Mons. Pier Carlo Landucci: un esempio attuale per i sacerdoti fedeli nell’ora presente

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La famiglia

La famiglia Landucci è di origine toscana, la madre di monsignor Pier Carlo (Tersa Naldini) era di S. Sofia in Romagna (Forlì). Pier Carlo nacque il 1° dicembre del 1900 a S. Vittoria di Matenano (AP). Suo padre era magistrato e in quel tempo era stato trasferito nelle Marche, purtroppo morì a soli 37 anni nel 1905 quando Pier Carlo aveva solo 5 anni, la madre morì a 51 anni nel 1924. Queste due ferite s’impressero profondamente nel cuore di Pier Carlo, ma con la grazia di Dio furono ben presto cicatrizzate e non lasciarono ombre negative nel suo carattere.

La giovinezza

Nell’autunno del 1917 Pier Carlo s’iscrisse alla facoltà di Ingegneria Civile nell’Università di Pisa, nel 1919 la famiglia Landucci si trasferì a Roma e Pier Carlo chiese il trasferimento dall’Università di Pisa alla “Sapienza” di Roma ove si laureò nel 1923 a 22 anni e mezzo.
A Roma Pier Carlo incontrò un ottimo sacerdote, il padre gesuita Agostino Garagnani (1881-1944), che divenne il suo confessore abituale e direttore spirituale e lo forgiò asceticamente secondo la spiritualità ignaziana. Dal 1923 al 1924 Pier Carlo fece 2 anni di servizio militare (il Concordato, che dispensava i chierici dalla leva, venne stipulato nel 1929) presso l’Arma del Genio, dal 1925 al 1926 insegnò matematica alla Scuola Agraria di Cagliari, ivi maturò la sua vocazione sacerdotale e col permesso del suo padre spirituale nel 1926 entrò nel Seminario Maggiore di Roma e s’iscrisse alla Pontificia Università Lateranense.

La vocazione e il seminario

Pier Carlo, nonostante avesse 26 anni e fosse già stato laureato e insegnante, si adattò senza nessun problema alla vita del Seminario Maggiore in mezzo a giovani diciottenni. In seminario ritrovò un suo compagno di studi universitari, l’ex ingegnere Roberto Ronca, col quale continuò l’antica amicizia.

Dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1929 don Pier Carlo venne nominato minutante alla S. Congregazione dei Seminari e delle Università e fu molto stimato dai cardinali Giuseppe Pizzardo ed Ernesto Ruffini, che lo scelse come suo confessore. Nel 1932 gli venne affidata la cattedra di Filosofia delle scienze presso l’Università Lateranense, ma dopo 4 anni dovette lasciare l’insegnamento perché fu nominato Direttore spirituale del Seminario Maggiore Romano, ove don Ronca era Rettore già dal 1934. Nel 1935 don Pier Carlo fu, a sua volta, nominato Rettore del Pontificio Seminario Romano Minore.

L’Altare e la tempesta

Tutto andava bene, ma verso il 1943 ecco la tempesta che si abbatte su don Pier Carlo e lo conduce alle soglie della santità.

Purtroppo la gelosia rose l’animo di don Ronca († 1977), il quale cominciò a vedere di mal occhio l’ascendente spirituale che don Pier Carlo esercitava sui seminaristi.

Monsignor Giovanni Battista Proja, il postulatore della causa di beatificazione del Servo di Dio Pier Carlo Landucci, scrive: “all’interno [del Seminario Maggiore] venne seminata la zizzania e proprio sui due amici e collaboratori [Ronca e Landucci]. E si giunse ad una rottura e il Servo di Dio [Landucci] fu costretto a dimettersi dall’ufficio di Direttore spirituale. Non vi furono fatti clamorosi, tutto avvenne nella notte del cuore di mons. Roberto Ronca. Monsignor Landucci ne fu la vittima, ma il suo cuore ferito non recepì neanche un granellino di zizzania. Le vicende di questa semina diabolica sono avvolte nel mistero. Nell’autunno del 1942 cominciò a diffondersi la voce che mons. Landucci stava male, era esaurito, bisognava provvedere al suo riposo e perciò presto avrebbe lasciato il Seminario. Io mi ero incontrato con lui nel luglio/agosto del 1942 e lo avevo trovato in perfetta forma, ma ai primi di dicembre mi disse che non stava bene e che doveva cessare la direzione spirituale in Seminario e che andava a stabilirsi nella Clinica Madonna della Fiducia al quartiere Appio-Latino, via Cesare Correnti, 6. Percorrendo il cammino delle vicende, oggi si sa che fu consigliato al Servo di Dio di presentare lui al cardinal Vicario una lettera di dimissioni dall’ufficio di Direttore spirituale, poiché non v’erano ragioni per esonerarlo di autorità. La motivazione della salute era una ragione fittizia, ma l’unica che potesse giustificare l’allontanamento dal Seminario senza produrre shoccanti reazioni negli alunni”.

