DAVID BEN GURION [3]: conoscere la sua figura per capire meglio la genesi dello Stato d’Israele e ciò che sta succedendo ai nostri giorni

(Parte Terza)

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale

alla fine del Mandato britannico

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Maggio 1945: è venuta l’ora di proclamare lo Stato ebraico!

Ben Gurion, in una lettera del 22 maggio del 1945, scriveva: “La situazione degli Ebrei nei Paesi liberati dal nazismo è disperata. In Palestina la posizione politica sta diventando insostenibile. È venuto il momento di aprire le porte della Palestina e di proclamare lo Stato ebraico” (Nuccio Francesco Madera, Ben Gurion, Milano, Mondadori, 1972, p. 79).

Neppure 2 settimane dopo la fine della Seconda Guerra (8 maggio 1945) il dogma olocaustico era già pronto e propagandato per ottenere le terre dei Palestinesi, i quali non avevano avuto nulla a che fare con la persecuzione degli Ebrei d’Europa. Tuttavia essi avevano il torto di abitare in Palestina da oltre 2000 anni e ciò per i sionisti era una macchia da cancellare con la creazione di un unico Stato ebraico, che redimesse la terra una volta ebraica.

Quasi altre 2 settimane appresso, il 9 giugno del 1945, Winston Churchill rispondeva ad un Memorandum dell’Agenzia Ebraica inviatogli poco tempo prima da Chaim Weizmann per ottenere il riconoscimento della nascita di un futuro Stato d’Israele. Lo statista britannico disse a Weizmann che ciò sarebbe stato possibile solo dopo che gli Alleati vittoriosi si fossero riuniti attorno al tavolo della pace per decidere le sorti del mondo post-bellico (che già erano state previste nel piano del Nuovo Ordine Mondiale, nel quale entrava anche la creazione dello Stato d’Israele in terra palestinese).

Il sionismo si fa sempre più filo-americano

Ben Gurion era sempre più convinto che fosse giunto il momento di abbandonare la GB per unirsi con gli Stati Uniti dove erano andati a stabilirsi gli elementi più influenti della Diaspora ebraica e che oramai erano diventati molto più filo-sionisti e più potenti dell’Inghilterra (D. Ben Gurion, Israel, année de lutte, Parigi, 1964).

D’altronde la GB non aveva cambiato sostanzialmente posizione rispetto a ciò che aveva stabilito col Libro Bianco del 1939 ed era ancora propensa, nonostante il suo filo-ebraismo, a non concedere tutto agli Ebrei e nulla ai Palestinesi. Il Ministro degli Esteri della GB (Ernest Bevin) nel novembre del 1945 era disposto a concedere solo 1. 500 permessi d’immigrazione al mese in Palestina agli Ebrei mentre la prima Conferenza Sionista del dopo-guerra (tenutasi a Londra nell’agosto del 1945) ne aveva richiesti 100 mila.

La fondazione dell’Istituto Sonnenborn

Ben Gurion capì sùbito che, finita la Seconda Guerra Mondiale, in Palestina ci si doveva preparare alla lotta armata, quindi, non perse tempo e già nel maggio del 1945 sbarcò a New York ove il 1° luglio organizzò una riunione in casa del miliardario ebreo/americano Sonnenborn, in cui poté parlare davanti ad altri 17 miliardari ebrei-americani provenienti dalle città più grandi dell’America del Nord. Il suo discorso fu molto esplicito: gli Inglesi avrebbero lasciato la Palestina al massimo entro 2 anni, in quel momento le armi in dotazione ai coloni ebrei di Palestina, bastevoli per tenere a bada i Palestinesi, non sarebbero state sufficienti a respingere le Nazioni arabe. Quindi i presenti avrebbero dovuto finanziare una spedizione di armi in Palestina per i coloni ebrei. Naturalmente i 17 miliardari risposero positivamente e costituirono il giorno stesso una società di beneficienza per armare i coloni ebrei di Palestina chiamata Istituto Sonnenborn, che si aggiungeva all’American Palestine Committee, un enorme gruppo di lobbying costituito da oltre 700 personalità ebraico-statunitensi fondato nell’aprile del 1941 e comprendente 6 Senatori e 143 Deputati (cfr. D. Ben Gurion, Israel, a personal history, New York, Funk & Wagnalls, 1971).

