COMUNISMO RUSSO E CINESE

Il fondatore del comunismo cinese fu Mao Tse-tung. Egli nacque il 26 dicembre 1893. In quel tempo l’Impero cinese era in crisi profonda: circa mezzo secolo di infiltrazioni occidentali (soprattutto inglesi e americane, ma anche europee) in Cina avevano ridotto in cenere migliaia di anni di civiltà cinese. Anche l’economia cinese, basata sul manufatto, crollò di fronte alla concorrenza della industria occidentale, fondata sulle macchine. L’Impero subì una crisi sociale profonda.

Nel 1851 scoppiò la rivolta dei T’aip’ing, che tennero testa per 13 anni alle truppe regolari cinesi e alle forze inviate in Cina dagli stranieri, preoccupati di non cedere il ricco mercato che si era aperto loro in Cina, ma nel 1864 i T’aip’ing vennero sopraffatti e sterminati (cfr. H. S. Hegner, Cina: ieri, oggi e domani, Firenze, Sansoni, 1966).

Alla fine dell’Ottocento (1898) vi fu un altro tentativo di liberazione cinese chiamato “rivolta dei 100 giorni”, in cui si allearono contadini rivoluzionari, ricchi conservatori e funzionari governativi, accomunati da un unico nemico: lo straniero occidentale, che da cinquant’anni circa (1842-1899) si era impossessato delle ricchezze naturali cinesi, rendendo la Cina uno Stato vassallo. Quindi i rivoltosi, chiamati “Boxer”, si avventarono contro lo straniero, ma anche questa volta furono sopraffatti (cfr. E. Collotti Pischel, Mao Tse-tung, Milano, CEI, 1966).

Nel 1911 gli intellettuali cinesi si riunirono in un nuovo tentativo di rovesciare l’oramai corrotto Impero cinese e di cacciare lo straniero. Il 10 ottobre 1911 la rivoluzione scoppiò nelle grandi città dell’Impero, trascinando nella rivolta l’intera Cina. Si costituì un Governo Militare Insurrezionale, capitanato da Sun Yat-sen, che si batté per la repubblica democratica contro l’Impero e gli stranieri. L’Impero cadde e venne proclamata la repubblica (cfr. R. Bonchio, Documenti sulla rivoluzione cinese, Milano, Ed. Cultura Sociale, 1950). Mao, appena diciottenne, si arruolò nell’esercito repubblicano (cfr. J. Ch’en, Mao Tse-tung e la rivoluzione cinese, Firenze, Sansoni, 1966).

Nel 1916 Ch’en Tu-hsiu diffuse per primo le teorie marxiste in Cina. Mao nel 1917 all’università di Pechino ascoltò le lezioni di C’en Tu-hsiu e si avvicinò al marxismo (cfr. Robert C. North, Comunismo cinese, Milano, Il Saggiatore, 1966). Frattanto, nell’ottobre del 1917, una Rivoluzione scoppiata in Russia e diretta da Lenin stava mettendo in pratica, sulle ceneri dell’Impero zarista, le dottrine marxiste, che erano state appena delucidate in Cina. Allora i marxisti cinesi si chiesero: “se in Russia un pugno d’uomini è riuscito ad abbattere lo Zar e a impiantare un regime marxista perché non provarci anche in Cina?” (cfr. Mao Tse-tung, Scritti filosofici, politici e militari 1926-1964, Milano, Feltrinelli, 1968).

Il 4 maggio del 1919 gli studenti di Pechino scesero in piazza e scatenarono un nuovo moto rivoluzionario, conosciuto come “movimento del 4 maggio”, che diventò ben presto un vero e proprio moto rivoluzionario di ispirazione marxista. Anche Mao (oramai 26enne) faceva parte attiva del movimento, pure se allora era ancora lontano dagli schemi della filosofia marxista. Tuttavia era abbastanza rivoluzionario da organizzare una serie di scioperi tra gli studenti (Edgar Snow, Stella rossa sulla Cina, Torino, Einaudi, 1965; S. Schram, Mao Tse-tung e la Cina moderna, Milano, Il Saggiatore, 1968). Poi Mao approfondì lo studio dei testi di Marx e maturò la convinzione che in Cina la rivoluzione potesse aver successo solo se fosse fondata sulle basi di un solido movimento comunista/marxista.

