Papa della Chiesa (5): Guido Aureli e Monsignor Benigni ~ (Quinta Parte)

(Quinta Parte-5)

GUIDO AURELI
E MONSIGNOR BENIGNI

Introduzione

Studiando un interessante saggio di Nina Valbousquet e Lejandro Mario Dieguez (Il complottismo di un nostalgico integralista. Guido Aureli e il suo memoriale su Monsignor Benigni e Pio X, Brescia, Morcelliana, “Modernism”, 2018, pp. 159-222) si legge, a pagina 177-178, che «l’apice della polemica antigesuita di Benigni fu certamente raggiunto nel 1927 con la pubblicazione di un suo saggio in “La Vita Italiana” di Giovanni Preziosi, accusando i gesuiti di formare un’internazionale antifascista (XXX [U. Benigni], L’altra “Internazionale”: Qual è l’atteggiamento dei gesuiti di fronte all’Italia fascista?, in “La Vita Italiana”, marzo/aprile 1927, pp. 69-73)».

Nello scorso articolo abbiamo visto la polemica condotta, durante gli anni Venti/Trenta, da monsignor Benigni (Perugia 1862 – Roma 1934) contro i gesuiti in generale, La Civiltà Cattolica e specialmente contro il suo direttore, padre Enrico Rosa; che erano ritenuti da lui sic et simpliciter modernisti ed abbiamo dovuto constatare che i gesuiti, padre Rosa e la rivista da lui diretta, La Civiltà Cattolica, negli anni Venti/Trenta non erano modernisti (basta leggere gli articoli di padre Rosa, la rivista dei gesuiti e studiare la storia della Compagnia di Gesù per accertarsene); certamente si può preferire il programma degli “integrali” (che condivido in pieno), ma non si può dire che gli scritti di padre Rosa siano liberal/modernisti o “moderati” nel senso peggiorativo del termine, ossia modernizzanti se non addirittura modernisti.

Purtroppo il modo di agire del monsignore perugino (che non è condivisibile alla pari del suo programma) lo portava a degli eccessi nel condannare, come modernista, ogni divergenza (anche solo pratica) dal suo modo di vedere le cose.

Inoltre il guaio più grande è che monsignor Benigni, così facile a stroncare i minimi difetti degli altri, è stato molto disinvolto a concedersene alcuni, che sono oggettivamente abbastanza gravi. Mi riferisco alla sua collaborazione con Giovanni Preziosi, di cui tratta la Valbousquet… infatti nell’aprile del 1927 il monsignore perugino scrisse un articolo contro i gesuiti qualificandoli come “internazionale antifascista” proprio sulla rivista La Vita Italiana fondata e diretta da Giovanni Preziosi.

Preziosi e Benigni

Se Benigni fosse stato un tantino meno severo nei confronti degli sbagli, anche solo pratici o prudenziali, degli altri si potrebbe passare sopra alla sua collaborazione con Preziosi, ma … così non fu …

Giovanni Preziosi modernista

Chi era Giovanni Preziosi? Giorgio Fabre scrive: “Preziosi nacque a Torella dei Lombardi (Avellino) il 28 ottobre 1881. […]. Giovanissimo entrò in seminario a Sant’Angelo dei Lombardi e il vescovo lo ordinò sacerdote il 24 settembre 1904. Dal 1901 aveva cominciato a scrivere in vari giornali di orientamento cattolico democratico e nel 1903 in Cultura sociale fondata da don Romolo Murri [il sacerdote modernista che fu scomunicato da Pio X nel 1909, ndr]. Preziosi definì allora il suo antisocialismo, ma anche l’avversione per il tradizionalismo religioso […], però si aprì anche alla cultura laica di Benedetto Croce. […]. Presto dovette fare i conti con le decisioni di Pio X contro l’impegno politico [vicino alla Democrazia Cristiana o PPI, ndr] dei cattolici italiani (Enciclica Il fermo proposito, 1905), che Preziosi aggirò chiedendo al suo vescovo di essere mandato negli Stati Uniti. […]. Anche il viaggio che il giovane prete compì in Germania nel dicembre del 1908 fu preceduto da una dura iniziativa antimodernista [dalla quale Preziosi dissentiva, ndr], una Lettera pastorale del suo vescovo che vietava la lettura dei giornali democratico/cristiani. […]. Nel 1915 fondò la rivista La Vita Italiana, su suggerimento del sanguigno collaboratore, Maffeo Pantaleoni, che diede l’impronta polemica e liberista alla rivista. […]. Fino al 1920 La Vita Italiana ebbe vari collaboratori liberali, compreso Benedetto Croce. […]. In una data che non si conosce con precisione, tra il 1918 e il 1921, ma quasi certamente vicino al 1921 Preziosi lasciò il sacerdozio. Aveva avviato una relazione con Valeria Bertarelli (1894-1945), sposata e con un figlio, che divorziò dal marito a Fiume il 7 aprile del 1920. Con la Bertarelli si sposò sempre a Fiume, il 14 dicembre del 1921 (matrimonio però non riconosciuto in Italia). […] Nel 1923 si avvicinò al futuro segretario del PNF, Roberto Farinacci. […]. A partire dal 1931, Julius Evola, iniziò a scrivere su La Vita Italiana di Preziosi, dopo la chiusura della sua rivista La Torre” (Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2016, vol. 85, p. 360-361 e 364, voce “Preziosi, Giovanni” a cura di G. Fabre).

