IL LEGAME INSCINDIBILE TRA LA SHOAH E IL VATICANO II ~ Dal ‘caso Williamson’ (2009) all’accordo olocaustico/modernista (2017)

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I

LA NEO-RELIGIONE OLOCAUSTICA/MODERNISTA

Abraham H. Foxman (direttore dell’Anti Defamation League of B’naiB’rith) ha detto: “l’olocausto non è semplicemente un esempio di genocidio, ma un attacco quasi riuscito alla vita dei figli eletti di Dio, e perciò a Dio stesso1.

Per il giudaismo talmudico la shoah ha una valenza religiosa poiché Israele è il “dio” dell’umanità e Gesù un impostore. Perciò il cristiano non può non interessarsi di questo falso “dogma” (nascondendosi dietro la scusa che è solo una questione storica di cui la Chiesa non si occupa…), il quale distruggerebbe la Fede del Vangelo. Rifiutarsi di farlo significherebbe rinnegare implicitamente l’unicità dell’Olocausto di Cristo unico Redentore dell’umanità intera.

La teologia cattolica insegna che il giudaismo è responsabile della morte del Verbo Incarnato, vero Dio e vero uomo. Tutti i Padri della Chiesa (Tradizione) fondandosi sulla S. Scrittura e sul Magistero che è l’interprete ufficiale delle due fonti (Tradizione e Scrittura) della divina Rivelazione (cfr. Pio XI, Mitbrennender Sorge, 1937) lo asseriscono2.

Il neo-modernismo, a partire dalla Dichiarazione Nostra aetate (1965) ha cercato di negare la dottrina del deicidio, contenuta nella Scrittura e nella Tradizione (Rivelazione divina) ed insegnata dal Magistero tradizionale della Chiesa (ufficio della retta interpretazione della Rivelazione divina).

Il cattolico che vuol conservare la Fede integra e pura, senza la quale è impossibile piacere a Dio (S. Paolo, Rom., X, 9), non può aderire per il principio per sé noto di non-contraddizione, assieme e sotto lo stesso rapporto, a Nostra aetatee alla Rivelazione divina, contenuta nella S. Scrittura e nella Tradizione, interpretate dal Magistero tradizionale.

La Rivelazione, la Fede, la Dottrina cattolica o la si accetta integralmente come è ed allora essa apre la via al Cielo se è accompagnata dalle Buone Opere o dalla Carità soprannaturale, oppure, anche se si nega un solo Articolo o Verità di Fede, la si rigetta per intero, ed allora si imbocca la strada per l’Inferno, poiché “senza Fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6).

Infatti o Gesù è vero Dio e vero uomo e quindi il giudaismo rabbinico è colpevole di deicidio, oppure Israele è Dio e quindi ogni attentato contro esso e i suoi appartenenti è deicida e la nuova religione è quella della shoah. Tertium non datur. Non può esser vera la terza tesi del “giudeo-cristianesimo”, che è la “quadratura del cerchio”, secondo cui Gesù si è detto Dio, Israele lo è realmente e la shoah è il “Male assoluto”, altra contraddictio in terminis perché il male è privazione di bene e non è un assoluto.

Quando Benedetto XVI nel 2009 ha detto che per esercitare il sacerdozio e l’episcopato nella Chiesa occorre credere alla shoah (cfr. il “caso Williamson”) non solo ha commesso un grave abuso di potere, ma ha imboccato in maniera ancor più radicale la falsa strada del giudaismo talmudico, che divinizza Israele e nega implicitamente la divinità di Cristo.

L’ambiente cattolico tradizionalista non ha voluto capire la portata anti-cristica del “caso Williamson” (a prescindere dalla persona del vescovo in questione) rifiutandosi di valutareunicamente la dottrina che soggiace ad esso. Non bisogna farne una questione personale ma dottrinale:“Chi non è con Me è contro di Me” (Mt., XII, 30). Ora senza Gesù Cristo non si entra nel Regno dei Cieli3.

