NORIMBERGA ‘45-‘46: anomalie e contraddizioni del Tribunale di Norimberga [Parte 3/3]

NORIMBERGA ‘45 – ‘46: le anomalie del Tribunale di Norimberga

(Terza parte)


Cosa sapevano i tedeschi della shoah?

Innanzi tutto molti campi di concentramento tedeschi nei primi mesi dopo la fine della guerra erano in mano dell’Armata Rossa (si veda il più famoso, Aushwitz); quelli che si trovavano sotto la supervisione angloamericana furono fotografati e ci hanno trasmesso delle scene raccapriccianti, ma la maggior parte dei cadaveri sono di morti per fame, per epidemie (specialmente il tifo), per freddo e per stenti. Ora gli ultimi mesi del 1944 avevano visto in Germania ingenti bombardamenti delle linee ferroviarie, degli stabilimenti farmaceutici e di alcuni campi di concentramento tedeschi (vedi il caso di Mauthausen ove morì sotto il bombardamento alleato la principessa Mafalda di Savoia). Quindi non si possono incriminare i Tedeschi di aver fatto morire i prigionieri di quei campi di concentramento dove la vita non era facile, ma non era neppure l’inferno che la propaganda alleata ha voluto farci credere (cfr. Archivi Attorney General’s Comitee; Archivi British War Crimes Executive, presso Public Record Office, file LCO.2/2980).

I filmati delle fosse comuni

Nei filmati girati dagli Alleati e fatti vedere agli imputati di Norimberga si riscontrarono dei film/montaggi. Quando i filmati erano stati girati dai Tedeschi per documentare le atrocità dei bombardamenti alleati sulle città e gli stabilimenti bellici germanici, che avevano massacrato migliaia di innocenti (donne, vecchi, bambini e civili) e questi filmati erano stati aggiunti e incollati alle bobine dei filmati alleati così che alcuni degli spettatori tedeschi si riconobbero sugli schermi; è famoso il caso di un ex impiegato della fabbrica d’aerei Messerschmitt (cfr. D. Irving, cit., p. 118). Inoltre Göring si disse certo che alcune foto di Dachau erano state scattate negli ultimi caotici giorni del III Reich quando morirono Tedeschi e prigionieri dei campi di concentramento (cfr. Interrogatorio di Göring Saic/X/5 presso i National Archives, RG.322, ETO.G-2 section, box 73).

Jackson e le lobby ebraiche

Sappiamo che il giudice Robert Jackson attorno all’11 giugno del 1945  ebbe un incontro con alcune potenti organizzazioni ebraiche americane, le quali gli chiedevano di avere una parte attiva e pubblica nello svolgimento del Processo di Norimberga, volendo trattare il problema dell’antisemitismo del III Reich come un affare a parte, ritenendo che il Reich avesse sterminato 6 milioni di ebrei dell’Europa nord orientale. Ciò che lascia perplessi di questa cifra è  che ben 25 anni prima, alla fine della Prima Guerra Mondiale, la comunità ebraica americana aveva lamentato un identico “olocausto” (dove si parlava di “crocifissione”) di 6 milioni di israeliti (cfr. l’articolo “La crocifissione degli ebrei deve terminare”, in American Hebrew, 31 ottobre 1919).

Il 31 luglio 1945 il leader sionista e futuro Presidente dello Stato d’Israele Chaim Weizmann chiese ancora una volta a Robert Jackson che gli ebrei avessero un ruolo attivo nel Processo di Norimberga poiché erano l’unico popolo contro il quale era stata eseguita una sistematica politica di sterminio pianificato, ma Jackson non fu favorevole (cfr. Diario Jackson, 31 luglio 1945).

Il caso Kempner

Tuttavia Jackson acconsentì a far assumere un ebreo, il dr. Robert Kempner,  per la presentazione degli atti d’accusa al Processo, ma il comportamento di costui fu davvero eccessivo tant’è vero che negli Archivi di Norimberga esiste un memorandum del colonnello Telford Taylor, che diffidava Kempner dall’esercitare pressioni sui prigionieri durante gli interrogatori, promettendo loro una liberazione anticipata (cfr. National Archives, RG.238, Entry 199, Records HQ, 6850th International Security Detachment IMT, box 15); anche l’avvocato di von Ribbentropp, Friedrich Gaus, lamentò di essere stato minacciato dal Kempner di essere consegnato ai Sovietici (cfr. Affidavit di F. Gaus 15 marzo 1945, presso i National Archives, RG.328, US Chief of Counsel in Nuremberg, Main Office files, box 180).

Kempner portò alla luce, negli Archivi del Ministero tedesco degli Esteri, la copia originale n. 16 del famoso Protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942 e lo lesse arbitrariamente come prova di una “soluzione finale fisica” degli Ebrei e non “geografica” come il Protocollo recitava.

Il sapone fatto con i cadaveri degli Ebrei

Il propagandista sovietico Ilya Ehrenburg inventò di sana pianta la favola accolta dal Tribunale di Norimberga, che è stata inclusa nella sentenza finale contro i gerarchi germanici, la quale ancora oggi gode di una certa credibilità presso il pubblico, ma che è stata smentita dagli Ebrei medesimi (Dichiarazione di Shmuel Krakoski, Direttore degli Archivi del Museo Yad Vashem di Gerusalemme, pubblicata in anteprima dal Chicago Tribune, 25 aprile 1990 e ripresa dalla stampa di quasi tutto il mondo), secondo cui i Tedeschi fabbricavano sapone servendosi dei resti degli Ebrei uccisi (gasati o cremati) con sopra stampata la sigla “RJF” (“Puro Grasso Ebraico”).