Certamente non si può qualificare Giovanni Preziosi come un araldo del “cattolicesimo integrale”, un antimodernista puro, anzi egli fu chiaramente modernista sin da giovane seminarista (1901), poi da prete sino al 1921; mentre dal 1923 iniziò la fase del “secondo Preziosi” (conclusasi a Milano il 25 aprile del 1945, tragicamente) il giornalista antisemita, che è quello più conosciuto.

Quindi – pur non volendosi scandalizzare per le sue vicende personali – riesce difficile comprendere come Benigni, che vedeva difetti ed eccesso di “moderazione” nei gesuiti in quanto tali, in padre Enrico Rosa, ne La Civiltà Cattolica e perfino in Merry del Val e De Lai per non parlare di Benedetto XV – ed era un partigiano dell’assoluta integrità della dottrina cattolica, abbia potuto collaborare con un modernista come Preziosi, che lui conosceva bene. Sembrerebbe, il suo, un modo di agire simile a quello dei farisei che erano molto stretti nel giudicare il prossimo e molto larghi con se stessi. Per Benigni valeva la politica del “due pesi e due misure”? si direbbe di sì. Infatti se padre De Rosa, i gesuiti, La Civiltà Cattolica, monsignor Della Chiesa, Gasparri e Ratti per Benigni erano reputati liberali e modernisti, come mai poi si metteva in combutta con Preziosi (in compagnia di Evola, Croce, Farinacci …) che lo era in maniera assolutamente reale e certa? Questo modo di fare, che strideva col cattolicesimo integrale non incline ai compromessi e alle commistioni, ha nuociuto alla battaglia del cattolicesimo integrale, del Sodalitium Pianum e di monsignor Benigni.

Si capisce così anche la reazione che colpì monsignor Benigni a partire dal 1911, quando fu allontanato dalla Segreteria di Stato. Infatti il Vangelo ammonisce: “Sarai giudicato con la stessa misura con la quale giudicherai”. Certamente vi furono degli eccessi contro i cattolici integrali dopo la morte di Pio X, certamente non furono belli, ma furono provocati anche da un certo modo di fare del monsignore perugino.

Il saggio dei due storici si compone di due parti: la prima, è l’introduzione a cura di Nina Valbousquet da pagina 159 a pagina 179 della rivista “Modernism” succitata; la seconda, è l’edizione del documento stilato da Guido Aureli (Monsignor Benigni e Pio X) con un ricco apparato critico, a cura di Alejandro Mario Dieguez, da pagina 160 a pagina 222.

Nina Valbousquet: il memoriale di Guido Aureli in difesa di Benigni

La Valbousquet inizia (cit., p. 159) spiegando che Guido Aureli (1869-1955) era un giornalista che faceva parte della corrente del cattolicesimo integrale ed era amico personale del monsignore perugino, Umberto Benigni (Perugia 1862 – Roma 1934).

Aureli, nel suo memoriale, presenta la figura di monsignor Benigni decisamente mitizzata ed sublimata, scrivendone come di un martire, condannato dai modernisti e dai modernizzanti, senza nessuna colpa da parte sua, che dopo la morte di Pio X (1914) presero il potere nella Chiesa e in Vaticano con l’elezione del cardinale Giacomo Della Chiesa a Papa.

