ANCORA SULLA DEPOSIZIONE DEL “PAPA ERETICO” DA PARTE DEL “CONCILIO IMPERFETTO” ~[10/10]~

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[Decima e Ultima Parte]

CONCLUSIONE

Prologo

Nell’esaminare la possibilità di far dichiarare giuridicamente il Papa eretico e di farlo deporre dal Concilio imperfetto, siamo partiti dalla tesi di alcuni cattedratici a riposo, che di fronte al “caso Bergoglio”, soprattutto a partire dalla Esortazione apostolica Amoris laetitia (19 marzo 2016), hanno raccolto delle firme, lanciato delle petizioni per far deporre papa Francesco e far nominare un altro Papa.

Nel corso dello studio di questo tema abbiamo visto che il problema era già stato affrontato in maniera teologicamente più acuta sin dal 1964 soprattutto da tre autori, che ben conoscevano la teologia: l’Abbé Georges de Nantes, il dottor Arnaldo Xavier Vidigal da Silveira e padre Guérard des Lauriers, ma che il loro tentativo era sfociato in una via senza uscita.

Riassumo brevemente le loro tesi per aiutare il lettore a giungere ad una conclusione ragionevole sulla situazione attuale nell’ambiente ecclesiale e a prendere la strada giusta in vista della soluzione teorica e pratica di questo problema pungente.

L’Abbé de Nantes (1964)

L’Abbé Georges de Nantes sollevò per primo la questione del “Papa eretico e deposto ipso facto” nel n. 188 della sua Rivista “Contre Reforme Catholique” (11 novembre 1964, p. 2), in cui scrisse che il Papa può cadere in eresia e deve essere deposto, non dal Concilio, che è inferiore a lui, ma da lui stesso, in modo che dopo essere stato ammonito della sua eterodossia o cambia opinione, si corregge e pone fine al problema; oppure continua pertinacemente a sostenere l’eresia di cui è stato ammonito e allora, ammettendo, praticamente ed implicitamente, di essere eretico deporrebbe se stesso … .

Questa prima ipotesi dell’Abbé Georges de Nantes e soprattutto la sua conclusione (“il Papa che depone se stesso”) non è poi tanto peregrina come potrebbe apparire ad un primo e sommario sguardo.

Infatti secondo don Piero Ballerini1, “ammesso e non concesso” che il Papa cada in un errore contrario alla fede, dovrebbe essere ammonito e corretto (non giuridicamente e penalmente, ma teoricamente o professoralmente2) e dopo due ammonizioni, se si ostinasse nell’errore, si dichiarerebbe da se stesso eretico e decaduto dal Pontificato, però tutto ciò deve essere opera non di giurisdizione bensì di carità (P. Ballerini, De Potestate ecclesiastica Summorum Pontificum et Conciliorum generalium, Verona, 1765, cap. 9, nn. 3-8; cap. 15, n. 21)3.

L’Abbé de Nantes nell’esporre la sua tesi si fondava su un libro, molto ben documentato e teologicamente profondo, del valente teologo Paul Viollet (L’infallibilité du Pape et le Syllabus, Parigi, Lethielleux, 1904), che a sua volta citava, oltre al Ballerini, anche numerosi altri teologi della scuola domenicana dal XVI al XVIII secolo (Torquemanda, Bañez, Billuart), oltre ai classici dell’Ecclesiologia post-tridentina: i gesuiti Bellarmino/Suarez e il domenicano Tommaso de Vio detto il Gaetano.

Egli ribadì, così, che Paolo VI era eretico e propose la sua ipotesi, che ricalca soprattutto quella esposta dal Ballerini nel XVIII secolo, aggiornandola alla luce del dogma del Primato di giurisdizione del Papa, definito dal Concilio Vaticano I (1869/1870), secondo cui solo il Papa in quanto tale – impegnando l’infallibilità mediante un intervento dogmatico in materia di fede e di morale, che definisce e obbliga a credere – può correggere se stesso, ossia una precedente opinione papale pastorale (sua o di altri precedenti Pontefici), non infallibile ed erronea o materialmente ereticale (“CRC”, n. 69, giugno 1973, p. 10).

