L’Ecclesiologia di Don Pietro Ballerini, la Collegialità Episcopale e il Primato del Papa

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L’insegnamento del Ballerini su Papato monarchico ed Episcopato subordinato

Il famoso teologo veronese Pietro Ballerini (7 settembre 1698 – 28 marzo 1769) nelle sue opere oramai classiche di ecclesiologia De Potestate ecclesiastica summorum Pontificum et Conciliorum generalium (Verona, 1765) e De vi ac ratione primatus Romanorum Pontificum (Verona, 1766) ha trattato in generale la questione dogmatica della natura della Chiesa di Cristo, e, specialmente contro l’errore conciliarista ha approfondito il problema del Primato della monarchia papale sull’Episcopato subordinato ad essa. Quest’ultima questione è tornata alla ribalta con il problema della Collegialità episcopale nel Concilio Vaticano II (Lumen gentium, n. 22, anno 1965).

Lo studio classico dell’insigne ecclesiologo veronese ci può essere utile per capire ancor meglio l’opposizione di contraddizione, che intercorre tra la dottrina cattolica tradizionale sui rapporti che sussistono tra il subordinante e il subordinato, ossia tra il Papa e l’Episcopato, e la Collegialità episcopale, che riduce alquanto la natura dell’Episcopato monarchico del Papa e sopravvaluta l’Episcopato subordinato del Corpo dei Vescovi, diminuendo notevolmente la loro diseguaglianza sostanziale per divina Istituzione, senza arrivare al conciliarismo, ma favorendolo.

Don Pietro Ballerini insegna che

  • 1°) Pietro ebbe direttamente da Gesù il Primato sugli altri Apostoli, il quale poi passò ai Romani Pontefici suoi successori e Vicari visibili in terra di Cristo asceso in Cielo;
  • 2°) il Primato di San Pietro e dei Romani Pontefici non è solo di onore, ma soprattutto di governo o di giurisdizione;
  • 3°) questo Primato di giurisdizione è personale, ossia riguarda la persona di Pietro e del Papa regnante, e non è della Chiesa che lo trasmetta al Papa, anzi esso passa dal Papa alla Chiesa universale che viene da lui governata, come dal Capo alle membra;
  • 4°) esso è di diritto divino, per cui nessuno, neppure il Papa, può mutarlo sostanzialmente, annacquarlo e rinunziarvi (cfr. Paolo VI, Lumen gentium, n. 22, 1965; Paolo VI, Vescovo emerito, 1966; Benedetto XVI, Papa emerito, 2013).

La potestà ecclesiastica

È bene specificare che la potestà ecclesiastica si divide

  • 1°) in potere d’Ordine, immediatamente ordinato a santificare le anime mediante i Sacramenti e specialmente il S. Sacrificio della Messa e
  • 2°) in potere di Giurisdizione, immediatamente diretto a governare i fedeli e condurli al loro fine ultimo.

La Giurisdizione si suddivide

  • a) in Magistero, che insegna autorevolmente le verità Rivelate, e
  • b) in Giurisdizione o Governo in senso stretto, che promulga le leggi (potere legislativo), giudica i sudditi (potere giudiziale) ed infine applica le sanzioni penali contro coloro che trasgrediscono le leggi (potere esecutivo o coattivo).

Alcuni autori, per comodità, parlano di tre poteri: Sacerdotium, Magisterium e Imperium, ma praticamente il significato è lo stesso.

Quindi la gerarchia di Giurisdizione comprende il potere di insegnare e di governare: i suoi gradini sono, per diritto divino, l’Episcopato e il Papato.

Invece il Sacerdozio o potere d’Ordine si compone, sempre per diritto divino, di tre gradini: il Diaconato, il Presbiterato e l’Episcopato.

Il Sacerdozio o potere d’Ordine e la Giurisdizione (Magistero e Governo) sono distinti realmente tra di loro, ma sono stretti da una mutua relazione: il Sacerdozio è ordinato non solo a santificare direttamente, ma anche a insegnare e governare indirettamente, e, la Giurisdizione non solo è finalizzata direttamente al governo e all’insegnamento, ma anche indirettamente alla santificazione delle anime.

L’Ordine sacro viene conferito con l’apposito Sacramento, mentre la Giurisdizione viene concessa immediatamente da Dio al Papa per diritto divino e per missione canonica dal Papa ai Vescovi e dai Vescovi ai Parroci.

La Giurisdizione suppone l’Ordine sacro e viceversa l’esercizio dell’Ordine è diretto dalla Giurisdizione. La Chiesa ha nel suo seno superiori e inferiori, per diritto divino, quindi è una società gerarchica o ineguale, in cui i chierici (clèros = scelti) fanno parte del duplice potere di Sacerdozio ed eventualmente di Governo; tutti gli altri sono i laici (laòs = popolo) ossia i fedeli.

Quindi nella Chiesa vi è chi comanda e chi obbedisce e non tutti i suoi membri hanno eguali diritti e doveri.

Riprendo qui di séguito gli insegnamenti del Ballerini per far vedere quanto la dottrina pastorale della Collegialità episcopale del Concilio Vaticano II sia in contraddizione con la dottrina dogmatica contenuta nella S. Scrittura, nella Tradizione apostolica trasmessaci dall’insegnamento costante: dai Padri ecclesiastici, dai Dottori della prima, seconda e terza scolastica e insegnata autorevolmente dal Magistero costante, e quindi infallibile (cfr. Pio IX, Enciclica Tuas libenter, 1863) della Chiesa, che è stato contraddetto da quello non dogmatico, non definitorio e non obbligante per la salvezza dell’anima, e quindi non infallibile, del Vaticano II.

