Curzio Nitoglia: “Non Abbiamo Fratelli Maggiori” ~ [invito alla lettura]

INVITO ALLA LETTURA 

Curzio Nitoglia: “Non abbiamo Fratelli Maggiori ~ L’Antica Alleanza è stata revocata e gli Ebrei hanno bisogno di Gesù per salvarsi”


Prologo

Il 28 ottobre del 1965, poco prima della fine del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965), venne promulgata la Dichiarazione conciliare Nostra aetate (d’ora in poi NA) sui rapporti tra Giudaismo[1] postbiblico o talmudico (ben distinto dal Vecchio Testamento) e Cristianesimo. A partire da essa vi è stata una vera “sovversione” della dottrina cattolica sul tema della contro/religione giudaica/postcristiana.

Giovanni Paolo II (1978-2005) ha fatto di NA il “cavallo di battaglia” del suo lungo Pontificato e l’ha diffusa dappertutto. Egli – appena due anni dopo la sua elezione pontificia – ha dichiarato, alla luce di NA, che “l’Antica Alleanza non è stata mai revocata” (Discorso di Magonza, 17 novembre 1980) e, sei anni dopo,  che “gli Ebrei sono fratelli maggiori dei Cristiani nella fede di Abramo” (Discorso alla sinagoga Roma, 13 aprile 1986).

A partire da queste due asserzioni (oggettivamente contrarie alla fede cattolica), sia Benedetto XVI (2005-2013) sia papa Francesco (2013), non solo hanno ribadito i medesimi errori, ma ne hanno esplicitati dei nuovi (“gli Ebrei postbiblici non hanno bisogno di Gesù per salvarsi”), già contenuti virtualmente in esse e in NA.

La dottrina cattolica insegna, al contrario, che 1°) gli Ebrei sono fratelli maggiormente separati dei Cristiani e non loro fratelli maggiori nella fede; 2°) che l’Antica Alleanza è stata rimpiazzata dalla Nuova ed Eterna Alleanza; 3°) ed infine che tutti gli uomini (Ebrei compresi) hanno bisogno di Gesù (unico Redentore universale dell’umanità) per salvarsi.

Infine recentissimamente – nei primi mesi dell’anno 2019 – è stato pubblicato il libro 1°) La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo) con una “Prefazione” a cura di papa Bergoglio e 2°) sùbito dopo – verso la Pasqua del medesimo anno – è uscito un secondo libro sullo stesso tema, titolato Ebrei e Cristiani, redatto dal “papa/emerito” Benedetto XVI (Cinisello Balsamo, San Paolo) in collaborazione col rabbino-capo di Vienna Arie Folger.

In questi due libri papa Francesco e il “papa-emerito” Benedetto XVI spargono numerosi errori, se non eresie vere e proprie materiali, riguardo alla fede nella divinità di Cristo, alla SS. Trinità, ai rapporti tra Antico e Nuovo Testamento, alla Redenzione universale di Gesù e al Dogma “Extra Ecclesiam[2] nulla salus!”.

Perciò ho ritenuto doveroso affrontarli in un volume, il quale – Deo volente – vedrà la luce il mese di settembre del 2019 con le “Edizioni Radio Spada” (Cermenate – Como[3]).

Gli errori di papa Ratzinger e Bergoglio riguardano a) in generale il problema ebraico/talmudico e b) in maniera specifica 1°) la questione del “Deicidio”; 2°)  il problema se i Giudei crocifissori di Gesù sapessero che Egli era Dio; 3°) quale sia l’atteggiamento di Dio nei confronti del Giudaismo religione postbiblica dopo il Deicidio; 4°) il grave problema di fede che la Dichiarazione NA pone alla coscienza dei cattolici fedeli; ed infine – studiando questi quattro quesiti alla luce della Teologia cattolica tradizionale –– ci s’imbatte inevitabilmente nella 5°) questione del Giudeo/Cristianesimo e dei Cristiani Giudaizzanti, purtroppo convogliati, “autorizzati” e spinti a giudaizzare tranquillamente da Bergoglio in maniera esplicita e ancor più da Ratzinger in maniera quasi occulta o occultata.

In questa presentazione affronto, in breve, i suddetti cinque problemi, che sviscero in maniera ampia e approfondita nel volume, di cui sopra.

Capitolo 1° – Il Deicidio

La Dichiarazione conciliare Nostra aetate (28. X. 1965) al n. 4-g scrive: “La morte di Cristo è dovuta ai peccati di tutti gli uomini. E se le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la Passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo”.