Purtroppo, narra mons. Proja, “il cardinal Vicario (Marchetti Selvaggiani) non ha sostenuto mons. Landucci nel verificare la verità delle accuse e nel confutare le persistenti calunnie contro la sua dottrina e la sua prassi ascetica di formazione sacerdotale, neppure gli ha conferito un altro ufficio in diocesi, né ha tenuto presente le sue difficoltà economiche ed inoltre ha impedito la sua nomina a Sottosegretario ai Seminari, probabilmente per suggerimento di mons. Ronca. […]. Il Servo di Dio fu massimamente riservato e, se fosse dipeso da lui, mai si sarebbero appresi i retroscena di questa drammatica vicenda. Solo col passar del tempo fu lo stesso mons. Ronca che, esorbitando dal suo ufficio e ferendo la giustizia e la carità, tentò di giustificare il suo agire, caricando sulle spalle dell’amico responsabilità dottrinali e ascetiche dannose alla formazione degli alunni. Io credo che mons. Ronca si sia lasciato travolgere da sussurrate critiche a proposito della formazione impartita da mons. Landucci in Seminario”: troppa spiritualità, eccessivo rigore, quasi rigorismo e un’esagerata cura per la filosofia e la teologia scolastica. “Solo vari mesi dopo lasciato il Seminario mons. Landucci fu costretto a dire ad alcuni suoi alunni, divenuti sacerdoti, che la proibizione di Ronca a recarsi alla sua confessione e direzione spirituale non aveva valore di ordine e quindi non obbligava in coscienza”.

Secondo mons. Proja nella triste vicenda ha avuto un certo peso il carattere accentratore di mons. Ronca, le varie critiche di alcuni parroci, le umiliazioni di alcuni insuccessi patiti dal Ronca mentre Landucci brillava essendo superiore all’amico, tutto ciò divenne “un insieme di pesanti ferite all’io del Ronca”.

Per crucem ad lucem

Questa triste e squallida vicenda di gelosia ha recato danni numerosi al Seminario Romano, ma ha offerto a mons. Landucci materia abbondante per la propria santificazione. Occorre sapere che non gli venne data nessun’altra destinazione nella diocesi di Roma dopo 12 anni di servizio, non una retribuzione mensile, neppure l’offerta delle messe da celebrare. In breve fu lasciato solo “nudo con Cristo nudo” (Imitazione di Cristo). Tuttavia la benevolenza delle suore della Clinica Madonna della Fiducia rese la sua situazione meno tragica, seppur sempre disagiata.

Mons. Proja scrive: “Il Signore aveva posto sulle spalle del Servo di Dio una croce pesante costituita da umiliazioni, incomprensioni, isolamento, maldicenze, povertà… Umanamente era un sacerdote fallito, dinanzi al cui sguardo si profilava solo il buio”.

Mons. Ronca fu spietato e implacabile, “continuò a mettere in evidenza presunti errori dottrinali [del Landucci], la falsa concezione di umiltà, l’inesatta impostazione pastorale inoculata dal Landucci agli alunni. Con molte persone riteneva quasi un dovere il mettere in guardia contro il Servo di Dio. Arrivò persino a proibire agli alunni di mantenere relazioni con lui ed anche con i neo-sacerdoti insisteva su detta proibizione, commettendo un evidente abuso di autorità. Perfino quando vide luce il suo bel libro Maria Santissima nel Vangelo mons. Ronca trovò modo di fare delle chiose sfavorevoli”. Landucci fu paragonato al caporione del modernismo italiano Ernesto Buonaiuti…

La nuova vita di mons. Landucci non aveva una prospettiva umana, davanti a sé il nulla, ma S. Giovanni della Croce insegna che per arrivare alla vetta del Monte Carmelo occorre attraversare il “nada, nada, nada / nulla, nulla, nulla”. Dio tramite Ronca aveva fatto il vuoto attorno a mons. Landucci, ma lo renderà strumento di luce, di grazia e di misericordia.