L’Unità della Chiesa

L’Unità è la prerogativa principale della Chiesa di Cristo, che per divina volontà deve essere una (ossia indivisa in sé e distinta dalle altre chiese e religioni) ed unica. Infatti il Credo niceno/costantinopolitano la pone in primo luogo tra le quattro note della Chiesa: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”.

San Giovanni Crisostomo la pone come elemento essenziale per definire la Chiesa, la quale “significa unione e armonia, accordo o consonanza e non spazio o luogo in cui ci si riunisce” (I hom. in Epist. ad Cor.).

Gesù ha fondato una sola Chiesa e non molte chiesuole ed è morto “per unire i figli di Dio, che erano dispersi, in una sola cosa” (Gv., XVII, 20-27), ossia in una sola Chiesa. San Paolo lo conferma: “Cristo è la nostra pace, Egli da due [Ebrei e Pagani] fece una sola cosa” (Efes., II, 14) e prima di morire Cristo raccomandò al Padre, tra le sue ultime volontà, l’unità della Chiesa: “Padre santo, conserva quelli che mi desti affinché siano una sola cosa come Noi [ut sint unum]” (Jo., XVII, 11). “In questo versetto Gesù non prega solo per gli Apostoli, ma assieme a loro anche per i discepoli e per tutti i fedeli che avrebbero creduto il Lui in futuro, ossia per tutta la Chiesa” (Cornelio a Lapide, Commentarius in Sancti Johannis Evangelium, Venezia, 1717).

Unità di fede e di carità

Siccome la Chiesa è esterna e visibile, anche l’unità deve essere esterna e visibile, altrimenti “non ci sarebbe nessuna sicurezza di unità” (S. Aug., In Parmen., lib. III, n. 28).

Ora l’unità della Chiesa è prodotta soprattutto dall’unica fede e dal vincolo della carità o della comunione tra le membra della Chiesa e delle membra con i Pastori e soprattutto col Pastore dei Pastori, il Romano Pontefice. Per cui i vari fedeli, pur essendo sparsi in tutto il mondo, se professano la stessa fede e se comunicano vicendevolmente aderendo e obbedendo ai legittimi Pastori, formano un solo corpo, una sola società, ossia una sola ed unica Chiesa, che è quella di Cristo (cfr. P. Ballerini, De vi ac ratione primatus Romanorum Pontificum, cap. X, n. 1).

La Chiesa è una soprattutto per l’unica fede insegnata e professata perché questa è il suo fondamento. Ora ogni edificio può avere un solo fondamento. Perciò Gesù pregando per l’unità della Chiesa disse che pregava non solo per i Dodici Apostoli, ma per tutti quelli che tutti i giorni sino alla fine del mondo avrebbero creduto in Lui, formando con questa unica fede una sola Chiesa (S. Ambrogio, De Incar., lib. I, cap. 5).

Tuttavia l’unità di fede, che è la più importante, precede e comporta l’unità di comunione o di carità, che ne è una conseguenza necessaria. Infatti ove ci sono divisioni e scismi, ivi subentrano le varietà di opinioni o le eresie. San Paolo lo rivela: “Vi scongiuro, fratelli, di professare le stessa fede e che non sorgano scismi in mezzo a voi, ma siate uniti nella stessa dottrina e nella stessa carità” (I Cor., I, 10). Come si vede senza unione di fede non vi è unione di carità o di comunione e lo scisma segue immancabilmente l’eresia e viceversa dallo scisma nasce prima o poi l’eresia. Di modo che il fine dell’unione di carità è l’unione di fede. La prima è necessaria e ordinata alla seconda. Esse sono talmente necessarie che se manca l’una o l’altra si cessa di appartenere al corpo della Chiesa di Cristo. Quindi l’eresia e lo scisma escludono dalla Chiesa. Infatti l’eresia toglie l’unità di fede e lo scisma distrugge l’unità di comunione o di carità (cfr. P. Ballerini, De vi ac ratione primatus…, cap. X, nn. 2-5; cap. XI, n. 1).

Il Primato di Pietro mantiene l’unità di fede e di carità

Il fine del Primato del Papa è l’unità di fede e di comunione della Chiesa universale. Certamente anche i Vescovi son preposti alle chiese particolari o diocesi per governarle e mantenerle nell’unità, ma il Pontefice Romano, ha ricevuto il Primato su tutta la Chiesa ed è stato investito da Cristo del compito di mantenere l’unità della Chiesa universale e di ogni diocesi, la quale deve rispondere tramite il suo Vescovo al Papa (De vi ac ratione primatus…, cap. VIII, n. 3).

Quindi il fine per cui Gesù ha istituito il Primato dei Papi è l’unità di fede e di comunione di tutta la Chiesa. Anzi la divina Istituzione del Primato pontificio è non solo utile, ma assolutamente necessaria per conservare l’unità di fede e di carità in tutta la Chiesa (cfr. Catechismo del Concilio di Trento, parte I, art. IX, § 12, n. 112, tr. it., a cura di p. Tito S. Centi, Siena, Cantagalli, 1981, pp. 129-132). In breve l’unità della Chiesa dipende soprattutto dall’unico Capo visibile di essa, il Papa, e come l’unità è essenziale alla Chiesa così il Papa è essenziale ad essa di modo che senza Papa non sussisterebbero l’unità e quindi la Chiesa.

La ragione teologica di questo principio data dal Ballerini (De vi ac ratione…, cap. VIII, nn. 5-7) è la seguente: chi vuole il fine vuole anche i mezzi. Ora la Chiesa è stata voluta da Cristo essenzialmente una e Gesù non la può abbandonare quanto alle cose necessarie alla sua sussistenza. Quindi la deve fornire dei mezzi atti a mantenersi nell’unità, e specialmente per premunirsi contro le eresie, che minacciano l’unità di fede, e gli scismi, che attaccano l’unità di comunione. Siccome questi mezzi son destinati a mantenere l’unità visibile nella Chiesa visibile, anch’essi debbono essere visibili. Ma ogni società si mantiene unita mediante un Capo cui tutti i sudditi convergono come i raggi di un cerchio al suo centro.

