S. Agobardo Vescovo di Lione: la Vita e i “Cinque Scritti sugli Ebrei” [2]

SPECCHIETTO RIASSUNTIVO

[Seconda e Ultima Parte]

I “Cinque Scritti Antiebraici” di Agobardo

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La “Prima Lettera” Di S. Agobardo Sulla Questione Ebraica

La “Prima Lettera” sugli Ebrei di S. Agobardo s’intitola Consultatio et supplicatio de Baptismo Judaicorum mancipiorum. In essa Agobardo scrive a tre personalità ecclesiastiche (Abalardo, Vala ed Elischar) del palazzo imperiale di Ludovico il Pio († 840), nell’832, riguardo al problema degli schiavi pagani (comprati dagli Ebrei).

Questi schiavi pagani, scrive Agobardo: «Imparano la nostra lingua, cominciano a sentir parlare del Vangelo […], donde s’innamorano del Cristianesimo e desiderano diventare membri di Cristo, e rifugiandosi nelle nostre chiese domandano il Battesimo. Dobbiamo rifiutare loro questa grazia? Secondo me è certo che ogni uomo è creatura di Dio, il quale ha più diritti su di essi che non i loro padroni, i quali li hanno comprati come loro schiavi. Onde se lo schiavo deve dare il lavoro del suo corpo al suo padrone, deve offrire soprattutto il culto della sua anima solo a Dio suo Creatore. Gli Apostoli hanno battezzato gli schiavi senza attendere il permesso dei loro padroni. […] Ora, se dei Pagani vengono a Cristo e noi invece di accoglierli li respingiamo, poiché i loro padroni non vogliono cederli, siamo crudeli ed empi […]. Certo, non pretendiamo di far perdere ai padroni ebrei il prezzo che hanno sborsato per comprare il loro corpo, infatti offriamo loro un riscatto secondo le leggi stabilite. Ma gli Ebrei lo rifiutano poiché sanno che godono l’appoggio di alcuni ufficiali del palazzo imperiale. […]. Ora io mi trovo in grande imbarazzo, poiché, se rifiuto il Battesimo ai Pagani schiavi degli Ebrei, faccio peccato e temo la dannazione; mentre, se lo conferisco, temo la vendetta umana che già mi è stata promessa, come pure ho già subìto molte vessazioni».

Si noti che il diritto civile da Costantino/Teodosio/Giustiniano (IV-VI secolo), sino a Carlo Magno (IX secolo) e quello ecclesiastico – con S. Gregorio Magno (VI secolo) – proibiva agli Ebrei di avere degli schiavi cristiani (per timore di corruzione della loro Fede e dei loro costumi). Inoltre, se i loro schiavi pagani si convertivano a Cristo, dovevano essere lasciati liberi dopo il pagamento di un prezzo di riscatto legale, eguale a quello che era stato esborsato dai loro ex-padroni. Ma gli Ebrei si opponevano, sotto il regno di Ludovico il Pio (IX secolo), buono ma debole, presso il quale godevano di un grande prestigio ed influsso.

Agobardo non faceva nient’altro che reclamare l’applicazione del diritto civile ed ecclesiastico, fondato su quello divino: “Andate, predicate il Vangelo e battezzate tutte le Genti, chi crederà sarà salvo chi non crederà sarà dannato” (Mt., XXVIII, 19; Mc., XVI, 16). In lui non c’è nessun sentimento antisemita o razzista, ma solo la preoccupazione della salus animarum, che è la suprema lex Ecclesiae. Jules Isaac ha voluto vedere in Agobardo una specie di antisemita ante litteram, ma non vi è nulla di più falso.

I tre succitati ecclesiastici (Abalardo, Vala ed Elischar) presentarono la lettera di S. Agobardo all’Imperatore, però, invano: infatti il loro influsso era molto limitato, mentre il potere dei finanzieri ebrei era fortissimo1. Nihil sub sole novi.

La “Seconda Epistola” Agobardiana

La “Seconda Epistola” di Agobardo (Contra praeceptum impium de Baptismo Judaicorum mancipiorum), non avendo sortito nessun effetto la prima, fu indirizzata all’abate Ilduino, prelato del palazzo imperiale e pure a Vala. In essa Agobardo presenta all’Imperatore il caso di una donna ebrea, la quale si è convertita al Cristianesimo ed è stata minacciata e maltrattata gravemente a causa della Fede cristiana dai suoi ex correligionari. Egli lamenta il fatto che «gli Ebrei si vantano di avere ricevuto un certo Editto dall’imperatore Ludovico il Pio, che proibirebbe a chicchessia di battezzare uno schiavo degli Ebrei, il quale domanda il Battesimo, senza il consenso del padrone. […] Non c’è che un solo Dio e un solo Mediatore tra Dio e gli uomini: Gesù Cristo, il quale si è immolato per la Redenzione di tutti. Chi, dunque, oserà fare quest’ingiuria alla Bontà divina, limitandola mediante una legge ingiusta, fatta secondo i piani di questi uomini ripieni di perfidia2 implacabile, i quali non solo impediscono i loro correligionari di arrivare alla Fede, ma non cessano, sia in pubblico che in segreto, di maledire i credenti in Cristo e di bestemmiare la loro Fede. […] Quindi se, disprezzando la Legge divina ed ecclesiastica, obbediamo a quello che vien fatto passare per un Editto imperiale, offendiamo Dio stesso; se – invece – obbediamo a Dio e alla Chiesa, ci attiriamo l’indignazione dell’Imperatore. Infatti, il Governatore ebreo non cessa di farmi sapere che manderà dei Commissari imperiali per giudicarmi su questo punto e punirmi. […]. Sono pronto io stesso a pagare il riscatto ai padroni ebrei di schiavi che chiedono il Battesimo, per non far torto né agli uni, né agli altri».