Vaticano II alla luce della shoah
secondo Ben Horim

Anche secondo l’ex ministro presso l’Ambasciata d’Israele in Italia, incaricato dei rapporti con la S. Sede dal 1980 al 1986, Nathan Ben Horim (Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani, Padova, Messaggero, 2011), il nuovo rapporto tra giudaismo e cristianesimo è dovuto «a tre eventi: la shoah4, la nascita dello Stato d’Israele e il concilio Vaticano II» (ibidem, p. 11).

Infatti la shoah imporrebbe riflessioni storiche, politiche e morali di enorme portata, alle quali nessuno – nemmeno la Chiesa – potrebbe sottrarsi. Dalla shoah (1942-45), passando per Norimberga (1946), è nato lo Stato d’Israele (1948), che ha soprattutto un significato etnico ed anche normativo-religioso per l’ebraismo. Da queste riflessioni storiche, morali, politiche, etnico-religiose (dacché il giudaismo è un popolo o stirpe che si riconosce in una certa pratica etica o religiosità5) è nato il Concilio Vaticano II (1962-65), che «segna una svolta epocale nella storia della Chiesa cattolica6. […] Uno dei mutamenti più significativi del Concilio ha riguardato il rapporto con gli ebrei, […] “che rimangono ancora carissimi a Dio”» (ivi).

Il diplomatico israeliano ammette che «il cambiamento, nella visione cristiana degli ebrei, non sarebbe mai avvenuto se non ci fossero state la shoah, Norimberga e la nascita dello Stato d’Israele» (ibidem, p. 12). Egli definisce il giudaismo col trinomio “Torah, Popolo, Terra” (ib., p. 107).

Il problema del Concilio è sostanzialmente legato alla giudaizzazione del cristianesimo (Nostra aetate, 28 ottobre 1965) ed è indissolubilmente legato a quello della shoah. Chi non vuole ammetterlo o è incapace di vedere la realtà o non vuole ammetterla, poiché non gli fa comodo.

Il giudaismo talmudico vuole
la capitolazione della FSSPX

Il 16 settembre 2011 – secondo il rabbino Levi Brackman – alcuni gruppi ebraici specialmente statunitensi (Abraham Foxman Direttore dell’ADL del B’naiB’rith e il rabbino David Rosen dell’American Jewish Committee) “hanno espresso la loro preoccupazione che il Vaticano potrebbe rimettere in discussione 40 anni di progressi nelle relazioni ebraico-cattoliche”7. Essi quindi avvertono che Nostra aetate, 4 e Lumen gentium, 16 (“i doni di Dio [Antica Alleanza] sono irrevocabili”) “non possono essere messi in discussione e lasciati al libero dibattito”. Se così non fosse il dialogo ebraico-cristiano cesserebbe.

Spero che da parte del mondo legato alla Tradizione non si voglia capitolare su tutto basandosi sull’illusione che il liberalismo aperturista di Francesco I conceda loro tutto senza chieder nulla. Tuttavia la premessa pro-shoah del 2009 lascia qualche perplessità, poiché shoah, sionismo e Nostra aetate fanno un tutt’uno. Parvus error in principio magnus est in fine.

È per questo motivo che il “caso Williamson” è di capitale importanza (in sé e non per la persona in questione) e la sua espulsione dalla FSSPX non può non portare all’accettazione del Concilio Vaticano II e alla subordinazione nei confronti degli “Ebrei nostri fratelli maggiori nella Fede di Abramo” (Giovanni Paolo II, 13 aprile 1986, Discorso al Tempio maggiore di Roma).


II

IL CASO KRAH-WILLIAMSON-NAHRATH 2010

Verso la metà del novembre 2010 mons. Richard Williamson accusato di “negazionismo” decide di farsi difendere dall’avvocato Wolfram Nahrath. Quindi chiede al suo primo difensore, avv. MatthiasLossmann, se vuole difenderlo assieme a Nahrath. Lossman rifiuta e mons. Williamson gli ritira l’incarico.