Perciò era necessario che, dopo l’Ascensione di Cristo in Cielo, vi fosse un Capo vicario di Cristo, visibile in terra e principio dell’unità della Chiesa. Gli Apostoli fondarono le varie chiese particolari o diocesi, ponendo a loro capo un Vescovo che le governasse e ne custodisse l’unità, che si ottiene mediante l’adesione dei singoli fedeli di ogni diocesi al loro Pastore particolare, ossia al Vescovo del luogo. Ma queste unità particolari delle singole diocesi non sono sufficienti: esse sono ordinate, come mezzi al fine, all’unità della Chiesa universale.

Ora affinché la Chiesa universale sia una di fede e di comunione è necessario che tutti, fedeli e Pastori, siano uniti al Capo unico e supremo che Gesù ha preposto a tutta la Chiesa nella persona di Pietro e dei suoi successori. Perciò il Primato papale è di diritto divino e non ecclesiastico. Ma se il Primato fosse solo di onore e non di giurisdizione non sarebbe sufficiente ad ottenere il suo fine: la reale unità di fede e di comunione della Chiesa universale. Quindi Dio ha dato a Pietro e ai Papi l’autorità sufficiente (legislativa, giudiziaria e coattiva) e necessaria per mantenere l’unità (De vi ac ratione…, cap. II, n. 1; cap. IX, n. 1 e 2).

Collegialità episcopale o Episcopato monarchico e subordinato?

Essere il capo o il primo conviene ad uno solo, così anche il potere del capo conviene ad uno solo. Quindi se gli Apostoli potevano essere eguali a Pietro nell’apostolato, non potevano esserlo nel Primato di giurisdizione (De vi ac ratione…, cap. III, nn. 1-5; cap. XIV, n. 25). Quindi nessuno può cointendere o compartecipare col Papa quanto al potere di giurisdizione che gli viene dal Primato. Affermare il contrario sarebbe una contraddizione nei termini, ossia equivarrebbe a dire che nella Chiesa vi sono due capi e due primi, oppure che il primo nella giurisdizione non è assolutamente primo, ma lo è solo relativamente al Corpo episcopale. Perciò il Papa avrebbe e non avrebbe il Primato assoluto e universale di giurisdizione. Infatti se il Corpo dei Vescovi è compartecipe o cointende col Papa al potere di governo della Chiesa universale, il Papa non sarebbe più veramente Capo assoluto e supremo, ma un primus inter pares, il quale non avrebbe nessuna giurisdizione sopra i Vescovi per costringerli all’unità, ma sarebbe un loro collega più noto con un Primato di onore o puramente nominale, ma senza potere legislativo, giudiziario ed esecutivo o coercitivo.

Quindi la falsa dottrina conciliarista del duplice Capo della Chiesa, condannata come eretica da Innocenzo X (24 gennaio 1647, DB, 1091), ritornata in auge in maniera più sfumata con la Collegialità episcopale del Concilio Vaticano II, viene confutata dal Ballerini nel 1766 (De vi ac ratione…, cap. III, n. 2). Infatti la giurisdizione primaziale o il Primato di giurisdizione può trovarsi in uno solo, perciò l’Episcopato è subordinato e soggetto al Papa nel potere supremo di giurisdizione e di governo della Chiesa universale. Cadono anche le dottrine ereticali che distinguevano la S. Sede e il Sedente (il Papa), la Chiesa di Roma e il Pontefice Romano. Infatti, come nota il Ballerini (De vi ac ratione…, cap. III, nn. 3-5; cap. V, n. 4; cap. VI, n. 1 e ss.), l’autorità data a Pietro è personale e non è inerente alla Sede o alla Chiesa di Roma, ma al Sedente o al Pontefice Romano e nessuno, nemmeno il Corpo dei Vescovi, la può condividere essendo personale; altrimenti sarebbe collettiva o collegiale.

Il Concilio Vaticano II riprende e mantiene l’equivoco secondo cui il Papa ha il Primato di giurisdizione, ma lo cointende o lo compartecipa con il Corpo dei Vescovi. Quindi da una parte riafferma la dottrina cattolica e dall’altra, contraddicendosi, la nega o l’edulcora. La dottrina della Collegialità episcopale è stata innovata ufficialmente anche se pastoralmente e non dogmaticamente, il 21 novembre 1964 dalla Costituzione su “La Chiesa” del Concilio Vaticano II Lumen gentium, n. 22.

Essa attribuisce al Corpo dei Vescovi, del quale il singolo entra a far parte con la sola consacrazione episcopale, un potere e una responsabilità stabile sulla Chiesa intera e non solo sulla sua propria singola diocesi; perciò fu ritenuta da vari Cardinali e Vescovi «recante detrimento al potere primaziale del Papa ed essi contestavano che avesse solide basi nella S. Scrittura» (H. Jedin, Breve storia dei concili, Brescia-Roma, Morcelliana-Herder, 1978, p. 240).

Questa dottrina di un duplice soggetto del supremo e totale potere di magistero e impero nella Chiesa (e quindi di un duplice Capo della Chiesa) era già stata condannata da papa Clemente VI (29 settembre 1325) nella Lettera Super quibusdam ad Mekhithar patriarca degli Armeni (DS 1050-1065, De primatu Romanae Sedis).