Le cose non stanno esattamente così, anzi occorre distinguere bene: 1°) Cristo è morto per riscattare i peccati di tutti gli uomini, ossia la causa finale della morte di Cristo è la Redenzione di tutto il genere umano; però 2°) la causa efficiente, che ha prodotto la morte di Cristo non furono i peccati degli uomini, ma a) il Giudaismo postbiblico, nella persona di “Anna & Caifa” in quanto “Sommo Sacerdote & Sommo Sacerdote/emerito” del Sinedrio, il quale, negando la divinità di Cristo, lo condannò a morte, poi fece eseguire la sentenza dai Romani e infine b) anche la maggior parte del popolo ebraico ά) vivente ai tempi di Gesù, che ratificò la condanna del Sinedrio gridando: “Crucifige, crucifige eum” (Mt., XXVII, 22 ss.[4]); e β) i suoi discendenti nella misura in cui, non credendo alla divinità e messianicità di Cristo, partecipano alla richiesta dei propri avi: “Sanguis ujus super nos et super filios nostros” (Mt., XXVII, 25), secondo la loro legge (Lev., XXIV, 10-16).

Per tutti i Padri della Chiesa – già dal I secolo sino a S. Agostino (V secolo)[5] – la causa efficiente e volontariamente responsabile della morte di Gesù è in primis il Giudaismo farisaico/talmudico tramite i suoi capi, e, in secundis mediante i semplici fedeli. Quindi nella morte di Cristo è implicata inequivocabilmente la comunità religiosa dell’Israele post-biblico, che ha rifiutato la divinità e messianicità di Gesù e persevera tuttora nel rifiuto perpetrato dai propri padri, ma (attenzione!) non tutta la stirpe fisica. Infatti, un “piccolo resto d’Israele” (Rom., IX, 27-28) fu fedele a Cristo: i Dodici Apostoli e qualche migliaio di Discepoli, anche se la maggior parte del popolo prese parte attiva alla condanna a morte di Gesù.

Il consenso “moralmente unanime” dei Padri è segno di Tradizione divino/apostolica. Nel nostro caso (il Deicidio) i Padri ecclesiastici sono matematicamente concordi nell’insegnare che la gran parte (infedele a Cristo) del popolo ebraico, ossia il Giudaismo talmudico in sé, in quanto religione anticristiana e antitrinitaria, è responsabile, come causa efficiente, della morte di Cristo e ha dato luogo a una nuova religione scismatica ed eretica nei confronti dell’Antico Testamento: il Talmudismo, che si distacca dal Mosaismo – il quale credeva, come Abramo, nel Messia venturo, annunziato anche dalle Profezie veterotestamentarie, avverate poi  da Gesù di Nazareth – e che ancor oggi rifiuta la divinità di Cristo e lo condanna come idolatra, poiché “da uomo ha preteso farsi Dio” (Mt., XVI, 65; Mc., XIV, 63; Lc., XXII, 71; Giov., X, 36). Il problema da risolvere, perciò, è uno solo: Gesù è sì o no Dio? Tertium non datur. Se è Dio crolla il Giudaismo talmudico, se non è Dio il Cristianesimo è un imbroglio.

Per quanto riguarda la colpevolezza del Giudaismo rabbinico/talmudico, nella morte di Gesù, bisogna distinguere tra ά) i capi, i quali sapevano chiaramente – come insegna S. Tommaso d’Aquino (S. Th., III, q. 47, aa. 5-6; Ibid., II-II, q. 2, aa. 7-8) – che Gesù era il Messia e volevano ignorare o non ammettere che era Dio (ignoranza affettata o voluta, che aggrava la colpevolezza); e β) il popolo, il quale nella maggior parte ha seguìto i capi (mentre solo un “piccolo resto” ha seguìto Cristo) e ha avuto un’ignoranza non voluta, ma vincibile, quindi una colpa meno grave dei capi, ma oggettivamente o in sé grave; mentre soggettivamente, ossia nel cuore d’ogni singolo uomo, solo Dio vi entra, noi non possiamo di nulla e neppure conoscerlo. Il popolo, che pur aveva visto i miracoli di Cristo, ha l’attenuante di aver seguìto il Sommo Sacerdote del momento (anche allora erano due, di cui uno “emerito”…), il Sinedrio, i Capi d’Israele (Scribi, Dottori della Legge, Farisei e Sadducei); il suo peccato è grave in sé, anche se è diminuito in parte, non cancellato totalmente, da ignoranza vincibile, ma non voluta (S. Th., II-II, q. 2, aa. 7-8).

