Solgenitsin e il Ruolo dell’Ebraismo nella Rivoluzione Russa [4]

6624 17.12.1998 Писатель, лауреат Нобелевской премии Александр Солженицын (справа) и виолончелист Мстислав Ростропович (слева) на концерте в честь 80 летия писателя. Юрий Абрамочкин/РИА Новости

Quarta parte

DAGLI ANNI TRENTA ALLA MORTE DI STALIN

In questo quarto articolo studieremo tre temi specifici: 1°) lo splendore dell’ebraismo in Urss negli anni Trenta, favorito dai rapporti tra l’alta finanza occidentale e il bolscevismo; 2°) l’apogeo dell’ebraismo in Unione Sovietica, la quale combatte contro Hitler dal 1939 al 1945; 3°) la caduta in disgrazia degli ebrei-russi, a causa del loro filo-sionismo, dal primo dopoguerra sino alla morte di Stalin (1953).

1°) Il bolscevismo, l’ebraismo e l’alta finanza negli anni Trenta

Gli anni Trenta in Urss furono contraddistinti dallo sforzo di industrializzazione del Paese che era restato sostanzialmente legato all’agricoltura. Tale sforzo riuscì soprattutto grazie alla decimazione dei contadini (“kulaki”) sottoposti a vessazioni di ogni genere e ad enormi sacrifici umani, ma soprattutto grazie all’apporto economico dato all’Urss dall’alta finanza apolide occidentale.

“Il successo dei primi due piani quinquennali1 fu dovuto specialmente alle abbondanti consegne di materiale, di un’attrezzatura di punta e della collaborazione di esperti tecnici industriali, che la Russia non aveva. Orbene, tutto questo affluì dai Paesi super-capitalisti dell’occidente e in primo luogo dagli Stati Uniti” (A. Solgenitsin, Due secoli insieme. Ebrei e Russi durante il periodo sovietico, Napoli, Controcorrente, 2007, vol. II, p. 331)2.

Certamente l’alta finanza occidentale non dette soldi gratis a Stalin, ma “i sovietici pagavano profumatamente in natura: in minerali e in materie prime. Queste transazioni si facevano sotto l’egida dei magnati della finanza internazionale, di Wall Street in particolare” (ivi).

Sembrerebbe un paradosso, ma Solgenitsin chiarisce l’apparente contraddizione di un’alleanza tra il super-capitalismo e il comunismo: “Non abbiamo letto in Marx che i capitalisti sono i nemici giurati del socialismo? Ebbene niente affatto! Ufficialmente e sul piano diplomatico, in Urss, non vi era il riconoscimento di tale accordo, ma in pratica gli uomini d’affari americani erano interessati all’estensione dei legami economici con l’Urss” (cit., p. 332).

Solgenitsin, cita lo storico americano A. Sutton autore di un libro del 1982 su Wall Street e la Rivoluzione bolscevica, che vede la conciliabilità dei due sistemi (comunista e liberista) sulla base della globalizzazione del mondo. Infatti “la Rivoluzione comunista produce un potere finanziario centralizzato che rende i mercati facilmente controllabili dall’alta finanza. Inoltre i banchieri apolidi e i comunisti hanno una piattaforme comune, l’internazionalismo o il mondialismo” (cit., p. 332).

Solgenitsin nota anche come il fattore ebraico abbia giocato a favore dei finanziamenti alla Russia bolscevica. Infatti: “I finanzieri americani hanno sempre rifiutato di prestare denaro alla Russia zarista, col pretesto delle vessazioni che vi subivano gli ebrei. Quindi all’inizio degli anni Trenta, il minimo sospetto di persecuzioni contro gli ebrei dell’Urss avrebbe distolto l’impero Rockfeller da ogni mira sul mercato sovietico e l’avrebbe dissuaso dall’aiutare i bolscevichi” (cit., p. 333), ma siccome la Russia bolscevica aiutava gli ebrei l’alta finanza liberista fu molto generosa con l’Urss.

Nel 1936, in occasione dell’VIII Congresso dei Soviet dell’Urss, Molotov, su ordine di Stalin, pronunciò la seguente tirata: “I nostri sentimenti fraterni nei confronti del popolo ebreo derivano dal fatto che questo popolo ha dato alla luce il genio che ha concepito l’idea della liberazione comunista dell’umanità, Karl Marx” (cit., p. 334). Quest’alleanza idilliaca è durata sino al 1939, anno in cui ha toccato il suo apogeo, poi è venuta scemando sino a guastarsi completamente nel 1946, quando le simpatie eccessive degli ebrei-russi per il sionismo esacerbarono l’animo di Stalin, che cominciò a vedere in essi dei potenziali alleati degli Usa piuttosto che dei figli dell’Urss.