Per quanto riguarda la teoria ripresa dall’Abbé de Nantes della “auto-deposizione del Papa” vi è un’interessante spiegazione del tema fatta del professor Valerio Gigliotti nel libro diretto da Cyrille Dounot, La déposition du Pape hérétique, (Parigi, Mare & Martin, 2019) al 2° capitolo, La chute du Pape: entre renonciation et déposition (pp. 57-67).

Il Gigliotti (che insegna Storia del Diritto medievale e moderno alla Università di Torino) innanzitutto paragona e distingue (cit., p. 59) la rinuncia del Papa al Pontificato (esponendo i vari casi di dimissioni date da un Papa nel corso della storia della Chiesa sino all’ultimo esempio di Benedetto XVI nel 2013), la quale è lecita e ammessa dalla dottrina della Chiesa, che l’ha ribadita anche nel CIC del 1983 (can. 332, § 2). Poi parla (pp. 59-60) della deposizione del Papa da parte dell’Episcopato/Cardinalato, che – soprattutto dopo la definizione dogmatica del Concilio Vaticano I sul Primato di giurisdizione del Papa – non è ammissibile, quindi riprende e ribadisce la validità e obbligatorietà dell’adagio “Prima Sedes a nemine judicatur4.

In séguito il Gigliotti paragona la rinunzia del Papa al Pontificato ad una sorta di “auto-deposizione” (cit., p. 60). Infatti se nessuno può giudicare la Prima Sede, allora l’unica via d’uscita da un’eventuale situazione di eresia materiale del Papa, sarebbe la conscientia criminis del Pontefice stesso, che accortosi (dopo essere stato consigliato e ammonito caritatevolmente) della sua posizione ereticale deciderebbe di rinunciare al Pontificato (cit., p. 61). Quindi non peregrinamente il de Nantes parlava di “auto-deposizione” di Paolo VI.

Tuttavia la monizione fatta nel 1973 a Paolo VI dall’Abbé de Nantes rimase senza risposta… Quindi l’Abbé de Nantes concluse, troppo frettolosamente, che la “non-risposta” di papa Montini equivaleva alla sua abdicazione e deposizione (“CRC”, n. 69, giugno 1973, p. 12), ma nessun Vescovo avente giurisdizione né alcun Cardinale lo seguì nella sua ipotesi, che rimase praticamente “lettera morta”.

Arnaldo Xavier Vidigal da Silveira (1970)

Un secondo autore, il dottor Arnaldo Xavier Vidigal da Silveira, molto ben formato in questioni di Ecclesiologia e di Diritto – per risolvere il problema pungente che si presentava alla mente dei cattolici fedeli con il Concilio Vaticano II (1962-1965) e con la promulgazione della Nuova Messa (1969) – nel 1970 (in un libro apparso prima in portoghese e tradotto poi in francese nel 1975) fece una distinzione secondo cui il Papa caduto in eresia conserverebbe la giurisdizione in maniera precaria, radicalmente o potenzialmente, nella misura in cui essa è necessaria per il bene comune della Chiesa (A. X. V. da Silveira, La Nouvelle Messe de Paul VI: Qu’en Pénser?, Chiré-en-Montreuil, DPF, 1975, p. 275). In tal caso sarebbe Gesù a mantenerlo nella sua giurisdizione pontificia e non la Chiesa, il Concilio imperfetto o l’Episcopato (A. X. V. da Silveira, cit., p. 276).

Questa distinzione, accennata rapidamente dal da Silveira nel 1970, riguardo al Papa caduto in eresia che conserverebbe la giurisdizione potenzialmente, virtualmente o materialmente, nella misura in cui essa è necessaria per il bene comune della Chiesa, ma non in atto o formalmente, diverrà (1978/1981) il cavallo di battaglia di un terzo autore (padre Guérard des Lauriers), che la esaminerà e la svolgerà in lungo e in largo nella sua “Tesi” detta “di Cassiciacum”, come vedremo ora.

Michel-Louis Guérard des Lauriers (1979-1981)

Il terzo autore di notevole spessore teologico che ha affrontato il problema dell’autorità papale dopo la promulgazione del Concilio Vaticano II (1965) e della Nuova Messa (1969) è Padre Michel-Louis Guérard des Lauriers nei Cahiers de Cassiciacum (1979-1981).

