Papa della Chiesa (13): Benedetto XV, il Problema Ebraico e Sionista ~ (Tredicesima Parte)

(Tredicesima Parte – 13)


BENEDETTO XV:
IL PROBLEMA EBRAICO E SIONISTA


Benedetto XV: i rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo

La storica Raffaella Perin – in un saggio molto interessante su cui mi baso sostanzialmente in questo articolo – affronta, soprattutto, la questione dei rapporti “interreligiosi” tra il cattolicesimo e l’ebraismo (ed anche quelli del cattolicesimo col protestantesimo) durante il pontificato di Benedetto XV.

Se si studia attentamente il suo saggio, si può vedere ancora meglio (su una questione veramente cruciale come quella ebraica, la quale rappresenta la prova del nove per discernere colui che è pienamente ortodosso da coloro che non lo sono; dacché molti affrontano il problema del modernismo, del liberalismo, della massoneria, ma pochi vogliono cimentarsi con quello più scottante dell’ebraismo postbiblico1), se papa Della Chiesa sia stato un Papa novatore e “postconciliare”, come sostengono alcuni neo/zeloti; oppure un Papa tradizionale e “preconciliare”, sia dal punto di vista dogmatico (vs. il giudaismo talmudico) che politico (vs. il sionismo) ed infine ecumenico (vs. il protestantesimo).

Benedetto XV e il protestantesimo

La Perin nota innanzitutto che la questione della Riforma luterana “ha avuto un ruolo non secondario nei pontificati di Pio X (quando si intrecciò con la repressione del modernismo, considerato una forma di protestantizzazione del cattolicesimo), di Benedetto XV (che respinse gli inviti a partecipare ai primi congressi ecumenici) e di Pio XI (che non solo condannò ufficialmente con l’Enciclica Mortalium animos del 1928 l’ecumenismo, ma promosse anche una vera e propria campagna antiprotestante in Italia)” (Raffaella Perin, Benedetto XV, i “figli d’Israele” e i “membri delle confessioni religiose”, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 1° vol., p. 497). La storica vede giustamente una continuità di dottrina teologica e di azione politica nei pontificati di Pio X, Benedetto XV e Pio XI.

John F. Pollard, a proposito dei rapporti tra cattolicesimo e protestantesimo, sotto Benedetto XV, ha scritto che “gli aiuti umanitari promossi dalla Santa Sede durante il primo conflitto mondiale furono comparabili per estensione a quelli della Croce Rossa Internazionale” (J. F. Pollard, The Papacy in the Age of Totalitarism 1914-1958, Oxford, 2014, p. 54).

Infatti, il cardinal Pietro Gasparri, Segretario di Stato di Benedetto XV, il 22 gennaio 1915, scrisse una Lettera agli arcivescovi delle nazioni belligeranti, spiegando che il Papa intendeva non fare differenze religiose, nazionali o linguistiche nel soccorso materiale da prestare a tutti i prigionieri di guerra. Attenzione! Si parla di soccorso materiale e non di “communicatio in sacris”. Papa Della Chiesa non fu un ecumenista ante litteram, ma ebbe la carità soprannaturale che lo spinse a soccorrere, per quanto riguardava i bisogni materiali, tutte le creature umane.

È interessante notare che “quando, nel corso della prima guerra, entrambi gli schieramenti chiesero alla S. Sede di condannare le atrocità commesse dall’altra parte, la risposta fu che una presa di posizione pubblica avrebbe danneggiato gli sforzi per favorire la pace ed avrebbe messo a repentaglio il lavoro umanitario della Chiesa. Benedetto XV (Allocuzione Convocare vos, 22 gennaio 1915) aveva già condannato apertamente ogni ingiustizia da qualunque parte fosse commessa, ma il carattere di paternità universale del Papa gli imponeva di essere imparziale di fronte alle fazioni in lotta” (R. Perin, cit., p. 498) e, perciò, nessuno ebbe a protestare troppo vivamente per questa presa di posizione della Santa Sede sotto Benedetto XV; anche se bisogna precisare, come nota la storica Caterina Ciriello, che Benedetto XV già all’inizio del suo pontificato venne criticato da molte parti per i suoi “presunti silenzi”. In particolare il Papa venne stigmatizzato per non avere condannato specificatamente la brutale invasione del Belgio e venne accusato di essere filo-tedesco” (Caterina Ciriello, La prima enciclica: Ad beatissimi, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 1° vol., p. 158).