Purtroppo anche questa seconda missiva non ebbe alcun effetto, anzi «non contenti di aver estorto l’Editto all’Imperatore, gli Ebrei ottennero l’invio a Lione di due Commissari imperiali per “inquisire” Agobardo»3.

La “Terza Lettera”

Il Santo Vescovo di Lione scrisse, allora, una “Terza Lettera” (De insolentia Judaicorum) a Ludovico imperatore stesso, nella quale racconta come «preceduti da Eberardo, Magistrato ebreo, son venuti da me Guerrico e Federico, vostri Commissari imperiali, forse più per eseguire gli ordini di qualcun altro… che i vostri. Si sono mostrati tanto duri e terribili verso i Cristiani quanto dolci verso gli Ebrei; specialmente a Lione hanno dato una specie di esempio di quel che erano le antiche persecuzioni anti-cristiane dei primi tre secoli. […] Certo ho predicato ai fedeli di non vendere agli Ebrei schiavi cristiani e di non permettere che gli Ebrei vendano dei Cristiani, come schiavi, ai Saraceni di Spagna4. […] Come pure ho predicato di non mangiare le loro carni e bere i loro vini, poiché è uso e costume degli Ebrei di dare ai Cristiani la carne di animali ammalati [che non possono essere cucinati kasher, cioè “ebraicamente puro” ed in più possono nuocere alla salute di chi li mangia, ndr] e di raccogliere il vino che avanza o cade a terra in vasi speciali, per venderlo ai Cristiani. Già S. Girolamo parlava di ciò […]. Tuttavia non bisogna essere crudeli e violenti nei loro confronti, ma umani e stare “cautamente in guardia” (“erga eos cauti vel humani esse debeamus”). È per questo che gli Ebrei mi odiano e non me lo perdonano».

La “Quarta LetteraTrattato”

Agobardo approntò, quindi, una “Quarta Lettera” talmente corposa che viene considerata un vero e proprio “Trattato” (De superstitionibus judaicis); esso fu composto assieme ad altri due Vescovi (Barnardo da Vienne e Faova da Chalon) e venne presentato all’Imperatore per dimostrare come ciò che Agobardo gli aveva detto nella “Terza Epistola” fosse il pensiero e la pratica costante della Chiesa e non una sua opinione personale e peregrina. Secondo Agobardo la Chiesa di Cristo «deve essere il rifugio dei fedeli dalla perfidia, la superstizione e le persecuzioni del Giudaismo […]. Infatti come al tempo della Passione, Gesù fu venduto da un falso discepolo ai suoi aguzzini, così oggi – nella persona dei Cristiani – Egli viene di nuovo comprato dai Giudei, a peso d’oro – e non più per sole “30 monete d’argento” – per rinnovare gli oltraggi alla sua Persona. […] Quindi la Chiesa già a partire dal IV secolo col “Codice Costantiniano/Teodosiano” proibì, in quanto moralmente e dogmaticamente pericoloso, ai suoi fedeli di frequentare troppo intimamente gli Ebrei».

Agobardo, Barnardo e Faova passano, quindi, ad elencare gli errori contro la Fede contenuti nel Talmùd e nelle Toledòth5, rifacendosi a quel che insegnavano allora i rabbini in Lione e citando pure S. Girolamo, il quale avendo dovuto tradurre la S. Scrittura in latino, soggiornò in Terra Santa e conobbe gli usi, costumi e riti della Sinagoga rabbinica, compresi quelli di bestemmiare e infangare moralmente Gesù, la Madonna e S. Giuseppe.

La “Quarta Lettera-Trattato” di Agobardo finiva invitando l’Imperatore a continuare nella “separazione di salvaguardia” dei Cristiani dagli Ebrei, però invano. La separazione invocata da Agobardo tra Ebrei e Cristiani non ha motivazioni biologiche o razziali, ma di Fede e Morale, conforme alla legge civile ed ecclesiastica, alla S. Scrittura e alla pratica degli Apostoli6. Com’è avvenuto – secondo il diritto civile – anche negli Stati cristiani, da Costantino († 337), Teodosio († 395) e Giustiniano († 840) sino alla Rivoluzione francese (1789), che ha posto fine al “Diritto speciale” o di “separazione” tra Cristianesimo ed Ebraismo per dar nascita al “Diritto comune” o di “equiparazione”.