Il Giudaismo rabbinico odierno, nella misura in cui è la libera prosecuzione del Giudaismo postbiblico talmudico dei tempi di Gesù e si ostina a non accettarlo come Messia-Dio, partecipa oggettivamente alla responsabilità del Deicidio poiché un uomo che si proclama Dio “merita la morte” (Mt., XXVI, 66) secondo la legge della religione giudaica (Deut., XIII, 6; Lev., XXIV, 10-16).

L’ex-rabbino capo di Roma, convertitosi al Cattolicesimo nel 1944/45, Israel Eugenio Zolli, scrive: “Il principio di corresponsabilità era diffusissimo nell’antico Oriente […] e si estende non solo alla famiglia del trasgressore, ma anche alla sua città, e quando si tratta di un re, persino a tutto il suo Paese e a tutta la sua Nazione. […] Il principio di corresponsabilità trova la sua applicazione persino nel giure romano[6]” (Antisemitismo, Roma, AVE, 1945; rist. Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 56). Onde “L’uccisione di Gesù grava sugli Ebrei considerati come collettività etnica e religiosa” (E. Zolli, ibidem, p. 90).   Quindi non si può escludere la corresponsabilità del Giudaismo postbiblico dei tempi di Gesù come quella dei suoi figli: i Giudei increduli che rifiutano il Cristo, sino a che non diranno: “Benedictus qui venit in nomine Domini” (Sal., CVI, 8; CXIII, 2; CXVIII, 26; Mt., XXI, 9; Mc., XI, 9; Lc., XIX, 37; Giov., XII, 13) e: “Fisseranno lo sguardo in Colui che crocifissero” (Mt., XXIII, 38; Lc., XIII, 35) .

Capitolo 2° – Crocifissione di Gesù, Divinità di Cristo e SS. Trinità

  1. Tommaso d’Aquino (S. Th., III, q. 47, a. 6, ad 1um) si chiede “se i Capi dei Giudei sapevano che la Persona che crocifiggevano era Dio stesso Incarnato, la seconda Persona della SS. Trinità”. Egli risponde che quando Dio parlò ad Adamo del matrimonio gli spiegò che era una figura dell’unione di Cristo e della Chiesa; gli dovette spiegare, quindi, allora il mistero della Trinità ed Unità di Dio e quello dell’Incar­nazione del Verbo (S. Th., II-II, q. 2, a.7, in corpore).

Inoltre l’Angelico specifica che i Prìncipi dei Giudei avevano una conoscenza esplicita del mistero dell’Incarnazione, Passione e Morte del Verbo Incarnato. Quanto poi al mistero della Trinità, S. Tommaso risponde: “Prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero dell’Incarnazione e cioè esplicitamente dai maggiorenti ed in maniera implicita e quasi velata dalle persone semplici” (S. Th., II-II, q.2, a 8, in corpore).

Capitolo 3° – Il Giudaismo talmudico è “rigettato” da Dio e “sostituito” dalla Chiesa?

La Dichiarazione NA n. 4-h scrive: «Gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Scrittura».

Innanzitutto bisogna specificare che si sta parlando di Ebraismo religione post-biblica e dei fedeli di essa, ossia gli Ebrei che seguono la Càbala e il Talmùd e non dell’etnia ebraica (NA equivoca sofisticamente – quando usa la parola “Ebrei” in due significati totalmente diversi – parlando dei “rapporti tra stirpe di Abramo, che avrebbe legami spirituali molto stretti con la Chiesa di Cristo”. Ora non si può coniugare la “stirpe” con lo “spirituale” e con la “Chiesa”; la carne e il sangue con lo spirito e il Corpo Mistico di Cristo come se fossero concetti univoci, i quali hanno il medesimo significato, mentre sono equivoci, ossia hanno significati totalmente diversi.