L’autrice scrive che monsignor Benigni nel 1909 aveva fondato il Sodalitium Pianum (d’ora in poi SP), detto anche la Sapinière (cit., p. 160). Occorre dire che la Valbousquet, pur essendo molto precisa nel riportare le fonti e i fatti, è decisamente “ideologicamente” orientata contro il cattolicesimo integrale. Tuttavia, il suo saggio merita di essere letto, con spirito critico, poiché ci porge delle notizie che erano in gran parte sconosciute.

Il memoriale venne scritto dall’Aureli verso la “seconda metà del 1939” (cit., p. 160), quando era stato appena eletto papa Pio XII (2 marzo 1939), che l’Aureli, secondo l’Autrice, avrebbe voluto tirare verso la causa dell’integralismo cattolico e allontanare dalla corrente “moderata”, rappresentata ai suoi occhi da Benedetto XV e Pio XI.

Guido Aureli espone la storia del SP, del pontificato di Pio X e di monsignor Benigni, secondo l’ottica di un “tradimento” della Chiesa in un doppio senso, da una parte “la Chiesa era stata tradita da molti cattolici, modernizzanti e quindi nemici di Dio e della Sua Chiesa; dall’altra parte Aureli voleva dimostrare l’asserto secondo cui “pure nella Santa Sede ci sono elementi perturbatori” appartenenti alla “Setta di dentro”, ossia i modernisti infiltratisi nella Chiesa, “traditori della causa della verità cattolica di cui gli integrali si consideravano i soli depositari” (cit., p. 160).

In breve Aureli accusa nel suo memoriale Benedetto XV e la sua Curia di modernismo e tradimento, mentre mostra monsignor Benigni come l’autentico cattolico fedele e integrale, in piena sintonia con le direttive del pontificato integralmente antimodernista di Pio X (il che discorda dalla realtà, poiché Benigni collaborava anche con Preziosi, con l’Ovra e parteggiava per l’Italia risorgimentale nella guerra del 1915/1918 contro l’Austria come vedremo in appresso), col quale il pontificato successivo di Benedetto XV sarebbe stato in discontinuità o in rottura sostanziale.

La Valbousquet spiega, quindi, che monsignor Benigni fu “membro della Curia di Pio X sino al 1911 [quindi per soli 3 anni, ndr], quando iniziò la sua progressiva emarginazione” (cit., p. 160), che come vedremo oltre fu richiesta, però, non dai modernizzanti, ma in pieno pontificato di papa Sarto, dal cardinale “integrista” Raffaele Merry del Val, il fedele Segretario di Stato di Pio X, che nel 1911 disapprovò i metodi del monsignore perugino e ne chiese l’allontanamento dalla Curia.

L’Autrice spiega che dopo la morte di Pio X, a causa degli “orientamenti più moderati” (cit., p. 160) di Benedetto XV, monsignor Benigni fu talmente ferito e deluso da tale moderazione, che per lui equivaleva ad una resa al modernismo (il che non corrisponde alla realtà), da “trasformare il suo attivismo” che aveva iniziato nel 1909 con il SP come associazione di lotta contro il modernismo religioso, in una “direzione più politica”, trasformando il SP in “una “rete internazionale”, che perse la sua influenza inizialmente avuta con Pio X (ma solo dal 1909 fino al 1911), conoscendo “un lento declino sotto Benedetto XV e Pio XI, senza però smettere di mantenere una certa influenza formando così il partito di Pio X” (cit., p. 161), che tentò con il memoriale di Guido Aureli del 1939 di portare Pio XII dalla parte del partito di Pio X.

Guido Aureli scrisse il suo memoriale per confutare la seconda edizione (1939) del libro del senatore cattolico moderato Filippo Crispolti, Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI. Ricordi personali (Roma/Milano, Treves/Treccani/Tumminelli, 1932; Milano, Garzanti, 1939). La seconda edizione del 1939 includeva anche la storia completa del pontificato di Pio XI (1922-1939), che nella prima edizione del 1932 era stato trattato solo parzialmente, mancando ancora gli ultimi 7 anni del pontificato di papa Ratti. Ora siccome il cardinale Eugenio Pacelli era stato eletto Papa col nome di Pio XII il 2 marzo 1939, tale avvenimento rappresentava “una svolta per gli integralisti, segnata da speranze, ma anche da interrogativi riguardanti i possibili nuovi orientamenti del pontificato” (cit., p. 162). Insomma non solo l’Aureli riprendeva la vecchia polemica del 1932 con il Crispolti, ma ne approfittava per orientare il nuovo pontificato pacelliano verso un ritorno a quello di Pio X, visto dai cattolici integrali in rottura con quelli di Benedetto XV e di Pio XI.