La “Quinta Epistola”

Agobardo non si dette per vinto e presentò la “Quinta Epistola” (De cavendo convictu et societate judaica) a Nebridio Vescovo di Narbonne, esortandolo a fare ciò che la Chiesa aveva sempre fatto nei confronti del pericolo della perfidia ebraica: «Bisogna astenersi, per quanto sia possibile, da far amicizia con gli infedeli, non solo Pagani e Saraceni, ma specialmente Ebrei. Infatti sarebbe indegno dei “figli della luce” essere mischiati ai “figli delle tenebre”. La Chiesa di Cristo, “senza ruga né macchia”, perderebbe la sua fresca bellezza al contatto con la Sinagoga rabbinica, ripudiata da Dio. Sarebbe come se una vergine casta, fidanzata solo a Cristo, volesse frequentare i banchetti della cortigiana, onde si esporrebbe, mangiando e bevendo, non solo ad ogni sorta di peccato ma anche alla perdita della Fede. Infatti, succede che a causa di rapporti troppo familiari e di contatti troppo assidui con i Giudei, alcuni Cristiani si mettono ad osservare il sabato, a violare la domenica. […]. I Profeti stessi hanno chiamato i Giudei “infedeli, figli del diavolo, nazione prevaricatrice, popolo sporco di ogni iniquità, figli scellerati, seme di cattiveria”. Il Battista li ha chiamati “razza di vipere” e Gesù in persona li ha apostrofati quali “serpenti, generazione adultera e perversa”. […] Onde giustamente la Chiesa proibisce la commistione con coloro che, a causa dei loro errori e favole superstiziose, possono corrompere la purezza della Fede cristiana. […]. La maledizione che grava su questo popolo infedele è come un vestito che lo accompagna ovunque, come un olio che entra nelle sue ossa e lo segue nei campi, nelle città, nei viaggi, nei poderi, nelle greggi, nei granai, nelle medicine, nei festini e anche nelle briciole che sopravanzano dai loro banchetti».

Pure questa Quinta Lettera non ebbe effetto, dacché Amolone, il successore di Agobardo, venne occupato dagli stessi problemi.

Conclusione

La questione, trattata oltre milleduecento anni fa da S. Agobardo, dei rapporti tra Cristiani ed Ebraismo oggi (1959-2019) è più attuale che mai, specialmente dopo Nostra aetate (1965) e la nuova dottrina giudaizzante di Giovanni Paolo II (Magonza, 1980) su “L’Antica Alleanza mai revocata”, onde il Giudaismo è diventato da “maledetto e riprovato”, il nostro “fratello maggiore e prediletto nella Fede di Abramo” (Sinagoga di Roma, 1986).

Come si vede, vi è una lampante opposizione di contraddizione tra queste due dottrine, onde una sola può esser vera: quella tradizionale e costantemente insegnata e non quella nuova e rivoluzionaria. Quindi S. Agobardo (assieme a tutti i “Padri apostolici, apologeti ed ecclesiastici” dal I-II al IX secolo) condanna, implicitamente ed irrimediabilmente, il Vaticano II, Karol Wojtyla, Benedetto XVI e papa Francesco.

[fine della Seconda e Ultima Parte]

d. Curzio Nitoglia


1 Cfr. P. Chevallard, L’Eglise et l’État en France au IX siècle. Saint Agobard archeveque de Lyon. Sa vie et ses écrits, Lyon, Josserand, 1869, p. 93.

2 La parola “perfidia” viene da latino “per/Fidem”, ossia “Fede/deviata”. Quindi principalmente ha un significato dogmatico, che mette in luce l’erroneità della religione ebraico/talmudica, la quale non crede in Cristo come Messia; tuttavia secondariamente ha pure un valore morale, indicando la “malizia” o “malvagità” degli Ebrei postbiblici, che per odio contro Cristo e i Cristiani avevano scatenato le prime persecuzioni contro Gesù, facendoLo crocifiggere dai Romani e poi contro gli Apostoli e i primi Cristiani sino al IV secolo, quando con Costantino l’Impero Romano divenne Cristiano.

3 Ibidem, p. 97.

4 Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Bologna, Il Mulino, 2007, pp. 128-129. Lo storico e rabbino israelita conferma che gli Ebrei di Lione rapivano dei giovani cristiani e li vendevano ai Musulmani spagnoli, che li eviravano e li tenevano nei loro “harem”.

5 Le “Toledòth Jéshu” sono le “Storielle ebraiche contro Gesù”, che sono piene di bestemmie e oscenità contro il Messia. Esse sono chiamate anche “L’Anti/Vangelo giudaico”. Ne esiste una edizione italiana tradotta, annotata e curata dall’attuale rabbino capo di Roma: Riccardo Di Segni, Il Vangelo del Ghetto, Roma, Newton Compton, 1995.

6 P. Chevellard, op. cit., p. 103.


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