LEV TROTSKIJ: La vita e le opere [6/7]

[6-Parte Sesta]


DALLA DESTITUZIONE (1925)
ALL’ESILIO IN TURCHIA (1929)


La polemica boomerang

La polemica di Trotskij contro Stalin gli si rivolse contro e nel 1925 venne destituito dalla carica di Commissario per la guerra. Durante tutto il 1925 sino all’estate del 1926 la lotta tra i due sembrò essersi arrestata. Invece si riaccese ancor più violenta quando Trotskij (formando una seconda “troika”) si alleò con Zinoviev e Kamenev, che si erano separati da Stalin, e riprese la lotta contro quest’ultimo (cfr. Pierre Naville, Trotskij vivant, Parigi, Juliard, 1962).

Trotskij in pubblico e in privato

Pierre Naville, un trotskista francese, era a Mosca quando Lev fu espulso dal Partito e lo incontrò di persona proprio in quel frangente; nella sua opera sulla vita di Trotskij (cfr. Pierre Naville, Trotskij vivant, Parigi, Juliard, 1962), racconta che questi non aveva cambiato di un solo iota le sue prospettive e la sua determinazione. Davanti a lui fronteggiò molto bene la spiacevole situazione, ma Deutscher narra anche che Trotskij “pur se offriva ai suoi seguaci un ottimo esempio di forza d’animo e di autocontrollo, tra le mura domestiche abbandonava ogni maschera e appariva accasciato e depresso. Era tormentato da un’insonnia implacabile, si imbottiva di medicine che non gli facevano alcun effetto, le febbri crittogene1 di cui soffriva gli toglievano ogni energia. Tutta la famiglia partecipava al dramma oramai in atto. Però quando spuntava il sole e venivano gli amici tutti i componenti della famiglia atteggiavano il viso alla calma” (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956, vol. II).

Le sue due famiglie sono coinvolte

La sua tragedia coinvolse anche la sua prima famiglia, ossia quella della prima moglie (Aleksandra Solokovskaya) e delle loro due figlie (Nina e Zina). Aleksandra, benché invecchiata e abbandonata da Lev, era rimasta una fervente rivoluzionaria, per di più trotskista e a Leningrado si era impegnata nell’opposizione contro Stalin. Le due figlie vivevano a Mosca ed erano sposate con due trotskisti, entrambe con due figli. Esse furono le prime a pagare. I mariti persero lavoro e ogni mezzo di sussistenza e, a causa delle loro idee trotskiste, furono espulsi dal Partito e deportati in Siberia. Le loro mogli, cadute in miseria si ammalarono di consunzione. Nina morì per prima e Zita si suicidò (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, cit.).

La seconda moglie (Natalia Sedova), per amore di suo marito più che per passione politica, partecipò interamente alla battaglia di Lev. Il loro figlio maggiore (Liova), oramai ventunenne, era nato e cresciuto nel culto del padre, nutrendosi di politica sin dall’infanzia. La caduta di Lev fu per lui un colpo terribile. Il voltafaccia del Partito nel quale militava, che dopo aver osannato suo padre lo coprì delle accuse più infamanti, fu per lui una esperienza sconvolgente. Egli continuò a combattere a fianco di suo padre sino a diventarne il braccio destro quando dovettero andare in esilio, ma morì a 32 anni, sembra per mano di alcuni sicari di Stalin durante un’operazione di appendicite. L’altro figlio, (Sergei) di due anni minore, manifestò da sempre una profonda avversione per la politica e una certa freddezza verso suo padre; innamoratosi di una ragazza che lavorava in un circo equestre si unì alla compagnia del circo, facendo l’acrobata. Dopo 2 anni lasciò il circo e la compagna per tornare a Mosca, studiando matematica. L’indifferenza per la politica e la freddezza verso il padre scomparvero con il nascere del dramma paterno, pian piano si riavvicinò al padre e lo ricolmò di affetto. Tuttavia, malgrado questi nuovi sentimenti, non si dedicò alla politica e divenne uno scienziato. Ma la vendetta di Stalin raggiunse anche lui, negli anni Trenta, facendolo scomparire in un Gulag (cfr. Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 131).

