IL LUOGO DEL MARTIRIO E DELLA TOMBA DEI FRATELLI MACCABEI ~ (in esteso)

IL LUOGO DEL MARTIRIO E DELLA TOMBA DEI FRATELLI MACCABEI ~ (IN ESTESO)

Prologo

Monsignor Francesco Spadafora, citando succintamente il Cardinale Mariano Rampolla del Tindaro (Del luogo e del martirio e del sepolcro dei Maccabei, Roma, 1898), scrive: “Comunemente si ritiene che il martirio [dei 7 fratelli Maccabei, ndr] avvenne ad Antiochia dove le tombe furono venerate sino al VI secolo. Dopo il 551 le reliquie furono portate a Costantinopoli e da lì, almeno in parte a Roma sotto papa Pelagio I (556-561). È possibile però che si tratti di Pelagio II (579-590) e che le reliquie siano venute direttamente da Antiochia. Esse, comunque, si venerano a Roma, in San Pietro in Vincoli. Nel 1876 fu ivi trovato un sarcofago a sette compartimenti, contenenti ossa e ceneri con due fogli di piombo, recanti iscrizioni relative ai sette fratelli Maccabei, del IX secolo” (F. Spadafora, in Bibliotheca Sanctorum, Roma, Città Nuova, vol. VIII, 1966, col. 437, voce “Maccabei”).

In questo articolo porgo al lettore il succo del sostanzioso libro (anche se piccolo di mole: solo 70 pagine) del Rampolla, che ci dà molte notizie (storiche, archeologiche, liturgiche, scritturale e di Tradizione patristica) sul luogo del martirio dei 7 fratelli Maccabei, sulle vicende del trasferimento in Roma delle loro ossa e sul luogo in cui sono state sepolte ed esposte alla venerazione dei fedeli. Esse – soprattutto in questi tristissimi tempi di apostasia e di cedimento ai nemici di Cristo – tante lezioni e grazie di fede, fortezza, coraggio e militanza possono dare ed elargire dal loro sepolcro.

 

Corpo dell’Articolo: Il Libro di Rampolla

 

Eleazaro, i 7 fratelli detti “Maccabei” e la loro madre

Nel II libro dei Maccabei (cap. VI e VII) si legge: 1°) la storia della persecuzione anti-monoteistica di Antioco IV Epifane in generale (VI, 1-7); 2°) il martirio di Eleazaro (VI, 18-31), scriba o dottore della Legge; 3°) il martirio  di 7 fratelli assieme alla loro eroica madre, che li incita a non paventare la morte e ad essere fedeli al Signore (VII, 1-42) alla presenza del re siriaco Antioco IV Epifane, nella città di Antiochia in Siria.

Il vegliardo Eleazaro (seguìto dai 7 fratelli) si rifiutò di mangiare la carne di porco, che era proibita dalla Legge mosaica del Vecchio Testamento, offertagli dai pagani siriaci per tentarlo contro la fede nel Dio unico; poiché mangiarla avrebbe significato la sua apostasia dal culto monoteistico di Jaweh. Egli si rifiutò pure di far finta di mangiarla, come gli suggerirono per il suo bene fisico i suoi discepoli; perché anche se non l’avesse mangiata realmente, avrebbe fatto comunque credere di rinnegare la Legge di Dio e la fede in lui (cfr. A. Penna, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1950, vol. V, col. 197, voce “Eleazaro”).

Siccome alcuni storici presumono che il martirio abbia avuto luogo in Gerusalemme e mettono in dubbio l’autorità storica del II libro dei Maccabei poiché la Tradizione patristica parla comunemente di Antiochia e non di Gerusalemme, il Cardinal Mariano Rampolla, nel suo libro, si propone di risolvere il dilemma se i 7 fratelli siano stati martirizzati in Gerusalemme, come ad alcuni sembra essere riportato nella S. Scrittura dopo una prima frettolosa lettura, oppure in Antiochia, come riporta la Tradizione che spiega il significato della Scrittura attentamente studiata (Mariano Rampolla del Tindaro, Del luogo e del martirio e del sepolcro dei Maccabei, Roma, Tipografia Vaticana, 1898, p. 3).