Tuttavia quando, sotto il pontificato di Pio XII, si presentò una situazione analoga, durante la seconda guerra mondiale, papa Pacelli soltanto dopo la sua morte (quando non poteva difendersi) venne aggredito in maniera molto aspra dalla stampa luterana ed ebraica per i suoi “presunti silenzi” e per non aver condannato esplicitamente e pubblicamente la persecuzione degli ebrei da parte del III Reich germanico e … “la storia continua” …

Benedetto XV e il giudaismo

L’AJC (American Jewish Committee), un’associazione sorta nel 1905 a New York per difendere i diritti civili degli ebrei in tutto il mondo, il 30 dicembre 1915 chiese a Benedetto XV un aiuto in favore degli ebrei perseguitati in Europa orientale (Germania, Polonia e soprattutto Russia). Il Papa rispose tramite il suo Segretario di Stato il febbraio 1916 (cfr. R. Perin, La petizione dell’American Jewish Committee a Benedetto XV e il progetto di Enciclica a favore degli ebrei, in “Annali di scienze religiose”, n. 8, 2015, pp. 45-67).

Benedetto XV fece pervenire dunque il suo messaggio, secondo cui la Santa Sede sapeva certamente che la minoranza ebraica, durante “il guerrone”, veniva colpita specialmente nella Russia zarista e sapeva anche che, nell’Impero dello zar, si riteneva che “gli ebrei costituissero una forza occulta che segretamente tramava contro il governo zarista e che fossero dei traditori, i quali parteggiavano per i tedeschi. Quindi il timore che formassero una quinta colonna indusse i generali russi a deportarli verso Cracovia, Budapest, Vienna, Vilnius e Mosca” (R. Perin, cit., p. 488; cfr. A. Solgenitsin, Due secoli assieme. I vol., Ebrei e Russi prima della Rivoluzione, Napoli, Controcorrente, 2007; II vol., Ebrei e Russi durante il periodo sovietico, Napoli, Controcorrente, 2007).

La potente lobby ebraica statunitense “AJC” (American Jewish Committee) il 12 dicembre del 1915 raccolse in un libro, dal titolo The Jews in the Eastern War Zone, pubblicato a New York nel 1916, le notizie circa alcune presunte violenze contro gli ebrei da parte dei cattolici polacchi, ma senza specificare che gli ebrei polacchi avevano esercitato il mestiere di “agenti delle tasse”, da parte dell’Impero russo, nei confronti dei cittadini polacchi e che questo lavoro (non proprio simpatico) aveva mal disposto i polacchi a fare fronte comune con gli ebrei per difendersi dai russi che opprimevano anche la Polonia e in alcuni casi li aveva talmente esasperati da spingerli anche ad azioni estreme.

Il documento dell’AJC fu ideato da François Deloncle e Lucien Perquel, nella primavera del 1915, e prevedeva di interessare le comunità ebraiche di Francia e Inghilterra, affinché coinvolgessero nei colloqui al futuro Congresso di pace anche un rappresentante del Vaticano, che in cambio avrebbe dovuto impegnarsi a condannare pubblicamente le persecuzioni degli ebrei nell’Europa nord-orientale.

