Il Succo dell’Apocalisse ~ Prima Parte (I, 1-III, 22) ~ [Puntata 1]

Åâàíãåëèñò Èîàíí

San Giovanni apostolo ed evangelista

PRIMA PUNTATA

Ho già scritto un breve commento sui capitoli più controversi dell’Apocalisse di san Giovanni, ossia i capitoli centrali dell’ultimo Libro sacro del Nuovo Testamento (XI-XIII, XIX-XX), i quali riguardano le vicende delle ultime persecuzioni che si scateneranno verso l’avvento del regno dell’anticristo finale.

Mi son servito principalmente dei seguenti commenti: L’Apocalisse, commentata da A. Romeo, in La Sacra Bibbia, diretta e curata da Salvatore Garofalo, Il Nuovo Testamento, vol. III, Torino, Marietti, Casale Monferrato, 1960, pp. 763-861; Cornelio A Lapide, Commentarius in Apocalypsin, Venezia, II ed., 1717; mons. Pier Carlo Landucci, Commento all’Apocalisse di Giovanni, Milano, Diego Fabbri, 1964; dom Jean de Monléon, Le sens mystique de l’Apocalypse, Parigi, NEL, 1984; La Bibbia commentata dai Padri, Nuovo Testamento, Apocalisse, vol. 12, Roma, Città Nuova, 2008; padre Marco Sales, La Sacra Bibbia commentata, Torino, Berruti, Il Nuovo Testamento, vol. II, Le Lettere degli Apostoli – L’Apocalisse, 1914, pp. 645-682.

Ora che l’Editore Effedieffe ha ristampato il Commento di padre Marco Sales (che impiegò 20 anni a commentare la S. Scrittura) [1] all’ultimo Libro sacro della Bibbia mi azzardo a compendiare il suo studio per sintetizzare un insegnamento oggi molto attuale e porgerlo ai lettori affinché ne possano far frutto spirituale in questi tempi veramente apocalittici. Lo integro con i testi succitati solo nella spiegazione di qualche versetto o passaggio che dovesse risultare ancora di difficile spiegazione.

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LA PRIMA PARTE DELL’APOCALISSE (I, 1-III, 22)

Dal capitolo I al III inizia la prima parte dell’Apocalisse in cui Cristo glorioso istruisce l’Apostolo Giovanni su ciò che deve dire a nome di Gesù alle sette Chiese dell’Asia romana e indirettamente a tutta la Chiesa universale. Seguono le sette Lettere indirizzate a sette diocesi o Chiese particolari, contenenti rimproveri o incoraggiamenti a seconda dello stato in cui versano le varie Chiese e i loro capi che sono i vescovi. Gesù è presentato come il capo invisibile, maestro e giudice (poiché asceso al Cielo) della Chiesa, alla quale ha lasciato i suoi ministri visibili (i vescovi), ai quali dà i suoi ordini e le sue istruzioni accompagnate da promesse o minacce poiché essi sono i responsabili dello stato in cui si trovano i fedeli.

Capitolo I

San Giovanni definisce il suo Libro come “Rivelazione di Gesù Cristo” (v. 1), quindi una rivelazione di eventi futuri relativi alla storia della Chiesa e all’instaurazione del regno di Dio sulla terra sino alla fine del mondo.

Questa rivelazione è stata data da Dio Padre al Figlio Incarnato “per far conoscere le cose che debbono accadere subito” (v. 1). Il “subito” non va preso in senso stretto, infatti si tratta di una prossimità relativa e per rapporto a Dio che è eterno, il quale misura il tempo in maniera assai diversa da noi uomini. San Pietro scrive che “dinanzi a Dio un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno” (II Petri, III, 8). Alcuni eventi descritti dall’Apocalisse si verificheranno subito dopo il 95 (anno in cui è stata scritta), altre solo verso la fine del mondo.

Gesù come Dio incarnato ha fatto conoscere la suddetta rivelazione, ricevuta da Dio Padre, a San Giovanni mediante un angelo (v. 1).

San Giovanni invita i cristiani a conoscere e mettere in pratica gli insegnamenti contenuti nell’Apocalisse: “beato chi legge, e chi ascolta le parole di questa profezia: poiché il tempo è vicino” (v. 3). Il fine dell’Apocalisse è quello di preparare e confortare gli animi dei cristiani ad affrontare ciò che succederà nel tempo futuro, pieno di persecuzioni e di tentazioni, ma sempre accompagnate dalla protezione di Dio. L’Apocalisse è quindi un messaggio di speranza poiché nonostante le tribolazioni i fedeli con l’aiuto della grazia divina vinceranno e non debbono temere alcun male perché l’onnipotenza di Dio è sempre al loro fianco.