Incipit vita nova

Proprio in quei mesi il Nostro inizia a scrivere un vero e proprio capolavoro Maria Santissima nel Vangelo, ristampato più volte e ancora recentemente dalle Edizioni Paoline; poi inizia l’afflusso al suo confessionale presso la Clinica Madonna della Fiducia di sacerdoti, seminaristi, laici ed anche vescovi e cardinali, i quali non erano stati scalfiti dalle calunnie di mons. Ronca, che nel 1977 in punto di morte mandò a chiamare mons. Landucci, si spera per chiedergli perdono. Lo si sa dalle testimonianze di alcune Suore Oblate della Madonna del Rosario fondate dal Ronca medesimo a Pompei, quando divenne Vescovo di quella diocesi dal 1948 dalla quale fu richiamato dal card. Ottaviani a Roma nel 1956 per aver gestito degli affari in maniera assi disinvolta.

I libri scritti da mons. Landucci sono numerosissimi: lo spazio e la fisica moderna, Roma, Studium, 1935; Maria Santissima nel Vangelo, Roma, 1944, ultima ristampa 2000, Edizioni Paoline; Da mihi animas, Torino, Libreria Salesiana Editrice, 1946; Cento problemi di Fede, Roma, Studium, 1946; Nel vortice, Roma, Colletti, 1946; Esiste Dio? Assisi, Pro Civitate Christiana, 1948; Verso l’Altare, Roma, 1950; Il mistero dell’anima umana, Assisi, Pro Civitate Christiana, 1952; La sacra vocazione, Roma, 1955; Problematica della miscredenza e della fede, Roma, Colletti, 1961; Formazione seminaristica moderna, Torino, Borla, 1962; Commento ai Vangeli e all’Apocalisse, Milano, Fratelli Fabbri Editori, 5 voll., 1964-67; Miti e Realtà, Roma, La Roccia, 1968; Il Dio in cui crediamo, Roma, Pro Sanctitate, 1968, ristampa, Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2001; Il prete contestato, Roma, 1969; Seminaristi e preti, Brescia, Ed. Civiltà, 1970; La verità sull’origine e sull’evoluzione, Roma, 1984; La vera carità verso il popolo ebreo, in “Renovatio”, 1982, n. 3, ristampa, Chieti, Solfanelli Editore, 2006; Ebrei e Cristiani, in “Renovatio”, 1985; Teilhard de Chardin, estratto/ristampa, Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2015.

Più tardi nel post-concilio vi fu un revival di attacchi contro il Servo di Dio: intransigente, troppo severo, rigorista, anti-conciliare, anti-semita, tradizionalista, collaboratore di “sì sì no no”.

Landucci e la questione ebraica

Monsignor Pier Carlo Landucci (Cento problemi di Fede, Assisi, ed. Pro Civitate Christiana, 1953) scrive: “E’ tanto sorprendente – ma tuttavia spiegabile – l’accecamento degli ebrei di duemila anni fa, di fronte a Gesù, quanto quello degli ebrei di oggi, che si ostinano a rifiutare il Cristianesimo […]. Quando entra in campo la Fede, alla luce soprannaturale si congiunge l’impulso oscurante degli interessi e delle passioni – specialmente l’orgoglio -, alle ispirazioni della grazia s’oppone la tentazione del demonio: e non c’è evidenza che possa vincere la resistenza e l’indurimento del cuore […]. È la legge della libertà e dello spirito […], ed esso sospinse gli ebrei sino al deicidio e all’auto maledizione: ‘Il sangue di Lui ricada su di noi e sui nostri figli’ (Mt., XXVII, 25). Quando si considera la storia del popolo ebreo – antica o moderna – non bisogna mai dimenticare tale pervertimento del cuore che lo condusse a quel supremo misfatto e lo ancorò nell’odio al Cristianesimo” (pp. 222-224).