Egli aveva capito la difficoltà presentata dalla deposizione del Papa eretico, alla quale sia l’Abbé de Nantes che il dottor da Silveira avevano dovuto aggiungere delle sottodistinzioni (come abbiamo visto sopra) per evitare lo scoglio del Conciliarismo5.

LUMEN GENTIUM”, LA “COLLEGIALITÀ EPISCOPALE”
E LA DEPOSIZIONE DEL PAPA

È molto interessante la costatazione che fanno i professori Nicolas Warembourg (che insegna Storia del Diritto alla Sorbona di Parigi) e Cyrille Dounot (professore di Storia del Diritto all’Università di Clermont) nel libro diretto da Cyrille Dounot, La déposition du Pape hérétique, (Parigi, Mare & Martin, 2019) al capitolo 11° (Pontife et Souverain. L’inextricable souverainité pontificale) quando scrivono (pp. 216-217) che la soluzione al problema insolvibile della deposizione del Papa sembrerebbe venire oggi dalla dottrina sulla “Collegialità episcopale” della Costituzione Lumen Gentium (§ 22) del Concilio Vaticano II. Infatti essi rimarcano (citando il libro del padre benedettino dom P. De Wooghth, Les pouvoirs du Concile et l’autorité du Pape au Concile de Costance. Le décret «Haec Sancta Synodus» del 6 aprile 1415, Parigi, Cerf, 1965) che la Costituzione Lumen Gentium fa anche (quoque) del Collegio dei Vescovi il “Soggetto abituale del potere supremo su tutta la Chiesa, con e sotto il Pontefice Romano”. Questa teoria, che è semi-conciliarista, è passata anche nel nuovo CIC del 1983 (can. 336 e 337). I due Autori concludono, fondandosi sul De Wooghth, che “emerge, così l’ipotesi canonica di un Concilio che possa deporre un Papa eretico (o costatando la sua “auto-deposizione”), procedendo alla nomina di un nuovo Papa, che ratificherebbe o riceverebbe liberamente l’atto collegiale di deposizione del Papa eretico, precedentemente posto dal Concilio. Se i Padri Conciliari non hanno pensato assolutamente a questa possibilità, resta tuttavia il fatto che hanno reso l’ipotesi del Papa eretico deposto o deponendo meno incongrua e più probabile. Le circostanze di un’azione veramente collegiale indipendente dal Papa, nella sua realizzazione iniziale, [deporre il Papa ritenuto eretico, ndr], ma ratificata a posteriori [dal nuovo Papa eletto dal Concilio, ndr], potrebbe essere quella di una costatazione della decadenza dal Papato del Pontefice eretico”.

Questa ammissione della novità della dottrina di Lumen Gentium rispetto alla dottrina tradizionale della Chiesa sulla non giudicabilità e non diponibilità del Papa da parte del Concilio, ci dimostra che la dottrina del vaticano II è in rottura e non i continuità con la Tradizione della Chiesa6

Addirittura alcuni teologi (tra cui Aidan Nichols7) propongono una revisione del nuovo CIC in questo senso, che renderebbe possibile la condanna giuridica e la deposizione del Papa ritenuto eretico, mentre il CIC del 1983 mantiene il principio secondo cui “la Prima Sede non può essere giudicata penalmente da nessuna autorità umana”.

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Perciò, per dichiarare che Paolo VI aveva perso l’autorità papale, padre Guérard des Lauriers ha abbandonato totalmente la via ipotetica del Papa eretico, ma ha percorso una via analoga alla distinzione fatta dal dottor da Silveira del Papa caduto in eresia, che mantiene una giurisdizione solo virtualmente o in potenza per il bene comune della Chiesa.

Per giungere a questa conclusione il padre domenicano si fondava a) sulla constatazione della volontà oggettiva di Paolo VI di non perseguire il bene comune della Chiesa (promulgazione del Novus Ordo Missae, 1969), finalità che è l’essenza di ogni autorità, mancando la quale finalità del bene comune decadrebbe anche l’autorità stessa; b) sugli errori riscontrati nella Dichiarazione Dignitatis humanae personae, promulgata nel 1965 da Paolo VI, la quale secondo il teologo domenicano francese avrebbe dovuto essere infallibile (per il solo fatto di essere stata presentata come “divinamente Rivelata”8) ed invece ha fallito, quindi da essa egli fa derivare il fatto che papa Montini non fosse Papa formalmente o in atto, ma solo materialmente o in potenza.