 

I 5 fratelli Maccabei figli di Mattatia

Innanzitutto, come ha fatto il Rampolla nel corso del suo lavoro, occorre precisare e distinguere il racconto in due parti: 1a parte) vi furono 7 fratelli soprannominati Maccabei[1] soltanto nel II Libro dei Maccabei, che ne narra il martirio, i quali vennero trucidati (fatti a pezzi e bruciati) assieme alla loro madre e allo scriba Eleazaro davanti ad Antioco IV Epifane; 2a parte) questi 7 fratelli sono ben distinti dai 5 fratelli Maccabei condottieri (di cui parla il I Libro dei Maccabei, II, 1-70), uccisi in battaglia, dai Siriaci di Antioco IV – tra il 160 e il 135 a. C.[2] – chiamati Maccabei per estensione a tutta la famiglia del soprannome “Maccabeo” dato a Giuda, il terzogenito di Mattatia o Matatia[3] che aveva altri 4 figli (I Macc., III-XVI; Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, lib. XII, c. 65).

I 7 fratelli, perciò, son detti Maccabei non perché della famiglia maccabaica di Mattatia, ma in quanto martiri “forti come martelli” di cui narra il II Libro dei Maccabei, che è l’ultimo Libro Sacro dell’Antico Testamento.

La storia del martirio dei 7 fratelli detti Maccabei in senso lato la si trova nel II Macc., VII, 1-42[4]. La loro festa liturgica è stata fissata al 1° agosto e la si trova già nel Martirologio siriaco del 412 (che indica come luogo del loro martirio il quartiere ebraico di Antiochia). Da Antiochia il loro culto passò a Roma, che ne ebbe le reliquie, le quali furono deposte nella Basilica di S. Pietro in Vincoli (ove si trovano anche le catene che nel 42 legarono S. Pietro, nel carcere di Gerusalemme per ordine di Erode e che un angelo spezzò per liberarlo, come narrano gli Atti degli Apostoli, XII, 1-11[5]). Il 2 settembre 1876, in occasione dei lavori per la sistemazione delle catene di S. Pietro, venne alla luce – sotto l’altare maggiore – un sarcofago paleocristiano diviso all’interno in 7 scomparti con due lamine di piombo, recanti l’iscrizione: “In questi sette loculi sono riposte le ossa e le ceneri dei sette Santi Maccabei” (cfr. G. B. De Rossi, Scoperta di un sarcofago con le reliquie dei Maccabei nella Basilica di S. Pietro in Vincoli, in “Bollettino di Archeologia Cristiana”, serie III, 1876, anno I, pp. 73-75).

Secondo il Rampolla vi è dunque “perfetta concordia tra il racconto biblico bene inteso e la Tradizione della Chiesa” (cit., p. 4).

 

Antiochia o Gerusalemme?

Infatti “a torto si ritiene che il racconto del II libro dei Maccabei voglia indicare Gerusalemme quale luogo del supplizio. La narrazione biblica è contenuta integralmente dentro il verso 18 del capitolo VI e il verso 42 del capitolo VII del II Maccabei. Ora in tutto questo tratto non è dato rinvenire una sola parola che accenni alla città di Gerusalemme e neppure a qualsiasi altra città. Quindi l’unico fondamento su cui poggia tale opinione è la supposizione che la persecuzione di Antioco fosse in quel tempo preciso diretta contro i Giudei palestinesi e per conseguenza la loro metropoli dovesse esserne il centro. Ma una tale presupposto è in contraddizione col testo biblico” (cit., p. 4).

 

La S. Scrittura

Il Rampolla cita, studia e approfondisce il testo del II Maccabei (VI, 18 – VII, 42) e asserisce che “la persecuzione mossa da Antioco ai Giudei non era locale e ristretta dentro i confini della Palestina, ma generale ed estesa a tutte le città del regno siriaco. […]. Anzi il testo biblico piuttosto che nella capitale della Giudea, sembra non oscuramente indicare in Antiochia, sede del Monarca siro, la palestra della loro battaglia” (cit., p. 6).