L’amministratore generale della FSSPX MaximilienKrah e il sionismo

1°) L’avv. Lossmann (ricusato da mons. Williamson) era stato scelto nel 2009 da Maximilien Krah (l’economo generale della FSSPX) per difendere mons. Williamson. Ma chi è realmente Krah? Egli, oggettivamente (il cuore o le intenzioni soggettive li scruta solo Dio e a Lui lascio il giudizio), aveva partecipato alla campagna stampa contro mons. Williamson, scoppiata il 20 gennaio del 2009, tramite interviste rilasciate alla rivista radical-socialista DerSpiegeldi orientamento politico molto simile al settimanale italiano “L’Espresso” dell’ingegner Carlo De Benedetti.

2°) Krah ha partecipato (“contra factum non valet argumenum”) nel settembre 2010 a New York, assieme a vecchi allievi dell’Università di Tel Aviv, ad una colletta per aiutare gli studenti ebrei della diaspora a raggiungere lo Stato d’Israele per essere formati presso l’Università sionista di Tel Aviv; si possono vedere le foto di Krah e compagni, qualificati come israeliti8.

5°) La risposta di Krah ai commenti succitati è venuta alla fine del dicembre 2010, pubblicata sul sito Ignis Ardens9. Essa è abbastanza illuminante e sconcertante. Sconcertante poiché oggettivamente minacciosa: “adesso conosco coloro che mi hanno calunniato evedranno”. Illuminante a) in quanto, se fosse stato veramente calunniato, Krah avrebbe potuto rispondere per chiarire o avrebbe potuto far ricorso alla magistratura per ottenere giustizia, come era suo diritto, e non alle minacce per intimorire (“vi conosco, vedrete”); b) poiché Krah ammette: «a settembre ho ricevuto un invito spontaneo da un amico avvocato per questa serata molto piacevole alla Galleria Witzenhausen, dove ho incontrato persone fantastiche provenienti da Israele, Stati Uniti (entrambe ebree e non), e alcuni europei che si trovano a New York. Era un regolare incontro annuale. E, naturalmente, c’è stato un gala per beneficenza. Così è stato»; c) infine poiché Krah non smentisce la raccolta fondi per l’università di Tel Aviv, che non è un semplice “chiacchierare” con ebrei, cosa del tutto lecita. Non è importante se l’avv. Krah sia di origine israelita, quel che conta è la Fede non l’etnia. Krah si professa cattolico tradizionalista però l’attività filo-sionista, svolta da Krah, è un’azione lecita e legale in sé, ma difficilmente conciliabile, moralmente e dogmaticamente, con la professione della Fede cattolica tradizionale e pre-conciliare. Questo è il punto oggettivamente rilevante di questa faccenda. Infatti San Pio X (il Santo protettore dei “tradizionalisti”) nel 1904 rispose a Teodoro Herzl (il fondatore del sionismo, 1896), che gli aveva chiesto di riconoscere il movimento sionista e l’eventuale futuro Stato di Israele: «Sino a che Israele non riconoscerà Cristo come Messia e Dio, la Chiesa non potrà riconoscere il sionismo e Israele». Quindi oggettivamente tra cattolicesimo e sionismo vi è incompatibilità e la “doppia appartenenza” non è lecita.

Attualità del
‘caso Krah/Williamson’

Dopo il processo del 4 luglio 2011 a mons. Williamson in Germania, Maximilien Krah ha rilasciato un’intervista oggettivamente denigratoria ed oltraggiosa contro il Vescovo britannico. «Monsignor Richard Williamson ha un profondo problema di sconnessione dalla realtà, ogni due anni, con bella regolarità, crede nella fine del mondo. […]. Penso che si potrebbe definirlo un tipo balzano [bizzarro, strampalato]». 10

Purtroppo nessuno è intervenuto, non dico per difendere mons. Williamson, allora Vescovo della FSSPX dalle calunnie dell’Economo generale della medesima FSSPX, ma neppure per pacificare gli animi ed invitare ad una maggiore educazione nell’uso dei termini impiegati contro di lui e questo sarebbe stato il dovere del Superiore generale della FSSPX.


III

L’ESPULSIONE DI MONS. WILLIAMSON

Nel 2012 monsignor Richard Williamson è stato espulso dalla Fraternità San Pio X, perché “da diversi anni aveva preso le distanze dalla direzione e dal governo della Fraternità” (Comunicato della Casa Generalizia, Menzingen 24 ottobre 2012).