Al v. 4 si trova la dedica dell’Apocalisse che è inviata da “Giovanni alle sette Chiese che sono nell’Asia”, che in quel tempo era una provincia romana con Efeso per capitale. San Giovanni si rivolge direttamente alle sette Chiese particolari o diocesi[2] dell’Asia minore e indirettamente alla Chiesa universale.

Poi nei vv. 7-8 l’Apostolo riassume brevissimamente il contenuto dell’Apocalisse annunziando la seconda venuta di Cristo sulle nubi quando “ogni occhio lo vedrà, anche coloro che lo trafissero. E si batteranno il petto a causa di Lui tutte le tribù della terra”, cioè tutti gli uomini che non lo accolsero o lo offesero col peccato e specificatamente i Giudei deicidi: “coloro che lo trafissero” (v. 7).

Quindi Gesù (v. 19) comanda a Giovanni di scrivere sette Lettere per inviarle a sette Chiese particolari o diocesi dell’Asia, paragonata a “sette candelabri” (v. 20), per rivelare le cose presenti (capp. II-III dell’Apocalisse) e quelle future (capp. IV-XXII) ed anche il mistero delle “sette stelle” ossia degli “angeli delle sette Chiese” (v. 20) cioè dei sette vescovi che sono a capo delle sette Chiese o diocesi e vengono chiamati angeli, ossia ministri, messaggeri e inviati da Dio presso il popolo dei suoi fedeli, e sono paragonati alle stelle perché con la dottrina ricevuta dagli Apostoli debbono illuminare i fedeli affinché non smarriscano la via che conduce alla Patria, cioè il cielo.

“Dalle parole dell’Apostolo si vede che ai tempi in cui fu scritta l’Apocalisse ogni Chiesa particolare (ossia la diocesi) aveva il suo proprio vescovo, e che l’episcopato monarchico ascende veramente al tempo degli Apostoli, ed è perciò di istituzione divina” (p. Marco Sales, nota n. 20 al cap. I, v. 20).

Capitolo II

Seguono le sette Lettere che Gesù (I, 11) ha ordinato a Giovanni di scrivere alle sette Chiese (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea) che si trovano nell’Asia proconsolare.

Al versetto 1 del II capitolo Giovanni scrive la prima Lettera dettatagli da Gesù Cristo. Si deve notare come, benché direttamente queste Lettere siano indirizzate a diocesi particolari, indirettamente e implicitamente si rivolgano alla Chiesa intera, la quale in tutti i tempi dovrà sostenere persecuzioni, vedrà sorgere eresie e scismi, avrà in sé fedeli ferventi e anche peccatori. Queste Lettere contengono rimproveri e minacce di castighi contro i cristiani malvagi, mentre promettono ricompense ai buoni.

# 1°) La prima Lettera (vv. 1-7) è indirizzata all’angelo (vescovo) della Chiesa (diocesi) di Efeso. Siccome il vescovo è il capo della diocesi affidatagli, i difetti che si trovano nella sua Chiesa particolare sono rimproverati a lui che ne è il responsabile. Di qui si vede la grande responsabilità che ha il vescovo davanti a Dio poiché deve rispondere non solo delle sue azioni ma anche di quelle di tutti i fedeli della sua Chiesa che non ha saputo o voluto correggere.

Gli avvertimenti son dati ai vescovi da “colui che tiene nella sua destra le sette stelle (i vescovi) e cammina in mezzo ai sette candelieri d’oro (le diocesi)” (v. 1) ossia da Gesù che viene rappresentato come un padrone sul suo podere o un pastore tra il suo gregge. Egli, infatti, è il capo invisibile della Chiesa universale e come Dio conosce anche i pensieri di tutti ed è per questo che da Giovanni fa scrivere al primo vescovo: “so le tue opere, le tue fatiche e la tua pazienza, e come non puoi sopportare i cattivi” (v. 2), cioè conosco e apprezzo la tua condotta pastorale o vescovile, la tua fatica nel predicare il Vangelo e la tua pazienza nel sopportare le tribolazioni e le persecuzioni e il fatto positivo e lodevole che non hai la falsa tolleranza dogmatica, la quale lascia cadere nella perdizione il peccatore senza tentare di correggerlo. Gesù loda questo vescovo anche perché ha “messo alla prova coloro che dicono di essere Apostoli, e non lo sono. E li hai trovati bugiardi” (v. 2). Vi son sempre stati, anche al tempo degli Apostoli, dei loschi personaggi, eresiarchi e diffusori di vizi, i quali si spacciano per Apostoli di Cristo, ma son bugiardi, son lupi vestiti da pecore, eretici sotto sembianze di apostoli di Cristo.