Il piano fu presentato a Benedetto XV nel maggio del 1915 e fu seguìto personalmente dal cardinale Pietro Gasparri e da monsignor Eugenio Pacelli. Il 30 dicembre del 1915 il documento era stato ultimato e approvato dal Comitato esecutivo dell’AJC, dalla comunità ebraica francese, da quella statunitense, ma venne rifiutato dal Comitato ebraico di Londra, che però lo appoggiò informalmente tramite la prestigiosa rivista Jewish Chronicle. Il documento ultimato e approvato fu consegnato il 5 gennaio 1916 a Deloncle affinché lo presentasse a Benedetto XV.

Fu così che l’idea di un’Enciclica di condanna del giudaismo postbiblico da parte di Benedetto XV (già annunciata dal Pontefice a François Deloncle e a Lucien Perquel nel maggio del 1915) fu accantonata (cfr. P. Korzek, Les rélations entre le Vatican et les organisations juives:1915-1916, in “Revue d’histoire moderne et contemporaine”, n. 20 / 2, 1973, pp. 301-333); tuttavia essa venne ripresa da Pio XI, ma la morte improvvisa di papa Ratti impedì la promulgazione dell’Enciclica che aveva già redatto e intitolato Humani generis unitas (cfr. G. Passelecq – B. Suchecky, L’Enciclica nascosta di Pio XI, Milano, Il Corbaccio, 1997).

Il 27 gennaio del 1916 Perquel e Deloncle vennero ricevuti dal cardinale Pietro Gasparri e il 29 dal Papa stesso, al quale presentarono la petizione dell’AJC. La risposta vaticana fu affidata al S. Uffizio, in essa si leggeva che, dal punto di vista naturale, il Papa considerava “tutti gli uomini come fratelli e creature di Dio”, perciò bisognava osservare tutti i princìpi del diritto naturale e divino sia quanto agli individui che ai popoli e riprovare ogni violazione di esso. Dunque “non sarebbe stato giusto derogare al diritto naturale e divino per il solo motivo di differenza di confessioni religiose”, le quali riguardavano gli uomini studiati dal punto di vista della fede soprannaturale.

Il documento venne firmato dal cardinale Pietro Gasparri che, fondandosi sopra la dottrina di San Tommaso d’Aquino (De regimine Judaeorum), ricordava il principio secondo il quale per regolare i rapporti temporali tra cristiani ed ebrei bisognava fondarsi sopra il diritto naturale quale riflesso di quello divino, riguardo al quale nessuna regola civile o religiosa potesse apportare delle deroghe. In questo senso anche gli ebrei, in quanto uomini come tutti gli altri, erano garantiti nei loro diritti naturali e non potevano essere vittime di violenze riguardo a questi (R. Perin, Benedetto XV, i “figli d’Israele”, cit., p. 500; cfr. D. Menozzi, Chiesa e diritti umani. Legge naturale e modernità politica dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, Bologna, 2012).

La storica Raffaella Perin nota che nel Sinodo diocesano del 1898, indetto dall’allora Patriarca di Venezia monsignor Giuseppe Sarto (il futuro Pio X), si affermava che non dovesse essere “alimentata o concessa alcuna ferita alla giustizia e alla carità nei confronti degli ebrei” (S. A. Torre, Il Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto, gli ebrei e gli appartenenti alle altre confessioni cristiane, in G. Luzzato Voghera – G. Vian [a cura di], Storia della vita religiosa di Venezia, Brescia, 2008, p. 88).

Sempre Pio X intervenne da Papa nel 1905 a favore degli ebrei di Polonia che erano stati vittime dei pogrom, denunciando “i pubblici massacri dei giudei, massacri riprovati e detestati dalla legge del Vangelo, la quale ci domanda di amare indistintamente tutti” (Pio X, Poloniae Populum, in “Enchiridion delle Encicliche”, Bologna, EDB, 1994-2005, vol. IV, p. 761).