Il Papa, in virtù del Primato di giurisdizione sulla Chiesa universale conferitogli da Cristo, ha il potere di obbligare (insegnando, legiferando, giudicando e punendo) all’unità di fede e di carità tutta la Chiesa, ossia tutti i fedeli e tutti i Vescovi. Quindi ne segue che tutta la Chiesa (fedeli e Vescovi) ha il dovere di conservare col Papa la duplice unità di fede e di comunione. Il diritto (in questo caso del Papa), per definizione, è correlativo al dovere (dell’Episcopato).

Il Ballerini prova questo principio con un argomento particolare fondato sull’unità della Chiesa mantenuta tramite l’unione di fede e di carità. Infatti (De vi ac ratione…, cap. XI, nn. 1-3) l’unità visibile della Chiesa richiede l’unione visibile di tutti i fedeli e di tutti i Vescovi. Ora essa non può ottenersi direttamente perché è impossibile che tutti i cristiani comunichino direttamente e immediatamente tra di loro ed è molto difficile che tutti i Vescovi sparsi nelle loro diocesi in tutto il mondo comunichino direttamente tra di loro. Quindi occorre che i fedeli comunichino col loro Vescovo locale, il quale a sua volta comunica col Pontefice Romano, che mette d’accordo e in unione tutti i fedeli e tutti i Vescovi. Ecco provato in concreto che il Papa è il centro e il principio dell’unità della Chiesa cattolica: ognuno comunicando col centro, il Papa, comunica con tutti quelli che sono uniti ad esso: fedeli e Vescovi (come i raggi del cerchio convergenti al loro centro fanno una sola cosa col cerchio e tra di loro). Al contrario chi (fedeli/Vescovi) si stacca dal centro (Papa), si stacca assieme da tutta la Chiesa (come da tutto il cerchio) è per questo che S. Ambrogio commentando le parole di Cristo: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam” (Mt., XVI, 18) ne deduce immediatamente: “ergo ubi Petrus ibi Ecclesia” (Enarrat. in Psal. 50, n. 30).

Conclusione

Cristo ha dato a Pietro e ai suoi successori (i Romani Pontefici) un Primato di giurisdizione (con il potere di insegnare e governare la Chiesa legiferando, giudicando e castigando), non di semplice onore. Il Concilio Vaticano I (DB, 1823) ha definito di fede questa dottrina. Pietro (Kephas = roccia) è la pietra (Kephas = roccia) sopra la quale Cristo ha edificato la sua Chiesa: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt., XVI, 18-19). Gesù presenta la sua Chiesa sotto l’immagine di una casa, di un regno e di un gregge e pone Pietro a suo fondamento, clavigero e pastore. Pietro sùbito dopo l’Ascensione di Cristo agisce come Capo supremo della Chiesa. Egli si leva nel cenacolo per proporre agli altri Apostoli di sostituire Giuda Iscariota nel Collegio apostolico; egli predica per primo il dì di Pentecoste; egli accoglie i primi pagani nel seno della Chiesa, in casa di Cornelio; egli interroga e castiga i due sposi colpevoli di menzogna; infine egli prende per primo la parola al Concilio di Gerusalemme.

Il Concilio Vaticano I (DB, 1831) ha definito solennemente la dottrina del Primato del Papa, che ha sul gregge di Cristo un’autorità giurisdizionale o di governo, piena, suprema, universale, immediata e ordinaria sia per quanto concerne la fede e i costumi sia per quanto riguarda la disciplina. La Collegialità episcopale è, come minimo, un annacquamento di questa definizione dogmatica.

L’Episcopato non solo non è superiore al Papa ma nemmeno è eguale a lui. Gli errori del Conciliarismo e del Gallicanesimo, che insegnano la superiorità del Concilio sul Papa e che la giurisdizione dei Vescovi deriva direttamente da Dio e non tramite il Papa, sono stati condannati dalla Chiesa (cfr. DB, 1322 e 1589) ed hanno ricevuto il colpo di grazia col Vaticano I. La Chiesa è stata fondata su Pietro come roccia primaria e fondamentale e il Papa quale successore di Pietro le è essenziale; l’Episcopato pure è di istituzione divina, ma subordinatamente al Papato. Ogni potere discende da Dio direttamente sul Papa e da questi sui Vescovi.

d. Curzio Nitoglia

20/10/2016


http://doncurzionitoglia.net/2016/10/20/don-pietro-ballerini/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2016/10/23/don-pietro-ballerini/


 CORRELATO:

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Invito alla lettura

(“Sì Sì No No”, 15 maggio 2016)

Papa Primato

Introduzione

L’Editore Effedieffe ha pubblicato il libro di Curzio Nitoglia Il Primato del Papa (link). In esso l’Autore cerca – sul fondamento della teologia tradizionale – di esporre i termini del problema del governo monarchico della Chiesa, del potere episcopale subordinato a quello del Papa che è il Vicario di Cristo, del primato di Pietro e dei suoi successori, della conciliabilità tra Concilio Vaticano II e Tradizione apostolica.

Il lettore leggendolo potrà farsi un’idea dell’importanza e dell’attualità delle questioni che agitano soprattutto oggi, a partire dalla nuova ecclesiologia del Concilio Vaticano II, l’ambiente cattolico.

Invitiamo, quindi, a leggere attentamente questo libro e soprattutto a pregare incessantemente il Signore di ristabilire l’ordine e la tranquillità nella Sua Chiesa, che ancora soffre i sintomi del virus neo-modernista infiltratosi nei suoi fedeli e soprattutto nei suoi pastori.

Un precedente della Collegialità: il Conciliarismo

Il Conciliarismo radicale è un errore ecclesiologico, secondo il quale il Concilio ecumenico è per sé superiore al Papa; mentre il Conciliarismo moderato ritiene che il Papa è inferiore al Concilio solo in caso di eresia e quindi può essere giudicato e deposto dal Concilio.