Tuttavia Gesù rimprovera lo stesso vescovo perché ha abbandonato la sua prima carità (v.3). Egli si è rilassato, ha lasciato il suo primitivo fervore. Quindi lo esorta a ricordarsi del grado di fervore da cui è caduto e lo invita a far penitenza e ad agire come prima (v. 5).
E qui vengono addirittura le minacce. “Altrimenti vengo a te” (v. 5) sottinteso per punirti e aggiunge: “Torrò dal suo posto il tuo candeliere”, cioè rigetterò e lascerò che cada nello scisma la tua chiesa (candeliere).

Tuttavia vi è un elemento positivo che gioca in favore del vescovo di Efeso: “odi le azioni dei Nicolaiti, le quali io pure ho in odio” (v. 6). Gesù, miscens gaudia fletibus, per non scoraggiarlo torna a lodare il bene che fa, non si focalizza solo sul suo raffreddamento nella carità.

I Nicolaiti (cfr. Sant’Ireneo, Adv. Haer., I, 6; III, 11; Tertulliano, De Pudic., XIX, 6; S. Clemente d’Alessandria, Strom., II, 20) insegnavano che le voluttà sensuali e le impurità carnali non erano peccati, ani erano un mezzo per unirsi a Dio. Inoltre negavano la divinità di Cristo e professavano parecchie dottrine gnostiche.

Si noti che Gesù stesso odia l’errore e l’errante in quanto errante, anche se desidera la sua conversione in quanto uomo e loda il fatto che il vescovo odi l’errore nicolaita e i nicolaiti in quanto eretici. Come si vede lo spirito del vero cristianesimo apostolico e di san Giovanni, denominato “l’Apostolo della carità”, è diametralmente contrario a quello del pan-ecumenismo modernistico, della sola Misericordia senza giustizia.

Gesù così conclude la prima Lettera: “al vincente darò da mangiare dell’albero della vita” (v. 7). Ossia al cristiano che persevererà nel fervore della carità informante la fede Gesù darà la vita eterna, simboleggiata dall’albero della vita piantato da Dio nel paradiso terrestre (Gen., II, 9), i cui frutti dovevano comunicare ad Adamo e ai suoi discendenti l’immortalità se Adamo avesse obbedito al comando di Dio di non mangiare i frutti dell’albero della scienza del bene e del male, ossia di non pretendere di essere, come Kant, Legge a se stesso.

# 2°) La seconda lettera viene inviata da Gesù tramite Giovanni al vescovo (angelo) della Chiesa di Smirne (v. 8). Gesù lo elogia: “so la tua tribolazione e la tua povertà, ma sei ricco. E sei bestemmiato da quelli che si dicono Giudei, e non lo sono, ma sono la Sinagoga di satana” (v. 9).

Il vescovo di Smirne è lodato perché tribolato e povero davanti agli occhi degli uomini senza spirito soprannaturale, ma davanti a Dio è ricco di meriti celesti. Inoltre il vescovo è “bestemmiato”, ossia è insultato, calunniato, offeso, ingiuriato da alcuni che di origine etnica son Giudei ma spiritualmente hanno rinnegato l’Antica Alleanza, che attendeva il Messia venturo Gesù di Nazareth; essi sono la “sinagoga di satana” ossia la contro-chiesa, come i farisei che calunniavano Gesù (Gv., VIII, 42 ss.) e si vantavano di essere della razza di Abramo, ma furono gravemente rimproverati dal Messia di avere “per padre il diavolo” poiché egli è omicida sin dall’inizio e loro vogliono uccidere Gesù, ispirati dal serpente antico. Certamente essi discendono carnalmente da Abramo, ma non spiritualmente poiché quel Patriarca desiderò vedere il giorno del Messia, lo vide e ne tripudiò, non così i farisei, che son deicidi.

Gesù, quindi, lo incoraggia. “non temere nulla di ciò che stai per patire” (v. 10). Egli, onnisciente, allude a nuove persecuzioni che colpiranno la Chiesa di Smirne e le rivela in dettaglio. Infatti mala praevisa minus feriunt. Quindi Gesù li preavverte: “Ecco che il diavolo sbatterà in prigione alcuni di voi perché siate provati” (v. 10). Naturalmente i diavolo è l’istigatore dei persecutori e dei carnefici e non agisce direttamente nell’incarcerazione di cristiani.