Quanto al problema dell’elezione di Israele, il medesimo prelato asserisce che Israele è “ eletto – cioè scelto – nel senso dei particolarissimi doni di Dio… Ma erano doni che non escludevano la possibilità dell’incorrispondenza e della prevaricazione: così come Giuda era eletto ma prevaricò” (p. 225).

In Miti e Realtà (Roma, La Roccia, 1968), monsignor Landucci, riguardo alla colpevolezza del giudaismo nel deicidio, scrive: “Attenuanti si possono ammettere, scusanti, soprattutto quanto ai capi, no. […] Quegli ebrei avevano ben coscienza di essere mossi dall’odio. Dell’accecamento circa la verità di Gesù erano responsabili in causa […]. Gesù disse bensì la misericordiosa e meravigliosa prima parola dalla croce: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’ (Lc., XXIII, 34). La disse, però, propriamente, non solo degli ebrei, ma di tutti i suoi carnefici. Tuttavia, se chiedeva per essi il perdono, vuol dire che la loro colpa c’era: e la richiesta del perdono equivaleva alla richiesta al Padre di donar loro la grazia del pentimento e della conversione” (pp. 257-258).

Sempre nello stesso libro, il Landucci ha dedicato un capitolo intero (Il problema ebraico, pp. 435-443) alla questione che stiamo affrontando. Il prelato precisa che l’antisemitismo pagano non deve “ far chiudere gli occhi davanti allo spirito e alla ostilità attuale anticattolica, non dei singoli ebrei, ma dell’ebraismo internazionale […]. Mentre essi [ebrei] sono sparpagliati in tutte le nazioni, assumendone la regolare cittadinanza, mantengono tuttavia, in generale, una piena unità di razza, come se costituissero una super-nazione a parte, gravitante attorno allo Stato d’Israele […]. Questa unità ha un triplice fondamento che fa come un tutt’uno: di sangue, di religione (anche quando è praticata solo come esteriore omaggio a cerimonie tradizionali) e di storia politica. […] L’ebraismo costituisce quindi, in realtà, un impressionante esempio attuale di razzismo. […] Il sangue ebreo del Divin Redentore, come di Maria e degli Apostoli, ecc., anziché placare l’ostilità ebraica contro il Cristianesimo, costituiscono purtroppo un intimo motivo alimentatore di tale ostilità. L’alternativa infatti è fatale. O riconoscere la verità del divino Messia…, e quindi la verità del Cristianesimo, o seguitare a negare la verità di Gesù… e vedere in Lui e nella sua religione il più tragico inganno […]. Si tratta, purtroppo, [quanto al giudaismo attuale] di un effettivo rifiuto positivo… di Gesù… È il medesimo rifiuto del mondo giudaico del tempo di Gesù. […]. Prosegue cioè il tragico errore dei loro padri […]. L’ebraismo ha respinto Gesù rinnegando con ciò la sua storia… Questa quindi non è che un titolo di maggiore responsabilità, che rende l’ebraismo – obiettivamente parlando – l’anticristianesimo più inescusabile” (passim).

Infine, nel 1985, un anno prima di morire, monsignor Landucci (Renovatio, Genova, luglio-settembre 1985, anno XX, n. 3), confutava i sofismi della ‘Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo’, espressi nei ‘Sussidi’, scrivendo che “Non vi è analogia [come vorrebbero i ‘Sussidi’ (II, 10)], ma drammatica opposizione tra l’attesa [cristiana] del ritorno del già accolto divino Messia e l’attesa [ebraica] della sua prima venuta che ribadisce la negazione [giudaica] della già avvenuta Incarnazione e Redenzione” (p. 469).
Inoltre, l’affermazione dei ‘Sussidi’ (IV, 1a), secondo cui “Alcuni riferimenti evangelici ostili o poco favorevoli agli ebrei [sarebbero] molto posteriori a Gesù” (Ibidem), secondo il Landucci “infirma arbitrariamente la storicità delle narrazioni evangeliche” (Ibidem).
All’obiezione che Cristo è morto per i peccati di tutti gli uomini e che quindi “i cristiani peccatori sono più colpevoli della morte di Cristo, rispetto ad alcuni ebrei che vi presero parte” (Sussidi, IV, 2), monsignor Landucci risponde: “Si confondono sofisticamente due piani di valori radicalmente diversi… I peccati sono bensì determinanti dell’iniziativa salvifica di Dio, ma solo come causa finale dell’immolazione salvifica” (Ibidem). Infine, il prelato conclude: “Non si può passar sopra… alla loro [degli ebrei] congiunta testimonianza contro il Verbo eterno incarnato, il cui riconoscimento, dopo la Rivelazione, è indissociabile dalla vera glorificazione del Dio uno. (Diverso è il caso dell’Islam, che non ha avuto direttamente la Rivelazione)… Gesù o è Dio o è il più grande ingannatore, da attivamente disprezzare” (p. 470).

