Solgenitsin e il Ruolo dell’Ebraismo nella Rivoluzione Russa [quinta ed ultima parte]

6624 17.12.1998 Писатель, лауреат Нобелевской премии Александр Солженицын (справа) и виолончелист Мстислав Ростропович (слева) на концерте в честь 80 летия писателя. Юрий Абрамочкин/РИА Новости

Quinta ed ultima parte

IL RISVEGLIO DEL NAZIONALISMO EBRAICO E L’ESODO DEGLI EBREI-RUSSI IN ISRAELE

La politica anti-sionista di Krusciov

Beria nell’immediato dopo-Stalin ristabilì, nel luglio del 1953, le relazioni diplomatiche con Israele e sconfessò totalmente ogni accusa verso i “camici bianchi”, ossia i medici ebrei che avrebbero macchinato contro Stalin. Gli ebrei-sovietici, allora, si rianimarono e pensarono che la tempesta staliniana, che si era abbattuta su di loro fosse passata, ma Beria venne condannato a morte (1953) e Nikita Krusciov († 1971) prese la direzione dell’Urss, dalla quale fu allontanato nel 1964 (cfr. A. Solgenitsin, Due secoli insieme. Ebrei e Russi durante il periodo sovietico, Napoli, Controcorrente, 2007, vol. II, pp. 491-492).

Krusciov già nel marzo del 1954 pose il veto all’apertura, proposta dall’Onu, del Golfo di Suez alla flotta israeliana, poi prese posizioni nettamente filo-arabe ed anti-israeliane (cit., p. 492).

La posizione di Krusciov suscitò una gran tempesta nel mondo intero. Infatti “I comunisti e gli ebrei internazionali cominciarono ad esigere rumorosamente delle spiegazioni da parte dei dirigenti sovietici sulle ragioni per le quali l’Urss non rompeva con la pesante eredità dello stalinismo sulla questione ebraica” (cit., p. 493).

La crisi di Suez (1956)

Nel maggio 1956 (dopo la Crisi del Canale di Suez) il Partito Comunista Francese inviò a Mosca una delegazione per avere delucidazioni sulla situazione degli ebrei in Russia. Nell’agosto del medesimo anno si recò in Urss una delegazione del Partito Comunista Canadese per lo stesso motivo” (cit., pp. 493-494). Krusciov fu abbastanza freddo con loro, ma “alcuni comunisti ebrei internazionali tentarono dall’estero di usare la loro influenza occulta per ottenere spiegazioni sulla sorte dell’élite culturale ebraica” (cit., p. 495). Solgenitsin spiega che “la politica di Krusciov riguardo agli ebrei restava alquanto indefinita, si può supporre che non li amasse troppo, ma che non cercasse nemmeno di combatterli, dati gli inconvenienti che una campagna antiebraica rappresentava sul piano internazionale” (cit., p. 498).

Tuttavia negli anni Sessanta Krusciov “si rese conto improvvisamente che l’economia sovietica era stata sistematicamente depredata da funzionari disonesti. La campagna del 1961 contro il saccheggio della proprietà statale sovietica rivestì un carattere apertamente antisemita” (cit., p. 507). Infatti seguirono numerosi processi in cui vennero condannati per malversazioni molti funzionari ebrei. Allora si mobilitò una campagna mondiale capitanata da Bertrand Russell a favore degli ebrei-russi. “Dopo questi fatti le autorità sovietiche esitarono fortemente a toccare ancora gli ebrei” (cit., p. 509), anche se la campagna antisionista russa conobbe un incremento.

La Guerra dei Sei Giorni (1967)

Con la Guerra dei Sei Giorni (1967) “Il prestigio di Israele raggiunse il suo culmine agli occhi degli ebrei sovietici. Ma il governo sovietico, esasperato dalla vergognosa sconfitta di Nasser, scatenò sùbito una fragorosa campagna diretta contro il ‘giudaismo-sionismo-fascista’; oramai gli ebrei erano quasi tutti considerati sionisti e si arrivò alla nuova rottura delle relazioni diplomatiche con Israele. Nel 1969 gli ebrei che chiedevano di emigrare in Israele erano sempre più numerosi” (cit., p. 517).

Gli ebrei-russi rompono col bolscevismo

Il popolo d’Israele è definito da Solgenitsin come “una Nazione disseminata per il mondo e totalmente unita spiritualmente, che vive al di fuori di tutte le nozioni di Stato e territorialità e che influisce con un vigore ineguagliabile su tutta la storia dell’umanità” (cit., p. 520).