Infatti l’editto di Antioco Epifane riguardava i Giudei di tutto il regno siriaco e perciò le stragi ordinate da lui, secondo il Rampolla, certamente hanno avuto luogo anche e soprattutto in Antiochia. Inoltre il supplizio dei 7 fratelli Maccabei avvenne alla presenza di Antioco (II Macc., VII, 3, 12, 24, 39), il quale in quel tempo non si trovava a Gerusalemme, ma ad Antiochia.

Sempre secondo il Nostro Autore, che si basa sui due Libri Sacri dei Maccabei, siccome Antioco espugnò Gerusalemme nel 145 a. C. e verso la fine del medesimo anno promulgò gli editti di ellenizzazione cui tennero dietro i supplizi e poi – nella primavera del 146 – partì alla volta della Persia per combattere contro i Parti e morì ivi, occorre concludere che il martirio dei 7 Maccabei alla presenza di Antioco non poté aver luogo né prima del 145, né dopo la primavera del 146. “Ora in questo frattempo non solo non si trova nessuna traccia del ritorno di Antioco in Gerusalemme, ma si incontrano indizi indubbi della sua continuata dimora in Antiochia. Infatti l’ultima visita di lui nel 144 alla capitale giudaica fu brevissima; poiché, per timore d’insidie e sollevamenti provocati dalle sue odiose azioni, fece ritorno ad Antiochia velocemente (II Macc., V, 21)” (cit., p. 7).

Inoltre Rampolla nota che “ciascuno dei 7 fratelli, tranne il secondo (II Macc., VII, 8) parlava la lingua di Antioco, che è la greca (II Macc., VII, 2, 11, 14, 16-19, 30-38). La madre capiva il parlare di Antioco e gli rispondeva in greco (ivi, vv. 25-26); però con i figli parlava in lingua ebraica per esortarli al martirio senza essere capita ed interrotta (ivi, vv. 21, 27). Tutto ciò rivela chiaramente che la famiglia dei Maccabei, salvo il secondogenito, o fu educata o visse, almeno per qualche tempo, in un Paese straniero di lingua greca, il che quadra perfettamente con la loro dimora in Antiochia” (cit., pp. 8-9).

Per cui, conclude il Cardinale (cit., p. 12), dalla Bibbia non si può trarre nessun argomento atto a dimostrare che Gerusalemme fosse il luogo del martirio dei 7 Maccabei. Anzi la sentenza più comunemente insegnata dagli esegeti, a partire dalla S. Scrittura e dalla Tradizione patristica, ritiene che esso fosse Antiochia.

 

La Tradizione dei Padri ecclesiastici

Al contrario, al silenzio della Palestina sul sepolcro dei 7 martiri detti “Maccabei, non dalla comunanza di sangue, ma dalla medesima fortezza d’animo, alla noncuranza del popolo giudaico, si oppone l’affermazione universale ed esplicita della Tradizione patristica, la quale riconobbe il luogo del martirio e venerò il sepolcro dei 7 fratelli in Antiochia, capitale del regno siro-macedone. Infatti in questa città, 300 anni dopo Cristo al tempo di S. Girolamo, si mostravano le reliquie dei 7 martiri Maccabei” (M. Rampolla, cit., p. 13).

Rampolla (p. 14), per i Padri greci, cita S. Giovanni Crisostomo (PG, tomo XLIX, cap. 7), che era nato ad Antiochia nel 345, e sosteneva la medesima tesi di S. Girolamo, conoscendo benissimo il sepolcro antiocheno dei 7 martiri. Per i Padri latini cita S. Agostino (Sermo CCC, De Sanctis, n. 5). Inoltre cita pure S. Leone Magno (PL, tomo I, c. 433), S. Massimo di Torino (PL, tomo LVII), S. Ambrogio (PL, tomo XVI, c. 83).

 

L’archeologia conferma la Tradizione e la Scrittura

Dal punto di vista storico/archeologico, poi, nell’antichità non si conservò memoria e culto locale di nessuno dei 7 martiri in Gerusalemme né in alcun’altra città della Palestina, né alcuna di esse pretese mai di possedere le reliquie dei loro corpi. Solo S. Girolamo (De situ et nominibus locorum hebraicorum, Migne, PL, tomo XXIII, c. 911) asserisce che a Modin (in Palestina) vi si mostravano i sepolcri dei Maccabei. Ma questi Maccabei non sono i 7 fratelli massacrati alla presenza di Antioco, assieme alla loro madre e ad Eleazaro, bensì sono i valorosi 5 guerrieri Maccabei discendenti di Matatia (I Macc., II, 70) originari di Modin, i cui sepolcri anche 3 secoli prima di S. Girolamo (c.ca 347 – 420), come scrive Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, lib. XII, cap. 7, n. 4) erano noti ai Giudei nella città di Modin e vennero visitati religiosamente dai Cristiani nelle età seguenti (Eugesippo, De locis sanctis).