La portata della frase scritta dal Gasparri a nome di Benedetto XV, come nota giustamente la Perin, “non è di poco conto, considerata la generale opposizione della Chiesa cattolica al dialogo interconfessionale” (R. Perin, Benedetto XV, cit., p. 501). Tuttavia è bene precisare che il cardinal Gasparri parlava solo e precisamente di “rapporti strettamente civili”, temporali e non religiosi, per escludere chiaramente ogni contatto interreligioso ed ogni commistione di fede che potesse portare all’indifferentismo relativista e all’irenismo.

Inoltre il ricorrere al diritto naturale, nella condanna delle persecuzioni contro gli ebrei, fu impiegato, circa un anno dopo, anche da monsignor Eugenio Pacelli il 4 settembre 1917, mentre era Nunzio Apostolico a Monaco in una lettera indirizzata al cardinal Gasparri (AES, Germania, Monaco 1917, pos. 1619, fasc. 852, ff. 2-4). Infatti, la comunità israelitica tedesca si era rivolta a monsignor Pacelli, affinché chiedesse al Papa di intercedere presso il governo italiano, che aveva proibito di esportare le palme, di cui gli ebrei si sarebbero serviti per la festa dei tabernacoli, le quali venivano importate dall’Italia. Siccome, però, la richiesta indirettamente riguardava anche l’azione liturgica ebraica e non solo il soccorso temporale agli ebrei prigionieri, il caso era assai complicato. Quindi monsignor Pacelli ricorse, prima di rispondere, alla Segreteria di Stato vaticana nella persona del cardinale Gasparri. Pacelli scrisse esplicitamente che non si trattava di “aiuto puramente civile alla comunità ebraica o per la pura tutela dei diritti naturali, il che non avrebbe comportato alcun inconveniente; ma si trattava di cooperazione, positiva e diretta, anche se materiale e remota, per l’esercizio del culto giudaico” (AES, Germania, Monaco 1917, pos. 1619, fasc. 852, ff. 2-4) ed era per questo motivo che Pacelli ricorreva alla Santa Sede nella persona del Segretario di Stato, il quale rispose che “la Chiesa poteva intervenire a difesa degli ebrei in ordine al diritto naturale, garantito a tutti gli uomini senza differenza di religione, per uno scopo puramente civile, ma non poteva agevolare in nessun modo la pratica del culto della religione giudaica, poiché l’errore non doveva trovare sostegno” (R. Perin, Benedetto XV, cit., p. 502). Gasparri consigliò inoltre a monsignor Pacelli di rispondere che “la S. Sede non intratteneva relazioni diplomatiche con il governo italiano”.

Come si vede papa Benedetto XV, il cardinal Gasparri e l’allora monsignor Pacelli, in perfetta continuità con Pio X, applicavano i princìpi della dottrina cattolica ai casi pratici, senza sbandare a destra o a sinistra, distinguendo la comunione (illecita) in temporalibus da quella (lecita) in sacris con gli infedeli. Non si può accusarli di liberalismo senza ledere gravemente la verità e la giustizia.

Benedetto XV e il protestantesimo

Verso il luteranesimo papa Della Chiesa fu parimenti intransigente (cfr. M. Paiano, Contro “l’invadente eresia protestante”: L’Opera della Preservazione della Fede in Roma: 1899-1930, in R. Perin, [a cura di], Chiesa cattolica e minoranze in Italia nella prima metà del Novecento, Roma, 2011; L. Perrone, Lutero in Italia. Studi storici nel V centenario della nascita, Casale Monferrato, Piemme, 1983). Infatti, il 21 novembre del 1915, Benedetto XV ricevette in udienza alcuni rappresentanti dell’«Opera della Preservazione della Fede in Roma»; un’associazione nata nel 1899, su sollecitazione di Leone XIII, per combattere la propaganda protestante a Roma. Il Papa disse allora al cardinal Pompili che li guidava: “A chi ruba la fede deve darsi il nome di ladro. Questi emissari di Satana [i luterani, ndr] in mezzo alla Città Santa innalzano templi ove si nega il vero culto a Dio. Essi erigono cattedre pestilenziali per diffondere errori in mezzo al popolo. Queste loro arti diaboliche sono veri assalti alla fede dei figli di Roma” (Benedetto XV, A lei Signor Cardinale, in Ugo Bellocchi [a cura di], Tutte le Encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1750, Città del Vaticano, LEV, 1993-2004, vol. VIII, pp. 79-82).