In realtà è la direzione della Fraternità che da diversi anni – e specialmente dal 2009 – ha preso una posizione pericolosa di dialogo azzardato (che è diventato sempre più esplicito a partire dal Pontificato di papa Bergoglio) e di eccessiva apertura verso le novità del Concilio Vaticano II nonché di accettazione della shoah quale condizione richiesta da Benedetto XVI per essere considerati in piena comunione ecclesiale. È soprattutto l’opposizione a questi cedimenti che viene rimproverata a monsignor Williamson, mascherata sotto l’aspetto disciplinare.

L’espulsione di monsignor Williamson non poteva non far temere, con una seria probabilità, che le trattative riprese con Benedetto XVI (e poi continuate con Francesco I) – accettando, tacitamente o praticamente, la sua ermeneutica della continuità tra Tradizione apostolica e Concilio Vaticano II – portassero all’accordo pratico con l’ultra-modernismo.


IV

DUE LIVELLI D’INCONTRO PRECEDONO L’ACCORDO: IL DIALOGO “DIPLOMATICO” E QUELLO “DOTTRINALE”

Padre Michel Lelong Nel dicembre del 2011 ha scritto un libro intitolato Pour la nécessaire réconciliation. Le Groupe de Réflexion Entre Catholiques (GREC), Nouvelles Editions Latines, Parigi11.

P. Lelong narra la storia dei dialoghi del “Groupe de Réflexion Entre Catholiques; Gruppo di Riflessione Tra Cattolici” (‘GREC’); dialoghi che definisce “discreti, ma non segreti” (p. 29) con alcuni membri della dirigenza della FSSPX in vista di un accordo pieno tra la medesima Fraternità san Pio X e il Vaticano, dopo avere accettato l’interpretazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione o l’“ermeneutica della continuità” ed aver ricevuto la liberalizzazione della Messa tradizionale, la remissione della scomunica e la piena sistemazione canonica.

Padre Lelong si definisce un amante della Liturgia tradizionale (p. 25) e allo stesso tempo del Concilio Vaticano II, specialmente delle relazioni interreligiose promosse da Nostra aetate, la “Dichiarazione sui rapporti tra Chiesa cattolica e le religioni non cristiane” (p. 17), ma anche di Gaudium et spes, di Unitatis redintegratio, di Dignitatis humanaee Sacrosantum Concilium (pp. 75-82), tutte – secondo lui – perfettamente leggibili alla luce della Tradizione. Egli, assieme ai capifila tradizionalisti riuniti nel ‘GREC’, ha cercato di portare avanti un dialogo caritatevole e diplomatico più che dottrinale (pp. 21-22) per giungere ad un accordo sulla conciliabilità tra Vaticano II e Tradizione.

Uno degli ispiratori del ‘GREC’ è stato l’ex ambasciatore di Francia in Italia, dr. Gilbert Pérol (†1995), che dal 1963 al 1967, aveva già esercitato importanti funzioni all’Eliseo a fianco del Presidente Charles de Gaulle, poi era stato nominato ‘Segretario Generale’ del Ministero degli Affari Esteri ed infine ambasciatore a Tunisi, a Tokio e quindi a Roma dal 1988 al 1991 (p. 17 e 24).

L’ambasciatore francese pensava, come p. Lelong, che alcuni testi del Concilio Vaticano II fossero buoni in sé, però erano stati male interpretati, in maniera discutibile e non corretta, dai progressisti (p. 18). Quindi per giungere ad “una necessaria riconciliazione” con i tradizionalisti, occorreva interpretarli alla luce della Tradizione o secondo “l’ermeneutica della continuità”, restando fedeli, nel medesimo tempo, alla Liturgia tradizionale (p. 18).