Nel 1920 Mao dovette occuparsi di organizzare sindacalmente il proletariato, che secondo Marx e Lenin era il solo capace di fare la rivoluzione comunista scientifica. Frattanto dalla Russia sovietica arrivarono in Cina degli agenti del Comintern per spingere le masse verso la rivoluzione socialista e rovesciare il governo borghese (cfr. Devillers, Mao parla da sé, Milano, Longanesi, 1970), ma per dare l’avvio alla rivolta mancava in Cina il proletariato operaio (essendo l’Impero sprovvisto di industrie), che secondo il marxismo era il motore principale della rivoluzione socialista (E. Collotti Pischel, Le origini ideologiche della rivoluzione cinese, Torino, Einaudi, 1958).

Nel 1922 Lenin (tramite il suo intermediario Adolf Abramovic Joffe) intervenne pesantemente negli affari interni della rivoluzione cinese, dando l’ordine ai marxisti di Cina di allearsi con i democratici borghesi riuniti nel gruppo “Kuomitang” (capitanato da Sun Yat-sen) per dar via alla rivoluzione contro il governo centrale di Pechino, data la mancanza del proletariato in Cina, che rendeva impossibile, secondo i Russi, una rivoluzione comunista fatta con i soli contadini. (cfr. Davide Guarnotta, Mao Tse-tung, Firenze, Sansoni, 1970). Il Kuomitang era strutturato come un vero partito politico e si basava su tre pilastri: il nazionalismo cinese, la democrazia e il benessere sociale popolare, esso era appoggiato soprattutto dalla piccola borghesia e dai piccoli contadini. Mao non era ostile a quest’alleanza anche perché, a differenza dei russi che vedevano solo nel proletariato industriale e operaio la forza propulsiva della rivoluzione, riteneva che in Cina la rivolta comunista dovesse essere fatta dai piccoli proprietari terrieri e dai contadini, mancando il proletariato e le fabbriche (cfr. M. Isaacs, La tragedia della rivoluzione cinese, Milano, Il Saggiatore, 1967). I comunisti radicali cinesi rimproverarono sempre a Mao questa alleanza col Kuomitang e la sua tesi marxianamente “ereticale” di far fare la rivoluzione ai contadini.

Il 20 marzo del 1926 l’ala destra del Kuomitang, sotto la direzione del Generalissimo Chiang Kai-shek, organizzò un colpo di Stato militare, che si concluse con l’arresto, ordinato da Chiang Kai-shek degli esponenti del Partito Comunista Cinese di Canton. La Russia nonostante ciò fece orecchie da mercante e non obiettò nulla. Se Lenin era favorevole ad un accordo puramente tattico del PCC (Partito Comunista Cinese) con il Kuomitang, in vista di una rivoluzione comunista, Stalin era ancora più favorevole al Kuomitang sino al punto di ammettere che i comunisti cinesi la cedessero al dittatore militare, il quale secondo Stalin era l’unico capace di rivoltare il governo centrale di Pechino e di fare una rivoluzione anche se non pienamente comunista. Questo atteggiamento di Stalin iniziò ad incrinare la stima che Mao aveva per lui. Nel 1926/27 la lotta di Chiang Kai-shek contro Mao divenne sempre più aspra e cruenta.

Nel frattempo (11 dicembre 1927) Stalin spinse il PCC a fare la rivoluzione servendosi della classe operaia (che in Cina, come aveva avvisato Mao, era quasi del tutto assente), la rivolta naturalmente fu un fallimento. Trotskij prese le difese di Mao contro Stalin, ma oramai il suo potere nel Partito Comunista sovietico cominciava a scemare sempre di più. Anche per questo vago legame con Trotskij Mao si allontanò sempre di più da Stalin.