L’ “Opposizione unificata”

Trotskij, Kamenev e Zinoviev (la nuova “troika”) formarono un gruppo nominato “Opposizione unificata”, reclutarono anche numerosi adepti, tennero dei comizi, delle riunioni, cercarono di metter su il popolo, specialmente i contadini e gli operai. Dopo Lenin erano i tre leader più brillanti, le folle nel passato li avevano acclamati e portati in trionfo. Cercarono di risuscitare nel pubblico gli antichi entusiasmi, se vi fossero riusciti avrebbero potuto ribaltare la situazione a loro favore, ma le masse non erano più quelle del 1917, il popolo rimase inerte e apatico: dopo 10 anni di fallimenti, di assassinii e di miseria la gente non credeva più al mito della Rivoluzione comunista. Le squadre degli agitatori stalinisti riuscirono, con una certa facilità, a disperdere o neutralizzare i comizi della “Opposizione unificata”. Così dopo 18 mesi di lotta fu la nuova “troika” a soccombere.

Il perché della sconfitta

Trotskij stesso si domandò come avesse potuto perdere il potere e rispose che ciò avvenne “per la diminuzione dell’influenza di alcune idee nei circoli direttivi della rivoluzione, oppure per esaurimento della tensione rivoluzionaria nelle masse, o per le due cose assieme” (L. Trotskij, la mia vita, cit.).

Il Corriere della Sera (25 agosto 1949) scrisse invece che “Trotskij perse perché commise degli errori irrimediabili, che si ricollegano tutti ad uno sbaglio originale di prospettiva; egli aveva disprezzato l’antagonista [Stalin], ne aveva sottovalutate le capacità d’intelligenza, di metodo. Lo trascurò, ritenne che con un articolo o con un discorso lo avrebbe polverizzato; quando parlò e scrisse, Stalin era ormai inattaccabile. Sarebbe stato necessario ricorrere alla forza, far intervenire i reggimenti dell’Armata Rossa, che agli ordini del suo Commissario [Trotskij, ndr] avevano sconfitto i generali bianchi Kolciak e Denikin. Quando Trotskij vi pensò si accorse che era troppo tardi”.

Andrea Caffi nel 1918 su “La voce dei popoli” n. 5 (in Scritti politici, Firenze, La Nuova Italia, 1970) spiegò che “il partito strettamente trotskista non fu mai numeroso, ma il vivacissimo pubblicista [Trotskij, ndr] era sempre letto ed ascoltato con interesse. Il suo influsso, però, è stato sempre momentaneo e quasi improvviso (al contrario di quello di Lenin). È un oratore, esalta la massa e si esalta a contatto della massa, del pericolo imminente, della formula più o meno retorica. Trotskij ha sempre creduto al miracolo del proletariato eroico. Smentito dalla realtà dei fatti, non potendo trovare un accomodamento tra le condizioni esistenti ed i fini grandiosi ai quali egli chiamava ‘Sua Maestà il proletariato’, Trotskij avrà dovuto accettare le situazioni più assurde, i ripieghi più umilianti inesorabilmente offertigli dalla brutalità degli eventi”.

Infine il suo amico e partigiano della “Opposizione unita”, Adolf Joffe, prima di suicidarsi il 16 novembre del 1927 scrisse una lettera a Trotskij, in cui gli diceva che la via della “Rivoluzione permanente” da lui intrapresa era quella giusta, ma che gli era mancata “l’inflessibilità di Lenin” e proseguiva: “Lei ha ragione, ma la garanzia della vittoria sta nella massima inflessibilità, nella più severa dittatura” e in questo Stalin fu molto più bravo di Trotskij (cfr. Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 135).

Le espulsioni (1926-1928)

Nell’ottobre del 1926 Trotskij, Kamenev e Zinoviev furono espulsi dal Politburo, nell’ottobre del 1927 Trotskij venne espulso anche dal Comitato centrale, un mese dopo anche dal Partito e dovette lasciare l’alloggio al Cremlino (dove prima vivevano gli Zar e dopo il ’17 i capi del Partito Comunista). Zinoviev e Kamenev capitolarono davanti a Stalin (poi, di capitolazione in capitolazione, arrivarono alle famose “autocritiche” nei processi di Mosca, nel 1936, e quindi alla condanna a morte). Trotskij, invece, continuò la sua lotta, isolato ma non domato. Infine il 12 gennaio 1928 la polizia politica (allora “Ghepeù”, oggi “Kgb”) deportò Lev ad Alma Ata nel Turkestan (ai confini con la Cina) per la sua attività “controrivoluzionaria”.