Come si vede (a meno di voler essere ciechi), anche riguardo al protestantesimo, papa Della Chiesa non era animato per nulla da uno spirito liberale, di conciliazione con il mondo moderno; anzi egli chiamava apertamente, i cosiddetti “fratelli separati”, col nome di “ladri, emissari di satana, propagatori di errori pestilenziali e assalitori della vera fede”; anche quanto alla severità del linguaggio papa Della Chiesa non è da meno di Pio IX e X.

Inoltre, pochi giorni dopo, il 24 novembre 1915, il futuro cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani (allora semplice sacerdote) scriveva da Berna al cardinal Segretario di Stato, Pietro Gasparri, che il Papa metteva, giustamente, in stretto rapporto il protestantesimo con la massoneria, che specialmente a Roma (con la Breccia di Porta Pia) e in Italia andavano di comune accordo nel fare opera di proselitismo contro il Papato (Archivio Segreto Vaticano, Segreteria di Stato, 1915, rubr. 66, fasc. 1, ff. 179-180). Cfr. G. Vian, La Santa Sede e la massoneria durante il pontificato di Pio XI, in R. Perin, a cura di, Chiesa cattolica e minoranze, cit., pp. 105-132.

Raffaella Perin commenta: “Se la presenza di protestanti nelle logge massoniche non poteva essere negata, il legame tra protestantesimo e massoneria era stato e continuava ad essere uno dei temi più sfruttati dai sostenitori dell’esistenza di un complotto anticattolico nella società moderna” (Benedetto XV e i “figli d’Israele”, cit., p. 503).

Inoltre, studiando il fenomeno delle attività religiose e ricreative dei soldati in guerra tra il 1914 e il 1918, si vede un ampio panorama della “tradizionale diffidenza della Chiesa cattolica verso i protestanti” sotto il pontificato di Benedetto XV, né più e né meno che durante quelli di Pio IX e Pio X (R. Perin, Benedetto XV e i “figli d’Israele”, cit., p. 504).

Infatti, come riporta la storica Raffaelle Perin, di fronte alle richieste “da parte delle autorità militari occupanti, specie tedesche [e quindi protestanti, ndr], rivolte direttamente agli Ordinari diocesani, di mettere a disposizione le chiese cattoliche per la celebrazione del rito religioso protestante per i soldati, l’arcivescovo di Strasburgo aveva risposto positivamente, di propria iniziativa; il vescovo di Metz, rifacendosi al diritto ecclesiastico, proibiva de jure ai protestanti l’uso delle chiese cattoliche, ma de facto aveva dato ordine ai sacerdoti di tollerare il culto a-cattolico, senza partecipare attivamente e rimanendo passivi, in ragione dei tempi bellici in cui si viveva e della mancanza di locali appropriati. Tuttavia quando la richiesta venne rivolta all’arcivescovo di Varsavia, questi chiese alla Segreteria di Stato vaticana quale comportamento fosse più consono adottare. Il cardinal Pietro Gasparri rispose con due lettere facendo notare lo scandalo che ne sarebbe derivato soprattutto in Polonia, ossia presso una popolazione molto attaccata al culto cattolico, con gravi conseguenze per l’ordine pubblico (ASV, Segreteria di Stato, Guerra 1914-1918, rubr. 244, fasc. 98, ff. 203-213; Ivi, ff. 215-218). Quindi egli negava il permesso e specificava che, se si era derogato in qualche caso da parte di qualche vescovo, era soltanto perché in alcuni territori in cui cattolici e protestanti convivevano, tale pratica veniva tollerata, ma nella diocesi di Varsavia non era così. Inoltre l’anno successivo il cardinal Gasparri scrisse al vescovo di Namur di far presente all’Imperatore tedesco che il Papa sarebbe stato molto felice se non si fossero feriti i sentimenti dei fedeli cattolici delle regioni occupate dall’esercito germanico” (AES, Stati Ecclesiastici, pos. 1338, fasc. 488, f. 25, 17 aprile 1915; Ivi, ff. 19-20, 5 settembre 1916; Ivi, ff. 27-28, 19 ottobre 1916; pos. 1614, fasc. 848, f. 19, 11 aprile 1917; R. Morozzo Della Rocca, La fede e la guerra. Cappellani militari e pre-soldati: 1915-1919, Roma, 1980). Come si vede né il Papa né tanto meno il cardinal Gasparri avevano tendenze dottrinali ecumeniche, liberali o moderniste.