 

Il “Martirologio siriaco” (anno 412)

Il Porporato riporta in dettaglio quanto contenuto nel “Martirologio siriaco” del 412, che ci rivela anche il nome della madre dei 7 martiri (Samuna) e il luogo esatto in cui furono sepolti, ossia nel “Cerateo” di Antiochia, che sarebbe il campo delle piante di carrubo, un albero che cresce nel Levante ed ama le fenditure delle rupi (cit., p. 24). Quindi il carrubo o “cerateo” dette origine al nome di un quartiere di Antiochia, ove nel IV secolo si trovava il sepolcro dei 7 fratelli Maccabei.

Rampolla (p. 25) riprende una vecchia obiezione sollevata da alcuni marcioniti, che negavano doversi prestare devozione ai 7 Maccabei in quanto Giudei e morti prima di Cristo. Egli risponde con S. Gregorio Nazianzeno (Oratio XV de Maccabeis, n. 1) il quale, nel 373, diceva che anche nel Vecchio Testamento vi erano dei Santi, i quali credevano in Cristo venturo, ne esercitavano le virtù e alcuni di essi versarono il loro sangue per non rinnegare il Dio unico. Idem S. Giovanni Crisostomo (Homil. de Eleazaro et septem pueris, n. 1).

La Tradizione patristica latina a greca ritiene che la famiglia dei 7 fratelli Maccabei più la loro madre Samuna fosse stata condotta schiava ad Antiochia da Antioco IV, dopo la distruzione di Gerusalemme nel 168.

 

Lo storico antiocheno Malalas

Il Nostro Autore (p. 31) cita lo storico antiocheno Malalas il quale, nella sua Chronographia (lib. VIII, c. 322 e 323), scrive che Eleazaro, i 7 fratelli e la loro madre furono martirizzati “nel Monte Cassio, sulle cui cime si trovava un tempio dedicato a Giove, posto a sud-ovest di Antiochia, fra il mare Mediterraneo e la sponda sinistra del fiume Oronte”.

Eleazaro è presentato dalla S. Scrittura come “uno dei primi dottori della Legge” (II Macc., VI, 18). Giuseppe Flavio (De Machabeis, n. 5) dice che era “di stirpe sacerdotale”. Il Rampolla chiosa: “Antioco mirava a tirare all’Ellenismo il più autorevole ed amato personaggio che avessero i Giudei in Antiochia, sapendo bene quale influenza avrebbe esercitato il suo esempio a pervertire la sua gente” (cit., p. 38). Per quanto riguarda i 7 Maccabei la Bibbia tace sulla loro condizione sociale, ma la Tradizione ce li rappresenta “di nobile lignaggio” (ivi). Quindi “l’esempio di questa famiglia nobile, agiata e virtuosa, doveva ad avviso di Antioco, ove fosse giunto ad espugnarne la costanza, giovare grandemente al perfido suo intento” (ivi).

Il luogo esatto della tomba dei 9 martiri (i 7 fratelli più la loro madre e il vecchio Eleazaro) ci è svelato dal Malalas ed è confermata dal “Martirologio siriaco” del 412. Esso si trovava nel “Cerateo / Keratéo”, ove secondo il Malalas si trovava anche la sinagoga dei Giudei (Rampolla, cit., p. 39).

Ben presto, ma non anteriormente al IV secolo, venne fatta erigere, probabilmente da Costantino, una Basilica ai nostri 9 martiri in Antiochia. Tuttavia come scrive S. Agostino “chi la edificò materialmente furono i Cristiani” (Sermo CCC, c. 5). Essa ne conservò le reliquie sino al VI secolo, quando vennero trasportate a Roma (Rampolla, cit., p. 45 e 46).    

