Papa della Chiesa (12): La Prima Enciclica di Papa Benedetto XV, 1° Novembre 1914 ~ (Dodicesima Parte)

(Dodicesima Parte – 12)


LA PRIMA ENCICLICA DI PAPA BENEDETTO XV
(1° novembre 1914)

Introduzione

La storica Caterina Ciriello spiega che “non è semplice accertare la genesi di questa Enciclica [Ad beatissimi, ndr], per il fatto che non esistono precedenti ricerche in proposito ed anche le indagini archivistiche condotte non hanno dato risultati utili allo scopo. Siamo dunque davanti ad un terreno completamente inesplorato, sul quale si possono costruire molteplici ipotesi” (Caterina Ciriello, La prima enciclica: Ad beatissimi, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 1° vol., p. 153).

Tuttavia la storica aggiunge: “Anzitutto va detto che Benedetto XV, seguendo la linea del suo antesignano [Pio X, ndr], non mette in secondo piano la questione romana. […]. Papa Della Chiesa coglie l’occasione per rimarcare l’autorità del magistero della Chiesa e l’ossequio ad esso dovuto, lasciando la libertà di esprimere pareri e di discutere su argomenti non toccati dal pronunciamento magisteriale, rifuggendo ogni eccesso di parole, potendone derivare gravi offese alla carità” (cit., p. 153 e 156).

Al contrario certi autori hanno voluto vedere in questa prima Enciclica di Benedetto XV una sorta di programma cripto-modernista, in opposizione al pontificato di Pio X, ma in realtà da quanto emerge dalla Enclica le cose non stanno così.

Papa Benedetto XV, nella sua prima Enciclica, espone il programma del suo Pontificato. Innanzitutto egli lamenta lo spettacolo triste che presenta il mondo attuale e lo definisce “il più tetro forse ed il più luttuoso della storia dei tempi. […]. Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto” (Benedetto XV, Enciclica Ad Beatissimi Apostolorum Principis, in Tutte le Encicliche dei Sommi Pontefici, Milano, Dall’Oglio Editore, ed. V, 1959, 1° vol., p.654).

La guerra è la grande (ma non l’unica) preoccupazione del Papa. Infatti sarebbe riduttivo fare di Benedetto XV unicamente “il Papa della pace” come si può evincere già dalla sola lettura di quest’Enciclica ricca di contenuti, in cui egli ricerca – tra le altre cose – la causa del Primo Conflitto Mondiale per fornire agli uomini un rimedio profondo a tanto male (cfr. Caterina Ciriello, La prima enciclica: Ad beatissimi, in Alberto Melloni – diretto da – Benedetto XV. Papa Giacomo Della Chiesa nel mondo dell’inutile strage, Bologna, Il Mulino, 2017, 1° vol., pp. 150-162).

Nella prima parte dell’Enciclica il Pontefice illustra, sconsolato, la triste situazione degli Stati nel tempo radicalmente rivoluzionario a lui coevo, e, nella seconda parte scrive sulla situazione interna della Chiesa nel tempo presente, rallegrandosene “almeno in parte”.

Gli Stati nei tempi moderni

La causa della Guerra Mondiale, definita “furibonda guerra” (ivi), scrive il Papa, è la lotta che la modernità ha mosso alla Chiesa, che consiste nella separazione dello Stato dalla Chiesa e che “rode le viscere dell’odierna società” (ivi). Infatti “da quando nell’ordinamento statale si è lasciato di osservare le norme e le pratiche della saggezza cristiana, gli Stati hanno cominciato a vacillare nelle loro basi e ne è seguito nelle idee e nei costumi un tale cambiamento che, se Dio non provvede, sembra già imminente lo sfacelo del consorzio umano” (ib., p. 655). Già nell’incipit, la prima Enciclica di Benedetto XV non mi sembra assolutamente inficiata di liberalismo, anzi riafferma la pura dottrina cattolica antiliberale e controrivoluzionaria.