Inoltre, sempre sotto il pontificato di Benedetto XV, l’ex Segretario di Stato di San Pio X, il cardinale Raffaele Merry del Val, che era stato nominato da papa Della Chiesa Segretario della Congregazione del S. Uffizio (la quale era la Suprema Congregazione) e dunque, pur non essendo stato riconfermato come Segretario di Stato, non era stato per nulla discriminato da Benedetto XV, come diceva qualche neo-zelota, condannò esplicitamente l’associazione “YMCA” (Young Men’s Christian Association) il 5 novembre 1920 (Suprema Congregatio S. Officii. Epistola ad locorum Ordinarios, in “Acta Apostolicae Sedis”, n. 12 / 14, 19120, pp. 595-597), che dopo la fine della guerra mondiale avrebbe voluto restare in Italia a fare propaganda per il protestantesimo presso la gioventù italiana.

La condanna esplicita di quest’associazione giovanile luterana, che già dal 1915 aveva allertato le attenzioni della Santa Sede, fu fatta soprattutto per evitare che i soldati italiani (allora cattolici al 99%) venissero a contatto con gli acattolici e cadessero nell’indifferentismo religioso (cfr. “Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede”, Sancti Officii, Rerum Variarum, 1920, 7, feria IV, 9 giugno 1920).

La Suprema Congregazione chiese inoltre ai vescovi diocesani di condannare le riviste protestantiche pubblicate nelle loro diocesi e venne incaricato padre Enrico Rosa di aggiungere una lista di tutte le altre riviste similari e modernistiche che dovessero essere condannate. Il padre gesuita (che non era affatto modernista o liberale come invece diceva monsignor Benigni) addusse una copiosa serie di riviste italiane luterane, che vennero citate nella condanna a firma del card. Merry del Val (cfr. R. Perin, Benedetto XV, i “figli d’Israele”, cit., p. 506).

Benedetto XV e il movimento ecumenico

Sin dal principio, i tentativi di dialogo ecumenico sorti in ambito protestante non trovarono l’appoggio della Chiesa cattolica. La grande guerra aveva rallentato il processo di avvicinamento tra le confessioni cristiane. Il 4 luglio del 1919 il S. Uffizio aveva ribadito il divieto ai cattolici di partecipare alle attività in favore dell’unione dei cristiani. […]. Benedetto XV ricevette in un’udienza una delegazione del movimento Fede e Costituzione, che cercava di riunire le diverse confessioni cristiane in una conferenza mondiale. La risposta del Pontefice fu una dichiarazione scritta nella quale affermava che non solo la Chiesa cattolica non avrebbe partecipato alla conferenza, ma auspicava invece che i partecipanti al congresso scorgessero la luce e si riunissero al Capo visibile della Chiesa” (R. Perin, Benedetto XV, i “figli d’Israele”, cit., p. 507).