Padre Guérard des Lauriers, a differenza del dottor da Silveira, ha speso l’ultima parte della sua vita (1978-1989) ad approfondire la questione del “Papato materiale/formale”, tesi che il teologo brasiliano aveva trattato solo en passant nel suo libro del 1970.

Il domenicano francese, dopo aver esplorato ed esposto la sua Tesi del “materialiter/formaliter”, riteneva di dover fondare ogni conclusione pratica su di essa e di attendere che il Papa solo in potenza o materialiter si convertisse e diventasse Papa in atto o formaliter, maPaolo VI è morto senza abiurare i suoi errori e senza passare dalla potenza (Papato materiale) all’atto (Papato formale). Questo è il “tallone d’Achille” della sua Tesi teologica, la quale oramai non si può basare più su un Papa materiale o in potenza, ma sul cadavere di Paolo VI (deceduto il 6 agosto del 1978), che non è più in potenza ad essere eletto Papa9.

Quindi la catena ininterrotta della successione apostolica e petrina, stando alla “Tesi di Cassiciacum”, si sarebbe spezzata con la morte di Paolo VI e perdurerebbe ancora oggi in tale interruzione con papa Bergoglio (poiché nessuno dei “Papi conciliari” dal 1979 sino ad oggi ha corretto gli errori del Vaticano II), il che è contrario alla fede cattolica, la quale ci fa recitare nel Credo niceno: “Credo la Chiesa … apostolica”.

Come si vede, anche malgrado la distinzione “materialiter/formaliter” (introdotta brevemente dal dottor da Silveira nel 1970; approfondita e sviluppata al massimo da padre Guérard tra il 1979/1981 sino alla sua morte), non si tratta più di Sede vacante o interregno tra un Papa morto (Giovanni XXIII, † 3 giugno 1963) ed uno eligendo (Cardinal Montini, 21 giugno 1963), ma di Papato interrottosi alla morte di Paolo VI (6 agosto 1978), senza più successione apostolica a partire da San Pietro (Giovanni Paolo I, eletto il 26 agosto 1978, sarebbe – strettamente parlando secondo la “Tesi di Cassiciacum” – non il successore di Pietro dopo Paolo VI, ma il successore del cadavere di Paolo VI morto solo potenzialmente o materialmente e non formalmente Papa), ossia saremmo in una situazione di “Chiesa vacante”, di cessazione della “Nuova ed Eterna Alleanza”, il che è contrario alla promessa di Gesù: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro Essa” e “Io sarò con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”.

EPILOGO DELLE TRE TESI TEOLOGICHE:
DE NANTES, DA SILVEIRA, DES LAURIERS

Come si vede tre valenti teologi avevano, già mezzo secolo fa, iniziato a studiare il problema degli errori sparsi dal Papa e dai Vescovi durante e dopo il Concilio Vaticano II ed avevano cercato di trovare una soluzione, ma essa non è venuta; quindi ci si è dovuti arrestare lì, nella speranza di un intervento soprannaturalmente onnipotente di Dio, che solo può mettere riparo ad un male così preternaturalmente profondo, abissale, vasto e universale quale è stata la tempesta conciliare.

Quindi è evidente che l’opinione del “Papa eretico deposto o deponendo”, come pure la Tesi del “Papato materialiter”, è soltanto un’ipotesi congetturale e che soprattutto esse non hanno uno sbocco pratico, sotto pena di cadere nell’eresia conciliarista o nella interruzione dell’Apostolicità della Chiesa di Cristo.

Perciò alla fine di tanto lavorio teologico si resta con un pugno di mosche in mano, come ha dimostrato anche la storia di tutti gli Autori che hanno cercato di risolvere il mistero d’iniquità (operante già ai tempi del Concilio Vaticano II e poi nel postconcilio) con il Papa reputato eretico deposto ipso facto da se stesso (Abbé de Nantes), oppure con la distinzione “Papato materiale/formale” (da Silveira/Guérard des Lauriers), che si arena anch’essa in un nulla di fatto alla morte di Paolo VI: fine della Apostolicità della Chiesa10.

