È ESISTITO UN PROSELITISMO EBRAICO?

Prologo

Per affrontare e risolvere il problema del “Proselitismo ebraico”1 nell’Antico Testamento e nei primi secoli dell’era cristiana, occorre prima studiare la questione della “Diaspora giudaica”.

La Diaspora ebraica in generale

Abbiamo già visto la Diaspora degli Ebrei a Roma nel I secolo a. C. Ora vediamo la Diaspora ebraica nel mondo intero, ma soprattutto in Egitto e specialmente ad Alessandria, nella quale – sin dalla sua fondazione (322 a. C.) – i Giudei palestinesi furono attratti da Alessandro Magno con la concessione degli stessi diritti dati ai Greci (cfr. G. Flavio, Guerra Giudaica, II, 18, 7; Id., Contra Apionem, II, 4; Id., Antichità Giudaiche, XIX, 5, 2). Occorre, però, fare attenzione a non trascurare le altre grandi città (Antiochia, Babilonia, Roma…) che ospitarono colonie di Ebrei, anche se vi furono tra di loro delle differenze accidentali. Per esempio, il Giudaismo babilonese rimase molto chiuso in se stesso, mentre il Giudaismo alessandrino fu profondamente aperto e permeato di Ellenismo. Tuttavia la sostanza rimase identica: il Giudaismo come appartenenza etnico/religiosa è lo stesso sia in Babilonia che in Alessandria. Infatti nel Giudaismo post-biblico la sostanza è costituita innanzitutto dal popolo ebraico e poi dalla religione del Dio d’Israele; mentre nel Vecchio Testamento si annunciava la conversione universale di ogni popolo all’unico vero Dio, Creatore di tutti gli uomini.

Cos’è la Diaspora?

La parola Diàspora viene dal greco Diasporà, che significa Disseminazione o Dispersione (cfr. Giud., XXIII, 19; II Macc., I, 27; Giov., VII, 35; Giac., I, 1; I Pietr., I, 1). Essa era impiegata frequentemente nel Giudaismo dell’era ellenistica e serviva a designare l’insieme degli Israeliti che vivevano fuori della Palestina (cfr. G. Ricciotti, Storia d’Israele, Torino, SEI, 1933, 2° vol., p. 203).

Il termine Diaspora era alquanto dispregiativo. Infatti era usato nazionalisticamente per designare Israele come “eredità di Jaweh”, che doveva conservarsi unita e compatta, etnicamente e religiosamente, entro i confini della Terra promessa da Dio a Israele, mai fuori di essa. Quindi l’Israelita che viveva fuori della Palestina, per forza (in quanto deportato) o per libera scelta, era un “disseminato” o uno “sparso/disperso” in mezzo ai goyim, ossia ai non-ebrei o Pagani, che non facevano parte del popolo eletto di Israele e non avevano la fede nel Dio unico (bisogna sempre distinguere il Giudaismo del Vecchio Testamento, che era la vera religione dell’unico vero Dio dell’Antica Alleanza, dal Giudaismo talmudico, che adora Israele come se fosse una divinità e lo rende Signore di tutti gli altri popoli). Tuttavia “nonostante questa nota di commiserazione, molti furono i disseminati spontanei, che in epoche e circostanze diverse preferirono volontariamente alla dimora nella Terra Santa quella in un Paese straniero” (G. Ricciotti, ivi). Anche oggi su circa 32 milioni di Ebrei che vivono nel mondo, approssimativamente 5 milioni stanno in Palestina, mentre grosso modo 27 milioni vivono nella Diaspora e soltanto negli Usa ve ne sono a un dipresso 6 milioni, ossia pressappoco 1 milione di più che in “Israele”; è per questo motivo che l’America del Nord viene chiamata la “Nuova Sion”.

Quali sono i motivi che hanno spinto gli Ebrei nel Vecchio Testamento a preferire la Diaspora alla Terra Santa o alla “eredità di Jaweh”? I motivi furono vari.

La Diaspora in Siria

Un motivo fu quello commerciale, che richiamò, ad esempio, i Giudei a stabilirsi nei porti franchi di Damasco in Siria, quando nell’857 i Siri furono sconfitti dal re d’Israele Achab, che ottenne di stabilire proprio a Damasco delle “Piazze commerciali” per gli Israeliti (I Re, XX, 34). Successivamente molti altri Ebrei si stabilirono in Siria all’epoca dell’Ellenismo (323 – 31 a. C.), specialmente dopo la fondazione di Antiochia (anno 301 a. C.) e conservarono i loro privilegi anche sotto i Romani (64 a. C.). A Damasco essi avevano parecchie sinagoghe (Atti, IX, 2). Antiochia in Siria fu una delle grandi città che accolsero molti Ebrei e che divenne un importantissimo centro della Diaspora (cfr. Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, VII, 3, 3).