La Valbousquet ci parla quindi (cit., p. 163) della figura di Guido Aureli, che fu un giornalista/vaticanista per vari quotidiani ma soprattutto per La Stampa di Torino dal 1904 al 1921, nipote del cardinale Luigi Galimberti (uno dei vari Segretari di Stato succedutisi durante il pontificato di Leone XIII), il quale potendo usufruire delle carte lasciategli da suo zio pubblicò nel 1912 assieme al suo amico Crispolto Crispolti (cugino di Filippo Crispolti, col quale Guido Aureli polemizzò nel 1932 e 1939 riguardo a Pio X e Benigni, come abbiamo visto sopra) un volume di circa 600 pagine, La politica di Leone XIII, da Luigi Galimberti a Mariano Rampolla. Guido Aureli esprime chiaramente il pensiero affine alla corrente cattolico/integrale vicina soprattutto a Pio X, senza tuttavia mettere in opposizione Leone XIII e papa Sarto. Infatti sia Aureli che Benigni si erano formati alla scuola di papa Pecci, che prima di diventare Sommo Pontefice fu arcivescovo di Perugia (la città natale di Benigni, il quale sin da allora conobbe bene monsignor Pecci).

Aureli nel 1925 si avvicinò al regime fascista in funzione clerico/fascista di esaltazione della romanità grazie alla Chiesa e al fascismo. Verso la fine degli anni Trenta pubblicò anche sulle riviste di Roberto Farinacci (Il regime Fascista) e di Giovanni Preziosi (La Vita Italiana). Egli nel 1941 pubblicò un libro (“Bombardiamo San Pietro!” – Churchill ai Comuni, 1940. Ebraismo, massoneria e anglicanesimo contro la Chiesa di Roma (Roma, Società Editrice del Libro Italiano, 1941). Pure in questo libro parlò diffusamente di monsignor Benigni, citando i diversi passaggi contro il Giudaismo della sua Storia sociale della Chiesa.

Quando, nel 1939, l’Aureli scrisse il libro in larga parte in difesa di Benigni (La politica di Leone XIII, da Luigi Galimberti a Mariano Rampolla) del quale stiamo trattando nel presente articolo, non era più il giornalista/vaticanista famoso e affermato degli anni passati e la sua influenza era oramai in fase calante. Tuttavia cercò di riacquistare credito e di farlo riconquistare anche alla corrente dell’integralismo cattolico, pubblicando pure un elogio del nuovo Papa appena eletto, Pio XII, sulla rivista La Vita Italiana di Giovanni Preziosi (marzo, 1939, pp. 279-298). Anche in questo articolo (come nel memoriale su Benigni e Pio X, di cui parleremo nel prossimo articolo, che lo seguì di qualche mese) Aureli si fermò lungamente sulla persona di monsignor Benigni per difenderlo dalle accuse, in verità qualche volta anche esagerate, che gli furono rivolte dopo il 1911/14 e soprattutto dopo la sua morte (1934).

Nina Valbousquet ci presenta Guido Aureli come “la contro/parte laica” di Benigni mentre padre Jules Saubat ne “era l’alter-ego religioso” (cit., p. 164). Il giornalista Aureli conobbe il monsignore di Perugia tra il 1900 e il 1904 e si mise sùbito a disposizione di Benigni nella lotta antimodernista, dirigendo assieme a suo fratello Romeo Aureli un’agenzia di stampa, la Società Romana Pubblicità, che viene reputata essere uno strumento di Benigni, che se ne servì come paravento per il SP.