 

Ostilità giudaica contro la Chiesa nei primi secoli

Rampolla scrive che “non c’è cosa maggiormente accertata nella storia dei primi secoli della Chiesa della perseverante ostilità dei Giudei contro il Cristianesimo. Essi denunziatori, essi eccitatori di persecuzioni, essi sempre pronti alla violenza. […]. Costantino, avendo data la pace alla Chiesa, fu tra i primi a reprimere l’audacia giudaica, difendendo la libertà dei Cristiani di abbracciare il nuovo culto, di cui favorì la propagazione. Costanzo fu ancora più severo, punendo con la proscrizione dei beni certi atti ingiuriosi contro il Cristianesimo. Quando Giuliano detto l’Apostata gli succedette, i Giudei alzarono la testa e ricorsero alle più malvage violenze. In maniera speciale, però, essi si distinsero – soprattutto in Oriente – nel danneggiare le basiliche cristiane, come scrisse anche Sant’Ambrogio all’Imperatore Teodosio (Epist. XL, ad Theodos. Aug., n. 15). Con la morte di Giuliano l’Apostata e la venuta d’Imperatori devoti alla Chiesa, vi fu una viva reazione dei Cristiani contro i Giudei: la quale qualche volta fu eccessiva, e gli stessi Imperatori, che dapprincipio tolleravano, furono costretti a porvi riparo. Furono prese di mira soprattutto le sinagoghe, della quali alcune vennero incendiate, altre occupate e convertite in chiese cristiane. Questa reazione durò alquanto. Per cui Teodosio il Grande con legge del 29 settembre del 393 (Leg. 9, Cod. Theod., De Judaeis) represse coloro che distruggevano o danneggiavano le sinagoghe. Vi furono anche altre leggi di Arcadio nel 397, di Onorio e Teodosio il giovane, nel 412, 415, 423, che inculcavano le medesime disposizioni, ma non troppo osservate. Con esse si ordinava di lasciare tranquille le sinagoghe, senza danneggiarle, incendiarle o occuparle. […]. Gli Imperatori, però, proibirono di costruirne delle nuove” (cit., pp. 47-48).

A partire da ciò e dalle “Omelie contro i Giudei”, pronunciate da S. Giovanni Crisostomo (Antiochia 345 – Comana 407) in Antiochia nel IV secolo, il Porporato suppone che la sinagoga sita nel “Cerateo” ad Antiochia, ove erano stati sepolti i 7 fratelli Maccabei, divenne una chiesa cattolica, dove le loro reliquie vennero venerate dai Cristiani (cit., p. 50).

Inoltre la sua supposizione è suffragata dal fatto che l’antico “Evangeliario gerosolomitano” (cit., p. 52), pubblicato nel 1861 dal Conte Maniscalchi Erizzo, al 1° agosto parla della festa dei 7 fratelli Maccabei, della loro madre e dello scriba Eleazaro, il cui sepolcro è sito in un edificio del  “Cerateo” o carrubeto di Antiochia convertito in chiesa dai Cristiani, come testimoniava il Crisostomo, il quale nella basilica del “Cerateo” celebrava la commemorazione dei 7 fratelli Maccabei, assieme alla loro madre e al vegliardo Eleazaro, le cui reliquie sono state trasportate nel VI secolo a Roma e si venerano nella basilica di S. Pietro in Vincoli (cit., p. 53).

Quali furono le sorti della basilica del “Cerateo” di Antiochia, dopo il VI secolo quando le reliquie dei 9 martiri contenute in essa furono portate a Roma? Il Rampolla (p. 54) lo deduce da alcuni fatti storicamente fondati. Innanzitutto i loro sepolcri di Antiochia furono visti e venerati da molti pellegrini sino al VI secolo, poco avanti il terremoto che era avvenuto non prima del 543 (come scrive Teofane) ed aveva rovinato parecchie città della Siria e Palestina. Il Malala (Chronographia, lib. XVII, cap. 620), invece, scrive che il terremoto avvenne il 9 luglio del 552 e che in Antiochia crollarono tutte le chiese ed anche quella dei Maccabei fu rovinata, per cui l’Imperatore Giustiniano pensò di portare le loro reliquie nella Capitale dell’Impero (Procopio, De aedificiis Iustiniani, II, 10; Id., De bello persico, lib. II, cap. 11).