Poi incoraggia il vescovo di Smirne: “sii fedele sino alla morte, e ti darò la corona della vita” (v. 10). Sino alla morte può significare sia la perseveranza finale come anche il martirio, ossia essere fedele sino a versare il sangue per Cristo.

“Chi sarà vincitore non sarà offeso dalla seconda morte” (v. 11). La seconda morte è quella dell’anima e consiste nella dannazione eterna.

# 3°) La terza Lettera è diretta all’angelo (vescovo) della Chiesa di Pergamo da Gesù, che qui si presenta come “colui che tiene la spada a due tagli” (v. 12), simbolo della potenza della parola di Dio, che giudica e punisce tutti i delitti. Gesù sfodera la spada a due tagli perché sa in che luogo pericoloso si trova quel vescovo: “dove satana ha il trono” (v. 13). Infatti Pergamo era un centro d’idolatria ove si trovava un Tempio di Esculapio, divinità rappresentata da un serpente, simbolo di satana.

Gesù elogia il vescovo di Pergamo perché non ha rinnegata la fede in Cristo anche nei giorni della persecuzione scoppiata in Pergamo in cui fu martirizzato Antipa “presso di voi dove abita satana” (v. 13), ossia in Pergamo nelle vicinanze del tempio di Esculapio.

Tuttavia Gesù ha anche alcuni rimproveri da rivolgere al santo vescovo di Pergamo perché nella sua diocesi vi sono i seguaci della dottrina di Balaam (v. 14), che aveva indotto il re Balac e gli israeliti al culto idolatrico e alle feste impure in onore di Belfegor (cfr. Num., XXV, 1-2).

Inoltre il vescovo di Pergamo ha nella sua diocesi anche i Nicolaiti, i quali insegnano esser lecito fornicare e idolatrare.

Quindi Gesù lo minaccia, nonostante la sua fedeltà e il sangue del martire che ha irrorato la sua diocesi, e gli dice: “fa’ penitenza: altrimenti verrò subito a te, e combatterò contro di essi con la spada della mia bocca” (v. 16). In breve non solo i Nicolaiti son colpevoli (e lo sono al massimo grado), ma anche il vescovo di Pergamo lo è (anche se in maniera minore) poiché non li ha combattuti con la dovuta energia. Si pensi all’attuale ecumenismo che non solo non combatte più, ma insegna che è illecito combattere le false divinità ed inoltre le riunisce ad Assisi e concede le chiese cattoliche per permettere ai loro falsi sacerdoti di render loro un culto idolatrico.

# 4°) La quarta Lettera è inviata al vescovo della diocesi di Tiatira. Gesù si presenta qui con “gli occhi come fiamma di fuoco e i piedi simili all’oricalco” (v. 18). Ossia Egli con tali occhi penetra e scruta i segreti dei cuori e con tali piedi è pronto a stritolare gli infedeli induriti come vasi d’argilla. Gesù aggiunge a pro del vescovo: “So le tue opere…. E le tue ultime sono più numerose delle prime” (v. 19), ossia il suo zelo è andato crescendo e Cristo se ne rallegra.

Ma c’è pure qualche piccola cosa da correggere (v. 20). Infatti il vescovo di Tiatira permette a Jezabele, che si dice profetessa , di insegnare e sedurre i suoi adepti affinché cadano in fornicazione. Jezabele è un nome simbolico che era della perfida regina d’Israele la quale propagò l’idolatria (III Re, XXI, 5 ss.). Questa sedicente Jezabele dell’Apocalisse asserisce di avere il dono della profezia e usa la sua notorietà per trascinare i cristiani che l’ascoltano all’idolatria e all’immoralità. Gesù rivela di averle dato tempo per fare penitenza, ma lei non vuol pentirsi (v. 21). Quindi annunzia il castigo: “la stenderò in un letto” (v. 22), ossia la rende gravemente ammalata e allettata ed anche i complici delle sue nefandezze saranno gravemente tribolati se non faranno penitenza.