Egli ricorda che “durante gli anni 1950-1980 quando ascoltavo le trasmissioni americane destinate all’Urss, avevo l’impressione che nel nostro Paese non esistesse un’altra questione grave quanto la questione ebraica. […]. Lavorando a questo mio libro mi sono convinto che la questione ebraica non è soltanto stata presente sempre e ovunque nella storia del mondo, ma che si è sempre intrecciata con qualcosa che si congiungeva con ciò che vi è di più universale” (cit., p. 523).

L’Autore scrive di aver capito che l’Urss era sul crinale del fallimento quando gli ebrei iniziarono a lasciarla verso gli inizi del Settanta. Infatti “senza di loro il fanatismo bolscevico fu colto da un’indolenza tutta russa e da un’inerzia tutta brezneviana” (cit., p. 524).

Gli ebrei-sovietici si dissociano dal comunismo russo, ma senza alcun pentimento per quello che avevano fatto, in un ruolo di primo piano, a partire dal 1917 in seno alla Rivoluzione bolscevica. Ciò che stupisce Solgenitsin è il fatto che essi “non vedono dal 1917 altro che una lunga serie di sofferenze patite da loro, senza pensare a ciò che hanno fatto patire ai russi, in quanto caporioni del Partito comunista sovietico e dell’Armata Rossa” (cit., p. 527). Inoltre “non uno solo tra gli scrittori americani, che hanno cercato di spiegare quel che è successo agli ebrei-sovietici sotto Stalin e Krusciov ha mai affrontato il grave tema della loro responsabilità nella Rivoluzione russa e in tutto ciò che essa ha fatto soffrire al popolo russo ” (cit., p. 530).

Le accuse si ritorcono solo sulla Russia

“Rompendo col comunismo russo, gli ebrei non hanno avvertito nella loro anima il minimo moto di pentimento, ma si sono rivoltati con furore contro il popolo russo: sono stati solo i russi ad aver fatto la rivoluzione” (cit., p. 543).

Ma un tempo gli ebrei avevano adulato il bolscevismo e ne erano stati i leader.

L’inizio dell’esodo massiccio in Israele

Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967) iniziò il grande esodo degli ebrei-russi verso Israele. Infatti “la Guerra dei Sei Giorni, con la sua fulminea vittoria, ha dato un impulso irresistibile alla coscienza nazionale degli ebrei sovietici e ha spento in molti di loro la sete dell’assimilazione” (cit., p. 571).

In un certo modo “è stato il potere sovietico ad aver generato il risveglio della coscienza nazionale ebraica, avendo organizzato una gigantesca campagna antisionista ed avendo presentato l’immagine dell’ebreo guerriero e spietato, vincitore di tutti. Questa immagine ha tolto ogni remora agli ebrei-sovietici” (cit., p. 577).

Solgenitsin constata con dolore che nel 67-69 vi fu non solo il risveglio nazionale ebraico, ma la nascita di un sentimento di disprezzo verso la Russia che pur aveva non solo ospitato gli ebrei, ma che aveva dato loro l’eguaglianza ed un posto di privilegio nella Rivoluzione bolscevica e nel Partito comunista. Inoltre “in questi sentimenti degli ebrei-russi non si vedeva nessun pentimento per quello che era successo negli anni Venti” (cit., p. 581) quando gli ebrei erano a capo del movimento rivoluzionario sovietico, che tanto ha fatto soffrire ai russi, se si pensa alla dekulakizzazione leninista (1919-1924) con i suoi circa 15 milioni di morti o ai piani quinquennali staliniani (1932 ss.) che ne hanno prodotti altri 6 milioni all’incirca.

L’Autore nota e fa notare il fatto che se gli ebrei-russi hanno ottenuto dall’autorità sovietica, che era riluttante, il permesso di lasciare l’Urss e di andare in Israele alla fine del Sessanta lo si deve “al potente sostegno internazionale degli ebrei” del mondo intero e specialmente statunitensi (cit., p. 582).

Il governo sovietico il 3 agosto del 1972 pensò di far pagare una tassa agli ebrei-russi che lasciavano il Paese, (il quale li aveva emancipati, elevati socialmente e politicamente e fatti studiare a sue spese) di modo che rendessero all’Urss una parte di ciò che avevano ricevuto. Ma vi fu “una levata di scudi anti-russa planetaria. Durante i 50 anni di governo sovietico, nessuno dei suoi crimini più gravi [circa 20 milioni di morti, ndr] aveva suscitato una protesta mondiale così unanime e violenta. Cinquemila accademici americani firmarono una protesta ufficiale e pubblica. Due terzi dei senatori Usa bloccarono il trattato commerciale con la Russia in preparazione. […]. Il governo sovietico cedette, il piano di tassazione non venne applicato. Bisognava far partire tutti gli ebrei e solo gli ebrei per ottenere la ripresa del trattato commerciale, mentre nessun russo che da 50 anni sognava di fuggire dall’aborrito regime sovietico ha ottenuto questa possibilità e nessuno ha protestato” (cit., p. 584).

