LEV TROTSKIJ: La vita e le opere [3/7]

[3-Parte Terza]


NEL CUORE DELLA GUERRA CIVILE
(1919-1920)


Se Lenin fu il capo della Rivoluzione bolscevica, Trotskij fu l’organizzatore e il comandante dell’Armata Rossa, che assicurò la vittoria ai bolscevichi. Si può dire, quindi, che come Marx ha teorizzato il Socialismo scientifico, Lenin lo ha calato in pratica in Russia, aiutato dall’Esercito di Trotskij, che – dopo la morte di Lenin – fu eliminato da Stalin.

Già nell’agosto del 1917 (un solo mese dopo la Rivoluzione di Kerenskij) le Guardie bianche (anticomuniste) apparvero sulla scena per contrastare sia Kerenskij che un’eventuale presa di potere da parte dei bolscevichi. Il loro comandante in capo era il generale Kornilov (coadiuvato dai generali Kaledin, Alexejev e Denikin). Le prime loro azioni belliche si svolsero sul Don e man mano, soprattutto a partire dal 1919, si estesero un po’ dappertutto. Il loro fine era la restaurazione della monarchia o almeno di un governo autoritario. Tuttavia inizialmente le loro truppe erano sparute e mal organizzate. Quindi non rappresentavano un pericolo reale per i Sovietici (cfr. Pierre Bruat, Histoire de l’Urss, Parigi, Presses Universitaires de France, 1949).

L’Armata Bianca era composta da volontari, che venivano mal pagati ed erano sprovvisti di ogni cosa: armi, munizioni, divise, bagaglio, cucine da campo, viveri, indumenti caldi, stivali, ma nonostante ciò essa mantenne integro il suo ideale nazionale (cfr. Generale Denikin, The White Army, Londra, 1930).

Trotskij capì che occorreva rimpiazzare Kerenskij e creare immediatamente un Esercito bolscevico per prendere e mantenere il potere, che sarebbe stato insidiato dalle Guardie bianche con l’eventuale aiuto delle Nazioni europee, le quali temevano l’espandersi del bolscevismo anche nel Vecchio Continente.

Per far ciò, secondo la dialettica marxista (tesi/antitesi e sintesi), Trotskij contraddisse tranquillamente i primi proclami della Rivoluzione bolscevica: adesso occorreva restaurare lo spirito di disciplina nell’esercito e un’autorità centralizzata. Attenzione! Trotskij contraddisse, ma non rinnegò – senza nessun problema, data la sua formazione marxista – le prime conquiste della Rivoluzione rossa: soprattutto il diritto dei soldati di eleggere i propri comandanti. Infatti ora che i comandanti avrebbero dovuto combattere per il bolscevismo e non per lo Zar, se fossero stati scelti democraticamente dai soldati, non avrebbero potuto né saputo condurre una valida azione bellica. Quindi, molto astutamente, andò a scegliere i migliori specialisti dell’arte della guerra, là dove si trovavano fosse pure tra gli ex ufficiali zaristi.

Tutto ciò non significa che Trotskij rinnegasse ciò che aveva detto e fatto sino ad allora, ma secondo il materialismo dialettico, egli fece seguire alla prima fase distruttiva (tesi) della Rivoluzione bolscevica, che aveva liberato gli uomini dalla oppressione zarista, una seconda fase costruttiva (antitesi), che addestrava l’uomo oramai liberato dallo zarismo ad una nuova disciplina sociale comunista in vista del futuro “paradiso” socialista in terra (sintesi).

Molto prudentemente, realisticamente e abilmente Trotskij, da vero organizzatore o tattico, andò per gradi. Innanzitutto cercò di raccogliere e formare un nucleo forte e compatto del futuro Esercito Rosso, che avrebbe fatto da cemento e da calamita per attrarre e unificare le future reclute. Egli sapeva che era irrealistico pensare di costituire immediatamente un intero esercito senza prima aver formato una élite solida e fidata. Quindi puntò inizialmente sui volontari ideologizzati e determinati. Poi per controllare gli ufficiali ex-zaristi, ben addestrati ma non affidabili, affiancò loro la figura del Commissario politico, che doveva vigilare sulla lealtà del comandante militare e che gli era superiore.

«Nel Partito bolscevico molti dirigenti erano spaventati all’idea di servirsi di ufficiali zaristi per comandare l’esercito comunista. La vecchia guardia nel marzo del 1919 in occasione dell’VIII Congresso del Partito voleva attaccare Trotskij. Lenin era ancora titubante anche se non sfavorevole a Trotskij, ma quando seppe da quest’ultimo che nell’Armata Rossa combattevano circa 30 mila ufficiali ex-zaristi e che i casi di tradimento erano relativamente pochi in rapporto all’alto numero degli ufficiali (ex-zaristi) convenne che era impossibile congedare gli ufficiali e vincere la guerra civile e dichiarò soddisfatto: “Trotskij costruisce il nuovo coi mattoni del vecchio ordine”» (Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956).