Poi svela la natura della dottrina insegnata dalla falsa profetessa, la quale è una scienza esoterica/demoniaca qualificata dall’Apocalisse con le parole “le profondità di satana” (v. 24) e assicura coloro che non l’hanno seguita che non saranno castigati. Li invita a ritenere sempre la vera dottrina che ha loro rivelata e di perseverare nel bene (v. 25). Chi persevererà riceverà da Gesù di partecipare al suo potere di giudice di tutte le nazioni e di tutti coloro che si rivoltarono al Vangelo e li castigherà in virga ferrea (con un bastone di ferro), cioè con un rigore estremo, e le stritolerà come vasi di creta (v. 27).

Capitolo III

# 5°) Seguono le altre ultime tre Lettere alle diocesi di Sardi, di Filadelfia e di Laodicea.
È terribile ciò che dice Gesù al vescovo di Sardi: “Mi son note le tue opere, hai fama di vivo ma sei morto” (v. 1), vale a dire che il vescovo agli occhi degli uomini sembra vivificato dalla carità, ossia in grazia di Dio, ma invece è morto, cioè sta in peccato mortale.

Poi Gesù lo invita alla vigilanza sopra di sé per tornare in grazia di Dio e a “confermare il resto (della diocesi) che sta per morire” (v. 2). Infatti i fedeli o il gregge degli agnelli risente del cattivo stato di salute spirituale del suo capo e pastore, il vescovo di Sardi, al quale viene riservata una seconda monizione: “Se non veglierai verrò a te come un ladro, né saprai in quale ora verrò da te” (v. 3), cioè il vescovo è minacciato di morte improvvisa e in stato di peccato (cfr. Mt., XXIV, 42).

Tuttavia vi è qualcosa di buono nella sua diocesi. Infatti vi sono “poche persone, le quali non hanno macchiato le loro vesti” (v. 4), ossia hanno conservato candida l’anima lavata nel Battesimo col sangue dell’Agnello divino.

# 6°) La sesta Lettera è inviata al vescovo di Filadelfia (v. 7) al quale Gesù si presenta come il Santo e il Verace, “che ha la chiave (della casa) di David e quando apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”. Vale a dire Gesù rivela la sua divinità, Egli è il Santo per eccellenza e per essenza, Autore di ogni santità partecipata e finita; è il Verace ossia la Verità stessa sussistente. Inoltre Egli ha la chiave della casa di David, che è la Chiesa, cioè ha la suprema autorità e il supremo potere nella Chiesa, potere e autorità che partecipa a Pietro e ai suoi successori (Mt., XVIII, 16 ss.). Infatti nessuno può chiudere la porta a quelli a cui Egli l’apre e viceversa. Quindi nessuno entra nella Chiesa e in Cielo se Cristo e per partecipazione il Papa non gli apre la porta. Solo Egli ha il diritto di ammettere o di escludere e ne fa partecipi il suo Vicario e i successori degli Apostoli, cioè i vescovi.

Al versetto 8 “Io ti ho messo davanti una porta aperta” Cristo spiega le parole precedenti. Infatti qui vuol far capire che ha spalancato una porta al vescovo di Sardi affinché egli vi possa entrare per convertire pagani e ebrei e farli entrare nella Chiesa. Il motivo per cui ha aperto questa porta al vescovo è tosto spiegato: “perché hai poca forza, hai osservata la mia parola e non hai rinnegato il mio nome”, ossia, quantunque debole e povero di mezzi umani, il vescovo gli è rimasto fedele e non ha rinnegato Gesù in mezzo alle persecuzioni.

Quindi l’Apostolo Giovanni annunzia la conversione dei Giudei di Filadelfia e in ultima analisi la conversione di Israele prima della fine del mondo (cfr. Rom., XI, 26). Cristo dice al vescovo di Filadelfia: “Io ti darò quelli della sinagoga di satana […] e farò sì che vengano e s’incurvino davanti ai tuoi piedi” (v. 9), ossia i giudei che ancora non hanno riconosciuto Cristo come Messia nella diocesi di Filadelfia andranno a cercare la salvezza nella Chiesa e “sapranno che Io ti ho amato”, ossia capiranno che Dio ama la Chiesa di Filadelfia e la Chiesa universale, il suo vescovo e Gesù Cristo che “essi hanno crocifisso” e quindi entreranno nella Chiesa di Cristo.

Quindi parla per la prima volta della grande persecuzione che si scatenerà verso la fine del mondo concomitantemente al regno dell’Anticristo finale: “Io ti salverò dall’ora della tentazione, che sta per sopravvenire a tutto il mondo per provare gli abitanti della terra” (v. 10). Padre Sales (cap. III, nota 10) commenta che “alcuni ritengono si tratti della persecuzione di Traiano, ma poiché si parla di tutto il mondo e degli abitanti della terra, ci sembra più probabile che si alluda alla grande tribolazione, che avrà luogo negli ultimi giorni del mondo (cfr. Dan., XII, 1; Mt., XXIV, 21; II Tess., II, 9)”.

