LE DISCEPOLE DEL CENACOLO, VELLETRI (ROMA)

L’amore fraterno nella vita religiosa viene prima dei voti di ubbidienza, povertà e castità: quando non esiste la carità si è fuori del regno di Dio” (don Francesco Maria Putti).

UN PO’ DI STORIA

Il 10 aprile 1965, don Francesco Maria Putti, sacerdote romano (1909 – 1984) e figlio spirituale amatissimo di padre Pio da Pietrelcina, che dopo l’ordinazione sacerdotale si era dedicato soprattutto all’«apostolato del confessionale», indirizzò un pro-Memoria al Vicario Generale di Salerno in cui tra l’altro scriveva: “Nello svolgere il mio ministero ho avuto modo di conoscere e guidare delle giovani studentesse di scuole medie superiori, diplomate, universitarie e laureate. Alcune di esse hanno domandato di poter indirizzare la propria vita, dedicandola al Signore, verso un apostolato di preghiera e di azione […] che possa giovare alla Chiesa. Dopo molte riflessioni e aver preso consiglio, vagliata l’esistenza di una comune aspirazione, è stata fatta la scelta di un gruppo ristretto di giovani […]. Il fine generale di tale comunità è procurare l’avvento del Regno di Dio e la santificazione delle proprie aderenti: è ottenere, attraverso la Comunione dei Santi, l’apostolato santo dei Ministri di Dio e la conversione dei peccatori. Il fine speciale è l’esercizio di qualsiasi attività che cooperi al fine generale con la preghiera, l’azione e il sacrificio in un Cenacolo di Riparazione”.

 

Già da tempo il cuore sacerdotale di don Putti aspirava ad adunare delle anime che accettassero “di vivere con Cristo e di morire in croce con Cristo” nell’obbedienza, povertà, castità, convivenza, operosità, per ottenere l’apostolato santo dei ministri di Dio, perché – diceva don Putti – “se ogni sacerdote avesse un’altra persona che per lui e per il suo apostolato vivesse di preghiera e di sacrificio, sicuramente si otterrebbero migliori frutti degli attuali”.

 

Nel giugno dello stesso anno 1965 un’anziana signorina di Salerno fu incaricata da don Putti di prendere in fitto un appartamento dove alloggiarono le prime quattro suore. Ben presto l’Arcivescovo di Salerno diede loro una grande casa nei pressi di quella città e don Putti stese una bozza di statuto che il 21 novembre 1966 inviò all’Arcivescovo comunicandogli che, nonostante le molte difficoltà, le vocazioni erano già dieci. Nacquero così, proprio mentre iniziava il disastroso postconcilio, le “Discepole del Cenacolo”, il cui nome è tratto dagli Atti degli Apostoli 11.14: “Essi (gli Apostoli nel Cenacolo) perseveravano concordi nella preghiera assieme alle donne e con Maria, Madre di Gesù”.

 

Le prime giovani suore erano quasi tutte diplomate o laureate e tutte insegnavano nelle scuole statali. Il loro insegnamento sosteneva la piccola comunità ed era una forma subordinata di apostolato. Lasciate le rispettive famiglie, esse sotto la guida del loro Fondatore, che le ha dirette e formate per diversi anni fino alla sua morte (21 dicembre 1984, Velletri, via Madonna degli Angeli, n. 78, allora n. 14), perfezionarono la loro consacrazione al Signore, unendo la vita contemplativa alla vita attiva. Nei loro familiari dominava per lo più incomprensione per la risoluzione improvvisa che sembrava quasi un’avventura, un salto verso l’incerto da una posizione già fruttuosa e sicura, ma la comunità continuò la sua strada, felice di servire quel Dio crocifisso, che le aveva chiamate alla Sua sequela.

 

 

LA PATERNA BENEDIZIONE DI UN SANTO

Nelle vacanze estive ed ogni qualvolta era possibile, le Discepole andavano a San Giovanni Rotondo per nutrire il loro spirito vicino a padre Pio, che le aveva tutte confermate nella loro vocazione. Qualcuna di esse aveva conosciuto ed era stata diretta spiritualmente da don Dolindo Ruotolo di Napoli.

 

A tal fine esse avevano in fitto permanente una casetta nei pressi del convento e vi ospitavano gratuitamente anche altre giovani. Tale ospitalità gratuita aveva ed avrà gran parte nell’apostolato delle Discepole del Cenacolo. Don Putti volle che le Discepole vivessero il più a lungo possibile a San Giovanni Rotondo, onde giovarsi dell’esempio di vita di padre Pio, dei suoi meriti, della sua confessione e dei suoi consigli. Da padre Pio e da don Francesco le Discepole del Cenacolo hanno appreso ad amare il Santo Sacrificio dell’Altare: esse assistono a tutte le S. Messe che, oltre quella comunitaria, vengono celebrate nella loro Casa e non perdono occasione per moltiplicare la loro partecipazione alla Santa Messa. Seguendo l’insegnamento e le direttive del loro Fondatore, sono rimaste fedeli alla liturgia tradizionale.