Come si vede l’islam è inconciliabile col Cristianesimo, ma meno del giudaismo talmudico. Infatti quest’ultimo reputa Gesù un impostore, pur avendo ricevuto la Rivelazione divina nell’Antica Alleanza ed avendo visto Gesù predicare e far miracoli, mentre l’islam non ha ricevuto la Rivelazione e nega la divinità di Cristo, però non lo reputa un malfattore, ma solo un Profeta come Mosè e Maometto, anche se Maometto è l’ultimo e il massimo Profeta. Quindi superiore a Gesù.

Conclusione

Mons. Landucci ha evitato il naufragio ed è arrivato all’unione perfetta con Dio perché ha saputo reagire di fronte all’incomprensione, all’isolamento e alla persecuzione nel modo migliore: la contemplazione, il parlare e il convivere con Dio realmente presente nell’anima del giusto, l’azione dottrinale svolta attraverso lo studio, i libri, la direzione spirituale e la predicazione degli Esercizi ignaziani.

La sua figura è un esempio e un valido aiuto per i sacerdoti che oggi sono isolati solo perché vogliono restare fedeli alla dottrina della Chiesa e non possono accettare le novità che la contraddicono anche se vengono dal vertice. Sta a noi far come lui.
Egli ci insegna che la fonte della pigrizia e dell’accidia, le quali conducono allo sfacelo spirituale, è l’orgoglio, l’amor proprio, il quieto vivere, l’avarizia o l’attaccamento eccessivo ai beni di questa terra, il non voler avere nemici e quindi lo scendere a compromessi o almeno a patti con i nemici di Dio. L’abbattimento, invece, nasce dalla presunzione eccessiva di se stessi o da una pusillanimità e timidezza che è falsa umiltà, la quale può essere più pericolosa, a volte, dell’orgoglio stesso.

La S. Scrittura, invece, ci avverte: “militia est vita hominis super terram!”. Purtroppo lo spirito del cattolicesimo-liberale e del modernismo, che vogliono sposare il Cristianesimo con la modernità, è impregnato di arrendevolezza, pacifismo imbelle naturale e soprannaturale ed è nemico unicamente dello spirito combattivo contro “il mondo, il demonio e la carne”.

L’accidia è un rischio che corriamo anche noi consacrati che si fa ancor più pericoloso per coloro che si trovano totalmente isolati senza una comunità la quale garantisca loro un orario e un regolamento da rispettare.

In comunità la vita regolare scandita dagli stessi precisi e invariabili orari, sempre eguale, che può sembrare “monotona” e fuori del convento gli scacchi della vita apostolica (come avvenne a mons. Landucci) possono portare il consacrato anche all’abbattimento e allo scoraggiamento. Ma ciò è frutto di un equivoco. Gli insuccessi esterni non devono abbatterci e mons. Landucci ce ne ha dato l’esempio: anche Gesù ne ha avuti tanti. Tuttavia Egli ci ha insegnato che “se il chicco non cade a terra e muore, non porta frutto”. Anzi ci ha salvati proprio tramite l’insuccesso umano del Calvario, dove è stato abbandonato da tutti. Croce viene dal latino cruciari e significa essere tormentati. Per andare in Cielo bisogna passare attraverso il crogiolo dei tormenti materiali e quelli – ancor più duri – spirituali.