UNO SCACCO FINALE

Il professor Cyrille Dounot nel suo libro La déposition du Pape hérétique (Parigi, Mare & Martin, 2019), al capitolo 7°, Paul VI hérétique? La deposition du Pape dans le discours traditionaliste (p.164), conclude così: “Dopo aver letto gli scritti degli Autori favorevoli alla deposizione del Papa ritenuto eretico, si constata uno scacco finale. Qualsiasi sia la via intrapresa per arrivare alla soluzione del problema, nessuna di esse è praticamente realizzabile. L’unica via percorribile sembra quella della visione soprannaturale, in cui le anime dei fedeli aspettano l’intervento della Onnipotenza divina. La teoria della deposizione di papa Paolo VI durante il suo Pontificato (la chiusura del Concilio Vaticano II nel 1965 e la promulgazione della Nuova Messa nel 1969), ha mostrato i suoi limiti e la sua incapacità pratica di giungere ad una soluzione. Essa resta un’ipotesi molto difficile da mettere in pratica. […]. Si capisce che umanamente la situazione è inestricabile. Bisogna attendere che la divina Provvidenza, in un modo o in un altro, indichi la strada che permetta di uscire dall’impasse”.

PERCHÉ SI È GIUNTI A TANTO?

Secondo un teologo degli anni Cinquanta, don Pacifico Massi, una sorta d’istinto di conservazione sarebbe all’origine della preoccupazione di salvaguardare la Chiesa da possibili deviazioni di un Pontefice romano: “Le dottrine contrarie al Primato pontificio sono state originate dall’istinto di conservazione, operante anche nel corpo della Chiesa come in ogni ente vivente, contro l’eventualità di un Papa indegno, che conducesse la Chiesa alla rovina. Anche Juan de Torquemada sentì questo istinto, ma seppe conservare un sano equilibrio che non gli consentì di recedere dai retti princìpi, e neppure gli permise di tacere di fronte ad eventuali errori passati o ipoteticamente futuri dei Papi in un’acquiescenza passiva e colpevole”11.

FALSE SOLUZIONI

Oggi si ripropongono alcune soluzioni (le più acute delle quali ricalcano le tre tesi dell’Abbé de Nantes, del “primo dottor da Silveira del 1970” e di padre Guérard) di fronte alla situazione disastrosa in cui versa l’ambiente ecclesiale specialmente durante il Pontificato di Francesco.

Infatti mentre bisognerebbe a) conservare un sano equilibrio, senza rinnegare i princìpi della Fede ed inoltre b) non tacere davanti ad eventuali errori contro la Fede e i Costumi dei superiori – purtroppo ai nostri giorni – 1°) c’è chi ripropone la teoria conciliarista e vorrebbe far deporre il Papa, in quanto eretico, dall’Episcopato; 2°) chi asserisce che bisogna accettare i Decreti del Concilio Vaticano II obbligatoriamente anche se sono solamente pastorali, come pure l’insegnamento puramente “esortativo” di Francesco (cfr. Esortazione Amoris laetitia, 19 marzo 2016); 3°) infine, Deo gratias, c’è anche chi afferma la vera Dottrina cattolica, evitando i due errori per eccesso (Servilismo) e per difetto (Conciliarismo/ fine Apostolicità) come i due burroni, che stanno a destra e a sinistra della vetta di una montagna sulla quale si trova la vera soluzione “in medio et in culmine altitudinis et non mediocritatis / nel giusto mezzo di altezza e non di mediocrità” (R. Garrigou-Lagrange, De Revelatione, Roma, Ferrari, 1918).

La sopportazione, quindi, non è l’unico rimedio. Infatti San Tommaso d’Aquino insegna che il cattivo prelato può essere corretto – privatamente e dottoralmente, ma non autoritativamente e giurisdizionalmente – dall’inferiore che ricorre al superiore denunciandolo, e se non ha un superiore umano (come nel caso del Papa), ricorra a Dio affinché lo corregga o lo tolga dalla faccia della terra” (IV Sent., dist. 19, q. 2, a. 2, qcl. 3, ad 2).