La Diaspora in Asia Minore

Filone (Legatio ad Caium, 33), Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XIV, 10), Cicerone (Pro Flacco, 28), molti Decreti di Cesare e di Augusto, nonché gli Atti degli Apostoli (XIII, 13-14) attestano la presenza di numerosi Ebrei nell’Asia Minore.

La Diaspora in Assiria e Media

Tuttavia vi furono anche le deportazioni forzate: nel 732 a. C. Teglatfalasar III deportò nell’Assiria (attualmente Iraq/Siria) e nella Media (l’attuale Iran nord-occidentale) molti abitanti delle 10 Tribù del Regno d’Israele (II Re, XV, 29). Dopo la conquista della Samaria (anno 722 a. C.) il re assiro Sargon II (725 – 705 a. C.) accrebbe il numero degli esuli (II Re, XVII, 6). Nella iscrizione del tempio di Horsabad in Assiria si parla di “27. 290” Israeliti deportati.

Vi furono anche vari motivi di politica o di avventura, che sin dai tempi del re di Giuda, Manasse (693 – 639 a. C.), provocarono una Diaspora rilevante in Egitto. Inoltre si sa dal profeta Geremia del VI secolo a. C. (Ger., capp. XLII-XLIV) che molti Ebrei si rifugiarono in Egitto durante le invasioni di Nabucodonosor (605 – 562 a. C.). Alcuni si stabilirono a Patros, altri ad Elefantina ove sorgeva anche un “Tempio” ebraico, come pure a Leontopoli. Sembrerebbe questa una deroga alla legge della unicità del Tempio solo in Gerusalemme, concessa o tollerata da parte del Giudaismo palestinese alla Diaspora egiziana.

La deportazione del Regno di Giuda fu fatta dai Caldei (603 – 581 a. C.), che unificarono il regno babilonese meridionale, la Mesopotamia (l’attuale Iraq), la Siria, una parte della Palestina ed impiantarono il Giudaismo in Babilonia specialmente nel 587 quando cadde Gerusalemme. Nabucodonosor II deportò in Babilonia molti abitanti del Regno di Giuda, con i Profeti Daniele ed Ezechiele (II Re, XXIII, 24-25; Dan., I, 1; Ez., I, 1-3). “Se taluni di questi espatriati finirono per perdere le proprie caratteristiche nazionali e si fusero con i circostanti alienigeni, gli altri invece le mantennero e le rinsaldarono: ma frattanto, ove più ove meno, il Giudaismo si diffondeva” (cfr. G. Ricciotti, cit., p. 204). Babilonia fu una città di asilo per gli Ebrei, che già nel periodo persiano (da Ciro il Grande, il fondatore dell’Impero persiano nel 558 ad Alessandro Magno, il conquistatore dell’Impero persiano nel 330) vi raggiunsero una buona posizione commerciale e sociale, di lì molti Ebrei si diressero nelle varie città sorte dappertutto verso l’India dietro la colonizzazione di Alessandro Magno. Il Ricciotti ci spiega che “nell’esercito di Alessandro Magno, almeno quando fu giunto in Babilonia, prestavano servizio soldati Giudei, e sembra che non fossero pochi (G. Flavio, Contra Apionem, I, 22, 192; Id., Antichità Giudaiche, XI, 8, 5)” (G. Ricciotti, cit., p. 206).

Babilonia

Con l’Editto (23 marzo 538) di Ciro il Grande re di Persia (600 – 529 a. C.) alcuni Giudei ritornarono da Babilonia (conquistata da Ciro nel 539) in Palestina, sotto la guida di Zorobabele (anno 538), altri ancora rientrarono circa un secolo dopo con Esdra e Neemia (465 – 430 c.ca), ma molti Ebrei che pur avevano riacquistato la piena libertà preferirono restare in Babilonia. Ivi si dedicarono al commercio. “Sino al secolo V a. C. a Nippur, al tempo di Artaserse I (465 – 424) e Dario II (524 – 404) funzionava una specie di Banca ebraica ‘Murasu e figli’. La scuola rabbinica di Babilonia fiorì sino all’alto Medioevo” (Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 1555-1557, voce “Diaspora”, a cura di Pietro De Ambroggi).

