EPICLESI

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Definizione e natura di epiclesi

Epiclesi deriva dal greco “epi-caléo” “chiamo, invoco” e significa “invocazione, preghiera” o genericamente “formula deprecativa”.

Nel Rituale Sacramentorum si trovano molti tipi di epiclesi o invocazioni. Per esempio, le epiclesi battesimali, eucaristiche, penitenziali ecc.

Dal secolo XIV però si parla, erroneamente, non più di “epiclesi” al plurale, ma de “la epiclesi” al singolare e la si intende esclusivamente come epiclesi eucaristica. Essa nell’Ordinario della Messa, in quasi tutti i riti orientali e in alcuni riti occidentali (mozarabico, gallicano ecc.) viene subito dopo la narrazione della istituzione dell’Eucarestia e le parole della consacrazione del pane e del vino. E ciò pone un serio problema dogmatico.

Infatti San Pio X ha insegnato: “La dottrina cattolica sul Sacramento dell’Eucarestia non è incolume, quando si ritiene accettabile la dottrina dei Greci dissidenti, secondo la quale le parole della consacrazione non otterrebbero il loro effetto se non dopo l’epiclesi” (Lettera ai Delegati Apostolici dell’Oriente,26 dicembre 1910).

Il significato moderno o posteriore al XIV secolo dell’epiclesi (con l’articolo determinativo “la” epiclesi) è infatti diverso da quello inteso dai Padri greci, secondo i quali “epiclesi” senza articolo determinativo, indica la preghiera eucaristica in genere, cioè il Canone della Messa col Prefazio compreso, (dai Greci chiamato Anafora). Mentre alcuni teologi moderni, specialmente gli orientali dissidenti, hanno frainteso e congiunto essenzialmente epiclesi con la preghiera che si legge dopo la consacrazione eucaristica, la quale chiede a Dio di operare la transustanziazione come se le parole pronunciate nella consacrazione non avessero avuto pieno effetto.

Invece nel Canone rientrano come parti nel tutto tanto la forma consacratoria consegnata da Gesù agli Apostoli (“Questo è il Mio Corpo”, “Questo è il Mio Sangue”) quanto l’epiclesi post-consacratoria che è impetratoria e non opera la consacrazione eucaristica, ma chiede che anche la Chiesa e i cristiani siano tramutati in Cristo in maniera analoga a ciò che già è avvenuto del pane e del vino. Con questa distinzione tutte le confusioni e gli equivoci in cui molti autori moderni son caduti vengono risolti.

Disputa sulla epiclesi

L’origine della confusione e degli equivoci va cercata nella controversia che si accese tra i Greci e i Latini nel XIV secolo sulla forma eucaristica.

Infatti i Latini si meravigliavano per il fatto che i Greci nella loro liturgia chiedessero la consacrazione del pane e del vino dopo che il celebrante aveva già pronunziato la forma consacratoria (“Questo è il Mio Corpo”, “Questo è il Mio Sangue”).

Tre teologi Greci scismatici Nicola Cabasilas (+ 1363), Simeone di Tessalonica (+ 1429) e Marco d’Efeso (+ 1444) risposero con una teoria inaudita secondo la quale la consacrazione e la transustanziazione avvengono non quando il sacerdote dice in persona Christi: “Questo è il Mio Corpo / Questo è il Mio Sangue”, ma quando domanda al Padre di inviare lo Spirito Santo sui fedeli per santificarli sempre di più e sulle oblate per compiere la transustanziazione. Tuttavia secondo costoro la forma consacratoria non è inutile, ma è conditio sine qua non perché l’epiclesi che viene subito dopo abbia la sua efficacia.

Ora, se si studiano quanto al loro oggetto, le invocazioni o epiclesi, possono essere divise in 2 categorie:

  • 1°) epiclesi impetratorie, con le quali si domandano le grazie per la santificazione dei fedeli del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa;
  • 2°) epiclesi consacratorie, con le quali si chiede la mutazione delle oblate nel Corpo e nel Sangue di Cristo.

Se si studiano quanto al posto che occupano nel testo liturgico esse si dividono in :

  • 1°) epiclesi antecedenti la forma della consacrazione;
  • 2°) epiclesi susseguenti, cioè pronunciate dopo le parole con cui Gesù consacrò il pane e il vino nel Suo Corpo e Sangue.