Il Pontefice descrive 4 principali disordini che scorge all’orizzonte: 1°) la mancanza di amore mutuo tra gli uomini, dovuta al raffreddamento della fede; 2°) il disprezzo dell’autorità, ossia il liberalismo politico che conduce immancabilmente all’anarchia; 3°) l’ingiustizia nei rapporti tra le varie classi sociali, cioè la lotta tra liberismo economico e socialismo, tra padroni e operai messa bene in luce da Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum del 1891; 4°) il bene materiale diventato l’unico scopo dell’attività umana, vale a dire il materialismo che riempie di sé le due principali correnti politiche dell’epoca moderna: il progressismo socialcomunista e il conservatorismo liberale.

Quindi, Benedetto XV, passa ad illustrare in dettaglio ognuno dei 4 disordini sopra elencati.

Primo disordine: la mancanza di amore mutuo, che è indice di raffreddamento della vita cristiana. Infatti “Gesù Cristo discese dal Cielo al fine di ripristinare tra gli uomini il regno della pace, rovesciato dall’odio di Satana e volle porre come fondamento di esso l’amore fraterno” (ivi). Il Papa lamenta poi che “forse mai più di oggi si parlò di umana fratellanza” (ivi), pretendendo addirittura che essa non fosse un frutto del Vangelo di Cristo, ma della civiltà moderna. Invece la verità è che “mai tanto si disconobbe la fratellanza umana come ai giorni nostri” (ivi). Quindi, rivolge un invito ai fedeli affinché facciano ogni sforzo “perché la Carità di Cristo torni a regnare tra gli uomini” (ivi). La Carità soprannaturale verso Dio e verso il prossimo è l’obiettivo che il Papa si propone di restaurare nell’impresa del suo Pontificato, che non può essere ridotto a pura ricerca di pace materiale e a filantropia come qualcuno ha fatto.

Il secondo disordine che scompiglia l’ordine sociale è la mancanza di rispetto dell’autorità costituita. L’uomo moderno non accetta più che vi sia nella società chi comandi e chi obbedisca. L’egualitarismo, la sete d’indipendenza, l’individualismo, il soggettivismo rendono l’uomo ribelle ad ogni autorità, anche a quella di Dio. Tutto ciò porta dal peccato di liberalismo all’anarchia: l’uomo si è emancipato da Dio ed ha voluto prendere il suo posto. Lo spirito anarchico è penetrato nella famiglia con il femminismo, nella società civile col liberalismo e perfino nella Chiesa col modernismo. Il Papa, condanna la democrazia moderna, secondo cui l’autorità non viene da Dio, ma dal popolo e scrive: “Non è più rispettata l’autorità di chi comanda, perché dal giorno in cui si volle emancipare ogni potere umano da Dio e si pretese che l’autorità fosse originata dalla libera volontà degli uomini, si rallentarono talmente i vincoli tra superiori e sudditi da sembrare quasi totalmente scomparsi” (ib., p. 656). Poi continua: “Uno sfrenato spirito d’indipendenza unito ad orgoglio si è a mano a mano infiltrato per ogni dove, non risparmiando neppure la famiglia ove il potere nasce dalla natura” (ivi), ossia passando naturalmente dal paterfamilias alla sposa e dai genitori ai figli. Purtroppo lo spirito d’indipendenza “non sempre si è arrestato alle soglie del Santuario e questo è il fatto più deplorevole” (ivi). Di fronte a tanti mali il Pontefice ricorda l’insegnamento di S. Paolo: “Non vi è potere che non venga da Dio” (Rom., XIII, 1) e commenta: “Dunque ogni potere che si esercita sulla terra ha Dio per origine” (ib., p. 657). Da questo principio rivelato in S. Paolo il Pontefice deduce “il dovere di obbedire non in qualsiasi modo, ma per obbligo di coscienza, salvo il caso in cui gli ordini di chi comanda si oppongano alle leggi divine” (ivi).