2°) 1939-1945 l’apogeo dell’ebraismo in Urss in guerra con Hitler

«L’Enciclopedia giudaica traccia il bilancio: “è alla fine degli anni Trenta che il ruolo degli ebrei nelle differenti sfere della vita della società sovietica ha raggiunto il suo apogeo”» (cit., p. 388).

Stalin aveva capito molto bene, dopo il 1935, che era assai pericoloso seguire l’esempio della Germania di Hitler come nemica degli ebrei. Tuttavia “una certa animosità contro di loro doveva da sempre dimorare nel suo cuore (le Memorie di sua figlia lo confermano), anche se egli non lo lasciava trasparire. Conducendo la sua lotta frontale conto i trotskisti non trascurava di ridurre l’influenza preponderante degli ebrei nel Partito comunista” (ivi).

Con l’avvicinarsi della guerra russo-germanica (1941-1945) e sin dall’invasione tedesca della Polonia (1° settembre 1939) “il moto di simpatia degli ebrei europei per l’Urss conobbe un notevole incremento. Trotskij lo spiegava come un sostegno contro l’aggressivo antisemitismo tedesco e non come un interesse per il marxismo bolscevico. Nel settembre del 1939 centinaia di migliaia di ebrei polacchi sono fuggiti davanti all’offensiva dell’esercito tedesco, tentando di raggiungere ad est il territorio polacco occupato dall’Armata Rossa. […]. Si valuta che circa 300 mila ebrei polacchi passarono dalla Polonia occidentale a quella orientale” (cit., pp. 390-391).

Nel gennaio del 1939 si contavano in Russia 3 milioni di ebrei, con l’inizio della Seconda Guerra mondiale questo numero crebbe di altri 2 milioni.

3°) 1945-1953 la caduta in disgrazia degli ebrei a causa del loro filo-sionismo

Il 15 maggio del 1948 nacque lo Stato d’Israele con l’approvazione di Stalin, il quale, quando i sionisti entrarono in conflitto con l’Inghilterra (1946-1947), si schierò con essi e fu uno dei primi leader a riconoscere lo Stato d’Israele. “Ma Stalin non aveva previsto che questa politica avrebbe considerevolmente stimolato la coscienza nazionale degli ebrei-russi” (cit., p. 474).

Gli ebrei-russi dopo il 1948 volevano lasciare la Russia per andare in Palestina e renderla totalmente “lo Stato d’Israele”, che a partire dalla sua nascita dimostrava una crescente simpatia per gli Usa. Quindi “Stalin, a partire dalla fine del 1948 e per tutto il tempo che gli restava da vivere, cambiò bruscamente politica nei loro riguardi” (cit., p. 475).

Il 21 settembre del 1948 il dittatore sovietico fece pubblicare sulla Pravda un articolo in cui si diceva che “gli ebrei non sono una Nazione, ma sono destinati all’assimilazione3. In questo inizio di guerra fredda la discriminazione di cui erano vittime gli ebrei-russi divenne uno dei principali argomenti utilizzati in occidente contro l’Urss” (cit., p. 476).

Stalin notò che il “Comitato Antifascista Ebraico” (CAE) “invece di guidare l’offensiva contro la propaganda imperialista americana e quella sionista, restava sulla linea dei sionisti borghesi, difendendo l’idea reazionaria di una sola ed unica Nazione ebraica in Palestina” (cit., p. 477); il destino degli ebrei-russi iniziava a scricchiolare.

“Lo smantellamento del CAE fu realizzato per tappe successive. Alla fine del 1948, i suoi locali furono sigillati e nel 1949 i suoi dirigenti vennero arrestati” (cit., p. 478). “Tra il 1948 e il 1953 gli ebrei furono massicciamente buttati fuori dalle sfere superiori del Partito bolscevico” (cit., p. 482).

Nel 1950 Stalin, che normalmente amava avanzare lentamente e a passi felpati, allentò la corda, ma “L’istruttoria giudiziaria dell’affare CAE riprese nel gennaio del 1952. Gli imputati vennero accusati di collisione con le organizzazioni nazionaliste ebraiche d’America. […]. A partire dall’autunno del 1952 Stalin avanzò a volto scoperto: nell’ottobre del 1952 si parlava già di repressioni di massa tra gli ebrei-sovietici” (cit., pp. 485-486).