Alessandria d’Egitto

Per quanto riguarda particolarmente Alessandria d’Egitto, occorre sapere che l’Egitto rimaneva per Israele il Paese del benessere, della vita facile (naturalmente prima della sua schiavitù – dal 1700 circa al 1300 – dalla quale Israele venne liberato da Mosè), in un certo senso la “culla della Terra Santa”, tanto che molti dalla Palestina vi si trasferirono; “ma con l’Ellenismo (dalle imprese di Alessandro Magno sino all’espandersi dell’influsso di Roma: 323 – 31 a. C.) e con la fondazione di Alessandria di Egitto (322 a. C.) i richiami dell’Egitto divennero sempre più seducenti. […]. Perciò l’immigrazione in Egitto, con l’Ellenismo, divenne continua, e in poco tempo rese l’Egitto una seconda Palestina, e Alessandria un centro giudaico, sotto molti aspetti, superiore a Gerusalemme stessa” (G. Ricciotti, cit., p. 204). Ad Alessandria tra il 250 e il 150 a. C. i “72” saggi Ebrei pubblicarono la versione greca della Bibbia detta dei “Settanta”2. Secondo Filone (In Flaccum, 6) dopo la battaglia di Azio (31 a. C.) in Egitto vi era circa un milione di Ebrei, che erano governati da un loro etnarca con un proprio senato (gherusìa).

Macedonia e Grecia

San Paolo trovò sinagoghe e scuole ebraiche in Macedonia e Grecia: a Filippi, Tessalonica, Berea, Atene e Corinto. Filone e Giuseppe Flavio parlano di sinagoghe anche a Cipro e a Creta.

Infine Roma, come abbiamo visto, divenne dal I secolo a. C. il principale centro d’irradiazione del Giudaismo diasporico in Occidente (cfr. G. Ricciotti, cit., p. 207).

Testimonianze degli storici

Scritti di storici antichi ci dicono chiaramente che la Diaspora ebraica ebbe una diffusione enorme. Cicerone (Pro Flacco, 28) scrive che, nel 61 a. C. durante il governo di Flacco, in Asia si trovavano molti Giudei. Strabone di Cappadocia, citato da Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, XIV, 7, 2) dice che nell’84 a. C. i Giudei erano pervenuti in ogni città dell’Orbe. Filone Alessandrino dice la stessa cosa (In Flaccum, 7). Infine le epigrafi cristiane svelano la presenza di Giudei quasi dappertutto nel mondo antico allora conosciuto.

I Cristiani si avvalsero molto della Diaspora giudaica per convertire i Giudei al Vangelo soprattutto dopo il martirio di S. Giacomo il Minore da parte dei Giudei (anno 62), il “cugino” di Gesù, primo Vescovo di Gerusalemme, quando – constata la “durezza di cervice” del popolo una volta eletto e poi rigettato da Dio – lasciarono la Palestina per predicare Cristo in tutto il mondo allora conosciuto, sia ai Pagani che ai Giudei diasporici.

La compattezza e resistenza del Giudaismo anche nella Diaspora

Nella Diaspora si notano da una parte alcune apostasie dalla religione di Jaweh al Paganesimo, certe volte l’indifferentismo e il sincretismo, ma questi fenomeni non furono prevalenti. Invece ciò che prevalse fu “lo spirito di resistenza. Il fenomeno chimico dell’emulsione3 si ritrova qui nel campo etnico/religioso: la goccia d’olio che agitata in un recipiente d’acqua, si disperde, si suddivide in mille globuli senza mai confondersi con l’acqua stessa, è un’immagine abbastanza esatta della Diaspora giudaica. Queste piccole comunità, anche isolate in regioni lontane, sviluppano abitualmente una forza spirituale che è di coesione all’interno e di reazione all’esterno: questi piccoli globuli etnici rimangono Giudaismo, in mezzo e in opposizione al non-giudaismo; sono cellule disperse, isolate, ma compensate in questo isolamento dalla comunione con altre cellule lontane in un fondo comune, che impedì al Giudaismo disseminato di diventare non-giudaismo. Emulsione sì, fusione no: almeno in massima parte” (G. Ricciotti, cit., p. 209).

Questo fenomeno non ha riscontri nella storia. Ogni popolo emigrato in altri Paesi si è fuso in essi, ne ha preso la mentalità, la lingua, la cultura, la nazionalità e persino la religione, tranne pochi casi eccezionali. Per il Giudaismo è avvenuto tutto il contrario: solo pochi si sono fusi, ma la maggior parte dei Giudei son rimasti “Giudaismo”, anche dopo la distruzione di Gerusalemme, del Tempio (70 d. C.) e della Terra Promessa (135 d. C.) con la successiva dispersione nel mondo intero dei Giudei che prima abitavano in Palestina. Fatto ancora più eccezionale è stato, dopo 1900 anni circa, il ritorno degli Ebrei in Palestina nel maggio del 1948, pur mantenendo una Diaspora sparsa in tutto il mondo 5 volte superiore al Giudaismo sionista, che ha ricostituito lo “Stato d’Israele” in quella che era la Palestina e che ora quasi non esiste più.