Quindi, il Papa si rivolge ai Governanti e chiede loro “se sia sapiente e salutare per i Pubblici poteri e per gli Stati divorziare dalla santa Religione di Cristo, che è potente sostegno delle autorità” (ivi). Infatti “una triste esperienza dimostra che dove manca la religione l’autorità umana viene facilmente disprezzata” (ib., p, 658).

Per farsi capire meglio il Papa fa un paragone tra l’insubordinazione dilagante nel tempo del suo Pontificato (1914) e quella che caratterizzò il peccato originale di Adamo ed Eva. Infatti, non appena Adamo peccò e la sua volontà si ribellò a Dio le passioni si rivoltarono contro la sua anima e si sfrenarono. Così succede che quando i Prìncipi e i Governanti disprezzano l’autorità divina, i popoli a loro volta disprezzano l’autorità umana. Allora l’unico rimedio dei Governanti è di ricorrere alla violenza per soffocare le rivolte, ma invano perché “la violenza opprime i corpi, ma non trionfa della volontà” (ivi). Solo la religione sottomette le volontà degli uomini ai loro Governanti.

Il terzo disordine è insito all’ingiustizia dei rapporti tra le classi sociali. Infatti, argomenta il Papa, indebolito il duplice elemento di coesione della Società civile: 1°) l’unione dei membri tra di loro tramite la carità fraterna; 2°) l’unione dei membri col capo per l’obbedienza all’autorità, non ci si deve meravigliare che la Società si presenti divisa come in due grandi eserciti l’uno contro l’altro armati: l’armata dei ricchi o dei proprietari, accesi di ricerca del benessere e di amor delle ricchezze e quella dei proletari, accesi d’odio e d’invidia. Ecco riproposta la questione sociale affrontata da Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: l’assenza di carità fraterna spinge i proprietari a sfruttare gli operai e muove i proletari ad odiare i padroni. Il rimedio è la dottrina sociale della Chiesa, attinta al Vangelo, la quale insegna ai padroni che non debbono frodare la giusta paga agli operai e che debbono trattarli umanamente e caritatevolmente ed apprende ai proletari che non debbono odiare i proprietari perché “se gli uomini sono sostanzialmente eguali per natura, non ne segue che tutti debbano occupare lo stesso grado nel consorzio sociale, ma che ognuno ha la posizione che si è procacciata con le sue qualità, non contrariate dalle circostanze” (ivi). Infatti, alcune volte le circostanze avverse (per esempio, Covid 19) possono danneggiare l’impresario o il lavoratore parsimonioso, risparmiatore, intelligente e condurlo alle soglie della povertà. Non sempre la povertà è sinonimo di ozio, di imprudenza, di imprevidenza come vorrebbero i calvinisti e i liberisti.

Il rimedio alla questione sociale, come già aveva insegnato Leone XIII, è l’amore fraterno e lo spirito evangelico. Però Benedetto XV specifica: “L’amore fraterno non varrà a togliere di mezzo la diversità delle condizioni sociali e delle classi. Questo non è possibile, come non è possibile che in un corpo organico tutte le membra abbiano una stessa funzione ed una stessa dignità. Tuttavia esso farà che i più alti si inchinino verso i più umili e li trattino non solo secondo giustizia, come è d’obbligo, ma con benevolenza, con affabilità, con tolleranza. I più umili, poi, riguardino i più elevati con compiacimento del loro bene e con fiducia nel loro appoggio” (ib., p. 659).

Il quarto disordine è la radice profonda della questione sociale e risiede nella cupidigia, che come insegna S. Paolo “è radice di tutti i mali” (I Tim., VI, 10). Secondo questo disordine della cupidigia l’uomo non deve sperare nell’aldilà poiché solo quaggiù può essere felice, godendo delle ricchezze, degli onori e dei piaceri di questa vita. Quindi, l’uomo con tutto l’impeto delle passioni non solo si lancia all’acquisto di questi beni, ma respinge lontano da sé qualsiasi ostacolo che lo trattenga dall’ottenerli. Gesù nel Sermone della Montagna ci ha insegnato, invece, quali sono le vere beatitudini dell’uomo e le ha poste come fondamento della filosofia cristiana. “Tutto il segreto di questa filosofia sta in ciò che i cosiddetti beni della vita mortale sono semplici apparenze di bene, mentre attraverso i dolori, le sventure, le miserie di questa vita, sopportate pazientemente, ci apriamo la via al possesso dei beni immarcescibili” (ib., p. 660).