L’Armata Rossa nell’ottobre del 1918 contava 350 mila uomini, alla fine del dicembre 1918, 790 mila e nel maggio del 1919, 1 milione e 500 mila.

Tuttavia la prima grande minaccia per la Rivoluzione bolscevica venne non dai Russi bianchi, ma dalla Legione cecoslovacca.

La Legione cecoslovacca

Essa era composta da prigionieri di guerra che erano cecoslovacchi e che avevano iniziato la Prima Guerra Mondiale con gli Imperi Centrali (Austria/Ungheria e Germania) contro la Russia zarista, ma che durante la prigionia avevano chiesto di combattere contro l’Austria/Ungheria in cambio della libertà ed erano stati accontentati. Inoltre in quel momento essa era l’unità di combattimento più forte che si trovasse in Russia.

Cessate le ostilità, gli anglo/francesi d’accordo con i Sovietici avevano deciso di far ritornare in Patria la Legione cecoslovacca via mare, ma non avevano alcuna fretta di fornire le navi. Tuttavia la Legione aveva iniziato una lunga e faticosa marcia di trasferimento verso i porti, attraverso gli Urali e la Siberia, ma dopo lo sbarco giapponese a Vladivostok la Legione era stata fermata. Fu allora (autunno del 1918) che scoppiò l’insurrezione dei Cecoslovacchi, i quali – per timore di essere riconsegnati agli antichi alleati: i Tedeschi – volsero le armi contro i Sovietici, occuparono una bella fetta della Repubblica asiatica, si allearono con le Guardie bianche del generale Kolciac, si spinsero sino al Volga, e, se avessero potuto attraversare il fiume sarebbero giunti a Mosca. La Repubblica sovietica era in grave pericolo.

Trotskij ebbe la brillante idea di far preparare un treno che fungesse da abitazione, da quartier generale (mobile) e si diresse verso il fronte. Arrivato sotto le postazioni nemiche rianimò i soldati bolscevichi che si erano sbandati, con la sua abile arte oratoria, li infiammò e li spinse a combattere. Partecipò anche ad una pericolosa incursione notturna dentro una città occupata dai bianchi. Unì il bastone alla carota, non solo infiammava i soldati, ma infliggeva anche pene severe e crudeli. Per esempio fece passare per le armi l’intero comando della piazza di Pietrogrado per impedire al generale Judenic di occupare la città. Tra settembre e ottobre la zona del Volga fu rioccupata dai Sovietici. Trotskij continuò ad agire in questo modo eroico su tutti gli altri fronti portatovi dal suo famoso treno rosso. L’Armata Rossa nacque così plasmata soprattutto da Lev Trotskij.

Nel novembre del 1918, dopo il crollo dell’Impero austro-ungarico e di quello tedesco, la pace di Brest-Litovsk fu annullata; l’esercito germanico lasciò l’Ucraina e i territori della Russia che aveva occupato. La Francia e l’Inghilterra (alleate della Russia zarista) poterono essere presenti in Russia sino a che essa era occupata in parte dai Tedeschi (loro nemici), ma con la disfatta germanica la loro permanenza non era più giustificabile. L’opinione pubblica era contraria ad un intervento massiccio in Russia. Quindi gli anglo/francesi decisero di sostenere l’Armata Bianca con pochi uomini e molto denaro, ma ciò non bastò a darle la vittoria.

Occorre specificare che in Russia durante la Grande Guerra erano presenti circa 27 mila soldati britannici, 70 mila giapponesi, 8 mila americani. Inoltre, secondo Churchill, la GB spese circa 100 milioni di sterline per aiutare l’Esercito Bianco, mentre i Giapponesi ammisero di avere speso circa 900 milioni di yen.

Il colonnello Raymond Robins della Croce Rossa americana, nelle sue Memorie, dichiarò che gli aiuti dati dall’occidente ai bianchi costrinsero i rossi sotto Trotskij a diventare un’armata di 1 milione di veri combattenti. “Il Capitalismo per mezzo dell’aiuto dato ai bianchi ha insegnato al socialismo l’arte della guerra. Gli ha fornito un’armata grossa e potente” (Raymond Robins’ Own Story, Harpers & Brothers, 1920).

Nel marzo del 1919 il generale bianco Kolciak scatenò una nuova offensiva dalla Siberia verso Mosca e la regione del Volga, i rossi ripiegarono precipitosamente. Fu, ancora una volta, Trotskij a salvare la situazione. Infatti riuscì a organizzare una ritirata ordinata e, dopo 2 mesi impiegati a consolidare l’esercito, preparò il contrattacco, portando l’Armata Rossa alla vittoria verso la fine di aprile, grazie ad un’abile manovra di aggiramento dell’Armata Bianca. Infine l’inseguimento, oltre gli Urali, di Kolciak portò al suo annientamento.