Il suolo, la razza e la religione-nazionale cementificano Israele

L’Abate Ricciotti si chiede: “Perché il piccolissimo Israele non ha fatto la fine di tanti altri popoli antichi, che si liquefecero e scomparvero dalla storia? Evidentemente la paradossale tenacia della Diaspora è da imputarsi al nazionalismo giudaico, come ‘Nazione religiosa’ o ‘Religiosità nazionale’. Lo stesso Israele ne offre la prova più chiara: il Regno di Samaria, che formava con le sue 10 Tribù la parte più numerosa d’Israele, era stato deportato in Assiria (722 a. C.), ma la sua deportazione era finita con una fusione, non con l’emulsione della Diaspora giudaica. Le 10 Tribù, che erano la maggioranza d’Israele, avulse dal proprio Paese non offrirono una resistenza spirituale, e scomparvero assorbite dal nuovo ambiente. Non così la deportazione del Regno di Giuda (anno 587), con la quale comincia la paradossale Diaspora. Perché questa differenza tra 2 parti della stessa Nazione? Perché il Regno di Samaria non aveva il Nazionalismo/religioso o la Religione/nazionale del Regno di Giuda, che purificato e raffinato dalla catastrofe della deportazione in Babilonia (anno 586), riplasmò totalmente durante l’esilio babilonese, durato 70 anni, la Nazione di Jaweh” (cit., p. 210).

La Diaspora in Alessandria d’Egitto

Filone (In Flaccum, 6) scrive che al suo tempo (25 a. C. – 40 d. C.) i Giudei abitanti in Alessandria e in tutto l’Egitto raggiungevano il milione e fu proprio nelle sinagoghe egiziane che “avvenne l’atto più audace compiuto entro l’orbita dello Jawehismo ufficiale e uno dei più decisivi nella storia della spiritualità umana: la traduzione in greco delle Sacre Scritture ebraiche. L’audacia di questo atto fu valutata solo più tardi, allorché se ne intravidero le incommensurabili conseguenze. Mentre ancora nel I secolo d. C. i Giudei di Alessandria celebravano una festa particolare in ricordo di quella traduzione (Filone, De vita Moysis, II, 7); i rabbini posteriori invece, pieni d’amarezza, affermarono che il giorno in cui si fece la traduzione fu acerbo per Israele (Sopherìm, I, 7). Infatti, rinunciando alla lingua sacra della Nazione sacra, ed equiparando praticamente la Torah e le altre Scritture Sacre in ebraico alle loro traduzioni in lingua di nazione pagana, si apriva una breccia irreparabile in quel recinto spirituale che sino ad allora aveva circondato e custodito gelosamente la Nazione di Jaweh. L’esclusivismo religioso d’Israele crollava almeno in parte, tanto da lasciare aperto un accesso alle nazioni non israelitiche. È vero che l’accesso aveva il vantaggio di far passare il Proselitismo fra i Pagani: ma troppo caro costò quel vantaggio allo Jawehismo nazionalistico, giacché attraverso quello stesso accesso passò il Cristianesimo universalistico” (G. Ricciotti, cit., p. 216). Infatti sino alla Vulgata di San Girolamo (IV/V secolo)4 i Cristiani, per evangelizzare i Pagani, si servirono per il Vecchio Testamento della versione in greco (che era la lingua universalmente parlata in quei tempi) detta dei “Settanta” e S. Girolamo stesso si servì di essa (oltre che del testo in ebraico) per tradurre in latino l’Antico Testamento.

Il Proselitismo giudaico

Innanzitutto il Ricciotti studia l’atteggiamento che assunse il mondo classico greco/romano di fronte alla Diaspora ebraica. Nei primi tempi, quando essa era ancora debole “la razza giudaica così strana agli occhi dei Greci e dei Romani avrà potuto suscitare solo una certa curiosità neutrale. Ma più tardi la neutralità fu abbandonata. Quando si vide che questa strana razza si diffondeva su tutta la terra abitata, ma senza fondersi coi vari ambienti; quando si trovarono ovunque comunità giudaiche, che tuttavia costituivano altrettante cittadelle spirituali impenetrabili, specialmente quando si riscontrò che gli abitanti di quelle cittadelle avevano l’ardire di ritenersi spiritualmente superiori ai circostanti cultori di Giove: allora si concepì disprezzo per loro. L’emulsione ebraica della Diaspora apparve come un misterioso atto di superbia” (G. Ricciotti, cit., p. 231).

Paganesimo e Giudaismo

I Pagani di ogni genere (in Grecia o in Roma) avevano i loro templi, le statue dei loro Dei ai quali bruciavano i loro incensi, sacrificavano i loro animali. Invece i Giudei della Diaspora non avevano nulla di tutto questo, neppure i sacrifici degli animali, che avevano luogo solo nel Tempio di Gerusalemme. Agli occhi dei Greci o dei Romani i Giudei apparivano ben peregrini quanto a religione. Molti pensatori romani (Tacito, Plinio, Apollonio Molone) attaccarono violentemente la religione ebraica, spesso equivocando o prendendo favole e leggende per realtà. Nella disputa antiebraica bisogna sempre distinguere la polemica pagana e neo-pagana, biologicamente antisemita, contro il Vecchio Testamento dal dibattito anche aspro, ma teologicamente fondato del Cristianesimo contro il Giudaismo talmudico.