Certamente è necessario evitare l’errore (per eccesso di “obbedienza” indiscreta) che porta all’appiattimento o al Servilismo dei fedeli, dei Vescovi e dei Cardinali nei confronti di un Papa, che oltrepassa i suoi poteri, i quali sono limitati dal Diritto e dalla Rivelazione divini. Il Profeta li chiama “cani muti incapaci di abbaiare” (Is., LVI, 10). In questo caso è lecito e doveroso ammonire il Papa dell’errore o dell’abuso di potere che sta compiendo e abbaiare quali Domini canes (come fece San Paolo con San Pietro ad Antiochia, Gal., II, 11-14; At., XV, 13-2112) e guardare in faccia la triste realtà senza nascondere la testa nella sabbia come fa lo struzzo o giudicare autoritativamente e giurisdizionalmente il Papa, il che equivarrebbe a negare praticamente il Primato di Giurisdizione del Papa e sarebbe pertanto almeno materialmente eretico.

Come scriveva il Gaetano (Apologia de comparata auctoritate Papae et Concilii, Roma, Angelicum ed. Pollet, 1936, p. 112 ss.), citando il De regimine principum dell’Angelico (lib. I, cap. V-VI), il rimedio ad un male così grande come “un Papa scellerato” è la preghiera e il ricorso all’onnipotente assistenza divina su Pietro, che Gesù ha promesso solennemente. Infatti il Dottore Comune insegna che normalmente i più propensi a rivoltarsi contro il tiranno temporale sono i discoli, mentre le persone giudiziose riescono a pazientare finché è possibile e solo come extrema ratio ricorrono alla “rivolta” contro il tiranno temporale. Quindi, il Cajetanus, conclude che se occorre aver molta pazienza con il tiranno temporale e solo eccezionalmente si può ricorrere alla rivolta armata e al tirannicidio, nel caso del Papa indegno o “criminale spirituale” (V. Mondello, La Dottrina del Gaetano sul Romano Pontefice, Messina, Arti Grafiche di Sicilia, 1965, p. 65) non solo non è mai lecito il “papicidio” e la rivolta armata, ma neppure la sua deposizione da parte del Concilio, che è inferiore al Pontefice Romano e quindi non lo può inquisire giuridicamente e deporre. Quindi si deve invitare a pregare per il “Pontefice scellerato” affinché Dio gli apra gli occhi o glieli “chiuda”. Per cui è lecito recitare l’Oremus pro Pontifice nostro Francisco…”, come nominarlo al Canone della Messa affinché Dio provveda alla sua persona nel modo che Egli ritiene migliore (non siamo noi a dover suggerire a Dio quale esso sia), senza invalidare la Messa (don Minutella) o cadere nel peccato di “Eresia e Scisma capitale” (“Tesi di Cassiciacum”).

Per quanto riguarda il dovere di non obbedire a ordini illeciti, anche se fossero dati dal Papa, sempre Valerio Gigliotti nel libro diretto da Cyrille Dounot, La déposition du Pape hérétique, (Parigi, Mare & Martin, 2019) al 2° capitolo, La chute du Pape: entre renonciation et déposition, scrive (p. 63) che il Cardinal Hostiensis Enrico da Susa13 nella Summa Aurea (lib. III, cap. 8, par. 4), nel XIII secolo, seguendo San Tommaso d’Aquino, “ammette la possibilità di riprendere pubblicamente il Papa, a certe condizioni ben definite, pur riaffermando con forza il principio inderogabile Prima Sedes a nemine judicatur”. Si tratta, in breve, di una correzione o ammonizione fraterna, professorale, dottrinale (come quella di San Paolo verso San Pietro ad Antiochia), ma non di un giudizio penale, giurisdizionale e giuridico portato sul Papa che non ha superiori umani, per cui, conclude il Gigliotti: “Si può solo pregare Dio per il Papa che errasse nella fede e chieder alla Chiesa celeste o trionfante di intercedere per lui, poiché né l’Imperatore, né il Clero (Episcopato/Cardinalato e Sacerdozio), né i fedeli hanno il potere superiore al Papa in modo di poterlo giudicare canonicamente. Quindi l’anima del Papa si trova solo nelle sue stesse mani e, se dovesse ostinarsi nell’errore senza poter essere giudicato canonicamente e deposto da nessuna autorità umana e, se morisse in questo stato cadrebbe sotto il severo giudizio di Dio, che solamente può giudicare penalmente il Papa essendo a lui superiore” (V. Gigliotti, cit., p. 64).