La Chiesa e il tempo presente

Se la situazione degli Stati nel tempo presente (1914) preoccupa, e non poco, il Papa, la situazione attuale della Chiesa al suo interno fa sì che il suo animo si “rallegri almeno in parte” (ib., p. 660). Infatti il suo predecessore, S. Pio X, aveva riformato le discipline ecclesiastiche ed aveva “rimosso dall’insegnamento delle scienze sacre ogni pericolo di innovazione temeraria” (ib., p. 661). Tuttavia se Pio X aveva combattuto, fulminato e in gran parte debellato il modernismo, non pochi modernisti si celavano ancora nel seno della Chiesa. Già nella prima parte dell’Enciclica presente Benedetto XV si lamentava dello spirito d’indipendenza che si era infiltrato nelle famiglie, negli Stati e “non sempre si è arrestato alle soglie del Santuario” (cit., p. 656). Adesso in questa seconda parte il Pontefice illustra le luci e non cela qualche ombra che si trova all’interno della schiera degli uomini di Chiesa, non permettendogli di rallegrarsi in tutto, ma solo “in parte”.

Infatti, il Papa scrive: “Tuttavia, poiché il campo del Padre di famiglia è sempre esposto alle mali arti del nemico, non avverrà mai che non si debba lavorarlo affinché il fiorire della zizzania non danneggi la buona messe” (ivi), in breve il demonio ispira sempre nuovi errori e vizi per infestare anche il campo della Chiesa. Quindi “per quanto starà in Noi avremo sempre la massima cura di rimuovere il male e promuovere il bene” (ivi).

Innanzitutto il Papa si affretta a spiegare che farà il possibile affinché all’interno della Chiesa cessino “dissensi e discordie tra cattolici” (ivi), ossia si dovrà continuare a combattere il modernismo, ma restando uniti tra cattolici. Infatti, il cattolicesimo o lo si professa intero o non lo si professa affatto, ma lo si rinnega (ib., p. 662). Qualche storico, esagerando, ha voluto vedere nell’elezione di Benedetto XV la volontà di scegliere un nuovo Papa “non intransigente, che combatta la corrente integralista, la quale ha in Vaticano non scarsi sostenitori” (Antonio Scottà, Papa Benedetto XV. La Chiesa, la Grande Guerra, la pace: 1914-1922, Roma, 2009).

Poi Benedetto XV condanna esplicitamente il modernismo, scrivendo: “Sorsero i mostruosi errori del modernismo, che il Nostro Predecessore giustamente dichiarò ‘sintesi di tutte le eresie’, condannandolo solennemente. Tale condanna Noi qui rinnoviamo in tutta la sua estensione; e poiché un così pestifero contagio non è stato ancora del tutto sradicato, ma, sebbene latente, serpeggia tuttora qua e là, Noi esortiamo che ognuno si guardi con cura dal pericolo del contagio. Né soltanto desideriamo che i cattolici rifuggano dagli errori dei modernisti, ma anche dalle tendenze dei medesimi e dal cosiddetto spirito modernistico” (ib., p. 663); in breve egli condanna non solo il modernismo, ma i modernisti e i modernizzanti, ossia coloro che senza essere modernisti in senso stretto hanno “lo spirito del modernismo” e osserva che, come un serpente nascosto tra l’erba, il modernismo “latente serpeggia tuttora qua e là”. Se Benedetto XV nella lotta contro il modernismo non ha voluto impiegare la forza di Pio X, certamente non si può fare di lui un “Papa modernizzante, se non addirittura modernista”. Il carattere, lo stile, la pastorale di papa Della Chiesa e di papa Sarto sono diversi, essendo diversi gli uomini, ma la sostanza della fede cattolica e della lotta contro l’errore modernista è la medesima pur se con sfumature diverse in entrambi.