1945 in GB vincono i Laburisti

Frattanto anche in Inghilterra le cose sembravano volgere a favore dei sionisti. Infatti nell’estate del 1945 i Laburisti vinsero le elezioni. Ora il loro programma di politica estera era nettamente più filo-sionista di quello dei Conservatori (Churchill escluso) e prevedeva di far diventare realtà la promessa del Focolare nazionale ebraico, “permettendo al popolo ebraico e a tutti i profughi di entrare in Palestina in numero così elevato da diventare maggioranza”, secondo quanto stabilito nella Dichiarazione finale del Congresso laburista del dicembre del 1944: “Incoraggiamo gli Arabi a uscire dalla Palestina man mano che entrano gli Ebrei” (Nuccio Francesco Madera, Ben Gurion, cit., p. 80). I Laburisti britannici oramai erano dell’idea di favorire il ritorno degli Ebrei in Palestina e di far espatriare i Palestinesi affinché si potesse formare un solo Stato ebraico in Terra Santa. In Inghilterra vi sarebbero state ancora delle scaramucce tra Conservatori e Laburisti riguardo all’unicità o meno dello Stato ebraico in Palestina (favorevoli i Laburisti e contrari i Conservatori), ma la strada verso la sua nascita era oramai ben disegnata.

Ben Gurion resta scettico

Nonostante ciò la vittoria dei Laburisti britannici non entusiasmò Ben Gurion, che durante la Prima Conferenza sionista del dopo-guerra (tenutasi a Londra nell’agosto del 1945) disse: “Non basiamoci troppo su questo gran mutamento in Gran Bretagna, su questa vittoria del Partito Laburista. Infatti è molto discutibile l’ipotesi che un Partito si comporti, quando è al potere, esattamente come quando è all’opposizione. In Gran Bretagna, inoltre, il personale del Ministero delle Colonie, rappresenta un forte elemento anti-sionista” (D. Ben Gurion, Israele: la grande sfida, cit.). In breve Ben Gurion rimaneva filo-americano ed anti-britannico.

In effetti pochi mesi dopo (ottobre 1945) i Laburisti cambiarono opinione e il Ministro degli Esteri laburista (Ernest Bevin) sconfessava la Dichiarazione del Congresso laburista (dicembre 1944), affermando che il Governo britannico non accettava “l’idea di evacuare gli Ebrei d’Europa in Palestina” e dichiarava la costituzione di una Commissione d’inchiesta anglo-americana (detta “dei Dodici”[1]) per decidere riguardo alla nascita dello Stato ebraico in Palestina.

Richard Crossmann, Commissario britannico della Commissione detta dei Dodici, nel febbraio del 1946 scrisse che secondo i sionisti: “A nove mesi dalla vittoria (8 maggio 1945), i liberatori inglesi e americani non avevano ancora fatto nulla per permettere agli Ebrei di entrare nella propria terra. Li avevano raccolti in campi in Germania, avevano fornito loro vesti e nutrimento, e credevano con questo di essersi messi in pace la coscienza. Gli Ebrei sapevano che in un Paese lontano dall’Europa, la Palestina, vi era una terra la quale non desiderava altro che accoglierli per permettere loro di ricostruire la propria vita non come stranieri in uno Stato straniero, ma come Ebrei nella loro Patria” (R. Crossmann, Palestine Mission, Londra, 1949).

Secondo i sionisti non solo la Palestina diventava ipso facto terra degli Ebrei, anelando di essere occupata da loro, ma addirittura neppure gli Americani oltre che gli Inglesi avevano fatto nulla per la causa sionista.

Ben Gurion, Menahem Begin e l’Irgun

Ben Gurion, stando così le cose, non volle collaborare con la GB per reprimere il terrorismo dell’Irgun contro i Britannici in Palestina, vedendo in esso uno strumento per far pressione sul Governo inglese affinché concedesse maggiori libertà di immigrazione agli Ebrei in Palestina.

La GB continuava a presidiare le coste della Palestina, con aerei e cacciatorpediniere, per prevenire l’immigrazione clandestina degli Ebrei.

Il Primo Ministro britannico Attlee non accolse la domanda dei sionisti di concedere 100 mila visti ai coloni ebrei per immigrare in Palestina e chiese formalmente che cessassero gli atti terroristici dell’Irgun contro i britannici in Palestina e che le formazioni clandestine consegnassero le loro armi all’Inghilterra, ma le organizzazioni ebraiche “risposero con violenti atti di sabotaggio. L’episodio più grave si verificò il 22 luglio del 1946 a Gerusalemme, quando venne fatta saltare un’intera ala dell’Albergo King David (la sede degli uffici governativi inglesi), provocando la morte di circa 100 persone. La strage era firmata dall’Irgun, un nucleo clandestino di destra strettamente imparentato alla Banda Stern” (Nuccio Francesco Madera, Ben Gurion, cit., p. 85).

La bomba scoppiò esattamente alle ore 12 e 37 minuti del 22 luglio 1946. L’operazione terroristica era stata studiata e diretta da Menahem Begin (1913-1992) allora capo dell’Irgun e futuro Primo Ministro dello Stato d’Israele con il Partito di estrema destra Likud (1977-1983).