La grande fabbrica delle calunnie anti-giudaiche fu la dotta Alessandria. Già nel III secolo a. C. il sacerdote egiziano Manetone diceva che gli Ebrei discendevano da lebbrosi scacciati dall’Egitto assieme a Mosè. Tacito (Hist., V, 2-3) riprese la favola di Manetone. Lucano (Pharsal., II, 593), Giovenale (Sat., XIV, 97) e Plutarco (Sympos., IV, 5) sostennero che i Giudei adoravano una divinità incerta, le nubi del cielo, Bacco oppure il maiale come diceva Petronio (frammento 97, in Anthologia latina, IV, Lipsia, 1882, p. 98). Apione (cfr. G. Flavio, Contra Apionem, II, 7) asserì che nel Tempio di Gerusalemme si adorava una testa d’asino, Tacito (Hist., V, 3-4) lo seguì. Questa diceria fu ripresa da Plutarco (Symp., IV, 5) e da Diodoro Siculo (Bibl. hist., XXXIV, 1). L’identica accusa fu ripetuta contro i Cristiani (cfr. Tertulliano, Apolog., 16)” (G. Ricciotti, cit., p. 232). La circoncisione era sommamente dileggiata, soprattutto da Apione (cfr. G. Flavio, Contra Apionem, II, 13), ma egli ometteva di dire che i sacerdoti egiziani la praticavano anch’essi.

La circoncisione, infatti, non è una cerimonia esclusivamente e originariamente ebraica, ma “è una pratica largamente diffusa in vari popoli dell’antichità. In epoca antichissima è attestata presso gli Egiziani da vari storici (Erodoto, Diodoro Siculo, Filone) e da mummie e monumenti archeologici a cominciare dal 2400 a. C. circa. Essa era in uso particolarmente presso la classe sacerdotale. Era praticata pure presso i Colchi e gli Etiopi, gli Ammoniti, i Moabiti, gli Idumei e i Madianiti. Oggi è in vigore in numerose tribù primitive in Australia, Polinesia, America centrale (Messico, Nicaragua, Yucatan) e specialmente in Africa. […]. Il significato originario fondamentale sembra essere di iniziazione al matrimonio, nel passaggio dall’età infantile all’età degli adulti e dei guerrieri. Significato aggiunto è quello religioso evidente nella classe dei sacerdoti dell’antico Egitto e dei Musulmani. La circoncisione dei Giudei fu prescritta da Dio a suggello della sua Alleanza con Abramo (1900 a. C.) e la sua discendenza (Gen., XVII, 10-14). Essa è in Israele segno di alleanza con Dio, di aggregazione al popolo eletto. La circoncisione femminile è sconosciuta agli Ebrei, ma praticata dai Musulmani. […]. Giovanni Battista e Gesù si sottoposero alla circoncisione (Lc., I, 58 ss.; II, 21). Con l’istituzione del Battesimo cristiano cessò l’obbligo della circoncisione” (F. Spadafora diretto da, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 119-120, voce “Circoncisione” a cura di Antonino Romeo).

Segregazionismo ebraico

Ciò che lasciava perplessi nei Giudei era soprattutto “il loro sdegnoso appartarsi dai non-giudei e la tenace coesione che li cementava” (Tacito, Hist., V, 5). La separazione dai Pagani fu scambiata per settarismo, per patti segreti, per impegni tenebrosi (cfr. G. Ricciotti, cit., p. 235), che nel Vecchio Testamento non esistevano e iniziarono ad aver vita con il Talmudismo. Il Paganesimo disprezzò i Giudei in genere salvando qualche rara eccezione. “La scomunica del Paganesimo fu ripagata dal Giudaismo con l’ostracismo, l’esclusione, la segregazione puritana, l’isolamento sociale” (G. Ricciotti, cit., p. 236).

La rivoluzione dell’Ellenismo

L’Abate Ricciotti (cit., p. 236-237) spiega che vi fu con l’Ellenismo un profondo sconvolgimento di popoli, che aveva infranto barriere secolari, mescolato idee eterogenee, aveva importato dall’Asia e dall’Oriente germi di un nuovo fermento spirituale nei Paesi mediterranei. Vi fu quindi lo scontro di una mentalità (greco/romana) contro l’altra (giudaico/ellenizzante), di un mondo spirituale (mediterraneo) contro l’altro (asiatico/orientale).