Poi occorre precisare i termini teologici e biblici di riprovazione e maledizione; a) Riprovare: significa rigettare, reputare inutile, disapprovare, rompere un’amicizia. Ora la Sinagoga talmudica, che l’Apostolo S. Giovanni chiama ben due volte “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9), dopo l’uccisione di Cristo, è stata disapprovata, rigettata da Dio, che ha costatato la sua infedeltà al Vecchio Patto stretto da Lui con Abramo/Mosè (1900 a. C./1300 a. C.) e l’ha ripudiata per stringere una Nuova Alleanza con il “piccolo resto” o “reliquia” d’Israele fedele a Cristo e a Mosè (Cfr. Salvatore Garofalo, La nozione profetica del “Resto d’Israele”, Roma, Lateranum, nn. 1-4, 1962), e con tutte le Genti pronte ad accogliere il Vangelo (le quali in massima parte hanno corrisposto al dono di Dio, mentre solo una “reliquia” di Gentili lo ha rifiutato, per adorare se stessa tramite gli idoli pagani che si era costruiti, narcisisticamente, a mo’ di specchio). Dio ha sconfessato chi ha rinnegato il suo Figlio unigenito e consustanziale, “Dio vero da Dio vero”. Quindi la sana Teologia ha interpretato la Scrittura e ha insegnato che il Giudaismo post-biblico è riprovato o disapprovato da Dio, ossia sino a che permane nel rifiuto ostinato di Cristo, non è unito spiritualmente a Dio, non è caro a Lui, non è in grazia di Dio, non avendo la fede e “senza la fede è impossibile piacere a Dio”[7] (Ebr., XI, 6); b) Maledire: significa condannare, non è una “maledizione formale” scagliata da Dio (simile a quella contro il serpente infernale nell’Eden) come un’imprecazione a fin di male, ma è una “maledizione oggettiva”, ossia una situazione che è costatata come disordinata e, quindi, condannata da Dio, della quale Egli dice male o “male-dice”. Infatti, Dio non può approvare, dir bene o “bene-dire” il rifiuto di Cristo. Dio Padre, avendo constatato la sterilità del Giudaismo farisaico e rabbinico, che ha ucciso i Profeti, suo Figlio e infine gli Apostoli, la condanna, disapprova e ne “dice-male” o “male-dice”: “Si quis non amat Dominus Nostrum Jesum Christum anathema sit” (I Cor., XVI, 22). Come Gesù che, constatata la sterilità di un fico, lo maledisse (Mt., XXI, 19), ossia non lo apprezzò, ma lo condannò in quanto infruttuoso ad essere sradicato e bruciato.

Nella S. Scrittura questa maledizione d’Israele da parte di Dio, in conseguenza della sua disobbedienza al Vecchio Patto stretto con Lui, è rivelata formalmente: “Io [il Signore, ndr] vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini…, maledizioni se disobbedite” (Deut., XI, 28).

I “Padri apostolici” e la Dottrina della “sostituzione”

Nella Teologia del “periodo sub-apostolico il tratto particolarmente caratteristico è la polemica col Giudaismo contemporaneo. Alla pretesa del Giudaismo postbiblico di essere ancora il popolo eletto e il solo detentore delle promesse di Dio, da parte cristiana viene contrapposta la dottrina secondo cui, in séguito all’infedeltà del popolo ebraico al Vecchio Patto con Dio, i Cristiani sono il Verus Israel, che ha accolto l’eredità del popolo rigettato da Dio e lo ha soppiantato. Ciò è espresso nel modo più categorico da S. Ignazio d’Antiochia e nella Lettera di Barnaba” (H. Jedin, Storia della Chiesa, Milano, Jaca Book, 1975, vol. I, pp. 183-184)[8].

I Padri apostolici sono (cronologicamente) i primi Padri della Chiesa che hanno avuto rapporti con gli Apostoli, i cui scritti sono le testimonianze più antiche della Tradizione divino/apostolica. Essi sono il primo anello della catena di trasmissione del Messaggio di Cristo dopo la scomparsa degli Apostoli, sono perciò i primi organi della Tradizione apostolica. Il loro obiettivo principale fu quello di trasmettere fedelmente l’insegnamento ricevuto dagli Apostoli direttamente da parte Cristo e consegnato dagli Apostoli direttamente ai Padri apostolici (I-II secolo), seguiti dai Padri apologisti (II-III secolo) e dai Padri ecclesiastici (III-VIII secolo).

Monsignor Luigi Carli (Vescovo di Segni e poi Arcivescovo di Gaeta) ha scritto a conferma della dottrina tradizionale contraddetta da NA: «Occorre distinguere il Giudaismo dell’Antico Testamento dal Giudaismo post-cristiano. Il primo (Antico Testamento), è una preparazione del Cristianesimo; il secondo invece (Giudaismo post-cristiano), ha negato la messianicità di Gesù e continua a rifiutare il Messia Gesù Cristo. In questo senso vi è un’opposizione di contraddizione tra Cristianesimo e Giudaismo attuale. L’Antica Alleanza è basata anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del Patto bilaterale. Infatti l’Alleanza non è incondizionata (Deut., XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini…, maledizioni se disobbedite” (Deut., XI, 28). L’Alleanza Antica dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo, che Egli, in alcune circostanze, vorrebbe persino distruggere completamente (Deut., XXVIII; Lev., XXVI, 14 ss.; Ger., XXVI, 4-6; Os., VII, 8 e IX, 6).