Ben Gurion ufficialmente stigmatizzò l’attentato, a nome dell’Organizzazione sionista ufficiale, ma Begin gli rispose che la sua reazione era ipocrita in quanto l’Haganah e l’Agenzia Ebraica erano al corrente della pianificazione dell’attentato e non avevano sollevato obiezioni poiché l’Inghilterra aveva represso l’immigrazione ebraica illegale in Palestina con molta fermezza, aveva fatto arrestare molti dirigenti dell’Agenzia Ebraica ed aveva spiccato un mandato di cattura per lo stesso Ben Gurion, che si era reso latitante (cfr. M. Begin, La révolte d’Israel, Parigi, 1956).

Per la prima volta dopo la loro nascita tutte le organizzazioni militari ebraiche (Haganah, Palmah e Irgun) agiscono in pieno accordo tra loro contro il nemico comune. Colpo su colpo ogni azione britannica trova una risposta. La Haganah sabota le imbarcazioni della Polizia costiera per facilitare l’immigrazione illegale. Il Palmah libera i 208 immigrati illegali del campo di Atlit. Nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1945 tutte e tre le organizzazioni insieme fanno saltare la raffineria di Haifa. […]. Le organizzazioni terroristiche ebraiche conducono una politica che non lascia le azioni inglesi senza una risposta sanguinosa. Talvolta queste azioni di rappresaglia sono caratterizzate da una macabra fantasia. L’Irgun per esempio, per vendicare alcuni suoi uomini condannati a morte dopo un’azione militare, replica con l’impiccagione di due sergenti inglesi. Ma la forca ed i cadaveri vengono imbottiti di dinamite. I due morti, così, uccideranno i loro soccorritori” (Nuccio Francesco Madera, Ben Gurion, cit., pp. 84-85).

Il XXII Congresso dell’Organizzazione sionista mondiale (1946)

Nel dicembre del 1946, dopo “l’estate calda”, a Basilea si riunì il XXII Congresso dell’Organizzazione sionistica mondiale, che condannò ufficialmente il terrorismo dell’Irgun, ma ammonì al tempo stesso l’Inghilterra di non intralciare ulteriormente l’immigrazione ebraica in Palestina. Inoltre i delegati americani finanziarono cospicuamente l’immigrazione ebraica in Palestina e così quasi tutti i capi sionisti (tranne Weizmann) si allontanarono sempre più dalla GB per avvicinarsi agli Usa.

La Conferenza palestinese di Londra (1947)

Il 27 gennaio del 1947 la GB aprì a Londra una Conferenza palestinese, che stabilì di mettere d’accordo e tutelare gli Arabi e gli Ebrei sotto la direzione dell’Onu, dell’Alto Commissariato britannico e con la partecipazione di un Consiglio misto arabo-israeliano. Ben Gurion, a nome dell’Agenzia Ebraica, rifiutò la proposta britannica (10 febbraio 1947), il giorno seguente anche i Palestinesi risposero negativamente ad essa.

La GB rinuncia al Mandato sulla Palestina

Il 18 febbraio 1947 il Ministro degli Esteri britannico Ernest Bevin, prendendo atto della situazione, dichiarò che la GB rimetteva il Mandato sulla Palestina all’Onu, l’erede della Lega delle Nazioni Unite che nel 1922 lo avevano affidato all’Inghilterra.

In effetti non era possibile metter d’accordo Palestinesi e Israeliani. Nel 1946 Judah L. Magnes (Preside dell’Università ebraica di Gerusalemme) scrisse: «Uno Stato ebraico non può essere ottenuto, se non con la guerra. Potete parlare di ogni cosa ad un arabo, ma non dello Stato ebraico. E questo perché uno Stato ebraico, per definizione, significa che gli Ebrei governeranno gli Arabi viventi in questo Stato. Si è mai visto un popolo offrire il proprio territorio di propria volontà? Così anche gli Arabi Palestinesi non rinunzieranno alla loro sovranità senza violenza» (cfr. Maxime Rodinson, Israele e il rifiuto arabo, Torino, Einaudi, 1969).

Era nella natura delle cose: la creazione di un “Focolare nazionale ebraico” in Palestina non avrebbe potuto che formare un incendio. Infatti o la Palestina sarebbe rimasta ai Palestinesi o sarebbe stata invasa anche dagli Ebrei e gli uni o gli altri avrebbero mirato a diventare la forza principale e lo Stato unico in Terra Santa. In ogni caso, quindi, vi sarebbe stato un conflitto da affrontare e risolvere con la vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro.

d. Curzio Nitoglia

(Fine Terza Parte)

… … …continua… … …


[1] – La Commissione era composta da 6 Commissari inglesi e 6 americani ed avrebbe dovuto elaborare un Dossier completo sulla Palestina. Nel giugno del 1946 si arrivò alla conclusione del Dossier in cui si suggeriva la ricerca di nuovi asili per gli Ebrei oltre la Palestina. Tuttavia la Commissione non si pronunciò sull’unicità dello Stato d’Israele, anzi raccomandò che nessuna Comunità avesse il predominio sull’altra e stabilì che la GB continuasse ad esercitare il suo Mandato sulla Palestina.


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