Il principio speculativo da cui parte il Conciliarismo è quello secondo cui “il Papa può personalmente errare, la Chiesa o il Concilio, no” (H. Jedin, Breve storia dei Concili, Brescia-Roma, Morcelliana-Herder, 1978, p. 97); la firmitas Ecclesiae non può risiedere nella infirmitas Petri, ma solo nella soliditas Concilii e il legame di Cristo con la Chiesa o il “collegio episcopale” è indissolubile, con il Papa no (H. Jedin, ibidem, p. 104). Quindi anche il Papa deve obbedienza al “collegio dei vescovi” e alla sua riunione in Concilio. “Il Concilio ecumenico radunato rappresenta l’intera Chiesa, il suo potere gli viene immediatamente da Cristo” (H. Jedin, ivi). A Costanza si gettò la base della teoria di rendere il Concilio ecumenico “un’istituzione ecclesiastica stabile e per conseguenza una specie di istanza di controllo sul Papato” (H. Jedin, ibidem, p. 107). Per affermare la “libertà del Concilio” non si esitò a “ridurre il più possibile la pienezza dei poteri del Papa” (ibidem, p. 108). Con il Grande Scisma d’Occidente e la crisi del Papato “il ristabilimento dell’unità della Chiesa fu gravata da una pesante ipoteca. La teoria conciliarista, nata dallo stato d’emergenza in cui si trovava la Chiesa [con tre Papi], continuò a prosperare, benché incompatibile con la struttura gerarchica della Chiesa” (ibidem, p. 112). Il conflitto tra il primato del Papa e il Conciliarismo è inevitabile, sia pure un Conciliarismo mitigato o la superiorità del Concilio sul Papa solo in caso di eresia di questi.

La dottrina cattolica, invece, insegna che il Papa da solo ha il pieno potere di Magistero e di giurisdizione sulla Chiesa universale; mentre il Concilio imperfetto, ossia i vescovi senza il Papa non hanno il supremo potere di Magistero e di giurisdizione, che viene loro da Dio tramite il Papa.

Inoltre secondo i teologi la teoria del Papa formalmente eretico è solo un’ipotesi puramente speculativa, un’opinione possibile, molto improbabile e per nulla certa. Quindi è inutile riprenderla oggi per ovviare alla situazione catastrofica nell’ambiente ecclesiale postconciliare, anche perché essa è inficiata di Conciliarismo mitigato, che è almeno teologicamente erroneo.

Molti conciliaristi erano spinti da amore sincero verso la Chiesa, la cui esistenza sino alla fine dei secoli ed il cui infallibile insegnamento vedevano compromesso dallo Scisma d’Occidente (v. sì sì no no, 15 marzo 2016, pp. 1 ss.). Tuttavia il rimedio che ponevano al problema era “un rattoppo peggiore dello strappo”, poiché per restaurare la Chiesa ne cambiavano la divina istituzione e da monarchica la rendevano democratica o aristocratica. Infatti un disordine pratico (un Papa cattivo, eretico o incapace che semina il caos nell’ambiente ecclesiale) non si corregge con un grave errore teologico per di più ereticale: la superiorità del Concilio sul Papa per sé considerato (Conciliarismo radicale ed eretico) o solo in caso di eresia (Conciliarismo mitigato ed erroneo teologicamente).

La Collegialità episcopale forma temperata di Conciliarismo

L’attuale Collegialità episcopale è una forma temperata di Conciliarismo, portata avanti dai modernisti durante il pastorale Concilio Vaticano II, ma essa è stata costantemente condannata dal dogmatico Magistero ecclesiastico sino a Pio XII, il quale ancora tre mesi prima di morire nell’enciclica Ad Apostolorum principis (29 giugno 1958), ribadì per la terza volta, dopo la Mystici Corporis del 1943 e la Ad Sinarum gentem del 1954, che la giurisdizione viene ai vescovi tramite il Papa. Il gallicanesimo o conciliarismo, invece, tende ad assegnare al Concilio ecumenico una funzione suprema eguale se non superiore a quella del Papa assolutamente o solo in caso di eresia del Papa.

Durante il Concilio Vaticano II «la dottrina che attribuiva al Collegio dei vescovi (del quale il singolo entra a far parte con la consacrazione episcopale) unito al suo capo, il Papa, potere e responsabilità sulla Chiesa intera» – era ritenuta da Siri, Staffa, Carli, Parente – «recante detrimento al potere primaziale del Papa ed essi contestavano che avesse solide basi nella S. Scrittura» (H. Jedin, Breve storia dei Concili, Brescia-Roma, Morcelliana-Herder, 1978, p. 240). Inoltre si riteneva che «il vescovo consacrato diventi per ciò stesso membro del Collegio episcopale [avente giurisdizione], che assieme al Papa e mai senza esso possiede la suprema potestà sopra tutta la Chiesa» (ibidem, p. 243).

La Nota explicativa praevia «nulla toglie alla dottrina della immediata origine divina dell’ufficio e del mandato episcopale [e non tramite il Papa], nonché della responsabilità del Collegio episcopale per la Chiesa universale [e non sulla sola diocesi del singolo vescovo]» (ibidem, p. 265). Invece la dottrina tradizionale, ribadita sin nel 1958 da Pio XII, insegna che la giurisdizione sulla sua singola diocesi giunge al vescovo da Dio tramite il Papa, il quale dopo la consacrazione gli dà il potere di giurisdizione realmente distinto dal potere d’ordine. Inoltre il Papa, se vuole, può far partecipare il Corpo dei vescovi (non il Collegio che era solo quello degli Apostoli) alla sua suprema potestà di magistero e d’impero sulla Chiesa universale, riunendoli in Concilio ecumenico, per il solo tempo della durata del Concilio. Quindi il Corpo dei vescovi non è un ceto stabile e permanente che con Pietro e sotto Pietro ha il supremo potere di magistero ed impero sulla tutta la Chiesa.