Aureli fu accusato spesso da L’Osservatore Romano e da La Civiltà Cattolica di essere in combutta con Benigni, il quale avrebbe passato al giornalista/vaticanista informazioni della Santa Sede anche segrete, che poi venivano diffuse dal suo braccio destro/laico, per evitare le censure canoniche del Vaticano essendo lui sacerdote. Quindi Aureli nel 1939 si decise a scrivere il suo memoriale su Benigni per disconoscere la paternità dei suoi articoli attribuita al monsignore perugino discolpandolo, così, dall’accusa di aver tradito l’obbligo del segreto professionale.

Tuttavia la Valbousquet ritiene che “la collaborazione tra Benigni ed Aureli era strettissima” (cit., p. 165). Poi ella espone due tesi (quella di Benigni e quella della Polizia Politica fascista, ossia l’Ovra) ed infine asserisce che la verità storica sarebbe diversa da entrambi e si troverebbe in mezzo tra queste due tesi opposte.

La prima tesi si trova esposta nella lettera che Benigni indirizzò al cardinal De Lai, nel gennaio del 1917, in cui pretendeva che il circuito di informazione fosse soltanto proveniente dall’Aureli.

La seconda tesi si trova in un rapporto della Polizia Politica fascista (ovviamente da considerare con cautela), che sottolineava l’influenza di Benigni sull’Aureli, che veniva informato dal monsignore perugino sulla politica vaticana” (cfr. ACS = Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Polizia Politica, Fascicoli personali, b. 52, fasc. Aureli; rapporto del 30 settembre 1930).

La Valbousquet esprime, quindi, la sua opinione o la terza tesi, fondata su “indagini prolungate nelle carte di Benigni, conservate nell’Archivio Segreto Vaticano e all’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri Italiano, le quali attestano rimandi frequenti tra Benigni e il suo fidato collaboratore, che rivelano sia documenti mandati da Aureli a Benigni, sia rapporti e lettere indirizzati da Benigni ad Aureli. È certo che Aureli attinse frequentemente alla documentazione di Benigni, anche perché questo era lo scopo che il prelato assegnava alla sua rete transnazionale nel dopoguerra (1919). Benigni mandava appositamente ai suoi contatti giornalistici vari bollettini anonimi (Confidenziale, Notizie Vaticane, Lettres de Paris, Veritas, ecc.) il cui contenuto era destinato ad essere riutilizzato nella stampa senza citarne la fonte. Inoltre, la strategia a scomparti scelta consapevolmente da Benigni e il suo nascondersi dietro a vari pseudonimi suscitarono una certa confusione ed interrogativi da parte degli osservatori esterni sulla paternità degli scritti integralisti in circolazione nel dopoguerra” (cit., p. 166).

Le informazioni che vennero diffuse dall’Aureli erano molto riservate e delicate anche dal punto di vista politico/internazionale. Infatti “Aureli pubblicò sulla rivista La Tribuna del 24 novembre 1916 un articolo contro L’Osservatore Romano (perché aveva pubblicato un necrologio troppo laudativo dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe) e più generalmente contro le tendenze a favore degli Imperi centrali [Austria/Ungheria, Russia e Germania, ndr] che si manifestavano in seno alla Santa Sede, ndr]. Benigni era stato sospettato di aver ispirato l’articolo di Aureli. Nel 1921 L’Osservatore Romano accusò nuovamente Aureli di aver rivelato documenti segreti della Santa Sede riguardanti la Francia, trasmessigli da Benigni. […]. Un altro esempio è quello secondo cui l’Aureli sarebbe l’Autore di un articolo anonimo del 1922, apparso su La Ronda con la quale collaborava anche Benigni, intitolato Benedetto XV, il papa della realpolitik. Agli occhi di padre Rosa (in La Civiltà Cattolica, n. 4, 1927, p. 399) Benigni ne sarebbe stato il vero autore” (cit., p. 167).

Aureli si è sforzato di confutare queste accuse, ma la Valbousquet scrive che “è ben attestato dalla nostra consultazione degli archivi un lavoro di circolazione dell’informazione tra i due integralisti e a volte di scrittura a quattro mani. Nel dopoguerra Aureli partecipò pienamente al nuovo orientamento politico controrivoluzionario di Benigni e della sua rete trans-nazionale. Il giornalista collaborò direttamente alla concezione e diffusione di vari bollettini politici di Benigni” (ivi).

