Don Giuseppe De Luca [8]: la “Quinta Colonna” e la “Terza Forza”

Don Giuseppe De Luca, la “Quinta Colonna” e la “Terza Forza”


De Luca: la “terza forza”
tra Roma e la “quinta colonna nemica”

Fin verso l’Ottocento la Chiesa era stata attaccata dall’esterno dallevarie sette dichiaratamente ereticali, che avevano rotto con Essa: il protestantesimo, la massoneria, l’illuminismo, il liberalismo radicale. Tuttavia, a partire dall’Ottocento, la “contro-chiesa” aveva cambiato tattica e non si era schierata a battaglia unicamente nel campo delle sette esplicitamente eterodosse, ma avevainfiltrato all’interno delle file cattoliche alcuni suoi “elementi coperti, una sorta di “quinta colonna1: i cosiddetti “cattolici liberali”, che poi diverranno i “modernizzanti” e i “cattocomunisti”.

La “quinta colonna nemica”
all’interno della Chiesa

L’obiettivo di questa “quinta colonnanemica” composta di “membri coperti” all’interno della Chiesa aveva una duplice missione: 1°) quella di diffondere alla chetichella, sotto veste di cattolicesimo genuino, sistemi letterari, spirituali, politici, teologici e morali erronei; 2°) quella di introdursi nei posti chiave della Chiesa: cattedre universitarie, case editrici, club culturali, accademie, direzione dei seminari, parrocchie importanti, e, soprattutto, sogli episcopali o cariche cardinalizie.

Tuttavia questa “quinta colonna nemica” è stata scoperta e condannata dai Romani Pontefici, da San Pio X (Pascendi, 1907) sino a Pio XII (Scomunica dei comunisti, 1949; Humani generis, 1950), però ha continuato a lavorare segretamente, grazie all’appoggio datole dai “modernizzanti”e poi dai “cattocomunisti”. Il suo obiettivo essenziale è restato così, almeno inizialmente ed in parte, frustrato sino a Pio XII. I modernisti o i comunisti che si dicevano cattolici, ormai non potevano più agire nell’ombra, come una “quinta colonna nemica” all’interno della Chiesa, ma erano stati scoperti.

La “quinta colonna” scoperta dalla Chiesa
e coperta dalla “terza forza”

Restava tuttavia ai modernisti e ai “comunisti dal volto umano” da costituire (mediante i “modernizzanti” e i “cattocomunisti”, che mantenevano l’apparenza di cattolici a differenza della “quinta colonna” oramai scoperta) una specie di “contro-chiesa dentro la Chiesa”, un “terzo partito” o una “terza forza2. Purtroppo il modernismo, individuato, condannato, perseguitato ha prodotto a sua volta un “terzo partito” (i modernizzanti)sempre radicato segretamente, come una sorta di “massoneria cristiana”, negli ambienti cattolici e che ha svolto il compito di fornire alla quinta colonna scoperta”, (ossia ai modernisti) delle condizioni di sussistenza in seno alla Chiesa. In primo luogo, gli ecclesiastici modernizzanti (tipo don De Luca) non si dichiaravano modernisti (come fece don Ernesto Buonaiuti). Anzi, in linea generale, il loro modo di agire in pubblico dava l’illusione che fossero d’accordo con Roma: don De Luca si dichiarava pubblicamente “solo e soltanto prete romano”. In realtà e segretamente, però, non combattevano il modernismo, non lo appoggiavano esplicitamente, ma lo favorivano tacitamente e praticamente secondo la tatticamarxista del primato della prassi sulla dottrina trasferito nel campo della teologia, che porterà De Luca alla collaborazione con Ròdano, Togliatti e Krusciov.

La “terza posizione” neutrale per principio

Gli uomini della “terza posizione” (né modernisti, né cattolici integrali, ma “modernizzanti”), tipo don De Luca, sotto veste di neutralità super partesper principio, erano praticamente e occultamente agenti devoti della causa modernista e prestavano alla setta il più prezioso dei servizi3.