I Romani di fronte al Giudaismo

A Roma la maggior parte degli uomini restò nella propria tradizione, ma “fra quella maggioranza paganamente serena, e una minoranza umanamente ansiosa, comparve la Diaspora ebraica: la quale fu respinta con ludibrio dalla prima, ma suscitò nella seconda interesse, benevolenza e talvolta anche adesione” (G. Ricciotti, cit., p. 236).

Insomma vi fu in Roma una parte di spiriti inquieti, amareggiati dalla degenerazione dei vecchi costumi e colpiti dai culti orientali come pure dalla saldezza morale del Giudaismo. “Fra di essi il Giudaismo fece fortuna e proseliti. Dal canto suo il Giudaismo della Diaspora andò incontro agli spiriti inquieti per far Proseliti, favorendo in ogni maniera il loro avvicinamento: se non si poteva avere l’adesione spirituale completa, se ne accettava una parziale, anche soltanto una disposizione di benevolenza. I maggiori ostacoli furono nascosti. Non si parlò più apertamente di superiorità di razza, di esclusivismo nazionale – tutte cose che avrebbero chiuso la porta a quelli di fuori – piuttosto si fece una cernita tra i princìpi fondamentali del Giudaismo, limitandosi a quelli meno giudaici e più universali, meno particolaristici e più umani. In primo luogo si esigeva l’affermazione di un Dio unico, spirituale, onnipotente, creatore di ogni cosa, Signore di tutti gli uomini: contemporaneamente si proponeva qualche norma morale e più generica” (G. Ricciotti, cit., p. 237).

Abbandono o edulcorazione del nazionalismo giudaico?

Il Proselitismo della Diaspora ebraica era una rinuncia da parte d’Israele alla sua antica fierezza di ritenersi la Nazione privilegiata di Jaweh ad esclusione di tutte le altre? Nell’Antico Testamento non si contemplava il disprezzo dello straniero, del non-ebreo, ma i Profeti avevano parlato di una futura conversione a Jaweh, il Dio unico di tutti i popoli allora idolatri e politeisti. Il Profeta Isaia aveva parlato del “Servo di Jaweh”, che sarebbe stato la “Luce delle Genti” e la “Salvezza estesa sino ai confini della terra” (Is., XLIX, 6 ss.). Però perfino nel Giudaismo diasporico permaneva il vecchio pregiudizio super-nazionalistico, che vedeva nel “Servo di Jaweh” (anche se non più il superbo Israele chiuso in sé, circondato da un muro come un monastero e isolato dai goyim), pur sempre l’Israele razziale/religioso della Diaspora, anche se aperto, benefattore dell’umanità, diffuso in tutto il mondo, maestro e sacerdote dei Pagani. Tuttavia una certa mentalità ipernazionalistica e sciovinistica si era infiltrata, in Palestina, a partire dal tentativo di ellenizzare Israele (175 a. C.) nei dottori della Legge, negli scribi e soprattutto nei Farisei. Essa porterà allo scontro tra i rabbini e Gesù, che predicava il Vangelo alla luce di tutto l’Antico Testamento e soprattutto del messaggio universalistico contenuto nei Profeti, nei Salmi e nei Libri Sapienziali. Infine toccherà il suo apice a partire dal 70 d. C. sino ad oggi, con la formazione ufficiale del Giudaismo talmudico.

La Diaspora, al di fuori della Terra Promessa, modificò la propria fierezza nazionalistica, senza rinunciarvi. “Il privilegio rimaneva, ma non era più esclusivo ed escludente; esso poteva comunicarsi ad altri, sempre però subordinatamente alla preminenza di Israele” (G. Ricciotti, cit., p. 238).

Giudaismo palestinese e diasporico

Il Giudaismo palestinese era simile ad un monastero recinto da mura e da clausura. Quello della Diaspora spalancava le porte a tutti coloro che volessero entrarvi. Non erano solo mutati i tempi e i luoghi, ma ci si avvicinava al Nuovo Testamento.

Nella Diaspora si lavorò intensamente a far propaganda del Giudaismo e a creargli attorno un’aura di simpatia. L’antico sentimento di superiorità razziale/religiosa, rinunciando adesso all’esclusivismo, si esplicò nella forma missionaria di Proselitismo. Quale paradosso! Israele capo spirituale e guida dei popoli pagani, proprio mentre i Pagani decretavano ufficialmente contro di lui il vilipendio e lo schifo” (G. Ricciotti, ivi).

Anche il Vangelo lo costatò. Israele con i suoi Scribi e Farisei era pronto ad “attraversare terra e mare per fare un solo proselita, ma rendendolo degno della geenna il doppio di essi” (Mt., XXIII, 15). Sembrerebbe che la prima parte della frase evangelica sia riferibile al Giudaismo diasporico, mentre la seconda a quello rabbinico/farisaico palestinese.