Comunque lo stato in cui si trova la Gerarchia cattolica oggi non lascia ben sperare. Il male prodotto dal Vaticano II è talmente profondo, universale e infermamente preternaturale che solo Dio con la sua Onnipotenza può mettervi rimedio: “Abissus abissum invocat”.

In quest’ora di agonia dell’ambiente ecclesiale – prodotta dall’azione diabolica, che si è servita della giudeo/massoneria quale del suo strumento principale, come quando Gesù nel Getsemani, il Giovedì Santo, disse ai Giudei che erano venuti a prenderlo: “Questa è l’ora vostra [del Giudaismo rabbinico/talmudico, ndr] e del potere delle tenebre [le forze infernali, ndr]” (Lc., XXII, 53) – cui seguirà immancabilmente la sua Risurrezione gloriosa e trionfante (come avvenne dopo la Passione e Morte di Gesù, di cui la Chiesa è la continuazione nella storia)14 occorre 1°) mantenere la Dottrina sempre insegnata dalla Chiesa e 2°) evitare gli errori a) per difetto (Conciliarismo/fine dell’Apostolicità della Chiesa di Cristo), che diminuiscono l’autorità del Primato papale; b) per eccesso (Servilismo), che ritengono il Papa sempre infallibile anche quando rinuncia all’assistenza infallibile dello Spirito Santo, non definendo dogmaticamente e non obbligando a credere per la salvezza dell’anima (come è avvenuto nel pastorale Concilio Vaticano II); infine 3°) oggi bisogna soprattutto continuare a fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto (S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium, III, 15) evitando di sbandare “a destra” o “a sinistra.

Noi fedeli, Sacerdoti e quella parte dell’Episcopato/Cardinalato che ha mantenuto la Fede possiamo soltanto ammonire privatamente senza giudicare giurisdizionalmente, pregare e far penitenza, insegnare la sana Dottrina e la retta Morale, amministrare e ricevere i Sacramenti senza illuderci di poter, umanamente, rimettere in piedi un mondo e un ambiente ecclesiale che sono diventati peggiori di Sodoma e Gomorra. Non è questo un lavoro che possano svolgere le forze della natura umana, ma esso richiede l’intervento di Dio. Exurge Domine! A noi resta la pazienza, “a Dio la vendetta” (Deut., XXXII, 35 e 41), ma la vendetta di Dio sarà tremenda (“Rex tremendae majestatis”).

(Fine della Decima e Ultima Parte)

don Curzio Nitoglia

8 febbraio 2020


1 Don Pietro Ballerini (1698-1769) fu un grande teologo di Verona, che ha scritto due opere sul Primato del Papa (De vi ac ratione primatus Romanorum Pontificum, Verona, 1766) e sui rapporti tra Papa e Concilio ecumenico (De Potestate ecclesiastica Summorum Pontificum et Conciliorum generalium, Verona, 1765, Roma, De Propaganda Fide, II ed., 1850).

2 Come fece San Paolo con San Pietro ad Antiochia: “Ho resistito pubblicamente in faccia a Pietro poiché era reprensibile” (Gal., II, 11-14).

3 Cfr. T. Facchini, Il Papato principio di unità e Pietro Ballerini di Verona, Padova, Il Messaggero di S. Antonio, 1950, pp. 126-128.

4 Cfr. Salvatore Vacca, Prima Sedes a nemine iudicatur, Roma, Gregoriana, 1993.

5 Infatti la conclusione cui sfocia l’ipotesi del Papa deposto o deponendo è quella del Conciliarismo, che è una vera e propria eresia poiché nega almeno praticamente il Primato di Giurisdizione del Papa sulla Chiesa universale e ammette la superiorità dell’Episcopato sul Papa.

6 Cfr. Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011; La Cattolica. Lineamenti d’ecclesiologia agostiniana, Torino, Lindau, 2011.