La Costituzione del Concilio Vaticano II Lumen gentium al n. 22 ripete parzialmente la dottrina tradizionale, espressa dal Gaetano e definita dal Concilio Vaticano I, riguardo ai rapporti tra Papa e Concilio, ma introduce anche delle novità, che sono in rottura oggettiva con la S. Scrittura, la divina Tradizione, il Magistero costante della Chiesa, l’insegnamento dei Padri, dei Dottori scolastici e dei teologi approvati dell’epoca post-tridentina.

Le novità inaccettabili

La Lumen gentium, n. 22 a-b, recita: “Come Pietro e gli altri Apostoli costituirono un unico Collegio apostolico, allo stesso modo il Romano Pontefice, successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli Apostoli, sono tra loro uniti. […]. Ecco il carattere e la natura collegiale dell’ordine episcopale, i Concili ecumenici comprovano apertamente tale natura collegiale dell’ordine episcopale. Tale natura è suggerita anche dall’antico uso di far partecipare più Vescovi alla consacrazione di un futuro Vescovo. Uno è costituito membro del Corpo episcopale in virtù della consacrazione sacramentale. […]. L’ordine dei Vescovi, che succede al Collegio degli Apostoli nel magistero e nell’impero […] è pure soggetto di suprema (cioè, la più alta, che non ha eguali, ndr) e piena (totale o assoluta, cui non manca nulla nel suo genere e che può tutto da sola, ndr) potestà su tutta la Chiesa”.

Da notare:

  • 1°) Si equipara il Corpo dei Vescovi al Collegio degli Apostoli, invece i Vescovi pur essendo successori degli Apostoli non ne hanno tutte la prerogative: a) la scelta diretta da parte di Cristo degli Apostoli; b) la giurisdizione data loro da Gesù sulla Chiesa universale ancora da impiantare.
  • 2°) Si afferma che la natura dell’episcopato è collegiale e questo collegio include anche il Papa, che per l’ordine non si differenzia dai Vescovi, essendo il suo un primato di giurisdizione e quindi la Chiesa non è più monarchica.
  • 3°) Non è esatto che i Concili comprovano la natura collegiale dell’ordine episcopale perché nel Concilio il Papa è il capo e i Vescovi sono il corpo a lui subordinato pur avendo con lui in comune l’ordine episcopale.
  • 4°) Dei tre Vescovi con-consacratori uno solo è il consacrante principale ed efficiente. La presenza degli altri due Vescovi non è necessaria alla validità della consacrazione, ma serve solo a dare maggior solennità alla cerimonia; essi non consacrano e non sono segno della natura collegiale dell’episcopato. Si può fare un’analogia con la Messa solenne, in cui la presenza del diacono e del suddiacono non è necessaria alla validità della Messa (poiché chi consacra è solo il sacerdote celebrante), ma dà solamente maggior solennità alla cerimonia.
  • 5°) Non è esatto che si è costituiti membri del corpo episcopale in virtù della consacrazione sacramentale. Il Vescovo prima di essere consacrato deve ricevere la giurisdizione, che viene da Dio tramite il Papa.
  • 6°)Se l’episcopato è “soggetto di piena e suprema potestà su tutta la Chiesa” abbiamo la novità di un duplice soggetto del sommo potere di magistero e giurisdizione nella Chiesa: Papa e Episcopato. Mentre il soggetto del supremo e pieno potere è uno solo: il Papa, che se vuole ne fa partecipare l’Episcopato in maniera temporanea, e non alla pari (in maniera inadeguata).

Poiché dai padri conciliari non modernisti fu fatto notare a Paolo VI che il testo di Lumen gentium poneva dei seri problemi quanto alla sua ortodossia, egli fece aggiungere una Nota praevia (che invece fu messa dopo il testo, ossia era insieme “previa” e “posteriore”). La Nota praevia tuttavia non cancella le ambiguità e gli errori del testo di Lumen gentium ed anche in essa permane qualche ambiguità.

“Il Collegio – recita la Nota praevia – non si intende in senso strettamente giuridico, ma è un ceto stabile. […] Uno diventa membro del Collegio in virtù della consacrazione episcopale, e mediante la comunione gerarchica col capo del Collegio. […]. Il parallelismo tra Pietro e gli Apostoli da una parte, e il Sommo Pontefice e i Vescovi dall’altra, non implica la trasmissione del potere straordinario degli Apostoli ai Vescovi. […]. Infatti deve accedere la canonica o giuridica determinazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Il Collegio dei Vescovi è anch’esso soggetto di supremo e pieno potere sulla Chiesa universale. Il Collegio necessariamente e sempre cointende col suo capo […]. Il Romano Pontefice è il capo del Collegio e può fare da solo alcuni atti, che non competono in nessun modo ai Vescovi”.