Inoltre, negli stessi anni, anche l’episcopato italiano era stato invitato a partecipare ad alcune di queste iniziative. Nel febbraio 1919 il patriarca di Venezia, Pietro La Fontaine, aveva chiesto alla S. Sede se fosse opportuno accogliere la richiesta di alcuni protestanti di essere ricevuti in udienza da lui e di presiedere una riunione per stabilire una preghiera in favore della unione di tutte le chiese cristiane. La risposta del cardinal Gasparri (AES, Italia, pos. 960, fasc. 351, ff. 14-16, La Fontaine a Gasparri, 11 febbraio 1919) fu di sottrarsi a qualsiasi invito e di ricevere solo privatamente i membri dell’assemblea luterana. In séguito la pratica fu trasmessa dalla Segreteria di Stato al S. Uffizio perché materia di sua competenza (Ivi).

In breve la Chiesa romana non aderì, sotto il pontificato di Benedetto XV, a nessuna delle iniziative ecumeniche in quanto essa era la Chiesa di Cristo di cui conservava la vera dottrina. In séguito Pio XI condannò in maniera esplicita e formale nell’Enciclica Mortalium animos del 1928 ogni forma di ecumenismo interreligioso e di dialogo interconfessionale (cfr. M. Barbolla, Genesi della Mortalium animos, in A. Guasco – R. Perin, [a cura di], Pius XI: Keywords. Internationale Conference Milan 2009, Munster, 2010, pp. 313-322).

Anche qui è difficile scorgere in Benedetto XV, Pio XI e Gasparri uno spirito ecumenicamente liberale, in rottura con l’intransigenza dogmatica di Pio IX e Pio X.

Ebrei, sionismo e Terra Santa

La Civiltà Cattolica (nonostante che monsignor Benigni l’accusasse di essere una sorta di “massoneria internazionale e filo-modernista”) dopo molti documentati e fermissimi articoli sull’omicidio rituale ebraico iniziati sotto i pontificato di Leone XIII (cfr. Padre Giuseppe Oreglia, serie XV, vol. V, fasc. 1022, anno 1893, p. 147, La morale giudaica) sino al 1914 (P. Silva, Raggiri ebraici e documenti papali, n. 65 / 2, 1914, pp. 330-344), durante la prima guerra mondiale, si astenne dal pubblicare articoli sulla questione ebraica, che potessero compromettere l’esistenza e la sopravvivenza delle comunità israelitiche specialmente nell’Europa del nord-ovest.

Tuttavia nel 1919 La Civiltà Cattolica, sotto il pontificato di Benedetto XV, riprese ad affrontare la questione ebraica, sostenendo e dimostrando come l’ebraismo fosse il preponderante elemento fomentatore della rivoluzione bolscevica. La fine della prima guerra mondiale, con la sconfitta dell’Impero ottomano e la cessione della Palestina all’Inghilterra, preoccuparono grandemente sia il cardinal Gasparri che Benedetto XV, per nulla animati da modernismo filoebraico e filosionista2.

La storica Raffaela Perin nota come “la natura teologica dell’antisionismo cattolico faceva da sottofondo alle lotte per la protezione della minoranza cattolica in Palestina” (cit., p. 507). La Perin, addirittura arriva a scrivere che “ne La Civiltà Cattolica è possibile rintracciare anche, sulla questione del sionismo, uno slittamento da un antigiudaismo teologico ad un antisemitismo sociale” (Ivi). Certamente la questione ebraica per la Chiesa romana è stata sempre (sino al Concilio Vaticano II) un problema innanzitutto teologico, poi socio/politico ed economico/finanziario ed infine anche etnico. Così pure durante i pontificati di Benedetto XV e Pio XI, che in nulla si discostarono da quelli di Pio IX e X (cfr. Raffaela Perin, Benedetto XV…, cit., p. 507).