L’ambasciatore francese, partendo dal punto fermo ed imprescindibile che il Concilio non può essere rigettato in blocco (p. 22), che la sua applicazione è stata non corretta, soprattutto in materia di Liturgia (p. 22), sin dal 1988 (anno delle consacrazioni dei quattro vescovi da parte di mons. Lefebvre e del suo proprio arrivo a Roma in qualità di neo ambasciatore), si prodigò per ricomporre la frattura innanzitutto frequentando discretamente il Priorato di Albano Laziale ed infine nel 1995, poco tempo prima di morire, scrivendo un testo che ha influenzato la nascita del ‘GREC’ e quindi gli incontri “discretiin dialogo caritatevole e diplomatico più che dottrinale (pp. 21-22) con la dirigenza della FSSPX (p. 29), da cui dieci anni dopo, grazie a Benedetto XVI e il suo “cavallo di battaglia” sulla “ermeneutica della continuità e non della rottura” riguardo al Concilio, è scaturita – secondo p. Lelong – la concessione del Motu proprio del 2007 (p. 49), poi la remissione delle scomuniche ai quattro Vescovi consacrati da Sua Eccellenza mons. Marcel Lefebvre nel 1988 e quindi i colloqui dottrinali pubblici” tra il Vaticano e la FSSPX (pp. 50-52).

L’opera del dr. Gilbert Pérol dopo la sua morte è stata portata avanti da sua moglie, la signora Huguette Pérol, autrice di due libri sulla questione attualmente dibattuta.

Padre Lelong narra di aver fatto la conoscenza di alcuni capifila della FSSPX a partire dal 1996. Innanzi tutto don Emmanuel du Chalard nel Priorato di Albano Laziale (p. 24), il quale «non ha mai cessato di portare il suo sostegno tanto discreto quanto prezioso al ‘GREC’» (p. 24) e nel 1997 con don Alain Lorans, ex Direttore del Seminario di Écône, poi dell’Istituto Universitario San Pio X di Parigi e quindi Direttore dell’Agenzia stampa ufficiale della FSSPX “DICI” (p. 24). Solo allora nacque formalmente il ‘GREC’. Gli incontri avvenivano presso l’abitazione della signora Huguette Pérol a rue de Rome in Parigi; ad essi prendevano parte soprattutto la signora Pérol, p. Lelong, don Lorans, che ne rendeva conto al Superiore generale della FSSPX (p. 29), e p. Olivier de La Brosse, un domenicano divenuto in seguito il portavoce ufficiale della Conferenza Episcopale Francese (p. 24 e 25).

Il libro è interessante perché distingue due gradi di incontri o dibattiti tra i tradizionalisti e il Vaticano: 1°) il livello “discreto, non totalmente segreto e diplomatico”, aperto ad accettare l’ermeneutica della continuità tra Tradizione apostolica e Concilio Vaticano II, livello che sembra considerato di valore reale per il Vaticano e la dirigenza della FSSPX (1997-2001); 2°) il livello pubblico, teologico e dottrinale (2000-2010), che si mostra restio ad accettare l’ermeneutica della continuità, insistendo dottrinalmente piuttosto sui punti di rottura tra Concilio e Tradizione, ma che sembra essere considerato di scarso valore, quasi “polvere per gli occhi”dei fedeli e sacerdoti tradizionalisti.

Il libro ci aiuta a capire come si sia potuti arrivare, già nel 2001, alla dichiarazione dell’attuale Superiore generale della FSSPX secondo cui: “il Concilio Vaticano II è accettabile al 95%” (cfr. ‘DICI’, n. ° 8, 18 maggio 2001)12. Dichiarazione che incontrò l’opposizione immediata di mons. Richard Williamson dagli Usa in un fascicolo del Bollettino americano della FSSPX, “Lettera agli amici e benefattori”, in cui definiva “i contatti con Roma” (“contacts with Rome”) “un tradimento”, ponendovi – per il momento – una pietra tombale infine ad Albano Laziale nella riunione del “Distretto italiano della FSSPX” del 26 aprile 2002.

L’infausta formula “Vaticano II accettabile al 95%” passata per un decennio sotto un imbarazzato silenzio è stata rilanciata nel settembre-ottobre del 2012 in concomitanza con l’espulsione dalla FSSPX di mons. Williamson, che era divenuto un ostacolo troppo grande per gli accordi “diplomatici”, come aveva detto il card. Castrillon Hoyos l’11 maggio 2001 in Germania ai sacerdoti della Fraternità S. Pietro.