Dopo la morte di Cristo, il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo a “un piccolo resto / reliquia” fedele a Cristo e a Mosè, che preannunciava Gesù. In séguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’Antico Testamento che Lo annunciava, il perdono di Dio si restrinse solo ad “un piccolo resto / reliquia”.

Da parte di Dio, diversamente che da parte dell’uomo, non vi è rottura del Suo piano di Alleanza, della Sua chiamata o vocazione, ma solo sviluppo e perfezionamento del Patto Antico, nell’Alleanza Nuova e definitiva, che darà al “piccolo resto” dei Giudei fedeli al Messia un “cuore nuovo” (Ez., XVIII, 31; XXXVI, 26) e si aprirà all’umanità intera […]. Gesù non ha instaurato una nuova religione, ha insegnato che Dio voleva la salvezza di tutta l’umanità e che la venuta del Cristo era la condizione di tale salvezza […]. La comunità cristiana è rimasta fedele alla Tradizione veterotestamentaria, riconoscendo in Gesù il Cristo-Messia annunciato dai Profeti del Vecchio Testamento e misconosciuta dal Giudaismo talmudico. Per i Cristiani è il Giudaismo post-biblico ad essere infedele all’Antico Testamento, ma vi è un “piccolo resto” fedele, che entrando nella Chiesa di Cristo garantisce la continuità dell’Alleanza (Antica-Nuova), in vista di Cristo venturo e venuto. Egli è la “pietra d’angolo” (Mt., XXI, 42) che “ha fatto di due [popoli: Giudei e Gentili] una sola cosa” [Cristiani]»[9].

Per fare un esempio, Dio ha chiamato Giuda ad essere Apostolo, Lucifero ad essere Angelo, ma essi non hanno corrisposto al dono e alla chiamata di Dio, che non se ne è pentito, ma ne ha preso atto e ha abbandonato coloro che per primi lo avevano abbandonato. “Deus non deserit nisi prius deseratur / Dio abbandona solo se prima viene abbandonato” (S. Agostino, ripreso dal Concilio di Trento). Tuttavia “si Deus deseratur, tunc deserit / se Dio viene abbandonato, allora Egli abbandona chi già lo ha lasciato”. Così è stato per Lucifero, Adamo, Caino, Giuda e per Israele.

Capitolo 4° – La Dichiarazione Nostra aetate su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”

Abbiamo visto che fra Tradizione divino/apostolica cattolica (i Padri apostolici/apologisti/ecclesiastici e il Magistero pontificio da San Pietro sino a Pio XII[10]) e NA (28 ottobre 1965) vi è difformità. Ora la Tradizione cattolica è una delle due Fonti della Rivelazione assieme alla S. Scrittura, essa consiste nell’insegnamento unanimemente comune dei Padri, che è infallibile; mentre NA ha un valore unicamente prudenziale o “pastorale” – per esplicita volontà di Giovanni XXIII e Paolo VI, che indissero e conclusero il Concilio Vaticano II come “Concilio pastorale”[11] – poiché esso consiste non nella definizione di qualche verità dogmatica o morale, ma nell’applicazione della dottrina al caso pratico. Quindi non è infallibile né irreformabile ed essendo in rottura o in difformità con l’unanime e costante Tradizione apostolica (almeno dal I al V secolo, come ha documentato l’ebrea convertita ed esperta di Patrologia, Denise Judant[12]), deve essere corretto e riformato.

I due dogmi principali del Cristianesimo (la SS. Trinità e la divinità di Gesù Cristo), per l’Ebraismo attuale o post-biblico (che non è l’Antico Testamento, ma il Talmudismo rabbinico/cabalistico), sono una “bestemmia” (Mt., XXVI, 65; Mc., XIV, 63; Lc., XXII, 71; Giov., X, 36) come disse Caifa, per la quale Cristo fu crocifisso “poiché da uomo, si faceva Dio” (Gv., X, 33) e S. Stefano fu condannato alla lapidazione (Atti degli Apostoli, VII, 1-59).

L’ambiguità di NA, consiste nel far passare tutti coloro che discendono geneticamente da Abramo, come aventi legami spirituali o di fede con la Chiesa di Cristo, mentre il sangue o la razza non ha nulla a che vedere con lo spirito e la fede e non può fungere da ponte logico, legame o “Termine Medio” tra Giudaismo e Cristianesimo nel ragionamento teologico sul Giudeo/Cristianesimo.