Da notare:

  • 1°) Si afferma che il “collegio episcopale” è un ceto stabile”. In che senso? Nel senso erroneo che partecipa stabilmente e alla pari al potere supremo di magistero e di governo del Papa?
  • 2°) Si pospone la giurisdizione (o comunione gerarchica) alla consacrazione (o potere d’ordine), quasi che la giurisdizione venga al Vescovo immancabilmente solo perché consacrato. Novità che intacca il Primato di Pietro (cfr. U. E. Lattanzi, Il primato romano, Brescia, 1961).
  • 3°) Si afferma che il “Collegio dei Vescovi”, che“necessariamente e sempre cointende col suo capo” è anch’esso “soggetto di supremo e pieno potere sulla Chiesa universale”. La grande novità della Lumen gentium permane anche nella Nota praevia. Il Papa non è più l’unico soggetto per sua natura del supremo potere di magistero e imperio nella Chiesa universale e solo se vuole può far partecipare, in maniera non adeguata o a alla pari, al suo potere l’Episcopato riunito in concilio o sparso nel mondo, in maniera temporanea e per partecipazione o subordinatamente. La dottrina tradizionale era chiarissima, quella di Lumen gentium è per lo meno ambigua se non gravementeerronea in alcuni punti che permangono in rottura con l’insegnamento tradizionale, anche alla luce della Nota praevia, pur avendo quest’ultima cercato di ribadire alcuni capisaldi della dottrina cattolica.
  • 4°) Se “il Romano Pontefice è il capo del Collegio e può fare da solo alcuni atti, che non competono in nessun modo ai Vescovi”, come si può conciliare questo secondo asserto con il precedente, secondo cui “il “Collegio dei Vescovi necessariamente e sempre cointende col suo capo […] ed è anch’esso soggetto di supremo e pieno potere sulla Chiesa universale”? Qui si riscontra una palese contraddizione che sembra essere stata fatta espressamente per accontentare i padri conciliari di dottrina ortodossa.

Come si vede la Collegialità (Lumen gentium, n. 22) è imparentata, anche se in maniera più sfumata o mitigata (grazie alla Nota praevia, che da una parte ha ribadito la sottomissione del Corpo episcopale al Papa, ma dall’altra ha mantenuto l’ambiguità del duplice soggetto adeguato, necessario e permanente del supremo potere di magistero e giurisdizione nella Chiesa universale), al Conciliarismo o gallicanesimo mitigato, il quale tende ad assegnare al Concilio ecumenico una potestà suprema sulla Chiesa universale eguale a quella del Papa (cum Petro sed non sub Petro) laddove il Concilio ecumenico (CIC 1917, can. 222-229) non ha nessun potere totale e supremo indipendentemente dal Papa, che, solo può indire un Concilio ecumenico. Perciò la dottrina tradizionale ha sempre parlato di episcopato monarchico e di episcopato subordinato, ossia sottomesso a Pietro come il corpo al capo, mentre con Lumen gentium si inizia a parlare di episcopato collegiale. È per questo motivo che a riguardo dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II i cardinali Benelli e Kasper hanno potuto parlare di Chiesa “conciliare” ossia conciliarista.

Il pontificato di Francesco I

Oggi con il pontificato di Francesco I la situazione ecclesiale ha toccato il fondo, ma come non è stata la Collegialità episcopale del Vaticano II ad aver aiutato il Papato da “sinistra”, così non saranno i fedeli, preti e vescovi senza giurisdizione a salvare la Chiesa da “destra”, poiché Essa è stata fondata da Dio e da Lui assistita “ogni giorno sino alla fine del mondo” (Mt., XXVIII, 20), e soprattutto nelle epoche più burrascose in cui sembra che Dio abbia abbandonato la sua Chiesa, come avvenne sul Lago di Genezaret quando la barca in cui si trovavano gli Apostoli stava per essere inghiottita dalle onde e Gesù sembrava dormire…(Mt., VIII, 24).

Da “sinistra” i modernisti conciliaristi in nome di una pretesa Collegialità episcopale equiparano “democraticamente” il Papa all’Episcopato subordinato e distruggono la Monarchia petrina; mentre da “destra” i neo-Tradizionalisti ecclesiologicamente gallicaneggianti negando ogni valore al Magistero vorrebbero come gli Ortodossi sottomettere il Papa alla sola Traditio da loro interpretata e non dal potere magisteriale vivente del Pontefice romano regnante in atto. La retta soluzione, dunque, è quella indicata dalla S. Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero: il Redentore ha affidato il Deposito della Rivelazione per la sua retta interpretazione non «ai singoli fedeli, né ai teologi, ma solo al Magistero ecclesiastico» (Pio XII, Encilica Humani generis, 12 agosto 1950, DS 3384, 3386).

Nella situazione odierna occorre

  • 1°) riconoscere che delle novità si sono infiltrate nella pastorale della Gerarchia ecclesiastica a partire da Giovanni XXIII, e bisogna custodire la propria fede “non ubbidendo nelle cose cattive e non adulando”;
  • 2°) che i Papi “conciliari”, pur avendo mal usato del loro sommo Potere, lo conservano;
  • 3°) non pretendere che l’Episcopato collegiale o la sola Tradizione gallicaneggiante senza Magistero vivente possano rimettere la Chiesa in ordine e quindi, bisogna, come consigliava il cardinal de Vio, ricorrere alla preghiera e alla riforma di se stesi perché negli uomini di Chiesa ritorni l’ordine, che solo Dio tramite il Papa può restaurare nella Chiesa.

La sana reazione

Durante e dopo la tempesta del Concilio Vaticano II, furono molti gli scritti sulla sua eventuale opposizione alla Tradizione della Chiesa (card. Alfredo Ottaviani, card. Antonio Bacci, card. Arcadio Larraona, card. Giuseppe Siri, card. Ernesto Ruffini, S. Ecc. Dino Staffa, S. Ecc. Antonio De Castro Mayer, S. Ecc. Marcel Lefebvre, S. Ecc. Luigi Carli, S. Ecc. Klaus Gamber, dr. Arnaldo Vidigal Xavier Da Silveira, dr. Romano Amerio, dr. Michel Davies, dr. Giuseppe Alberigo, mons. Francesco Spadafora, p. Cornelio Fabro, p. Michel Guérard des Lauriers, sino ai recenti studi di mons. Brunero Gherardini).