La “pace” e le “mezza verità” sono
il valore sommo della “terza forza”

La “terza forza” è costituita da coloro che sono mossi dal principio secondo cuil’unità fra gli uomini e specialmente, nel caso De Luca, tra cultura artistico/letteraria laica e cattolica sono un valore sommo ed è quindi desiderabile conservarla ad ogni costo, anche quando così facendo si indeboliscono le forze dei difensori della verità. Si apre così il campo ai propagatori dell’errore mediante “mezze verità” che son più pericolose dell’errore aperto. Per il catto-liberalismo, per i modernizzanti a-dogmatici e per i catto-comunisti il principio o il valore massimo è che non bisogna esagerare nell’affermazione della verità, ma occorre sfumarla e renderla accettabile all’uomo moderno

Coloro che di fronte all’errore, invece di condannarlo, smascherarlo o disapprovarlo apertamente, cercano un accomodamento, un compromessotra verità e falsità, negano implicitamente il principio di identità e non-contraddizione (la collaborazione tra cattolici e comunisti) sotto apparenza di apostolato, di discrezionalità, di pastoralità, di prudenzialità e sono più pericolosi di chi professa apertamente l’errore. Perciò le mezze-verità, la vaghezza, l’imprecisione, l’indecisione, il pressappochismo o l’indefinibilità dottrinale (tipiche di don De Luca, difficilmente definibile)sono la “quinta colonna” non ancora scoperta o il nemico che si presenta da amico, il Cavallo di Troia, il lupo vestito da agnello che penetra grazie al suo camuffamento nel cuore della Chiesa e la vuole cambiare dal di dentro.

Obbedienza solo pro forma

I sacerdoti del “terzo partito” non favorivano il modernismo o il comunismo soltanto con il loro atteggiamento pacifista, non facendo nulla per reprimerli o per eseguire le severe misure pratiche imposte dalla Santa Sede; essi erano preziosi alleati dei nemici per tutto il loro modo di agire. Infatti favorivano tutto ciò che manifestava simpatia per i nemici della Chiesa (cattolici-comunisti). Anche la sincerità nell’accettazione dell’Encicliche o scomuniche papalida parte dei prelati della “terza forza” può essere messa in dubbio. Esteriormente le accolsero tutti, ma con “un silenzio ossequioso” e senza calarle nella pratica. Non andavano oltre. Si trattava di una “obbedienza” pro forma e di pura facciata.

Don De Luca: la “terza forza”
ne “Il Frontespizio”

Studiando l’attività svolta negli anni Trenta da don De Luca nella Rivista letteraria “Il Frontespizio” (cfr. L. Mangoni, Aspetti della cultura cattolica sotto il fascismo: la rivista “Il Frontespizio”, in G. Rossini a cura di, Modernismo, fascismo, comunismo. Aspetti e figure della cultura e della politica dei cattolici nel ‘900, Bologna, Il Mulino, 1972, pp. 363-417) si evince il suo modus operandi tipicamente simile a quello della “terza forza”.

De Luca iniziò dal “Frontespizio” la sua campagna di dialogo con Bottai, che proseguì, immediatamente dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943), con i comunisti (Togliatti e Krusciov) tramite i cattolici-comunisti (Ròdano e compagni), conciliando l’inconciliabile (marxismo e cristianesimo). Don Giuseppe riteneva che “qualsiasi tipo di contrasto […] assumeva l’aspetto dell’episodicità e della transitorietà facilmente superabile o neppure da prendere in seria considerazione; dove potevano manifestarsi delle distanze […] queste non erano mai decisive e insormontabili” (L. Mangoni, cit., p. 366). Egli è stato l’uomo della “coincidentia oppositorum” come Spinoza e della conciliazione del contraddittorio come Hegel.

In De Luca si ritrova uno stato di spirito simile alla “curiositas massonica”, ossia l’atteggiamento culturale inclusivo, ricettivo e poi espansivo nel tentativo ecumenista di valorizzare il nucleo di verità celato in ogni azione compiuta da ogni uomo.

Per questo motivo egli poteva “compiere delle fughe in avanti, intellettualmente e culturalmente parlando, che potevano anche contrastare con le direttive ecclesiastiche e curiali, ma senza poter essere smentite e condannate (come il modernismo), anzi tali da essere coronate da successo, attraverso l’impossessarsi di vaste zone del mondo moderno” (cit., p. 369).

In breve De Luca non avrebbe mai rotto esplicitamente con Roma, come fece Buonaiuti, poteva allontanarsi tanto quanto gli era consentito senza essere condannato per continuare le sue “fughe in avanti” dall’internoper impossessarsi di spazi sempre più ampi ed è purtroppo quel che ha fatto producendo danni gravissimi nell’ambiente ecclesiale, cattolico e nel mondo intero (si pensi all’appoggio decisivo dato da lui e da Giovanni XXIII all’avanzata del comunismo in Italia).

L’arte tra il sacro e il profano

L’Osservatore Romano polemizzò, nel novembre del 1931, con “Il Frontespizio” perché aveva reclamizzato alcune incisionifatte da Pietro Parigi, che non erano conformi alla morale, osservando che “l’arte cristiana esige un minimo di garbo e di compostezza”.