Nel luglio del 1928 si aprì a Mosca il 6° Congresso del PCC. I sovietici, con Stalin in testa, pur avendo dovuto prendere atto che il movimento contadino cinese era la forza più consistente e più attiva e che quel poco che sussisteva del movimento operaio era stato azzerato dalla repressione cruenta del 1927, non ritennero opportuno mutare la teoria marxista secondo cui la rivoluzione comunista sarebbe stata fatta dal proletariato delle fabbriche e non dai contadini. Mao in teoria non si dissociò da tali direttive, ma in pratica iniziò a dare una maggiore consistenza ai contadini, che riteneva essere gli unici in Cina capaci di fare la rivoluzione, infiltrando il Kuomitang, rompendo dall’interno la sua unità e prendendone il posto nello svolgersi della rivolta contro il governo centrale di Pechino. Anche in ciò Mao era più vicino a Trotskij che a Stalin.

Chiang Kai-shek diresse il suoi sforzi bellici contro il governo di Pechino e contemporaneamente contro i comunisti, che riteneva ancor più pericolosi dei governativi. Egli scatenò 5 Campagne di annientamento dei rossi a partire dal 1928. Mao elaborò, allora, la teoria della guerriglia: non affrontare il nemico in campo aperto; lasciarlo penetrare profondamente nel territorio nemico; rispondere all’offensiva con manovre difensive elastiche, isolarlo (col “mordi e fuggi”) e poi distruggerlo. Fu così che Chiang perse tre Campagne tra il 1930 e il 1931. Nel 1934 Chiang lanciò una potente controffensiva e Mao iniziò una lunga ritirata strategica denominata la “Lunga marcia”.

Durante la “Lunga marcia” Mao dimostrò di essere ad un tempo un abile politico e non meno un abile stratega. Infatti sin dal 1934 i Giapponesi avevano invaso la Manciuria, provincia nord-orientale della Cina. Chiang Kai-shek non mosse un dito contro l’invasione giapponese. Mao, invece, dette alla Lunga marcia un altro scopo, atto a galvanizzare le simpatie dei cinesi per il comunismo: la lotta contro i Giapponesi. La Lunga marcia puntò, così, verso il nord della Cina, facendo un’ottima propaganda al marxismo cinese. Essa durò parecchi anni, in cui i maoisti vivevano nelle grotte disseminate nel nord della Cina. Mao capì che doveva fare del PCC una forte compagine, sottratta agli influssi di Stalin, di cui si fidava sempre di meno.

Mao, realisticamente, realizzò che i soli comunisti non avrebbero potuto competere contro l’Esercito nipponico. Quindi riannodò l’alleanza (tattica) con il Kuomitang, ma Chiang Kai-shek non era molto propenso all’alleanza con Mao. Tuttavia nel 1936 dietro input di Mosca il Generalissimo riprese i rapporti con Mao. Stalin era sempre di più convinto che la forza trainante della rivoluzione cinese fosse Chiang con il Kuomitang e non Mao con i contadini comunisti. (cfr. H. McAleavy, Storia della Cina moderna, Milano, Rizzoli, 1969; E. Collotti Pischel, Stella rossa sulla Cina, Torino, Einaudi, 1965). La guerra contro il Giappone volse al peggio per la Cina sino al 1939. Poi dal 1934 al 1944 conobbe un lungo periodo di stasi e solo con la sconfitta del Giappone da parte degli Usa (1945) si risolse a favore dei cinesi.

Nonostante gli accordi tra Kuomitang e Mao di realizzare un fronte unito contro il Giappone, Chiang Kai-shek non tralasciava occasione per osteggiare i maoisti, mentre Stalin finanziava ancora il Generalissimo, suscitando le proteste di Mao.

Quando il Giappone si arrese all’America (agosto 1945) venne a galla in tutta la sua gravità il problema della impossibile convivenza del Kuomitang e dei maoisti. Stalin fece allora di tutto per evitare lo scontro tra Mao e Chiang Kai-shek, ma con scarsi risultati. Mao si distanziò sempre di più da Stalin e iniziò la sua lotta all’ultimo sangue contro il Kuomitang.

Nell’estate del 1946 tutta la Cina venne travolta dalla guerra civile. I maoisti scelsero la tattica della guerriglia e la guerra assunse uno svolgimento favorevole a loro. L’armata rossa di Mao era più motivata e coesa. Nel 1948 la situazione si fece sempre più favorevole per Mao, che occupò circa due terzi della Cina.