Deportato in Turkestan

Trotskij fu deportato ad Alma Ata, una cittadina del Turkestan torrida d’estate e gelida d’inverno, ma si adattò abbastanza bene. Pescava e andava a caccia e si guadagnava il pane traducendo Marx in russo per l’editore Rajazanov, direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca, che aveva iniziato la pubblicazione dell’Opera omnia del filosofo tedesco. Tuttavia non era perso di vista da una marea di spie, che gli ronzavano attorno col compito di riferire al Partito, ossia a Stalin.

Frattanto a Mosca Stalin, pressato da una grave crisi economica che aveva portato la città alla fame, cambiò politica e si avvicino alle tesi trotskista: basta con i contadini ricchi, i kulaki affamatori del popolo e del proletariato, occorre correre verso l’industrializzazione e la collettivizzazione della proprietà agricola! Inoltre Stalin ebbe la furbizia di far credere che si trattasse anche di un inizio di riconciliazione con Trotskij, forse aveva bisogno, in quel frangente critico, di tutto l’appoggio della sinistra, che si era divisa. Però Trotskij, un po’ troppo idealista, non accettò la “mano tesa”, non era tipo da compromessi anche ragionevoli, non si accontentava di pareggiare o di vincere, ma voleva stravincere. Quindi cominciò subito ad arringare i simpatizzanti, i possibili e futuri anti-stalinisti: finalmente Stalin ha capito di aver sbagliato e mi ha dato ragione, ma resta insoluto il problema della “democrazia interna” al Partito! Si illuse di poterla ottenere da Stalin in difficoltà. Egli poteva favorire Stalin nella sua apertura al trotskismo, però non doveva concedergli un’alleanza senza condizioni. Ma Stalin, pur attraversando un periodo difficile, era troppo potente per sottostare alle richieste eccessive di Trotskij, allora escogitò un diversivo: attrasse a sé i membri della “Opposizione unita”, spaccandola e isolando Trotskij (“divide et impera”). Tuttavia se Trotskij stava in difficoltà il trotskismo era ancora vivo e Trotskij lo capì e lo scrisse a chiare lettere: “Chi viene sepolto quando è ancora vivo, vivrà a lungo” (L. Trotskij, Lettere ai compagni russi contro la capitolazione, Istanbul, 27 luglio 1929). Tutto ciò infastidì ulteriormente Stalin e per Trotskij la situazione peggiorò.

Esiliato in Turchia

Siccome l’influenza della personalità di Trotskij, nonostante tutto, era ancora troppo grande e ingombrante e gli ostacolava il piano, Stalin lo espulse dalla Russia e lo inviò in Turchia. Nel febbraio del 1929 una nave lo trasportò, assieme alla sua seconda moglie, Natalia Sedova, dal porto di Odessa all’isola di Prinkipo, nel mar di Marmara.

Tuttavia è pur sempre vero che cacciato Trotskij (anche dalla Russia) Stalin ne applicò le teorie, anche se alla sua maniera violenta e rozza. Tutto ciò rappresentò una “vittoria” (solo teorica) di Trotskij. L’industrializzazione della Russia fu attuata sì, ma ad un ritmo talmente veloce da condannare le masse operaie e soprattutto contadine a molti dolori, fame, stenti e morte. Ci si domanda se senza la disciplina monolitica stalinista sarebbe stato possibile realizzare l’industrializzazione della Russia. Forse no. Tuttavia anche Trotskij, che in un primo momento criticò il ritmo forzato ed eccessivo dell’industrializzazione stalinista, poi riconobbe alcuni aspetti “positivi e progressisti” della “seconda rivoluzione stalinista”, la quale, secondo lui, fu una realizzazione del programma trotskista. “La grande trasformazione dell’Unione Sovietica nel periodo successivo al 1930 fu la vittoria di Trotskij nella disfatta” (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956, vol. II).

d. Curzio Nitoglia

Fine della Sesta Puntata

continua…

1Febbre da fieno.

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