Ora nelle diverse liturgie in una stessa Messa si trovano molte epiclesi non solo impetratorie, ma anche consacratorie antecedenti e susseguenti. Quindi appare chiaro l’abuso di utilizzare la parola epiclesi per indicare esclusivamente l’epiclesi consacratoria susseguente.

Padre Jugie cita l’epiclesi consacratoria antecedente della Messa bizantina di San Giovanni Crisostomo (come si usò sino all’VIII secolo secondo il Codex Barberini 336), recitata all’inizio della Messa in cui si chiede a Gesù: “Guarda noi, questo pane e questo calice e rendili tuo Corpo immacolato e tuo Sangue prezioso”. Così pure nella Messa copta di San Basilio e di San Cirillo, nella liturgia greco/alessandrina di San Gregorio, in quella greca di San Marco.

Sostenere che l’esistenza dell’epiclesi consacratoria susseguente è un fatto antichissimo e universale nella liturgia cattolica latina e greca è inesatto. Infatti “i testi liturgici più antichi attualmente conosciuti hanno una sola epiclesi impetratoria susseguente nella quale la discesa dello Spirito santo è invocata per ottenere grazie di santificazione per i fedeli”.

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Difficoltà dogmatica e soluzione

Secondo la dottrina cattolica la forma consacratoria dell’Eucarestia sono le parole: “Questo è il Mio Corpo / Questo è il Mio Sangue” ed è nel medesimo istante in cui il sacerdote le pronuncia in persona Christi che avviene la transustanziazione. Non si richiede nessuna altra formula prima o dopo per ottenere la Presenza reale di Gesù sull’altare della Messa.
Indubbiamente se si fa caso solo all’epiclesi consacratoria susseguente si trova una grande difficoltà a conciliare tale formula con la dottrina cattolica sul sacrificio della Messa e la S. Eucarestia “tanto più che in parecchie liturgie [orientali], le parole del Signore si trovano nel semplice svolgimento della narrazione” e non sono staccate dal testo, dopo il punto a capo e la trascrizione della forma consacratoria in maiuscolo, come avviene nella Messa romana di origine apostolica restaurata da San Pio V.

“La difficoltà cessa se si fa attenzione ai due seguenti fatti liturgici:

  • 1°) molte liturgie contengono epiclesi consacratorie antecedenti (e spesso all’inizio della Messa) oltre quella conseguente;
  • 2°) in qualsiasi liturgia, anche se esposta in tono puramente narrativo, le parole del Signore sono accompagnate da gesti o riti che esprimono senza alcun dubbio l’intenzione di applicare tali parole alla materia presente sull’altare”.

La spiegazione delle epiclesi antecedenti e conseguenti va ricercata nella pratica della Chiesa, che è solita esprimere diverse volte, tanto prima che dopo l’atto sacramentale essenziale, la domanda dell’effetto dell’azione sacra. In breve lo spirito della liturgia ritorna sopra quanto è avvenuto in un solo istante per far intendere meglio l’effetto intero e duraturo. Inoltre l’epiclesi esprime l’intenzione della Chiesa e del celebrante di consacrare l’Eucarestia.

San Tommaso d’Aquino (S. Th., III, q. 8, a. 4, ad 9) ritiene che l’epiclesi chiede, in modo impetratorio, la trasmutazione spirituale in Cristo del Corpo Mistico e dei cristiani di modo che possano somigliare sempre più a Gesù Cristo.

In ogni caso la tradizione patristica è unanime nel ritenere che le parole di Gesù all’ultima Cena sono la forma consacratoria del pane e del vino (cfr. S. Giustino, S. Ireneo, S. Ambrogio, S. Gregorio di Nissa, S. Giovanni Crisostomo, S. Isidoro da Siviglia).

Infatti tutti i teologi son d’accordo, dietro la definizione del Concilio di Trento (DB 938, 940), nel riconoscere che Cristo è il sacerdote e la vittima principale offerta e immolata nell’atto della duplice consacrazione del pane e del vino.

d. Curzio Nitoglia

31/3/2016


http://doncurzionitoglia.net/2016/03/31/epiclesi/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2016/03/31/epiclesi/


 

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