Stalin anziché rallegrarsi s’infuriò. Infatti vedeva in Mao un rivale che avrebbe potuto togliergli il ruolo di unico e assoluto capo del comunismo mondiale. L’Urss cercò di impedire la lotta e la vittoria di Mao contro Chiang, ma Mao non si fermò, non obbedì a Stalin e nel 1949 sbaragliò le truppe di Chiang, che dovette trasferire il suo governo sull’isola di Formosa. Il 1° ottobre del 1949 Mao proclamò solennemente la costituzione della Repubblica Popolare Cinese e ne divenne il primo Presidente.

La Russia rimase vicina a Chiang sino all’ultimo, mentre l’America non fece nulla per impedire la vittoria di Mao e così regalò oltre che mezza Europa a Stalin anche mezza Asia a Mao (cfr. L. M. Chassin, Così Mao conquistò la Cina, Milano, Il Borghese, 1966).

I rapporti con Mosca non migliorarono con lo stabilirsi delle RPC. Mao nel dicembre del 1949 venne invitato a Moasca. “Stalin aveva una scarsa simpatia per i comunisti cinesi e nutriva una forte diffidenza verso Mao. L’Urss accordò, malgrado tutto, un prestito alla Cina stremata da anni di guerre intestine ed offrì aiuti per l’installazione di nuove industrie in territorio cinese. Il tutto, però, facendo cadere le cose così dall’alto che Mao tornò a Pechino sdegnato e deciso a dimostrare ai compagni sovietici che la Cina sarebbe riuscita a trovare le forze per risollevarsi da sola” (cfr. M. Bodino – C. Pastengo, Mao Tse-tung, Milano, Mondadori, 1971). Mao affrontò la questione agraria per prima cosa ed iniziò l’esproprio delle terre dei grossi proprietari e dei contadini ricchi, risparmiando quelli poveri ed eliminando chi faceva resistenza. Il programma espropriativo venne terminato nel 1951 e si reputa che circa 800 mila proprietari terrieri vennero uccisi.

Nel 1956 Mao iniziò un notevole incremento della produzione industriale in Cina che fece avanzare notevolmente il grande Paese verso standard di maggior benessere.

Quindi iniziò un vasto programma politico fondato sulla tesi che la Cina potesse e dovesse essere a capo delle rivoluzioni comuniste in Africa e Asia, escludendo l’Urss. Nel medesimo tempo si schierò contro gli Usa, accusandola di interferire in tutte le parti del mondo e rivolse allo stalinismo l’accusa di non sapersi opporre alla politica estera americana e di non appoggiare i movimenti rivoluzionari dei continenti africano e asiatico, fermandosi al dominio dell’Europa orientale. Fu così che la Repubblica Popolare Cinese divenne la guida dei Paesi afroasiatici non allineati a Mosca.

Nel 1959/1960 Mao dovette affrontare una grave crisi: il ritiro dei tecnici sovietici dalla Cina (il rapporto con Krusciov era ancora più teso che quello con Stalin), il montare di un certo malcontento tra la popolazione cinese costretta ad un ritmo lavorativo e ad un regime alimentare insostenibili. Nel 1959 Mao lasciò, con sorpresa di tutti, la Presidenza della RPC, ma restò Presidente del PCC, a Mao successe Liu Sao-ch’i.

Sino al 1962 la Cina conobbe una grave crisi recessiva, ma nel 1963 cominciò ad uscirne. Tuttavia proprio nel 1963 s’inasprì il dissidio con l’Urss di Krusciov, che sparò a zero sulla Cina maoista (cfr. E. Collotti Pischel, La Cina rivoluzionaria, Torino, Einaudi, 1965). La Cina reagì cercando di scalzare l’Urss e di mettersi alla guida della rivoluzione comunista mondiale, rifacendo vivere la dottrina di Trotskij (cfr. E. Masi, La contestazione cinese, Torino, Einaudi, 1967).