Nel medesimo tempo montò “l’affare dei medici ebrei” accusati di pratiche criminali contro i dirigenti comunisti russi (ivi). “La causa di quest’affare fu la psicosi di Stalin, la sua paura del complotto, la sua diffidenza verso i medici, soprattutto quando il suo stato di salute peggiorò. Si arrestarono molti eminenti medici per piccoli gruppi a partire dal settembre 1952” (cit., p. 478).

Il 1952 fu l’anno della campagna contro i cosmopoliti (leggi ebrei) e contro i medici ebrei. Iniziò a circolare la voce secondo cui “Stalin progettava di deportare massicciamente gli ebrei in remote regioni della Siberia. In uno studio recente G. Kostytchenko [La
politica segreta di Stalin: il potere e l’antisemitismo
,
Mosca, 2001], grande specialista della politica ebraica di Stalin, confuta con argomenti molto solidi questo mito della deportazione, mostrando che nessun fatto dell’epoca, né successivo lo conferma” (cit., p. 489).

Tuttavia, nonostante tutto ciò, Solgenitsin cita un’opera pubblicata di N. Shapiro a Londra nel 1969 [Parola
di un ebreo sovietico normale
], in cui si legge: “Malgrado il carattere apertamente antisemita dell’ultimo periodo staliniano molti ebrei pregavano che Stalin restasse in vita perché l’esperienza aveva dimostrato che ogni indebolimento del potere significava un massacro degli ebrei” (cit., p. 489).

Infine il 9 febbraio 1953 esplose una bomba presso l’ambasciata sovietica a Tel Aviv e l’11 febbraio l’Urss ruppe le sue relazioni diplomatiche con Israele (cit., p. 489).

Conclusione

“Qui Stalin commise un passo falso, forse il primo della sua carriera. Non comprese che gli sviluppi di questo affare potevano costituire un pericolo per lui, lui che si credeva al sicuro nel suo inaccessibile Olimpo. L’esplosione di indignazione nel mondo coincise con energiche azioni all’interno della Russia condotte da forze di cui si può supporre che avessero deciso di farla finita con Stalin. È possibilissimo che questo sia accaduto con il concorso di Beria4. Dopo il comunicato ufficiale sull’affare dei medici Stalin visse ancora 51 giorni. La morte di Stalin fu avvertita dagli ebrei-sovietici come un rinnovamento del miracolo del Purim. Infatti Stalin morì il giorno della festa del Purim, data in cui Ester salvò gli ebrei della Persia dal massacro ordinato da Aman. Il 3 aprile tutti quelli che erano sopravvissuti al loro arresto nel quadro dell’affare dei medici furono scarcerati. Non era la prima volta che gli ebrei rimettevano la storia in movimento” (p. 490).

Il prossimo articolo verterà sull’epoca che va dal 1953 sino alla “Guerra dei Sei Giorni”.

d. Curzio Nitoglia

CONTINUA

1I piani stabiliti da Stalin erano chiamati “quinquennali” perché duravano 5 anni ciascuno. Essi servivano per favorire lo sviluppo industriale di alcuni settori dell’economia nazionale russa. Una volta stabilito un piano quinquennale, esso doveva essere terminato in 5 anni esatti anche a costo della morte di milioni di uomini deportati e costretti a lavorare come schiavi nei Gulag, che vennero istituiti già nel 1919 sotto Lenin, ma ebbero un enorme sviluppo con Stalin (1924-1953) e continuarono a funzionare su vasta scala anche con i suoi successori; furono aboliti solo nel 1985 da Gorbaciov.

2Cfr. O. Nardi, Il Vitello d’oro, Milano, 1989; Id., Gnosi e Rivoluzione, Milano, 1991; J. Lombard, La cara oculta de la historia moderna, Madrid, 1979, 4 volumi; Verminjon, Le forze occulte che manovrano il mondo, Roma, 1970; J. Bordiot, Le pouvoir occulte fourrier du communisme, Chiré-en-Montreuil, 1976; Id., Une main cachée dirige…, Parigi, 1974; L. de Poncins, Histoire du communisme, Chiré-en-Monteruil, 1973; P. Virion, Bientot un gouvernement mondial?, Parigi, 1967; Id., Il potere mondiale e la contro-chiesa, Napoli, 2004; P. F de Villemarest, Les sources financieres du communisme, Cierrey, 1979; Ch. Levinson, Vodka Cola, Firenze, 1978.

3Cfr. J. Lémann, Napoleon Ier et les Israelites, Parigi, Avallon, 1988.

4Fu l’organizzatore dei Gulag e venne processato e fucilato dopo la morte di Stalin nel 1953.

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