Inoltre la storica francese ci spiega che “la convergenza di Aureli verso il regime fascista si svolse in sincronia con quella di Benigni, il quale diventò informatore della Polizia Politica fascista nel 1923, dopo aver perso la sua ultima funzione presso le istituzioni della Chiesa. Secondato dal suo nipote, il giornalista Pietro Mataloni, Benigni fu prima al soldo del Ministero degli Affari esteri dal 1923 al 1928 e poi direttamente della Polizia Politica del Ministero degli Interni sino alla sua morte nel 1934” (cit., p. 168; cfr. ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, Atti speciali, 1898-1940, b. 6, fasc. 33: Carteggio Francesco Grispo Moncada, rapporto del 14 febbraio 1926).

Inoltre nel febbraio del 1923 Aureli e Benigni scrissero insieme una lettera indirizzata a Giuseppe Bottai (ASV = Archivio Segreto Vaticano, Fondo Benigni 60, ff. 166-167: “Personale per l’on. Bottai”, 8 febbraio 1923). La lettera voleva dimostrare a Bottai che la corrente degli “integrali” era stata interventista compattamente prima e durante la guerra, mentre i cattolici “moderati” si erano schierati a favore dell’impero austriaco. Nella lettera si trovano anche attacchi contro Gasparri e Benedetto XV. Ora anche questa tendenza, ostile all’Austria e favorevole all’intervento dell’Italia risorgimentale nella prima guerra mondiale, mal si concilia con il cattolicesimo integrale; tuttavia dopo l’elezione di Pio XI, Benigni, vedendo continuare la linea di Benedetto XV, si schierò con il regime fascista e ne sposò eccessivamente le tendenze, allontanandosi non solo dal governo della Santa Sede, ma anche dai princìpi controrivoluzionari del cattolicesimo integrale religioso. Questa è la seconda fase “politica” di Benigni, che passò dall’iniziale antimodernismo religioso ad una forma più politica di lotta controrivoluzionaria, viziata da una tendenza riabilitativa del Risorgimento del quale il fascismo sarebbe stato la continuazione e l’inveramento; da una collaborazione spionistica con la Polizia Politica italiana (Ovra) ed infine dal passaggio da una posizione teologicamente antigiudaica (Storia sociale della Chiesa) ad una quasi antisemita biologicamente (La Vita Italiana).

Il testo, citato sopra, di Guido Aureli del memoriale su Pio X e monsignor Benigni – che viene riportato nella seconda parte del saggio della Valbousquet e di Dieguez (e su cui ritorneremo in un prossimo articolo), in cui Aureli attaccava il libro di Filippo Crispolti poiché vi scorgeva una “vendetta” dei cattolici “moderati” contro gli “integrali” e specialmente contro Benigni e lo stesso Pio X – scagiona monsignor Benigni dalle accuse di aver rivelato all’Aureli medesimo alcuni segreti d’ufficio. “Invece la consultazione attenta e sistematica del fondo Benigni invalida questa pretesa di Aureli e le carte dimostrano bene le connessioni politiche del prelato perugino fuori dell’Italia nel dopoguerra” (cit., pp. 169-170).

Aureli parla della uscita di Benigni dalla Segreteria di Stato Vaticana nel 1911, come se il monsignore perugino si fosse sacrificato volontariamente per amore di Pio X. Nel 1906 Benigni era stato nominato sottosegretario degli Affari Ecclesiastici Straordinari, poiché il cardinale Girolamo Maria Gotti (prefetto della Congregazione di Propaganda Fide) lo aveva raccomandato per quella funzione, data la sua conoscenza delle lingue straniere. Invece la Valbousquet (cit., p. 171) spiega che “la veemenza di Benigni contro i prelati germanici sospetti di modernismo (condotta soprattutto sul bollettino La Correspondence de Rome, diretta dal Benigni in concomitanza con le sue funzioni ufficiali nella Segreteria di Stato vaticana) gli costò anche la protezione del Segretario di Stato, cardinale Raffaele Merry del Val” (cit., p. 171), inoltre la storica francese scrive che assieme al cardinal del Val avrebbero spinto Benigni alle dimissioni pure il cardinal Gasparri e lo stesso Pio X (ivi).

Nel prossimo articolo vedremo in dettaglio il memoriale stesso di Guido Aureli su Pio X e Benigni, che è stato pubblicato nella seconda parte del presente saggio della Valbousquet dal professor Dieguez.

d. Curzio Nitoglia

Fine Della Quinta Parte

Continua

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