 

 

PRIME DIFFICOLTÀ

A Salerno la vita della comunità scorreva tranquilla e serena anche nei rapporti con l’Arcivescovo, ma ben presto una nube ruppe l’armonia: i familiari, piuttosto influenti, di una giovane professoressa divenuta membro del piccolo gregge, dopo aver cercato invano di riaverla a casa, si rivolsero all’Arcivescovo che tentò, con vari mezzi, di forzare don Putti a rimandare la giovane suora, ma questi difese la santa libertà di quell’anima fermamente decisa a seguire la chiamata del Signore, che le era stata assicurata con certezza da padre Pio.

 

Don Putti informò le suore della difficoltà insorte nei rapporti con l’Arcivescovo, espose i motivi che consigliavano il trasferimento altrove e propose la scelta tra Roma e Firenze. Fu preferita Roma. La prima tappa della piccola carovana (seconda metà del 1968) fu Grottaferrata dove si sostò per un anno. Quindi due anni circa a Frascati, dove si era ottenuto dal card. Alfredo Ottaviani una bella dimora accanto alla colonia per orfanelle intestata al card. Borgoncini-Duca. Successivamente si prese in fitto dai padri Stimmatini (grazie all’interessamento  di padre Cornelio Fabro) la loro tenuta a Grottaferrata in via Anagnina, dove il “piccolo gregge” si trasferì nel 1971 e dove rimase fino al 1983 quando i proprietari preferirono vender tutto al proprietario del vicino albergo-ristorante perché “sì sì no no” aveva pubblicato la famosa “Lista Pecorelli” contenente i nomi dei Prelati appartenenti alla massoneria ed aveva irritato parecchie personalità del Vaticano. Don Francesco, avvertendo prossima la sua fine, volle affrettare l’acquisto di una casa. Soldi non ce n’erano, ma la Provvidenza premiò l’incrollabile fiducia del Fondatore: il contributo di un Monsignore, insigne benefattore, permise l’acquisto dell’attuale casa a Velletri, completata poi il 4 ottobre 1984, festa di San Francesco, con l’acquisto di un terreno attiguo dove fu ristrutturato un villino ad uso dei sacerdoti che assistono la comunità e dove oggi vive l’attuale cappellano delle suore, don Curzio Nitoglia.

 

MORTE DEL FONDATORE

Lo stesso anno (21 dicembre 1984) morì don Putti, tranquillo per aver sistemato le sue suore sia materialmente che spiritualmente. Lasciava, infatti, nella Regola il suo testamento di fede e di amore ed un antidoto contro l’attuale inganno di «un falso Cristianesimo, tutto facile e privo di sacrificio», mentre «l’essenza del Cristianesimo è e rimarrà sempre la salvezza attraverso la Croce» che, sola, apre la via dell’amore soprannaturale e senza la quale «non esiste vita cristiana e tanto meno vita da religiosa». Don Putti lasciava alle sue suore anche l’apostolato di sì no no, che egli aveva iniziato fin dal 1975, allorché, rientrando nella sua Roma a distanza di anni e trovandola invasa dal modernismo, aveva tenacemente voluto quel periodico (prima mensile e poi quindicinale) per arginare in qualche modo «l’espandersi del deserto dell’autentica Fede sia in chi deve insegnarla sia in chi deve assimilarla». A tal fine sì sì no no si era assunto «il compito ingrato di andare controcorrente […] dicendo “sì” a quanto è conforme alla Fede cattolica trasmessa dagli Apostoli […] e dicendo “no” senza mezzi termini a quanto pretende di soppiantarla» (Editoriale del primo numero di sì sì no no). Fu così che negli anni ’80 le suore incominciarono a lasciare l’insegnamento per poter meglio coadiuvare don Putti nel suo apostolato di sì sì no no.

 

Dopo la morte di don Putti, la comunità fu assistita spiritualmente dai sacerdoti della Fraternità San Pio X e da mons. Francesco Spadafora, insigne esegeta e professore all’Università Pontificia del Laterano, che si stabilì presso le Discepole, restando con loro fino alla sua morte, avvenuta nel 1997. Mons. Spadafora fu per le Discepole come un padre, sempre pronto a secondarle nei loro desideri e fu, inoltre, un validissimo aiuto per sì sì no no.

 

IL “PICCOLO GREGGE” CRESCE

Nonostante varie giovani, in cerca di vocazione, visitassero la comunità, non vi fu nessun nuovo ingresso fino al 1993. Nel 1993 bussò alla porta del convento una signorina inglese e, dopo di lei, altre vocazioni arrivarono dall’Italia, dall’Australia, dalle Filippine, dal Gabon, dall’Irlanda, dall’Inghilterra e dal Messico.

 

Questa in breve la semplice storia delle Discepole del Cenacolo, sempre “piccolo gregge”, ma sempre desiderose di difendere la Santa Madre Chiesa e di consolare con la preghiera, l’apostolato, il lavoro e il sacrificio il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria, tanto offesi oggi dai peccati dell’umanità e specie dalle infedeltà e dalle irriverenze dei consacrati.