La Guerra dello Yom Kippur (1973)

Tuttavia, nel 1973, Israele nella Guerra del Kippur fece una magra figura. Quindi se prima di essa le domande di lasciare la Russia per andare in Israele erano circa 700 mila, nel 1974 scesero a sole 20 mila e la metà degli ebrei non andava più in Israele ma in Europa o in Usa.

Solgenitsin ne deduce che gli “esodati” partivano non per un ideale sionista, ma soprattutto (non unicamente) perché volevano lasciare “una vita sovietica irta di difficoltà per quella più comoda dell’occidente” (cit., p. 592) e quando si accorsero che lo Stato israeliano non era l’occidente opulento si diressero verso l’America.

Inoltre “le motivazioni che spingevano alcuni ebrei-russi ad emigrare erano motivate dal fatto che il potere sovietico aveva ostacolato, con Stalin, il loro avanzamento professionale” (cit., p. 593). Insomma più che andare verso Sion si trattava di scappare dall’Urss, ma perché tale scialuppa di salvezza, si domanda l’Autore, è stata data solo agli ebrei e non pure ai russi, che tanto avevano sofferto sotto il bolscevismo? (cit., pp. 596-597).

Con Gorbaciov nel 1987 gli ebrei hanno ottenuto la libertà totale di espatriare. “Gli ebrei hanno chiuso il ciclo della loro dispersione intorno al Mediterraneo sino all’Europa nord-orientale, poi si sono messi in movimento per ritornare alla terra donde erano partiti. In questo ciclo trapela un disegno sovrumano” (cit., p. 598). Qual è? La conoscenza da parte del mondo intero dell’Antico e del Nuovo Testamento, proprio come l’impero romano aveva preparato le vie all’evangelizzazione dell’orbe.

La Diaspora ebraica

Solgenitsin insegna che non è corretto ritenere che la Diaspora degli ebrei dalla Terra Santa sia iniziata il 70 d. C. con la distruzione del Tempio e di Gerusalemme da parte di Tito. “In quell’epoca un’imponente maggioranza di ebrei viveva già nella dispersione o diaspora al di fuori della Terra Santa. Gli inizi della diaspora ebraica risalgono alla cattività babilonese (586 a. C.). Gli ebrei erano in maggioranza un popolo disperso; la Palestina era solo il loro centro culturale e religioso” (cit., p. 599). Anche oggi su oltre 30 milioni di ebrei viventi, solo 5 milioni si trovano in Israele, 6 milioni in Usa e il resto nelle varie Nazioni del mondo intero.

Se si leggono i manuali di storia biblica si evince l’esattezza dell’asserto di Solgenitsin. Per esempio, monsignor Francesco Spadafora scrive: “La Diaspora è l’irraggiamento per tutto il mondo allora conosciuto dei membri di Israele. Il termine greco Diaspora significa dispersione. Gruppi di emigranti Giudei dalla Palestina si produssero già al V sec. a. C. e la Diaspora servì a preparare le vie alla diffusione del Cristianesimo. Infatti ellenisti pagani prendevano contatto, tramite i giudei delle Diaspora, con la nozione e la Rivelazione del vero Dio. La prima predicazione di Pietro nel dì di Pentecoste non fu soltanto una mirabile pesca locale, ma per la presenza di molti Giudei della Diaspora, che ripartirono da Gerusalemme per i loro Paesi, il Vangelo ebbe un’eco fruttuosa in tutto l’impero” (Dizionario Biblico, Roma, Studium, III ed., 1963, pp. 162-1641).

Solgenitsin, citando M. Gerschenson [I destini del popolo ebreo, Tel Aviv, 1981], continua: “Gli ebrei si adattavano bene nei Paesi stranieri. […]. La Diaspora è stata una dispersione liberamente accettata, anche per assicurarsi una vita più facile. Inoltre nella Diaspora gli ebrei non si sono mescolati con i popoli ospitanti, anzi se ne sono preservati” (cit., pp. 600-603).

Sino al XVIII secolo gli ebrei non hanno mai voluto sentir parlare di assimilazione; con Napoleone essi ottennero l’eguaglianza e iniziarono ad assimilarsi. Il comunismo, con Marx e Lenin, ha “visto la soluzione del problema ebraico in un’assimilazione totale degli ebrei nel Paese in cui risiedono” (cit., p. 605). Ma con la nascita del sionismo e la creazione dello Stato d’Israele gli ebrei iniziarono a tornare a quella che ritengono la loro Patria e pian piano il fenomeno dell’assimilazione scemò, come è successo anche in Urss.

d. Curzio Nitoglia

FINE

1Cfr. anche G. Ricciotti, Storia d’Israele, II vol., 2a ed., Torino, 1935, pp. 230-247.

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