Per evitare il pericolo dell’accidia e dello scoraggiamento, che possono portare al fallimento e alla disperazione, è opportuno conoscere la teologia ascetica e mistica, la quale ci spiega i falsi concetti della vita spirituale e ce ne premunisce. Inoltre è più necessaria che mai la carità soprannaturale, la quale ci fa amare Dio per se stesso e non per le consolazioni che può darci. Se ricerchiamo noi stessi nella vita religiosa (“golosità spirituale”), allora alle prime difficoltà, (aridità, insuccessi apostolici …), cadiamo nell’accidia e nello scoraggiamento. Invece, come insegna S. Agostino, “ubi amatur non laboratur et si laboratur labor amatur” (“dove si ama non ci si stanca e se ci si stanca sia ama anche la fatica”). Bisogna non ripiegarsi mai su se stessi: le difficoltà, le preoccupazioni, gli insuccessi i difetti, le infermità, debbono essere vissute come mezzi che Dio ci offre per poter giungere a Lui tramite le umiliazioni che ci procurano e dalle quali sole nasce l’umiltà (S. Ignazio da Loyola).

La “spia” che si accende quando l’accidia e l’abbattimento invadono il nostro spirito è la dissipazione o la mancanza di raccoglimento, di vita interiore e di unione con Dio, amato, conosciuto e interpellato nella meditazione “come un amico parla al suo Amico” (S. Ignazio da Loyola). Essa è accompagnata generalmente da fenomeni esterni facilmente riconoscibili: la vana curiosità delle cose di questo mondo e dei fatti altrui; l’eccessiva loquacità (S. Agostino diceva: “silentium Christum est!”), per cui chi parla troppo con gli uomini non riesce a colloquiare con Dio; l’irrequietezza corporale, che è sintomo di mancanza di pace interiore; l’instabilità, che ci porta a cambiare opinione, umore come una canna agitata dal vento o una banderuola. Tutto ciò può essere la strada della defezione e della perdita della vocazione religiosa.

La vita religiosa comporta una grande compagna, che può diventare nostra nemica se non sappiamo apprezzarne le doti: la solitudine. S. Bernardo di Chiaravalle diceva “o beata solitudo o sola beatitudo” (“o felice solitudine o sola beatitudine”), a patto che la si riempia di Dio “conosciuto, amato e servito” (S. Pio X).

Se il religioso ricerca la pace nella compagnia degli uomini è fuori strada perché egli ha scelto di servire innanzitutto il Signore, separandosi dalle creature. Perciò i Padri del deserto insegnavano ai loro giovani novizi “fuge, tace et quiesce” (“fuggi il mondo, taci con le creature e riposa in Dio”). Se il consacrato riesce ad apprezzare la solitudine perché gli dà la possibilità di stare solo a solo con Dio, se riesce a fuggire il vano onor del mondo, a tacere riguardo alle cose di quaggiù e a starsene in grazia di Dio, in pace con il Signore, con se stesso e possibilmente con il prossimo è sulla retta strada che lo condurrà in Paradiso. Mons. Landucci nel silenzio della sua cella della Clinica Madonna della Fiducia ha illuminato e fortificato nei bui anni del “montinismo dal volto disumano” molti fedeli e consacrati affinché perseverassero nella fede, nella preghiera, nella purezza della dottrina e nella vita morale vissuta integralmente. I suoi libri ancor oggi ci aiutano a sormontare le insidie delle ondate e delle “sirene bergogliane” che vorrebbero farci naufragare nella fede.
Se abbiamo (come il Servo di Dio) l’Amor di Dio o la Grazia santificante, che comporta la presenza reale della SS. Trinità nella nostra anima, per poterLa conoscere, amare e colloquiare con Essa, allora abbiamo tutto e non vi è motivo alcuno per essere accidiosi, abbattuti, timorosi della solitudine, ma troveremo nella preghiera e nel lavoro (“ora et labora”), nel silenzio, nell’apostolato anche “nascosto”, pure senza frutti apparenti e masse osannanti, la vera pace dell’animo che nessuno può toglierci, tranne la nostra cattiva volontà. Molto, anzi moltissimo dipende da essa, S. Tommaso d’Aquino scrive: “un uomo è detto buono non perché ha buona intelligenza, ma perché ha buona volontà”. Chiediamo, allora, al Signore di rendere buona la nostra povera volontà, come rese buona quella di mons. Landucci, orientandola a Lui e riempiendola della Grazia santificante, delle Virtù infuse e dei sette Doni dello Spirito Santo.

d. Curzio Nitoglia

24/12/2016


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