A partire dai colloqui “discreti, ma non segreti”, tenuti in maniera caritatevole e diplomatica più che dottrinale (pp. 21-22), si è giunti alla prossimità del cedimento totale.

Si resta sorpresi e illuminati sugli incontri “discreti”, caritatevoli e diplomatici più che dottrinali (pp. 21-22), fatti alla luce della “ermeneutica della continuità”, che – secondo p. Lelong – hanno portato tra il 2001 e il 2012 alla quasi completa riconciliazione tra la FSSPX ed il Vaticano, ritardata dal “caso Williamson” del 2008 (cfr. p. Lelong, cit., p.120) e giunta con Francesco I alla piena comunione.


V

L’ACCORDO COMPIUTO

Il 17 gennaio (il giorno dedicato al “dialogo ebraico/cristiano”) del 2107 mons. Bernard Fellay ha incontrato Francesco I a Santa Marta. Il 29 gennaio (due giorni dopo la liberazione di Aushwitz da parte dell’Armata Rossa, 27. I. 1945) “Tradinew” di “TV et Liberté” ha diffuso un’intervista di mons. Fellay (vedi video sottostante, in francese: trascrizione del testo tradotto in italiano a questo link)  in cui parla del suo ultimo colloquio con papa Bergoglio e dice che al compimento dell’accordo “manca solo il timbro” e “il rispetto degli impegni presi”. Sembra di rivivere l’8 settembre del 1943 con Badoglio, Vittorio Emanuele III e gli “Alleati” che ci bombardarono ad armistizio firmato…


(trascrizione del testo tradotto in italiano a questo link)


La data dell’accordo pen-ultimato tra FSSPX e Francesco I non è casuale. Infatti il mondo ebraico non pago dell’espulsione di mons. Williamson e dell’accettazione della shoah da parte della FSSPX ha chiesto un’ulteriore prova di sottomissione da parte di quest’ultima alla nuova religione olocaustica preceduta dal 17 e dal 27 gennaio.

L’accettazione della shoah (2009) ha portato all’accettazione pratica (2017) e non solo teorica (2001) del Concilio Vaticano II.

Arrivati a questo punto si può concludere oggettivamente, come giustamente ha scritto il 16 gennaio 2017 Alessandro Gnocchi su “Riscossa cristiana”, che la FSSPX ha avuto un ruolo importante nella difesa della fede tradizionale e nella lotta contro l’apostasia modernistica infiltratasi nella Chiesa ed arrivata sino al suo vertice, ma il suo Superiore generale mons. Bernard Fellay l’ha gettata nelle fauci di Bergoglio, che opera per la distruzione della dottrina cattolica tradizionale.

Questo cedimento rattrista, ma non bisogna farne una tragedia: la FSSPX non è la Chiesa di Cristo, che è assistita infallibilmente e indefettibilmente da Dio e continuerà ad esistere sino alla fine del mondo, malgrado le alterne vicende della lotta che combatte contro satana e i suoi accoliti, con inevitabili ferite, ritirate, parziali sconfitte, battaglie perse, ma la guerra la vincerà la Chiesa poiché è stata fondata da Dio e da lui è protetta, a partire da Giovanni XXIII sta vivendo la sua “Passione”, ma risorgerà.

La salvezza delle anime dipende dalla Chiesa, la FSSPX per quarant’anni ha lavorato bene, pur se con umane imperfezioni, al mantenimento della fede e della tradizione nella Chiesa occupata dal modernismo. Tuttavia ora ha cessato oggettivamente di continuare in questa direzione e si è resa al nemico numero uno del cristianesimo: il giudaismo talmudico e il suo principale accolito del XXI secolo: la “setta segreta” modernista (S. Pio X, Motu proprio Sacrorum Antistitum, 10 settembre 1910).

Ci possiamo salvare l’anima e la Chiesa durerà anche se la FSSPX si arrende al modernismo. L’importante è continuare a credere ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto, senza scendere a patti col modernismo.

I sacerdoti che non vogliono essere riciclati dai neo-modernisti e dal giudaismo talmudico seguano l’esempio dato da monsignor Williamson (non la persona fisica).