Il Rampolla (p. 57) asserisce che l’ipotesi della traslazione delle reliquie dei 7 Maccabei da Antiochia, appena dopo l’anno 551, viene confermata dalla tradizione della Chiesa romana. Infatti il “Martirologio romano” afferma che le reliquie dei 7 Maccabei vennero trasportate a Roma e deposte nella basilica eudossiana di S. Pietro in Vincoli, in cui si trova una iscrizione medievale nella quale si legge che la deposizione delle reliquie avvenne durante il Pontificato di Pelagio I (556 – 561).

Secondo il Porporato (p. 59) le reliquie prima di arrivare a Roma, da Antiochia vennero portate nel 552 a Costantinopoli, ove rimasero circa 4-9 anni, dopo di che papa Pelagio I ottenne dall’Imperatore Giustiniano le reliquie per poterle tenere a Roma.

La scoperta fatta il 2 settembre del 1876, secondo il Nostro, conferma tutto ciò. Infatti quando venne ritrovato il sarcofago che dal 550/560 giaceva in quella basilica da circa 13 secoli, “la Commissione di sacra archeologia, chiamata sùbito sul luogo dall’autorità competente, dopo un esame diligente, riconobbe che il sarcofago era del IV/V secolo. L’interno di esso era stato diviso in 7 scompartimenti o loculi per mezzo di 6 lastre di marmo frigio innestate per lungo nelle pareti. In fondo di ciascuno dei 7 loculi fu trovato uno strato di ceneri con frammenti di ossa. Vennero ritrovate anche 2 lamine di piombo; l’una molto ossidata, era addossata all’interno pareticolo del primo compartimento; l’altra in buono stato, giaceva fuori a poca distanza dal sarcofago. In esse stava scritto: “In questi sette loculi giacciono le ossa e le ceneri dei sette fratelli Maccabei” (lastra interna). Invece la lastra esterna riporta: “… i resti delle ossa e delle ceneri…”. Secondo gli archeologi le lastre sarebbero state poste nel sarcofago in tempi diversi. Infatti quella esterna non solo è meno ossidata, ma è anche paleograficamente di età posteriore di quella interna (cfr. G. B. De Rossi, Bollettino di Archeologia Cristiana, serie III, anno I, pp. 73-75). La scritta sulla lastra esterna che parla dei “resti delle ossa” sembrerebbe essere stata apposta al sarcofago dopo quella interna, che parla di “ossa e ceneri”, quando i Papi permisero di elargire le reliquie dei 7 martiri anche alle altre chiese (cfr. Acta Sanctae Sedis, ad diem I Aug., § IV, p. 10-11).

Sorge spontanea un’obiezione: i martiri furono 9, ma allora perché solo 7 loculi? Il Rampolla (p. 61) risponde che già S. Giovanni Crisostomo, nel IV secolo, nella sua Homilia I in sanctos Maccabeos et matrem eorum, n. 1, tenuta ad Antiochia, parlava riguardo ai corpi dei 9 martiri di “polvere, cenere ed ossa disfatte dal tempo”. Nel 1867, quindi, vennero rinvenuti non i corpi dei martiri e neppure le ossa, ma i resti delle ceneri miste ad ossa, che erano state traslate da Antiochia nel 552 a Roma. Ora, spiega il Rampolla (p. 61), “quantunque nel sarcofago sopra descritto si contengano commisti i resti dei 7 fratelli con quelli della loro madre e di Eleazaro; chi ve li depose volle scientemente conservare la ripartizione in 7 loculi soprattutto in memoria dei 7 fratelli ai quali erano aggiunte pure quelle della madre e di Eleazaro. Questo fatto trova la sua piena ragione nello stato di totale decomposizione in cui erano le predette reliquie in Antiochia alla metà del VI secolo. Dalle Omelie del Crisostomo in onore dei Maccabei si deduce che nella medesima basilica antiochena, ove riposavano le ceneri dei 7 fratelli, erano unite pur quelle della loro madre e del venerando vegliardo Eleazaro (notizia ora confermata dal “Manoscritto arabo vaticano”). Essi infatti furono tutti soci nel martirio sostenuto per la stessa fede nel Dio unico, ed era naturale che venissero deposte in uno stesso luogo”. Ma siccome non si potevano più distinguere, già nel 552, le ossa di uno da quelle di un altro martire, esse furono rinchiuse in 7 sacelli in memoria principalmente dei 7 fratelli sepolti nello stesso luogo assieme alla loro madre e al santo vegliardo Eleazaro. È per questo che nella basilica eudossiana di S. Pietro in Vincoli vennero ritrovate le loro reliquie in 7 distinti loculi o compartimenti.