Il tema dell’arte è di grande importanza nel caso De Luca. Abbiamo visto la difesa da parte di don Giuseppe dell’artista Giacomo Manzù, non ostante il suo ateismo e l’oscenità di molte sue opere, e l’appoggio che gli ha sempre prestato, non condiviso da Pio XII ma pienamente approvato da Giovanni XXIII, sino ad ottenergli la esecuzione delle Porte di bronzo della basilica vaticana di San Pietro. Nei due casi (Pietro Parigi e Giacomo Manzù) il pensiero di De Luca era discorde da quello della dottrina cattolica: secondo lui l’arte poteva andare anche oltre la morale purché fosse “bella” esteticamente;questo è il concetto tipico del liberalismo secondo cui l’arte, la politica, l’economia non devono essere in armonia con la Legge naturale e divina, ma debbono essere autonome. Secondo “Il Frontespizio” e specialmente De Luca, che curava la parte artistica/estetico/letteraria della Rivista, era “possibile, senza un necessario scontro ideologico, assorbire buona parte delle esperienze culturali di quegli anni. È in questo senso significativo che la rivista proponesse pittori e artisti contemporanei all’attenzione dei lettori, proprio in un momento in cui la Chiesa assumeva una posizione particolarmente chiusa sul problema dell’arte sacra e dell’arte cattolica in genere” (cit., p. 370). Come si vede ancora una volta la posizione di De Luca discorda da quella della Chiesa, ma l’importante, per De Luca, è non oltrepassare il confine del non-ritorno, cioè non fare la fine di Buonaiuti, restare dentro e continuare il proprio lavorio sotterraneo senza esporsi troppo alle critiche, sapendo tacere e rientrando nei ranghi al momento opportuno. La figura di De Luca è inscindibile da quelle di Roncalli e Montini, i quali hanno trasbordato l’ambiente ecclesiale dal cattolicesimo tradizionale al neo-modernismo.

La Chiesa, al contrario di don De Luca, con Pio XI tornò sulla questione dell’arte in un Discorso che il Papa fece il 27 ottobre 1932, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede della Pinacoteca Vaticana. In esso papa Ratti disse chiaramente che le opere di arte sacra contemporanea certe volte giungevano ad “una vera e propria profanazione”. “Il Frontespizio”, invece, prese posizione sùbito per l’arte moderna graziealla distinzione tanto cara a De Luca tra “cattolico artista”, che non deve essere un “artista cattolico” (cfr. G. De Luca, Idee chiare, in “Il Frontespizio”, aprile 1934), ossia un cattolico, se è artista, segue la morale naturale e divina in quanto cattolico, ma in quanto artista segue i canoni dell’estetica anche se è contraria alla morale. De Luca non ammette, contrariamente al Magistero della Chiesa, il concetto di artista cattolico, ossia un artista che nella sua produzione si ispira alle norme della fede e dei costumi. De Luca avrebbe bocciato gli affreschi del beato Angelico (artista cattolico) e promosso gli scarabocchi di Manzù (“cattolico” artista). Questa distinzione De Luca la riprese a proposito della polemica,durante il pontificato di papa Pacelli, tra il Vaticano e le opere di Manzù.

La distinzione delucana tra “cattolico artista” e “artista cattolico” è speculare a quella del liberalismo cattolico classico e ottocentesco riguardo al politico, che, come uomo privato, può essere individualmente e privatamente cattolico, ma, come pubblico cittadino, deve essere agnostico. In breve un cattolico può essere politico indipendentemente dalla sua religione, ma un politico non può essere cattolico dipendentemente da essa. Questa è la “contraddizione stessa sussistente” come la definiva il cardinal Louis Billot e la negazione implicita della Dottrina sociale della Chiesa.

L’apologetica erudita

De Luca distingueva un’apologetica dozzinale, “di tipo propagandistico, esplicitamente confessionale, ideologica e dottrinaria” (cit., p. 379), da un’altra apologetica, che lui preferiva, “più sottile e meno palese, fondata sull’erudizione e sulla filologia […] senza spirito di crociata o etichetta confessionale ben visibile, ma più attualmente fondata su pseudo-verità [sic!] messe in luce dai fatti” (ivi).

Il secondo tipo di apologetica permetteva, secondo don Giuseppe, di evitare i due estremi del confessionalismo esasperato e del ripensamento modernistico, fonte di crisi individuali pericolose per la prosecuzione della propria missione. Invece, tanto per fare un esempio, l’apologetica erudita, tipica – secondo lui – di Angelo Roncalli, “che legato strettamente alla scuola erudita era passato indenne attraverso la ventata modernista” (cit., p. 380), permetteva di evitare questi rischi tipici di un Buonaiuti (cit., p. 380). Luisa Mangoni chiosa che questi “sono brani dall’evidente risvolto autobiografico” (ivi), ossia De Luca rivede se stesso in Roncalli che ha saputo, con prudenza, non esporsi al rischio di esternare le sue posizioni e di incorrere, così, nella condanna come fece,invece, Buonaiuti.