Adesso i sacerdoti che non sono inclini ai compromessi dottrinali hanno a loro disposizione tre vescovi, un monastero benedettino in Brasile e domenicano in Francia e, se saranno numerosi, potranno avere anche molte case nelle quali svolgere il loro apostolato ed un seminario, che già è nato vicino ai Domenicani di Avrillé, in cui formare nella piena fedeltà alla Tradizione i candidati al sacerdozio.

Tutto sta a non lasciarsi intimorire (“latrare potest, mordere non potest nisi volentem”), come quando di fronte al Novus Ordo Missae si scelse la Messa tradizionale. Così ora si scelga la Tradizione e non la compromissione, abbandonandosi alla Provvidenza divina e cooperando liberamente con Essa.

d. Curzio Nitoglia

30/1/2017

http://doncurzionitoglia.net/2017/01/30/shoah-e-vaticano2/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2017/01/30/shoah-e-vaticano2/


1Citato in Peter Novick, Nachdem Holocaust, Stuttgart, Deutsche Verlags-Ansalt, 2011, p. 259.
2Il Dottore Ufficiale della Chiesa, san Tommaso d’Aquino, spiega: “sebbene i giudei non abbiano potuto uccidere la divinità di Cristo, tuttavia essi hanno ucciso la sua umanità, che sussiste nella Persona divina del Verbo. Quindi il peccato dei giudei è di tentato deicidio” (In Symbolum Apostolorum, a. 4, n. 912). Perciò conclude: “quindi i giudei peccarono non solo contro l’umanità di Cristo, ma come crocifissori del Dio incarnato” (S. Th., III, q. 47, a. 5, ad 3) e aggiunge: “i giudei hanno crocifisso Dio-Figlio in quanto facente sussistere in Sé la natura umana e quella divina” (S. Th., III, q. 47, a. 5, in corpore).
3San Tommaso insegna che Gesù Cristo ha predicato agli Ebrei senza paura di urtarli (S. Th., III, q. 42, a. 2): «Il Profeta aveva annunciato che il Cristo sarebbe stato per le due case di Israele una pietra d’inciampo e di scandalo (Is., VIII, 14). La salvezza del popolo deve essere preferita alla pace di qualsiasi individuo o famiglia in particolare. Perciò quando vi sono degli uomini che per la loro cattiveria impediscono la salvezza della moltitudine, colui che predica non deve aver timore di offenderli per provvedere alla salvezza del popolo. Ora gli scribi ed i farisei erano un grande ostacolo alla salvezza del popolo, sia perché erano nemici della dottrina di Cristo che era l’unico mezzo per poter essere salvati; sia perché corrompevano la vita del popolo coi loro costumi sregolati. Quindi il Signore, senza paura di offenderli, insegnava pubblicamente la verità che loro odiavano e li rimproverava per i loro vizi. Anche noi quindi, se vogliamo davvero il bene degli ebrei, dobbiamo predicare la verità così come Gesù Cristo l’ha predicata e così come la Chiesa – mediante i suoi Dottori – ce la propone a credere, senza annacquamenti. Infatti S. Gregorio insegna che “Se lo scandalo viene dalla verità, bisogna sopportare piuttosto lo scandalo, che abbandonare la verità” (Homil. VII in Ezech.)».
4 «Senza l’avvelenamento degli spiriti cristiani attraverso i secoli, l’Olocausto sarebbe stato impensabile» (Nathan Ben Horim, Nuovi orizzonti…, p. 51). Come si vede la shoah per l’ebraismo odierno ha una valenza teologica ben precisa: essa è figlia della dottrina cattolica rivelata e definita da San Pietro sino a Pio XII. Accettarla significa rinnegare implicitamente la dottrina cattolica di Tradizione apostolica.
5 «Una fede religiosa legata ad una Terra specifica» (Nathan Ben Horim, Nuovi orizzonti…, p. 70).
6 L’Autore parla addirittura di «carattere rivoluzionario dell’inversione di rotta [operata da Nostra aetate, n. 4]» (Nathan Ben Horim, Nuovi orizzonti…, p. 73).
8http://www.aftau.org/site/PageServer?pagen…0_AlumniAuction. I fatti sopra citati sono descritti in un commento pubblicato il 4 dicembre 2010 sul sito in lingua francese LesIntransigeants http://www.intransigeants.com/2010/12/exclusif-les-dessous-de-laffaire-williamson.