Per lottare contro il modernismo il Papa raccomanda infine ai sacerdoti la sottomissione ai vescovi e ai vescovi la sottomissione al Papa (ib., p. 664).

La questione romana

Benedetto XV conclude il programma del suo Pontificato, trattando, nell’ultima parte dell’Enciclica, la famosa questione romana, iniziata con l’invasione di Roma da parte delle truppe piemontesi il XX settembre del 1870 e condannata costantemente da Pio IX e da Leone XIII. Anch’egli rinnova la condanna, scrivendo: “Purtroppo da lungo tempo la Chiesa non gode di quella libertà di cui avrebbe bisogno; e cioè da quando il suo Capo, il Sommo Pontefice, incominciò a mancare di quel presidio [il potere temporale, ndr], che per disposizione della divina Provvidenza, aveva ottenuto nel volgere dei secoli per tutela della sua libertà” (ib., p. 665).

Tirando le somme

Lo studio sereno e oggettivo di quest’Enciclica ci permette di considerare il programma del Pontificato di Benedetto XV nel suo insieme, nella sua ricchezza e vastità. Molti hanno voluto vedere in lui l’anti-Pio X. Certamente papa Della Chiesa è colui che ha sciolto il “Sodalitium Pianum” di Mons. Umberto Benigni. Non tutti gli atti pratici o di governo di un Papa debbono e possono essere i migliori possibili; ma neppure quelli di Monsignor Benigni possono essere considerati come assolutamente perfetti, anche perché l’uomo essendo una creatura è sostanzialmente limitato, finito e imperfetto. Forse tale scioglimento ha nuociuto alla lotta concreta contro i modernisti. Forse il “Sodalitium Pianum”, quanto al modo di fare un po’ eccessivo di qualcuno dei suoi membri (non sempre della stessa stoffa di Mons. Benigni), ha prestato il fianco alla critica, la quale ha ingrandito l’entità dei suoi difetti, che ogni opera umana porta con sé, decretandone la fine. Non si può divinizzare nessun uomo e neppure un Papa (e neppure un “Monsignore”). Il limite è connaturale alla natura umana. Tuttavia è innegabile che il programma di Benedetto XV esposto nella presente Enciclica, quanto alla sostanza, è stato integralmente cattolico: la condanna del soggettivismo moderno e della sua sete d’indipendenza; la riaffermazione della necessità di cooperazione subordinata tra Stato e Chiesa; la soluzione cristiana della questione sociale contro gli opposti errori del socialismo e del liberalismo; la condanna del modernismo, dei modernisti e dei modernizzanti; la riaffermazione della necessità del potere temporale del Papa affinché la Chiesa possa esercitare con piena libertà la sua opera evangelizzatrice. Se il tentativo di porre fine alle liti tra cattolici (divisi dagli storici, forse in maniera eccessiva, in “integrali” e “moderati”) ha portato alla diminuzione dell’attività repressiva dei modernisti, esercitata soprattutto da Pio X, non lo si può ascrivere ad una perversa intenzione di papa Della Chiesa di favorire il modernismo, ma solo alla sua volontà di pacificare gli animi dei fedeli; voler andare oltre significa fare un processo alle intenzioni. Ciò non toglie che si possa preferire Pio X a Benedetto XV, ma senza arrivare all’eccesso di fare di quest’ultimo un liberale e un modernista.

Tuttavia questa interpretazione mi sembra eccessiva, come quella che fu fatta riguardo alla prima Lettera pastorale dell’allora arcivescovo di Bologna (1908), in cui si volle ravvisare una tendenza liberale, mentre se si esamina la Lettera pastorale di monsignor Della Chiesa ne risulta tutto il contrario (come abbiamo già visto).

d. Curzio Nitoglia

Fine della Dodicesima Parte

…continua…


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