 

Il fondatore scelse per loro la denominazione distintiva di “Discepole del Cenacolo”, nella quale egli volle, con profondo senso teologico, richiamare l’essenza del Cattolicesimo, il cuore della Chiesa: il santo sacrificio della Messa, istituito insieme col sacerdozio appunto nel Cenacolo dove, con la discesa dello Spirito Santo, si ebbe anche l’aurora straordinaria della Chiesa con Maria Santissima e gli Apostoli. Don Putti, pertanto, volle che le sue religiose, come già le pie donne (v. Atti, I, 14), con Maria Santissima e gli Apostoli, meditassero, amassero e partecipassero al mistero d’amore del Calvario, rinnovato misticamente, ma realmente sui nostri altari nella celebrazione della Santa Messa, ed amassero e si sacrificassero per la santa Chiesa, per i sacerdoti in particolare sotto la protezione del principe degli Apostoli, San Pietro, il primo Papa. Volle che si unissero alla Passione redentrice del Signore, come la Vergine benedetta sul Calvario, perché solo cosi è fecondo l’apostolato: «Se il chicco di frumento non muore rimane infruttuoso, sole se muore nel silenzio del solco porta frutto abbondante (Gv., XII, 24).

 

LA GIORNATA DELLE DISCEPOLE DEL CENACOLO

La giornata delle Discepole del Cenacolo si incentra nella piccola Cappella, dinanzi a Gesù-Ostia presente sull’Altare. Al mattino con l’Offerta della giornata, la S. Messa, meditazione e recita delle lodi; a mezzogiorno con la recita dell’Angelus e con una breve e personale visita al Santissimo Sacramento, a sera con la recita del Santo Rosario e i Vespri; a chiusura della giornata, prima del riposo, con il canto della Compieta e il Saluto serale a Gesù Sacramentato.

 

Alla preghiera si alterna il lavoro assegnato a ciascuna per soddisfare alle consuete necessità di una comunità (sacrestia, pulizie, cucina, orto, giardino, ecc.). È ammesso anche l’esercizio di qualsiasi attività e professione esterna conveniente con lo stato di anime consacrate. Il lavoro si svolge nel silenzio, sentito non come peso, ma come un aiuto per unirsi a Dio, per tacere nella sofferenza, per non mormorare sul prossimo, per non parlare dei parenti che le Discepole hanno lasciato nelle mani del Signore. Il silenzio che diventa rigoroso da Compieta a dopo colazione e durante la refezione del venerdì.

 

L’apostolato delle Discepole del Cenacolo si svolge attualmente soprattutto mediante la stampa volta a propugnare l’ortodossia sulla scorta della Tradizione e del Magistero costante. Alcune si dedicano alla catechesi, non ignare che, per proporre la dottrina cattolica e difenderla contro le deviazioni così frequenti nel periodo critico attuale, è più che mai necessaria un’adeguata istruzione religiosa. Altre offrono la loro assistenza spirituale e il loro conforto a delle persone anziane. La regola non esclude nessuna forma di apostolato che fosse offerta dalla Provvidenza e richiesta dalle circostanze.

 

Orario:

  • 00 alzata;
  • 20 in cappella con l’Atto di Offerta della giornata seguito da Lodi, Angelus, meditazione, Santa Messa;
  • 8.10 colazione;
  • 00 Angelus ed una breve visita personale al Santissimo Sacramento;
  • 00 pranzo seguìto dalla ricreazione;
  • 30 tempo libero fino alle 15.30;
  • 40 Via Crucis (o 2a meditazione nei giorni festivi e nel tempo natalizio e pasquale);
  • 00 S. Rosario, Vespri, Angelus;
  • 00 Cena seguìta dalla ricreazione;
  • 200 Compieta e saluto serale a Nostro Signore, seguìti dal grande silenzio.

 

Inoltre durante il giorno le consorelle fanno a turno una mezz’ora di adorazione al SS.mo Sacramento, per fare compagnia al Signore.

 

L’orario è leggermente diverso la Domenica e i giorni festivi.

 

 

REQUISITI DELLE ASPIRANTI

Per essere ammesse a far parte della Comunità è necessario aver raggiunto la maggiore età; tuttavia il Consiglio può decidere diversamente caso per caso. La Comunità non chiede dote: ognuno porti quello che ha e che può. Le persone malate di nervi, di esaurimento nervoso, anche se clinicamente guarite, non possono essere accettate, perché in tali casi rimangono sempre dubbie sia l’esistenza di una vera chiamata di Dio sia la stabilità della guarigione; e così per le malattie infettive contagiose, finché non si è sicuramente e perfettamente guarite, ed è certo che la malattia superata non comporti nella sua stessa natura delle ricadute.

 

I voti sono semplici.

 

Se qualche signorina fosse interessata può contattare la madre superiora,
suor Maria Caso,
via Madonna degli Angeli, n. 78,
CAP 00049 – Velletri (Roma);
sisinono@tiscali.it
tel. 06. 963. 55. 68

 

 

 

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