La Diaspora ebraica invade tutto l’Orbe

L’Abate Ricciotti ci spiega che “il successo della propaganda diasporica fu indubbiamente grande; si può ritenere che ovunque si stabilissero Giudei, dopo qualche tempo e in quantità più o meno grande, vi furono anche dei simpatizzanti o dei ‘Proseliti’, che si trovarono praticamente in tutto il mondo come la Diaspora” (cit., p. 242). Questo fatto è confermato da Giuseppe Flavio (Contra Apionem, II, 39), Persio (Sat., V, 180 ss.), Tertulliano (Ad nationes, I, 13), Dione Cassio (Hist. romana, XXXVII, 17) e Seneca, citato da S. Agostino (De civ. Dei, VI, 11). Invece in Palestina i Proseliti sembra che fossero visti di mal occhio e alquanto disprezzati.

Distinzione tra vari tipi di “Proseliti”

Due classi di Proseliti

Il “Proselite” (in greco Prosèlutos, sopraggiunto o aggiunto) in generale era il Pagano che abbracciava il Giudaismo. Le persone che si avvicinavano o convertivano al Giudaismo si dividevano in 2 classi: 1a) i “Devoti” o “Timorati” di Dio (in greco Sebòmenoi o Foboùmenoi); 2a) i “veri Proseliti” (in greco Prosélutoi).

Timorati/Devoti di Dio

La prima classe, quella dei “Timorati” o “Devoti” di Dio (Sebòmenoi) costituiva il grado più basso e meno perfetto: erano “simpatizzanti”, ma non erano veri “Proseliti” poiché non ancora uniti al popolo eletto. Quindi anche dopo la loro morte, le loro tombe non dovevano essere mescolate con quelle dei figli del popolo eletto, ossia dei veri Giudei per non far loro contrarre un’impurità legale. Molto più tardi essi vennero chiamati dai rabbini “Proseliti della porta o di abitazione” poiché non erano veri Proseliti, ma solo fiancheggiatori, che erano ammessi a dimorare vicino alla porta della casa del popolo eletto come sostenitori, pur non facendone parte. In breve erano dei Gerìm (in ebraico), dei Métoikoi (in greco), ossia “Stranieri ospitati presso casa”. Da essi si richiedeva le fede monoteistica, l’osservanza del sabato, l’astensione dai cibi impuri, qualche digiuno e soprattutto il contributo per il Tempio. Il “Devoto” o “Timorato” non era, dunque, uno di casa, ma un “fuori di casa”, anche se “conoscente di famiglia”, che come il “povero Lazzaro” stava alla porta del “ricco Epulone” (Lc., XVI, 20 ss.). Dunque il vero Giudeo nato tale non poteva visitarlo nella sua abitazione e neppure sedersi a mensa con lui, sotto pena di contrarre impurità legale, idem post mortem quanto alle tombe. Questa “prima classe” era la più numerosa e costituiva la forza tentacolare di cui si serviva il Giudaismo per la sua opera di Proselitismo (cfr. F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, p. 496, voce “Proselita”).

Veri Proseliti

La seconda classe, quella dei veri e propri “Proseliti” (Prosélutoi) era il grado superiore, essi avevano ricevuto la circoncisione, accettavano la Torah e facevano realmente parte del popolo eletto, in teoria simili ai Giudei di nascita, ma in pratica con alcune leggere limitazioni. Più tardi essi vennero chiamati “Proseliti della giustizia”, poiché osservavano la giustizia e il diritto della Legge ebraica. Essi in quanto veri “Proseliti” e circoncisi erano tenuti all’osservanza di tutta la Legge come i Giudei di nascita. Il “Proselite” era “uno di casa o di famiglia”. L’atto di accettazione ufficiale col quale si diventava un “vero Israelita” o “Proselite” era la circoncisione, seguita da un lavacro nell’acqua per immersione e dall’offerta di un sacrificio nel Tempio (cfr. G. Ricciotti, cit., pp. 245-247).

Conclusione: l’anti-Proselitismo nel Giudaismo talmudico

L’ex rabbino capo di Roma, convertito al Cattolicesimo, Eugenio Zolli, scrive: “Vi fu un’espansione del Proselitismo ebraico, ma anche un suo arresto, dovuto probabilmente alla caduta di Gerusalemme nel 70 d. C. […]. Idee universalistiche sono espresse nei Salmi (Ps., XXXVI, 6-8; XCIII, 95-100; CXLV) e nei Libri Sapienziali. Ma dal 70 d. C. in poi prevalsero nel Giudaismo le tendenze nazionalistiche su quelle universalistiche. Inoltre la defezione di alcuni Proseliti raffreddò l’entusiasmo iniziale per il Proselitismo” (Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1953, vol. X, coll. 158-159, voce “Proselito”).