7 Conferenza intitolata “Ecumenical lesson from the recent crisis in the Roman magisterium”, 17 agosto 2017, nel Congresso della “Società ecumenica inglese” presso il “Ripon College di Cuddesdon”. Cfr. http://www.catholicherald.co.uk/news/2017/08/18/leaqding-theologian-change-canon-law-to-correcta-papal-errors/

8 Padre Guérard estendeva esageratamente la prerogativa dell’Infallibilità pontificia, ritenendo che se il Papa insegnasse qualcosa come contenuto nella Rivelazione, pur senza definire e obbligare a credere, sarebbe stato infallibile. Invece secondo la definizione del Concilio Vaticano I (Costituzione Pastor aeternus del 18. VII. 1870; DB, 1821-1840) l’infallibilità sussiste solo se sono presenti simultaneamente quattro condizioni: 1°) il Papa in quanto tale, 2°) in materia di fede e di morale, 3°) definisce e 4°) obbliga a credere.

9 Il medesimo padre Guérard aveva già intravisto e si era posto il problema, scrivendo: «Una tale perpetuazione [della gerarchia puramente materiale, ndr] non è, ex se, impossibile. Essa richiede tuttavia delle consacrazioni episcopali certamente valide. E poiché il nuovo rito è dubbio, gli occupanti (della Sede Apostolica) ben presto non saranno più che delle “COMPARSE”» (M.-L. Guérard des Lauriers, in Il problema dell’Autorità e dell’episcopato nella Chiesa, Verrua Savoia – Torino, Centro Librario Sodalitium, 2005, p. 37).

10 Nel 2016 quando la seconda parte del libro del da Silveira fu tradotta in italiano dall’Editore Solfanelli di Chieti, sotto il titolo Ipotesi teologica del papa eretico, l’Autore scrisse nell’Introduzione che egli riteneva valida l’ipotesi del Papa eretico e deposto ipso facto, senza più nominare la distinzione della sopravvivenza di una giurisdizione soltanto materiale o potenziale nel Papa eretico per il bene comune della Chiesa. Quindi fece capire che abbracciava l’iniziativa, lanciata allora da 45 intellettuali, di far dichiarare eretico papa Bergoglio da qualche Vescovo o Cardinale per costatarlo deposto e far eleggere un nuovo Papa al suo posto. Perciò ora a differenza del 1970/1975 la tesi del da Silveira non è più riconducibile al “Papato materialiter”, che sfocerebbe nella interruzione dell’Apostolicità della Chiesa romana, ma a quella della deposizione del Papa, che finirebbe nel Conciliarismo. Dunque si può parlare di un “primo da Silveira del 1970” e di un “secondo da Silveira del 2016”.

11 Pacifico Massi, Il Magistero infallibile del Papa nella teologia di Giovanni da Torquemada, Torino, Marietti, 1957, p. 125.

12 Secondo il Torquemada Pietro ad Antiochia non definì alcuna Dottrina intorno alle osservanze giudaiche e non peccò contro la Fede, ma errò quanto al modo di agire, commettendo un peccato veniale di fragilità di “rispetto umano” o “timor mundanus”, essendo confermato in Grazia non poteva peccare mortalmente e neppure venialmente di proposito deliberato (cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th. I-II, q. 103, a. 4). Inoltre le parole di San Paolo (Gal., II, 11-14) non indicano uno spirito di ribellione a Pietro, ma di correzione fraterna poiché “Petrus reprehensibilis erat” ed accettò la correzione fraterna di Paolo (cfr. Torquemada, Summa de Ecclesia, II, 98, f. 235; San Tommaso d’Aquino, Ad Galatas, cap. III, lect. 7-8).

13 Enrico Bartolomei, detto Henricus de Seguisio, fu un Decretalista nato a Susa di Torino e morto il 25 ottobre 1271. Studiò Diritto civile a Bologna, fu docente di Diritto civile e religioso a Parigi, poi Vescovo di Sisteron, Arcivescovo di Embrun, nel 1261 Cardinale e Vescovo di Ostia; scrisse la Summa decretalium detta Aurea (sulle Decretali di papa Gregorio IX) attorno al 1250. Per la sua vasta conoscenza del Diritto civile ed ecclesiastico viene nominato comunemente Monarcha utriusque juris. Cfr. Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1949, II vol. coll. 914-915, voce “Bartolomei Enrico” a cura di Antonio Rota.

14 Cfr. Rom., XII, 4-6; I Cor., XII, 12-27; Ef., IV, 4.


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