 

Conclusione

Il Cardinal Mariano Rampolla conclude: «Pietro fondò la prima chiesa in Antiochia; ma sùbito la lasciò per portare definitivamente a Roma il centro del Cristianesimo: dopo cinque secoli, la bella Antiochia, il capo di tutto l’Oriente, sparì sprofondando nelle rovine del terremoto. Mentre Roma sta ancora salda e piena di vigore, dopo diciannove secoli di lotte e contrasti cogli uomini e coi tempi. Le più belle glorie di Antiochia: S. Ignazio Martire, S. Giovanni Crisostomo, il vecchio Eleazaro e l’eroica madre coi 7 figli, chiamata da S. Ambrogio “fulgidissimo candelabro della Chiesa splendente di 7 fiamme” (De Iacob et de vita beata, lib. II, cap. XI, n. 53); mossero per vie diverse e in tempi distinti dalle sponde del siriano fiume Oronto e del Bosforo costantinopolitano a quelle del Tevere, cercando sotto l’ombra di Pietro un dolce e gradito riposo alle loro spoglie mortali» (cit., pp. 67-68).

 

  1. Curzio Nitoglia

[1]Maqquabhiahù” in ebraico significa “Martello” e indica la fortezza d’animo.

[2] Dei 5 figli di Mattatia († 164), conosciamo il nome: il primo è Giuda († 160), poi Eleazaro, Gionata e l’ultimo è Simone († 135). Di essi parla il I Macc., capitoli III-XVI.

[3] La figura di Mattatia è molto bella e affascinante: una commissione di controllo per l’ellenizzazione della Palestina, inviata dai Siriaci, giunse a Modin per farvi eseguire gli editti di Antioco a favore del culto idolatrico ellenistico. Molti Giudei si piegarono e sacrificarono a Giove e agli altri Dei, Mattatìa rifiutò categoricamente proprio mentre un altro giudeo si presentò davanti alla commissione per sacrificare agli idoli. A quello spettacolo il vecchio sacerdote non si contenne più, uccise l’apostata, il commissario di Antioco e distrusse l’altare pagano in cui i Giudei rinnegati avevano offerto i sacrifici agli idoli pagani. Quindi fuggì con i suoi 5 figli nella steppa, invitando tutti gli abitanti di Modin a seguirlo e a restar fedeli a Jaweh. La notizia si diffuse con una rapidità impressionante e i Giudei, che si erano rifugiati nella steppa, opponendo solo una resistenza passiva all’Ellenismo idolatrico e politeista, ripresero coraggio e furono trascinati dall’esempio di Mattatia a prendere le armi per passare al contrattacco, nella resistenza attiva e armata.

[4] Cfr. A. Penna, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1953, vol. XI, coll. 445-446, voce “Sette fratelli Maccabei”.

[5] Al capitolo XII degli Atti ci viene narrato il martirio di S. Giacomo il Maggiore. Il testo sacro recita: “In quel tempo il re Erode cominciò a maltrattare alcuni della Chiesa. E uccise di spada Giacomo fratello di Giovanni. E vedendo che ciò dava piacere ai Giudei, aggiunse di far catturare anche Pietro” (Atti, XII, 1-2). San Pietro fu fatto imprigionare, ma fu liberato miracolosamente da un Angelo: “Ed ecco che sopraggiunse un Angelo del Signore, e splendé una luce nella prigione: e percosso Pietro nel fianco l’Angelo lo svegliò, dicendo: alzati sùbito. E le catene caddero dalle sue mani” (Atti, XII, 7).


 

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