Nel 1965 Mao riprende il potere in Cina ed inizia la “Rivoluzione culturale”, che consisté nel distruggere le sovrastrutture culturali sopravvissute alla disfatta della borghesia per poter creare l’uomo nuovo, ossia il vero socialista cinese, sempre più avulso dalla cultura tradizionale del Paese (il confucianesimo) e ostile a quella occidentale importata. Mao dichiarò guerra ai “traditori intellettuali” e lanciò i giovani nella lotta contro di essi, affiancando loro l’Esercito. La gerarchia del PCC venne messa sotto accusa dai giovani, aizzati e manovrati da Mao e eliminata dall’Esercito. Le guardie rosse distrussero tutto ciò che Mao giudicava revisionista e controrivoluzionario (cfr. A. Zelochotzev, La rivoluzione culturale vista da un sovietico, Milano, Rusconi, 1971). Siccome i giovani non volevano rientrare nei ranghi e si erano illusi di poter guidare loro la Cina, vennero reinquadrati dall’Esercito rosso ed inviati a “collaborare” con i contadini nel lavoro dei campi per il progresso economico del Paese. Nel 1964 la Cina si fabbricò la bomba atomica. Nel 1971 Mao, per sganciarsi sempre più dall’orbita sovietica, riallacciò i rapporti con gli Usa invitando Nixon in Cina. Il 26 ottobre del 1971 la Cina maoista, dopo 22 anni di attesa, venne ammessa all’Onu.

Mao morì, dopo aver consolidato il suo potere e la forza militare ed economica cinese, il 9 settembre del 1976 (cfr. J. Ch’en, Mao Tse-tung e la rivoluzione cinese, Firenze, Sansoni, 1965).

Le differenze tra comunismo cinese e russo possono essere così riassunte: 1°) la Russia si fondava sugli operai industriali come unica forza rivoluzionaria, la Cina maoista sui piccoli contadini (anche perché in Cina non c’erano fabbriche); 2°) Stalin temeva che Mao potesse fargli ombra e che la Cina facesse concorrenza al ruolo guida dell’Urss nella direzione della rivoluzione comunista; 3°) in Mao si ritrova un pizzico di trotskismo, che lo rese inviso a Stalin e sempre più popolare tra i movimenti comunisti sessantottini europei. Certamente il PCC diretto da Mao ha influito e non poco nella trasformazione marxiana di ciò che restava della cultura della vecchia Europa assieme alla mentalità super-capitalistica e liberistica americana che la invadeva nel dopoguerra (cfr. Mao Tse-tung, Discorsi inediti, Milano, Mondadori, II ed., 1975; Id., Per la rivoluzione culturale, Torino, Einaudi, 1974; Id., Note su Stalin e l’Urss, Torino, Einaudi, 1976; Id., Rivoluzione e costruzione, Torino, Einaudi, 1979).

Il maoismo – secondo Enrica Collotti Pischel – fu più una strategia che una vera e propria formulazione teorico/ideologica. Il maoismo presentò il comunismo cinese come concezione alternativa a quella sovietica staliniana.

Mao si basò a differenza dei sovietici sul potenziale eversivo e rivoluzionario costituito dai piccoli contadini cinesi inquadrati e diretti dagli intellettuali, concepiti quali maestri/dirigenti/organizzatori delle masse contadine più povere, che si sarebbero dovuti servire anche della contestazione dei giovani studenti per far avanzare la rivoluzione, sotto la supervisione del PCC aiutato dall’Esercito.

Mao rifiutò la bolscevizzazione sovietica del comunismo cinese che Stalin avrebbe voluto imporgli. Perciò si contrappose all’Urss e si propose quale guida delle rivoluzioni socialiste afro/asiatiche. In Europa fu preso come modello dalla rivolta studentesca del 1968, che sotto la Scuola di Francoforte e lo Strutturalismo francese, contestava la concezione eccessivamente statalista e autoritaria del Partito Comunista Sovietico (cfr. Norberto Bobbio diretto da, Dizionario di Politica, Torino, Utet, VI ed., 1983, voce “Maoismo” a cura di E. Collotti Pischel, pp. 631-635).

d. Curzio Nitoglia


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