Questi eminenti teologi chiedevano di correggere o addirittura di abrogare gli errori e le ambiguità che avevano rilevate nei testi del Concilio e nella “Messa del Concilio” promulgata da Paolo VI nel 1969. Ma la risposta non è mai stata data. Si soltanto è affermato senza provare che vi è continuità tra Vaticano II e Tradizione apostolica da Paolo VI sino a Benedetto XVI, che ha fatto della “ermeneutica della continuità” il suo cavallo di battaglia.

La supplica inascoltata di mons. Gherardini

L’ultimo grande teologo della scuola romana (Brunero Gherardini) che ha riposto tali domande a papa Benedetto XVI dal 2009 al 2012 è rimasto anche lui senza nessuna risposta probante ed ha continuato a mantenere in sospensione l’assenso a tali insegnamenti pastorali dubbi del Vaticano II.

Il suddetto Concilio presenta dei punti assai controversi che sono perlomeno teologicamente erronei, temerari, contrari alla dottrina comune, offensivi del senso religioso dei fedeli, male sonanti, ambigui, scandalosi, se non addirittura favorenti l’eresia.
In materia di Fede un’affermazione erronea, anche se non è seguita da atti esterni ereticali, costituisce un peccato grave contro la Virtù di Fede. Infatti i moralisti (S. Alfonso de’ Liguori, Prümmer, Merkelbach, Noldin, Ramirez, Roberti-Palazzini …) insegnano che si è obbligati, per Comando divino, a professare pubblicamente la Fede, quando il tacere o il tergiversare implica una negazione diretta o indiretta della Fede.

Si rinnega indirettamente la Fede con omissioni che, non di loro natura, ma per le circostanze di fatto contengono una potenziale negazione esplicita di Essa.

Dunque di fronte alle ambiguità e agli errori del Concilio Vaticano II non si può tacere, ma occorre far notare a chi di dovere la discrepanza tra la Tradizione apostolica e l’insegnamento del Concilio pastorale.

In breve con il Concilio Vaticano II assistiamo ad un tentativo di modernistizzazione della Chiesa, che con la “Collegialità” ha fatto proprio l’odio luterano per il primato del Papa, con la “Libertà religiosa” l’odio contro l’unica vera religione fondata da Dio Figlio e con l’“Ecumenismo” l’odio per l’intolleranza dottrinale della Chiesa romana ed infine con la pseudo-“Riforma liturgica”, fatta assieme ai calvinisti, ha prodotto un rito oggettivamente ibrido o un incrocio (il Novus OrdoMissae di Paolo VI) tra due riti essenzialmente diversi, quello protestantico e quello cattolico.

Il problema è quindi di dimostrare e non affermare soltanto (“quod gratis affirmatur, gratis negatur”) se realmente la dottrina della collegialità (Lumen gentium), della libertà religiosa (Dignitatis humanae), dell’unica fonte scritta della Rivelazione (Dei Verbum) e del dialogo ecumenico (Nostra aetate e Unitatis redintegratio), dell’antropocentrismo (Gaudium et spes) siano contenute nella Tradizione apostolica o siano una novità del Concilio (pastorale e non dogmatico) Vaticano II. Non è sufficiente dire che esse sono accettabili bisogna dimostrarlo. È quello che monsignor Brunero Gherardini, nei suoi numerosi libri sul problema del Concilio, ha chiesto a Benedetto XVI senza aver ricevuto risposta. Ora il fatto di non rispondere è di per sé significativo, non si sa, non si può rispondere, poiché non si può provare quanto si afferma.

Conclusione

Il presente libro cerca di esporre i suddetti problemi e di trovarne una chiave di soluzione alla luce dell’insegnamento costante e tradizionale della Chiesa, dei Padri e dei Dottori.

La risposta e la soluzione definitiva verrà soltanto dalla Chiesa gerarchica che, come chiedeva mons. Brunero Gherardini, può risolvere ogni problema affrontandolo dogmaticamente (mediante definizione e obbligatorietà di insegnamento magisteriale e quindi infallibile). È quello che ci aspettiamo e che chiediamo al Signore in questo periodo buio per l’ambiente ecclesiale e per l’umanità intera.

B. B.
(Sì Sì No No, 15 maggio 2016, pp. 1-4)


NOTE

  • – Il Concilio ecumenico (CIC, 1917, can. 222-229) partecipa al potere supremo e pieno o totale del Papa e dunque non ha nessun potere totale e supremo indipendentemente dal Papa. Solo il Papa può indire un Concilio ecumenico. Cfr. A. Piolanti, Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll., 167-173, voce “Concilio”.
  • – Mentre il Conciliarismo o gallicanesimo radicale assegna all’Episcopato un potere, addirittura, superiore a quello del Papa (sine Petro et supra Petrum).
  • –  Cajetanus, De comparazione Papae et Concilii, ed. Pollet, 1936, cap. XXVII, p. 179, n. 411.
  • – Quando si parla di Vaticano II come inaccettabile e da ri-“gettare”, non si intende inglobare in tale constatazione di eterodossia oggettiva la colpevolezza e punibilità soggettiva di chi lo accoglie in buona fede, pensando di obbedire. Così come quando si constata la nocività oggettiva del Novus Ordo Missae e la sua abrogabilità, non si vuole minimamente offendere chi lo celebra in buona fede, in maniera riverente e con spirito di obbedienza, per ignoranza incolpevole delle sue carenze dottrinali.
  • – Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Id., Tradidiquod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id., Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011.

http://doncurzionitoglia.net/2016/05/09/primato-papa/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2016/05/09/primato-papa/

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