Lo storico ebreo/tedesco Johann Mayer scrive: “A parte alcune limitazioni, il Proselito è considerato per la halakah pienamente un ebreo; però una piena eguaglianza è possibile solo dopo la terza generazione. […]. Secondo la Tradizione ebraica la storia tende ad un riconoscimento di Dio da parte dei popoli pagani, ma non ad una conversione di tutti al Giudaismo. […]. Nell’antichità e nei primi secoli del primo Medioevo si ebbero talvolta tendenze ad una propaganda missionaria ebraica. Molto spesso da parte ebraica si rimase diffidenti nei confronti di coloro che volevano convertirsi” (J. Mayer – P. Schäfer, Piccola Enciclopedia dell’Ebraismo, Casale Monferrato, Marietti, 1985, coll. 496-497, voce “Proselito”).

Elio Toaff (l’ex rabbino capo di Roma che accolse Giovanni Paolo II nella sinagoga romana nel 1986) scrive: “Gli Ebrei sono un popolo che ha una religione. […]. Gli Ebrei non vogliono portare l’Ebraismo a tutti i popoli. La religione ebraica è per il popolo ebraico e basta! […]. Uno che è ebreo può fare quello che vuole. Uno che non è ebreo e lo vuol diventare deve accettare tutto” (Essere ebreo, Milano, Bompiani, 1994, p. 13, 59, 49).

In pratica nel Giudaismo post-biblico o talmudico/rabbinico (quello che va dalla morte di Cristo/distruzione del Tempio sino ad oggi) non si ammette conversione al Giudaismo, si è Ebrei solo per nascita lo si può diventare solo per conversione piena ma dopo tre generazioni, ossia figli di madre ebrea e nipoti di nonna ebrea: “Mater semper certa, pater numquam” (cfr. Elio Toaff, Essere ebreo, Milano, Bompiani, 1994, p. 51).

d. Curzio Nitoglia

1 “Proselitismo ebraico” significa convertire qualcuno alla religione ebraica. Nel Vecchio Testamento vi fu una certa forma di Proselitismo, mentre nel Giudaismo post-biblico o talmudico il Proselitismo non è concepito. Infatti, dopo la venuta di Cristo, si è Ebrei non per conversione a Jaweh, ma solo se si è nati da una madre ebrea e nipoti di una nonna ebrea.

2 “La diffusione della lingua e della cultura greca a tutto il mondo civile determinò i Giudei, specialmente quelli della Diaspora residenti ad Alessandria d’Egitto, ad una versione greca del Vecchio Testamento ebraico. La versione è detta, dal luogo, Alessandrina, o più comunemente dei Settanta (LXX) dal numero dei 70 traduttori. […]. La traduzione dei LXX, iniziatasi con il Pentateuco verso il 250 a. C., fu completata verso il 150/130 a. C. […]. Essa fu accolta dai Giudei ellenisti con giubilo, ma fu ripudiata dal Giudaismo ufficiale o palestinese. L’avversione fu dovuta all’uso che i Cristiani iniziarono a fare della LXX nelle loro controversie cristologiche con i Giudei. Vi furono, quindi, nuove traduzioni greche della Bibbia. La prima fu composta verso il 140 d. C. da un proselite greco di nome Aquila. […]. La seconda circa nel 180 d. C. da un altro proselita di nome Teodozione. Infine la terza fu compiuta dall’eretico/ebionita Simmaco verso il 200 d. C.” (F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 321-323, voce “Greche versioni” a cura di Antonino Romeo).

3  “Emulsione” in chimica è la sospensione, sotto forma di goccioline di un liquido (per es. l’olio) in un altro (per es. l’acqua) non miscibile con il primo.

4 “La Volgata è la versione latina della Bibbia compiuta in massima parte da S. Girolamo. Nel IV secolo regnava una grande varietà di lezioni in manoscritti latini; con notevoli differenze rispetto ai testi originari. Per questo papa Damaso invitò S. Girolamo ad un’accurata revisione del testo biblico; essa iniziata nel 383 a Roma, terminò nel 406 a Betlemme. […]. Il Vecchio Testamento fu per la massima parte tradotto direttamente dall’ebraico. La traduzione del Vecchio Testamento è tra le migliori di tutte le antiche versioni; per la fedeltà all’ottimo originale ebraico che S. Girolamo ebbe a sua disposizione. Tuttavia essa ricevette anche molte critiche, dettate da malanimo oppure da naturale reazione di spiriti che vedevano alterata l’Antica Latina o sminuita la versione dei Settanta. […]. Il Concilio di Trento (IV sess., 8 aprile 1546) la dichiara ‘autentica’. Il termine ‘autentica’ va preso in senso giuridico: indica un documento degno di fede, che fa testo: la Volgata poteva essere utilizzata con ogni sicurezza” (F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, III ed., 1964, pp. 615-618, voce “Volgata” a cura di Angelo Penna).

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