Con De Luca si ha il superamento del confessionalismo tradizionale ottocentesco, cioè di un’apologetica […] che muove dalla volontà di assimilare, piuttosto che di contrastare e combattere la controparte” (cit., p. 381).

La “pietà” anche eterodossa

Lo studio della storia della “pietà” è stata la pupilla degli occhi del De Luca. Orbene per lui “pietà”, come abbiamo già visto, non significa spiritualità cattolica, ma “una profonda spiritualità sia pure a volte non pienamente ortodossa” (cit., p. 396) come abbiamo visto riguardo a Margherita Porrete e alla setta del Libero Spirito. Inoltre, come scrive la Mangoni,lo studio della storia della “pietà” permette a De Luca di asserire che “non esiste, al di là delle apparenze, una soluzione di continuità tra quella Chiesa nota nelle opere dei teologi dal Duecento al Seicento e questa che oggi si propone di riaffermare il suo magistero universale” (cit., p. 396).In breve, secondo De Luca, la Chiesa del suo tempo troppoattaccata al suo magistero non sarebbe la Chiesa della “pietà”che va dal Medioevo alla Controriforma, la Chiesa “della storia religiosa, sia pur anche delle eresie, dell’Italia medievale e cinquecentesca” (cit., p. 407), come se la Chiesa non fosse sempre sostanzialmente la stessa e indefettibile per divina Istituzione. De Luca contrappone la “pietà” come la concepisce lui, ossia esotericamente, al magistero ecclesiastico e lui preferisce la “pietà” esoterica al magistero tanto da reputare che la Chiesa a lui contemporanea abbia smarrito la sua vera identità per riproporre il suo magistero piuttosto che la storia della “pietà”.

La concezione gnostica del cristianesimo in De Luca appare anche nel suo concetto di “cristiano come antiborghese” (cit., p. 413) espresso in un articolo su “Il Frontespizio” del febbraio 1939 in cui si nota un disprezzo elitario verso la borghesia e il popolo contrapposti a “pochi patrizi che per forza preponderante d’ingegno e di natura giungono al comando” (ivi). Tra questi “pochi patrizi” eruditi e letterati De Luca vedeva se stesso? Temo di sì.

d. Curzio Nitoglia

FINE

  1. Prima parte
  2. Seconda Parte
  3. Terza parte
  4. Quarta Parte
  5. Quinta Parte
  6. Parte Sesta
  7. Parte Settima

1La “Quinta Colonna” è un corpo d’élite composto da elementi infiltratisi nell’accampamento avversario. Essi operano clandestinamente contro il contendente nel cui accampamento sono penetrati, di cui sembranoessere amici mentre in realtà lavorano a favore di chi sta fuori, col quale paiono non aver nulla a che spartire (N. Zingarelli).

2Cfr. Mons. Antonio de Castro Mayer, Como se prepara una revolucão. O jansenismo e a tercieraforça, in “Catolicismo”, San Paolo del Brasile, nn. 20/21, agosto/settembre 1952; tr. it. Come si prepara una rivoluzione.Il Giansenismo e la Terza forza, in “Cristianità”, Piacenza, nn. 1/2, settembre/ottobre; novembre/dicembre 1973.

3San Pio X condannò ripetutamente il modernismo con svariate Encicliche (lo stesso dicasi per Pio XII che condannò il neo-modernismo e scomunicò i comunisti militanti), ma tali condanne papali non ottennero l’obbedienza pacifica di tutta la gerarchia della Chiesa; di fronte ad esse i fedeli e specialmente il clero si divisero in tre gruppi. 1°) Una parte accolse pienamente la parola di Roma, e applicò con ardore tutte le disposizioni delle Encicliche di San Pio X; li si chiama “integristi, ossia integralmente cattolici” (per esempio, Umberto Benigni e il “SodalitiumPianum”). 2°) Un’altra parte, dichiaratamente modernista, rifiutò di sottomettersi alla decisione della Santa Sede e fu scomunicata (ad esempio, Tyrrell, Buonaiuti, Loisy). 3°) Un’ultima parte scelse una posizione intermedia: sottoscrisse le condanne papali, ma non fece nulla per applicarle; questa è la “terza forza”, la più insidiosa di tutte (per esempio, Bonomelli, Ferrari, De Luca, Roncalli e Montini), perché resta dentro la Chiesa pur non condividendone la dottrina, anzi con lo scopo di cambiarla.


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