Al n. 4-e, NA insegna: “Secondo S. Paolo gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”. Invece S. Paolo dice solo che la vocazione (chiamata o dono) da parte di Dio non muta: “Ego sum Dominus et non mutor” (Mal., III, 6). Mentre la risposta alla chiamata di Dio può cambiare da parte dell’uomo, com’è stato per Lucifero, inizialmente per Adamo/Eva che poi tornarono a Dio, per Caino, per Esaù, per Giuda Iscariota e per la maggior parte del popolo d’Israele, che durante la vita di Gesù, ha malamente corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo prima i Profeti del Vecchio Testamento, poi Cristo stesso ed infine i Suoi Apostoli del Nuovo Testamento (S. Stefano nel 30 circa, S. Giacomo il Maggiore nel 42 e S. Giacomo il Minore nel 62); onde sono cari a Dio, ossia stanno in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di coloro che hanno accettato il Messia-Cristo venuto (Nuovo Testamento), come lo accettarono venturo i loro padri nell’Antico Testamento. Infatti dopo il martirio di S. Giacomo il Minore (anno 62), gli Apostoli lasciarono la Palestina e si recarono a evangelizzare i Pagani dietro ispirazione divina.

Sempre secondo la dottrina conciliare (cfr. NA: “i doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. Giovanni Paolo II, Magonza, 17 novembre 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”) l’Ebraismo attuale sarebbe ancòra titolare dell’Alleanza con Dio. Invece la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri apostolici/ecclesiastici e dal Magistero costante e tradizionale della Chiesa) insegna che c’è una prima e c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Giov., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda Alleanza e l’aprì a quanti (i Pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente, da settentrione e da mezzogiorno” (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolse (Rom., XI, 1-10). Inoltre, prima della fine del mondo, S. Paolo prevede e rivela, divinamente ispirato, la conversione finale e in massa, della moltitudine degli Ebrei (Rom., XI, 26: “Et sic omnis Israel salvus fieret”). Questa parola “conversione”, “salvezza” non piace agli Ebrei attuali, purtroppo dispiace anche ai prelati conciliari e post-conciliari, “sed Verbum Domini manet in aeternum”.

La Dichiarazione NA non reca una sola citazione di un solo Padre della Chiesa, di un solo pronunciamento del Magistero ecclesiastico, come mai? Semplice, perché non ve ne sono! Come si fa allora a dire che essa deve essere accettata poiché in continuità con la Tradizione (cfr Benedetto XVI e “l’ermeneutica della continuità” tra Tradizione e Vaticano II) e non in rottura con essa?

Attenzione: il Vangelo ci ammonisce, come ammonì i Farisei duemila anni fa: “Il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato ad altri”. L’Alleanza con Dio è Nuova ed Eterna e perciò definitiva, ma solo per quanto riguarda la Chiesa di Cristo; per quanto riguarda gli altri (anche il Giudaismo postbiblico e la Vecchia Alleanza) presuppone una corrispondenza al piano divino. Da qui nasce il problema della vera Dottrina vivificata dalla Carità soprannaturale, che occorre professare con fede soprannaturale, vivere integralmente e senza annacquamenti per essere “veramente figli di Dio”. Infatti, rivela San Paolo, “senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6).

Capitolo 5° – Giudaizzanti e Giudeo/Cristianesimo

I Giudaizzanti, teologicamente parlando, sono “i Gentili convertiti al Cristianesimo, che imitavano i costumi ebraici […] e ritenevano obbligatoria per salvarsi l’osservanza, totale o parziale, della Legge cerimoniale mosaica però – praticamente – furono quasi tutti Cristiani di sangue ebraico[13]. Mentre il termine Giudeo/Cristianesimo si applica in senso stretto ai “Cristiani nati Ebrei, i quali ritenevano che la Legge cerimoniale dell’Antico Testamento non fosse stata abrogata e sono entrati così in conflitto non solo con san Paolo, ma con il Cristianesimo stesso[14].

Questo tema ci pone di fronte al “mistero d’iniquità già operante in questo mondo” (II Tess., II, 7) delle infiltrazioni dei Giudaizzanti all’interno dell’ambiente ecclesiale a partire da Giovanni XXIII sino a papa Bergoglio.

Ad esempio, il quotidiano della “Conferenza Episcopale Italiana” Avvenire (26. I. 2011, p. 26) riporta un articolo di Enzo Bianchi, “Intorno al Concilio la convergenza tra le Fedi” in cui spiega che «Giovanni Paolo II […], il 17 novembre 1980 a Magonza pronuncia una formula inedita, anzi contraddittoria a diciannove secoli di esegesi e Teologia cristiana, in cui gli Ebrei sono definiti “il popolo di Dio dell’Antica Alleanza che non è stata mai revocata”. […]. Si può notare la novità e l’audacia rispetto a tutto il Magistero ecclesiastico precedente. […]. La Teologia della sostituzione è così abbandonata per sempre».