10Estratto da: http://www.sueddeutsche.de/bayern/prozess gegenbischofwilliamson-plaudernuebergaskammern-1.1116124.San Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (II-II, qq. 72-75) tratta delle ingiustizie che si compiono con le parole. Nella questione 72 l’Aquinate parla della “Contumelia” ossia l’ingiuria verbale fatta non alle spalle ma a viso aperto. Ora, in quanto le parole significano le cose, esse possono arrecare molti danni.. La contumelia o ingiuria verbale lede l’onore. Nell’articolo 2, San Tommaso spiega che la contumelia è peccato mortale. Infatti (in corpore articuli) nei peccati di parola bisogna considerare soprattutto con quali disposizioni d’animo ci si esprime, ossia il fine della contumelia. Ma di per sé la contumelia implica una menomazione di onore o morale del prossimo. Quindi essa è un peccato mortale non meno del furto che detrae la ricchezza materiale, mentre la contumelia disonora l’anima del prossimo nella sua moralità. Padre Tito Centi commenta: “Di qui deriva la gravità della contumelia, la quale di suo è fatta per distruggere l’onorabilità morale, e comporta l’obbligo di riparare”: o restituzione di fama (per la contumelia) e di beni materiali (per il furto), o dannazione. Nell’articolo 3 il Dottore Comune spiega che in certi casi è necessario respingere le contumelie e specialmente per due motivi: primo per il bene di chi insulta, per reprimere la sua audacia affinché non monti maggiormente in prepotenza e presunzione e reiteri codesti atti; secondo per il bene delle altrui persone, se chi viene offeso ricopre una carica pubblica (come è il caso di Sua Eccellenza mons. Williamson), onde l’offesa ricadrebbe sulla di lui carica episcopale e la disonorerebbe. Quindi chi è costituito in dignità o autorità pubblica deve difendere queste e non la sua persona, oppure qualcuno lo deve fare per lui. Chi ascolta la detrazione e la tollera senza reagire (difendendo la persona denigrata) pecca gravemente. Quando invece non reagisce, pur avendone la possibilità, non perché gli piaccia il peccato ma per rispetto umano o per negligenza, allora pecca solo venialmente. (S. Th., II-II, q. 73, a. 4, in corpore). Se si può portar pazienza nel tollerare la denigrazione verso se stessi, non è tollerabile il sopportare la denigrazione della buona fama altrui (Ivi, ad 1um). La derisione del prossimo è peccato mortale, tanto più grave quanto maggiore è il rispetto dovuto alla persona derisa (q. 75, a. 2, in corpore). Deridere un Vescovo è, oggettivamente, assai grave.
11www.editions-nel.com, 159 pagine, 20 euro.

12L’Agenzia stampa ufficiale della FSSPX ‘DICI’ riprende l’intervista rilasciata da mons. Bernard Fellay al quotidiano vallesano ‘La Liberté’ dell’11 maggio 2001 e riportata dai quotidiani svizzeri di lingua tedesca St Galler Tagblatt e Basler Zeitung, in cui dice: «Cela donne l’impression que nous rejetons tout de Vatican II. Or, nous en gardons 95%. C’est plus à un esprit que nous nous opposons, à une attitude devant le changement … (Potrebbe sembrare che rifiutiamo interamente il Vaticano II. Invece, ne accettiamo il 95%. È piuttosto ad uno spirito, ad un’attitudine che ci opponiamo …)».




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2 risposte a IL LEGAME INSCINDIBILE TRA LA SHOAH E IL VATICANO II ~ Dal ‘caso Williamson’ (2009) all’accordo olocaustico/modernista (2017)

  1. CC ha detto:

    E ai fedeli cosa resterebbe? Andare alla Messa in Francia o in Brasile? Perchè se la FSSPX sconsiglia di andare alla messa moderna, anzi dice proprio di non andarvi, non ponendo lo stesso accento di gravità posto dai sedaprivazionisti ma siamo lì. Adesso che si fa?

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