Papa Della Chiesa, nell’Allocuzione al Concistoro segreto del 10 marzo 1919 (riportata con notevole risalto da La Civiltà Cattolica, 1919, vol. II, pp. 8-9), disse che la S. Sede esultava grandemente per il ritorno dei Luoghi Santi di Palestina nelle mani dei Cristiani, dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nel 1917, ma aggiunse pure che il dolore sarebbe stato grande se i “non-fedeli”, ossia i giudei, “si venissero a trovare in Palestina in una posizione di privilegio e di preponderanza”. Inoltre il Papa temeva che il protestantesimo britannico, fornito di abbondanti ricchezze, avrebbe potuto diffondere i suoi errori tra i Cristiani di Palestina, gravati allora sommamente da un’enorme povertà.

La Perin commenta che secondo Benedetto XV gli ebrei, i musulmani e i protestanti “minacciavano la custodia della Terra Santa” (cit., p. 508). Inoltre la storica cita La Civiltà Cattolica (n. 70 / 2, 1919, pp. 10-16, La voce del papa a difesa dell’Oriente cristiano), che commentando il discorso del Pontefice “vi aggiungeva delle considerazioni di natura diversa da quella esclusivamente religiosa, cui il Papa si era attenuto. Infatti nell’articolo, la rivista dei gesuiti, profilava l’esistenza di un complotto tra la politica moderna e la finanza giudaica, con il benestare dei protestanti a danno dei cattolici. Esisteva dunque un doppio pericolo: l’ingerenza protestantica, ordinata ad abbattere il cattolicesimo romano in Palestina; quella giudaica ordinata a distruggere il Cristianesimo stesso. Questo complotto risaliva perlomeno alla Rivoluzione francese, che aveva avuto un’influenza negativa su quasi tutti gli Stati moderni, tramite il ruolo degli ebrei, che sostenuti dalla massoneria, ottennero la garanzia di occupare i posti di comando dell’alta finanza e del mondo degli affari. Ecco che a supporto della rivendicazione dei Luoghi Santi, così come erano state esposte dal Papa, La Civiltà Cattolica aggiungeva accuse antisemite, volte in ultima analisi a criticare un modello societario inviso alla Chiesa, di cui gli ebrei erano i portatori e i propagatori anche in Palestina” (Ivi).

Come si vede anche per quanto riguarda l’aspetto politico, sociale e finanziario del sionismo – Benedetto XV e La Civiltà Cattolica (tanto ingiustamente criticata da monsignor Benigni) – non erano assolutamente inficiati da nessuna tendenza liberale, rivoluzionaria o filomodernista. Quando iniziai a studiare dettagliatamente la questione ebraica, dovetti leggere La Civiltà Cattolica e soprattutto i numeri che vanno dal pontificato di Leone XIII sino a quello di Pio XII e debbo confessare che vi ho trovato la dottrina più integralmente antimodernista, antiliberale, antigiudaica e controrivoluzionaria, che non ha nulla da invidiare agli scritti di Benigni, anzi – se mi è concesso – li sorpassa, per cui, pur stimando ed apprezzando La storia sociale della Chiesa del monsignore perugino, non posso condividere le sue critiche non corrispondenti alla realtà e quindi false portate contro i gesuiti e Benedetto XV.

d. Curzio Nitoglia

Fine della Tredicesima Parte

…continua…


1 Inoltre molti pensatori conservatori, ma non integralmente controrivoluzionari, si lasciano sedurre, soprattutto a partire dagli anni Ottanta del XX secolo e soprattutto oggi, dall’ideologia neo o teo/conservatrice statunitense, che è filo/israeliana in politica, filo/giudaica in teologia e cercano di conciliarla con la Tradizione cattolica con la quale invece fanno a pugni. Quindi la prova del nove o il “ponte degli asini” della piena ortodossia teologica e della assoluta fedeltà alla filosofia politica antirivoluzionaria consiste nel risolvere adeguatamente il problema ebraico e sionista.

2 In un prossimo articolo mi soffermerò sulla nascita e la genesi della politica vaticana verso la Palestina durante la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo.


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