Le pretese dei Giudaizzanti si fondano – materialmente ed erroneamente – sul fatto che il Messia, nato dalla razza ebraica, avrebbe stabilito sulla terra un Regno temporale, che sarebbe quello di Israele. Il Giudeo/Cristianesimo vorrebbe così “ricalcare il Cristianesimo sul Giudaismo, chiedendo ai popoli di affiliarsi – tramite la circoncisione [e l’osservanza della Legge cerimoniale, ndr] – alla nazione ebraica”[15].

Il Giudeo/Cristianesimo (condannato dal Concilio di Gerusalemme nel 49 e fatto proprio dal Concilio Vaticano II nel 1965) è l’annullamento radicale e totale del valore salvifico del Sacrificio di Gesù sulla croce e della grazia cristiana che ne deriva; in breve è l’apostasia (ossia il passare da una religione ad un’altra sostanzialmente diversa) e la distruzione del Cristianesimo apostolico, che oggi viene rimpiazzato dalla holocaustica religio, che “sostituisce” l’Olocausto  di Gesù con la shoah giudaica[16]. In questo caso si può dire, senza tema di sbagliare, che “l’Antico Olocausto di Cristo non è mai stato abrogato” dal nuovo “olocausto” del popolo ebraico (1942/45) e che la “Nuova Alleanza è  ancora valida e irrevocabile”, per cui la dottrina giudaizzante di NA della “sostituzione” della Chiesa da parte della “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9) non sta in piedi, è la famosa vecchia “menzogna di Ulisse” che ritorna nel corso della storia.

Lo studio attento dei due libri di papa Francesco e di Benedetto XVI porta immancabilmente a queste conclusioni, terribili, ma vere. Siamo entrati in pieno nella “grande Apostasia universale” (II Tess., II, 3), che precede il Regno dell’Anticristo finale (I Giov., II, 19; IV, 3).

Certamente il Papa non deve e non può cambiare il Deposito rivelato, ma lo deve conservare integro e trasmetterlo fedelmente. Ora si costata che da Giovanni XXIII sino a Ratzinger/Bergoglio sia il dogma che la morale sono stati adulterati dai neomodernisti giudaizzanti. Il cattolico fedele non può seguirli, come gli Apostoli non obbedivano al Sommo Sacerdote del Tempio, oramai rabbinico/talmudico e non più mosaico, dopo il Deicidio, ma si mantenevano fedeli all’Antico e al Nuovo Testamento nella Persona divina di Cristo.

Ora, se 1°) non si deve obbedire a ordini illegittimi, che spingerebbero al peccato contro la fede e i costumi; 2°) non si può nemmeno far deporre dall’Episcopato (riunito in Concilio imperfetto o disperso nel mondo) il Papa legittimamente eletto e nominarne un altro al suo posto. Significherebbe ritenere i Vescovi superiori al Papa e negare implicitamente il Primato di Giurisdizione del Pontefice romano, definito di “fede rivelata e cattolica” dal Concilio Vaticano I (DB, 1823, 1831). Quindi sarebbe eretico. Ora un errore (Modernismo bergogliano) non si corregge con un altro errore (Conciliarismo gallicano e Veterocattolicesimo). Bisogna, quindi, mantenere la fede di sempre e chiedere a Dio di aprire o “chiudere” gli occhi al Pontefice, che proferisce eresie e non vuol ascoltare le monizioni fattegli, giustamente, da alcuni Cardinali e Vescovi.

Queste righe e le pagine del libro che seguirà possano aiutare i cattolici fedeli a vedere la gravità degli errori, soprattutto quelli nascosti e occulti di Ratzinger, essendo quelli di Bergoglio per sé evidenti, e a tenersene lontani per mantenere il Vangelo predicato da Cristo e dagli Apostoli e non il “contro/vangelo del ghetto” e della “contro/chiesa” o “Sinagoga di Satana”, predicato dai “sommi pontefici” giudaizzanti del Concilio/Sinedrio Vaticano II e del postconcilio o neomodernismo postcristiano o “meta-cristiano”, come lo chiamava Teilhard de Chardin.

(Presentato da Carlo Natalini)


NOTE:

[1] Cfr. F. Spadafora, Cristianesimo e Giudaismo, Caltanissetta, Crinon, 1987.

[2] Cfr. F. Spadafora, Fuori della Chiesa non c’è salvezza, Caltanissetta, Crinon, 1988.

[3] http://www.edizioniradiospada.com ; edizioniradiospada@gmail.com

Il libro – Curzio Nitoglia, Non abbiamo Fratelli Maggiori. L’Antica Alleanza è stata revocata e gli Ebrei hanno bisogno di Gesù per salvarsi, Cermenate – Como, Radio Spada, 2019, – conta circa 200 pagine e costa 15 euro.

