce, non solo per quanto riguarda l’ecumenismo e il filo/giudaismo, ma anche in tema esegetico.

Monsignor Spadafora (cit., p. 156), cita il Diario di padre Congar (al 9 novembre 1961), in cui il domenicano francese scriveva: “Il cardinal Léger è molto severo per gli schemi dottrinali [preparati dal Sant’Uffizio nel 1960, ndr] ed è deciso a farli scartare puramente e semplicemente. Il cardinal Bea è ancora più deciso e pronto, a questo scopo, a mettere a repentaglio la sua vita e la sua porpora…”. Insomma, Bea mostrava sempre di più il suo vero volto, ma certe volte per convenienza puramente tattica lo nascondeva re/indossando i panni dell’esegeta conservatore e pacelliano, secondo la tattica dei “due passi avanti e uno indietro”.

Infine, il 14 novembre 1962, durante le discussioni conciliari, il cardinale Ottaviani presentò lo schema sulle Fonti della Rivelazione (Tradizione e Scrittura), ma la reazione modernista fu rabbiosa: «“Questo schema non placet”, ripetevano uno dopo l’altro i cardinali dell’Alleanza Europea, da Alfrink a Bea» (F. Spadafora, cit., p. 159).

Fu così che Giovanni XXIII, appoggiando Bea e compagni, decise di far rifare lo schema sulla Rivelazione dal Segretariato per l’unità dei Cristiani presieduto da Bea, togliendolo al Sant’Uffizio e ne uscì la Dei Verbum, la quale parlava (come il Luteranesimo) di un’unica fonte della Rivelazione: la Santa Scrittura, tacendo sull’esistenza della seconda fonte, ossia la Tradizione.

Spadafora commenta: “Era la terza vittoria. La vittoria decisiva dei modernisti: tutto il lavoro biennale della fase preparatoria veniva così cestinato e, con esso, la dottrina cattolica esposta nella sua integrità con precisione e chiarezza” (cit., p. 159).

Spadafora ha parlato di “Alleanza Europea”, ma cos’era esattamente quest’Alleanza? Egli lo spiega a pagina 173 del libro che raccoglie i suoi articoli apparsi su “sì sì no no” e particolarmente quello del numero del 15 settembre 1994, in cui scriveva: «Tra gli esponenti di questa “Alleanza Europea” c’era anche il gesuita Agostino Bea, del PIB, il quale si dichiarava ben deciso a mettere a repentaglio la sua vita e la sua porpora per far respingere lo schema sulle Fonti della Rivelazione… e qui dobbiamo fermarci un po’ su quello che dagli stessi modernisti è stato chiamato “l’enigma Bea”» (cit., p. 173).

 

“L’enigma Bea”

Spadafora spiega che l’enigma del cardinale tedesco consiste proprio nel fatto che, se da una parte Bea fece passare la dottrina ereticale della “critica storica delle forme”, la quale negava la storicità dei Vangeli, l’ispirazione e l’inerranza della S. Scrittura; dall’altro lato – e contemporaneamente – pubblicò un suo studio (A. Bea, La storicità dei Vangeli, Brescia, Morcelliana, 1964) in cui riaffermava la dottrina tradizionale della Chiesa che insegnava tutto ciò che la “storia delle forme” negava.

Come si vede l’enigma era voluto e studiato da Bea per gettare polvere negli occhi e ingannare i fedeli e anche i Pastori i quali non riuscivano a capacitarsi dell’inversione a “u” fatta dal vecchio confessore di Pio XII da qualche anno a quella parte, facendo loro credere che nulla era cambiato, mentre in realtà tutto era stato trasformato (F. Spadafora, La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, cit., pp. 174-177).

Parafrasando il Gattopardo si potrebbe dire: “Bisogna che tutto sembri essere come prima, affinché tutto possa essere cambiato”…

Questa tattica depistatrice Bea l’ha continuata durante tutta la sua vita; infatti, appena un anno prima di morire egli scrisse un commento (La parola di Dio e l’umanità, Assisi, Cittadella, 1967) alla Costituzione conciliare Dei Verbum redatta dalla PCB sulla Sacra Rivelazione, in cui prese posizione contro una cosiddetta errata interpretazione della Dei Verbum e difese l’interpretazione tradizionale, che pur lui stesso aveva fatto affossare.

Spadafora (cit., p. 199) scrive che in quel libro “Bea si sforza di dimostrare che il Concilio riafferma inequivocabilmente l’origine apostolica dei Vangeli e la loro piena storicità”. Quindi, monsignor Spadafora conclude che l’operazione di Bea ante mortem equivale a «una vera quadratura del cerchio, dato che il metodo della “Storia delle forme” parte come presupposto della negazione della storicità dei detti e fatti di Gesù tramandatici dai Vangeli» (cit., p. 201).

La medesima tattica, sotto il nome di “Ermeneutica della continuità”, fu portata avanti da Ratzinger come cardinale e poi anche come Pontefice, divenendo allora il suo “cavallo di battaglia”.

Insomma, da una parte Bea affermava la chimera della conciliabilità della Formengeschichte con la dottrina cattolica; mentre durante il Concilio (e anche prima di esso), il medesimo cardinale Bea, si era speso per convincere i Padri conciliari che nella Formengeschichte tanto criticata dal Sant’Uffizio vi erano degli elementi buoni e validi (F. Spadafora, cit., p. 202).

 

Conclusione

Gli scritti di monsignor Spadafora gettano una luce assai forte sul cosiddetto “enigma Bea” e ci fanno vedere che il cardinale tedesco volle essere scientemente enigmatico per confondere le acque e depistare la maggioranza dei Vescovi che avrebbero potuto reagire alle novità del Vaticano II, se non fossero state presentate sotto apparenza di “continuità e non di rottura con la Tradizione”.

Questi scritti trattano soprattutto le deviazioni moderatamente modernistiche di Bea in campo biblico.

Nel prossimo articolo tornerò al libro di Saretta Marotta per trattare quelle in campo ecumenista.

Infine vedremo quelle filo/giudaizzanti.

Curzio Nitoglia

Fine della Seconda Puntata

…(…continua…)…

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