Il 1919 fu l’anno decisivo della guerra civile russa. Si ebbero altre due offensive dei bianchi: quella del generale Denikin, in estate, che mirava a conquistare Mosca, e, quella del generale Judenic, in autunno, che mirava a Pietrogrado. Trotskij affrontò innanzitutto Denikin, ma gli uomini dell’Armata Rossa in quel frangente erano mal equipaggiati e mancavano di organizzazione. Lev chiese aiuto a Mosca, ma se Lenin gli era amico molti dirigenti del Politburo (l’Organo direttivo supremo del Partito Comunista Sovietico) gli erano nemici e non fecero nulla per aiutarlo, anzi si schierarono con Kamenev (il Commissario della guerra) contro di lui (il Comandante in capo) nella formulazione della strategia di attacco contro Denikin. L’Armata Rossa subì diversi rovesci per tutta l’estate. All’inizio dell’autunno i bianchi si trovavano davanti a Mosca, che oramai sembrava seriamente compromessa. Nel medesimo tempo il generale Judenic avanzava verso Pietroburgo con l’appoggio esterno dell’Inghilterra, che lo aveva rifornito di armi moderne ed efficaci. Anch’egli arrivò alla periferia della città. Lenin suggerì di abbandonare Pietrogrado per asserragliarsi a Mosca e se pure Mosca fosse caduta si sarebbe fuggiti sugli Urali, ma Trotskij e Stalin (una volta tanto d’accordo) si opposero al progetto di Lenin. Trotskij fu inviato a difendere disperatamente Pietrogrado. I carri armati britannici, in dotazione all’Armata Bianca, apparvero alla periferia della città. Il terrore invase i rossi. Trotskij decise di portare la guerriglia dentro la città, difendendole strada per strada. Il coraggio dei soldati rossi si rianimò e tutti (anche le donne, i vecchi e i bambini) combatterono. Una settimana dopo l’Armata Rossa passava al contrattacco e aveva la meglio su Judenic (Marisa Paltrinieri, Trotskij, Milano, Mondadori, 1973, p. 98). Anche a Mosca la situazione fu ribaltata e Denikin venne sconfitto.

Le ostilità tra Trotskij e Stalin si apersero durante la guerra civile e continuarono sino alla morte di Trotskij (21 agosto 1940) anche se, durante la guerra civile Trotskij era all’apogeo del prestigio e Stalin solo uno dei tanti membri del comando bolscevico, né troppo oscuro né troppo in auge, ma col passar del tempo e soprattutto con la malattia (marzo 1923) e la morte (21 gennaio 1924) di Lenin, Stalin riuscì a rimpiazzare Trotskij (1925) come vedremo in séguito.

Nell’ottobre del 1919 la guerra civile si concluse con la disfatta dei tre eserciti più importanti dell’Armata Bianca: quello di Kolciak, di Judenic e di Denikin. Trotskij appena quarantenne venne acclamato “padre della vittoria” e insignito dell’Ordine della Bandiera Rossa.

Nel marzo del 1920 vi fu un ultimo strascico della guerra civile. La Polonia di Pilsudski1 reclamò con insistenza e si irrigidì eccessivamente per i confini orientali con l’Urss per i quali i sovietici si dimostrarono concilianti, ma si scontrarono con l’ostinazione di Pilsudski, che era spinto dalle Nazioni occidentali le quali consideravano la Polonia un avamposto nella guerra, che avrebbero potuto scatenare contro l’Urss temendo la penetrazione delle sue idee e opere in Europa. Trotskij e Lenin non si trovarono d’accordo riguardo alla guerra russo/polacca. Infatti Trotskij, dopo avere respinto i Polacchi fuori dei confini sovietici ben difesi dall’Esercito Rosso, avrebbe voluto trattare la pace con la Polonia, non volendo condurre una guerra offensiva contro di lei. Lenin invece non si faceva scrupolo di passare da una guerra difensiva ad una offensiva. Trotskij non voleva esportare la rivoluzione con le baionette, ma si adeguò al parere di Lenin e della maggioranza del Partito, portando la guerra in terra polacca. Tuttavia sotto Varsavia l’Armata Rossa fu battuta clamorosamente il 17 agosto del 1920. Viste le difficoltà dei Sovietici l’Armata Bianca si risollevò al comando del generale Wrangel. Il Politburo decise di abbandonare la Polonia per dedicarsi alla eradicazione definitiva dei bianchi, che fu compiuta da Stalin (cfr. Isaac Deutscher, Il profeta armato, Milano, Longanesi, 1956).

Finita la guerra civile Trotskij poté iniziare ad occuparsi per cercare di risolvere la grave crisi economica che attanagliava l’Urss. Ma questo è il tema che studieremo nel prossimo articolo.

d. Curzio Nitoglia

Fine della Terza Puntata

…continua…


 1 – Joseph Pilsudski (1867-1935) fu un uomo politico polacco. Nazionalista, deportato in Siberia (1887-1892), nella Prima Guerra Mondiale capeggiò le “Legioni polacche”, che combatterono nell’Esercito Austro-Ungarico per la ricostruzione dello Stato polacco indipendente dalla Russia degli Zar. Capo del nuovo Stato polacco (1919-1923), nel 1926 fece un colpo di Stato e instaurò una dittatura sino al 1935, di cui fu Ministro della Guerra e Presidente del Consiglio.


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