[4] S. Agostino, quanto ai Giudei viventi al tempo di Cristo, osserva: «O Giudei, quando uccideste Cristo? Quando, aguzzando la vostra lingua come una spada bene affilata, gridaste: “Crocifiggilo, crocifiggilo”» (Comm. in Matt., XXVII, 22). Per quanto riguarda i Giudei vissuti e viventi dopo la morte di Gesù, se essi – ritenendolo un impostore che da uomo si è fatto Dio – lo reputano degno di morte come i Sommi Sacerdoti (Mt., XXVI, 66; Mc., XIV, 64), secondo la loro antica legge (Lev., XXIV, 10-16), partecipano anch’essi alla condanna a morte di Cristo a parte post.

[5] Da S. Ignazio d’Antiochia († 107) sino a S. Agostino († 430) e a S. Cirillo d’Alessandria († 444). Come si vede si tratta di oltre 300 anni d’insegnamento patristico di origine sub-apostolica.

[6] Per esempio, se l’Imperatore romano perde la guerra contro i Barbari, assieme a lui e sotto di lui, tutto il popolo romano ha perso la guerra barbarico/romana.

[7] In San Paolo è divinamente Rivelato: “I quali [Giudei] hanno messo a morte il Signore Gesù [“Dominum occiderunt Jesum”] e i Profeti ed hanno perseguitato anche noi; essi non piacciono a Dio [“Deo non placent”] e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai Pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma oramai l’ira di Dio è arrivata al colmo sul loro capo” (I Tess., II, 15-16).

[8] Si noti che il professor Jedin era tedesco di origine ebraica e perse i suoi genitori in un Lager del III Reich, ma quando seppe che Hitler era morto celebrò, privatamente, una Messa per lui.

[9] Cfr. Monsignor Luigi Maria Carli, La questione giudaica davanti al Concilio Vaticano II, in «Palestra del Clero», n. 4, 15 febbraio 1965, pp. 192-203.

[10] Tanto per fare un esempio, si pensi all’Enciclica Mit brennender Sorge, promulgata il 14 marzo 1937 da Pio XI, alla cui stesura collaborò l’allora card. Eugenio Pacelli futuro Pio XII nel 1939, ove si condanna il razzismo materialista e puramente biologico e si afferma anche che “Il Verbo avrebbe preso carne presso un Popolo che poi Lo avrebbe confitto in Croce”. Quindi la dottrina della responsabilità collettiva, nello spazio e nel tempo, del Giudaismo talmudico nella morte di Cristo è stata insegnata formalmente dal Magistero pontificio sino al 1937.

[11] L’allora Cardinal Joseph Ratzinger nel Discorso alla Conferenza Episcopale Cilena, Santiago del Cile, 13 luglio 1988 (riportato in “Il Sabato”, n. 31, 30 luglio-5 agosto 1988) ha affermato: «Il Concilio Vaticano II si è imposto di non definire nessun dogma, ma ha scelto deliberatamente di restare ad un livello modesto, come semplice Concilio puramente pastorale».

[12] Denise Judant, Judaisme et Christianisme, éd. du Cèdre, Paris, 1969; Id., Jalons pour une théologie chrétienne d’Israel, éd. du Cèdre, Paris, 1975.

[13]  F. Vernet, in «Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique»,  Paris, Beauchesne, 1911, vol. II, col. 1654, voce «Juifs et Chrétiens».

[14] Ivi.

[15]  Ibidem, col. 1655.

[16] È innegabile che all’origine della Rivoluzione teologica del Vaticano II c’è la “religione olocaustica” o il “mito della shoah”, la quale sarebbe stata preparata e favorita dalla Teologia preconciliare (sulla intrinseca malvagità del Giudaismo postbiblico, infedele a Cristo e all’ Antico Testamento, che Lo annunziava), la quale avrebbe armato la mano al III Reich. Quindi il problema della shoah è un problema non solo storico/politico (in base al quale è nato lo Stato d’Israele nel 1948), economico (grazie al quale Israele ha ottenuto miliardi di dollari di risarcimento da mezzo mondo), ma soprattutto teologico (grazie al quale Israele ha ottenuto la piena riabilitazione religiosa da parte di alcuni uomini di Chiesa ancor più falsi e traditori di Giuda Iscariota). Non si può capire la Teologia modernistica e giudaizzante del Vaticano II se non si è capito il mito della shoah che è il principio e fondamento del Concilio Vaticano II.

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