Decifrazione dei messaggi sulle camere a gas

Dopo la primavera del 1942, per un anno intero, gli Alleati avevano intercettato e decifrato i rapporti segreti inviati a Berlino  dai Comandanti SS impegnati nel rastrellamento degli Ebrei dietro il fronte orientale; inoltre erano stati decifrati anche i messaggi che i Comandanti dei 7 principali campi di concentramento (Dachau, Buchenwald, Aushwitz…) inviavano quotidianamente a Berlino a proposito dei trasferimenti e della mortalità dei lavoratori forzati, ma in tutti quei messaggi, stranamente, non c’era alcun riferimento a uccisioni mediante gas, a uccisioni di massa o a cremazioni di persone vive (persino ad Aushwitz, ove dal 1942 erano morte decine di  migliaia di persone per tifo, freddo e stenti) e tuttavia le decifrazioni furono utilizzate per incriminare i gerarchi tedeschi di sterminio di massa (F. H. Hinsley, British intelligence in the second world war. Its influence on strategy and operations, Cambridge, 1979-1984).

Il caso del campo di Dachau è tipico. Infatti è storicamente accertato che a Dachau non vi erano camere a gas letali (cfr. International Military Tribunal, vol. V, p. 172 ss.; Die Zeit, 19 agosto 1960) e tuttavia alcuni internati tedeschi a Norimberga sotto interrogatorio furono spinti a confessare di aver ucciso molti Ebrei nelle camere a gas. Inoltre, avendo gli Americani affidato il compito di eseguire le autopsie su cadaveri rinvenuti a Dachau (purtroppo non è stato fatto anche ad Aushwitz) a dei medici patologi sotto la direzione del prof. Charles P. Larson, essi stilarono un rapporto scientifico medico/legale secondo cui quasi tutti i defunti erano morti per “cause naturali” legate allo stato di guerra: malnutrizione, freddo, febbre, lavori pesanti e soprattutto tifo… (cfr. J. D. McCallum, Crime Doctor, Washington, Mercer Island, 1978, p. 46 ss.). Il prof. Larson fu elogiato per il suo lavoro di capo-patologo dall’Università del Kansas nel 1980; dopo di ciò egli mise in evidenza il fatto che gli ebrei defunti “erano morti a causa delle condizioni alle quali erano assoggettati e non per uno sterminio di massa e che nei campi di concentramento il 90% moriva  a causa della tubercolosi, che dilagava di baracca in baracca” (cfr. Wichita Eagle, 1° aprile 1980).

Conclusione

Dalle citazioni di Irving e dai documenti da lui portati alla luce appare che vi è stata realmente una deportazione di Ebrei nei campi di concentramento tedeschi, ma non vi è traccia di un piano predeterminato della loro uccisone ed eliminazione  tramite camere a gas o forni crematori. Inoltre gli Ebrei che morirono nei lager furono uccisi dal tifo, dalla tubercolosi, dal freddo, dagli stenti e soprattutto dalle conseguenze dei bombardamenti degli Alleati sulla Germania, che si trovava stremata e alla fame a partire dal 1944.

Norman G. Finkelstein – un ebreo americano, i cui genitori furono deportati in un lager tedesco – fa alcune amare riflessioni (che possiamo far nostre) su quella che egli chiama “la fabbrica dell’olocausto”, definendola una costruzione ideologica di sfruttamento della shoah fatta a posta per interessi materiali, di potere geopolitico ed economico, che è peggiore dell’oblio in quanto vuole sfruttare la sofferenza degli ebrei che realmente furono deportati in campi di lavoro (La fabbrica dell’olocausto, Milano, Bompiani, 2003).

Dopo la “Guerra dei 6 giorni” del 1967, per il Finkelstein, si è utilizzato il dramma della deportazione degli Ebrei nei campi di lavoro, costruendoci sopra il “mito olocaustico”, per giustificare la politica aggressiva di Israele nei confronti dei Palestinesi e degli Egiziani e per spegnere ogni critica nei confronti dello Stato d’Israele.

Secondo Finkelstein “la letteratura sulla soluzione finale fisica degli Ebrei non ha nessun valore scientifico”. Gli studi sull’olocausto son pieni di contraddizioni, frodi e mancano di prove reali, ma Ben Gurion aveva predetto: “Dobbiamo servirci di Hitler per costruire la nostra patria”.  Quindi l’olocausto doveva esistere per far sussistere lo Stato di Israele.

Secondo Peter Novik, un docente universitario ebreo-americano, “gran parte dei decessi di Ebrei nei campi di concentramento germanici si è avuta negli ultimi mesi del conflitto e non sarebbe stata così grande senza la pretesa degli Alleati di una resa senza condizione della Germania” (The Holocaust in American Life, 1999).

Curzio Nitoglia

FINE


NORIMBERGA ‘45 – ‘46: le anomalie del Tribunale di Norimberga:

  1. (Prima parte)
  2. (Seconda parte)
  3. (Terza parte)

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