# 7°) Ecco finalmente la settima ed ultima lettera indirizzata alla diocesi di Laodicea (v. 14).

Anche qui come per il vescovo di Sardi (quinta Lettera) le parole sono terribili: “Mi sono note le tue opere, come non sei né freddo, né caldo. Oh, fossi tu o freddo, o caldo! ma perché sei tiepido, e né freddo, né caldo, comincerò a vomitarti dalla mia bocca. Poiché vai dicendo: Sono ricco e dovizioso e non mi manca niente. E non sai che tu sei meschino e miserabile e povero e cieco e nudo” (vv. 15-16-17). In breve il vescovo di Laodicea non è spiritualmente freddo o in peccato mortale, ma non è neppure spiritualmente caldo o fervente. Perciò è tiepido, ossia vive nel languore e nella pigrizia spirituale, vorrebbe velleitariamente vivere bene, ma teme la fatica delle virtù e manca di generosità per combattere il vizio. Inoltre si aggiunge a questo stato di tiepidità una falsa tranquillità di coscienza sommamente pericolosa per l’anima, la quale cade in una specie di letargo spirituale dal quale è difficilissimo uscire, più che da un solo peccato grave di cui ci si pente fortemente come successe a San Pietro. È per questo motivo che alla tiepidezza è preferibile la freddezza spirituale o il singolo peccato grave detestato, confessato e riparato. Attenzione! ciò non vuol dire che il peccato mortale non sia in sé il male più grave che è la morte dell’anima, ma l’Apostolo vuol farci capire, divinamente ispirato, che certe volte l’anima si rialza con minore difficoltà dalla singola colpa grave (purché non diventi un vizio abituale) che non dalla tiepidezza in cui si adagia e si illude di vivere ancora in amicizia con Dio, mentre si trova in una specie di torpore o sonno paralizzante spiritualmente che le rende difficilissimo il risveglio e lo scuotimento. È per questo che la tiepidezza provoca il disgusto di Dio, il quale si dispone a rigettare o vomitare interamente da Sé l’anima tiepida. Lo stato di tiepidezza ha talmente accecato e insonnolito il vescovo di Laodicea e i suoi fedeli che si ostina a dire: “Sono ricco e non mi manca niente”, invece la sua è un’illusione e in realtà egli è “povero” poiché privo della grazia, inoltre è “cieco” perché non se ne accorge ed infine è “nudo” in quanto è spoglio di ogni merito soprannaturale.

Gesù, quindi, dà una massima che è di insegnamento a tutti noi: “Io, quelli che amo, li riprendo e li castigo” (v. 19); ciò riguarda direttamente il vescovo di Laodicea al quale Gesù vuol far capire che se lo ha rimproverato è perché lo ama e vuole che si converta: “Abbi zelo e fa penitenza” (v. 19); indirettamente la frase è rivolta a tutti i cristiani ai quali Cristo insegna che le tribolazioni che dovranno patire in questo mondo sono un segno del suo amore e non del suo disinteresse, come erroneamente qualcuno potrebbe essere tentato di credere.

Al v. 20 Gesù invita in maniera tenerissima l’anima a unirsi con lui nella conoscenza reciproca, nell’amore e nella preghiera che è un parlare come un amico parla ad un amico. Egli per la grazia santificante è presente assieme al Padre e allo Spirito Santo nell’anima del giusto, lo conosce e lo ama e vuol essere conosciuto e riamato dalle anime con le quali si trattiene in colloquio durante la meditazione. Ecco le parole rivelateci da San Giovanni: “Io sto alla porta (della tua anima) e busso (per farmi aprire e poter entrare): se qualcuno ode la mia voce (senza porre resistenza accetterà e coopererà alla grazia che gli offro), e mi apre la porta (si convertirà e tornerà in grazia di Dio)[3], entrerò da lui (inabiterò abitualmente nella sua anima con la presenza reale delle tre Persone divine), e cenerò con lui ed egli con me”. È molto bella questa ultima espressione della cena in comune che indica la grande intimità e amicizia con cui Gesù tratta i cristiani vivificati dalla grazia santificante e le gioie spirituali che elargisce alle anime ferventi.

~

Qui termina la prima parte dell’Apocalisse contenente le sette lettere alle sette Chiese e ai sette vescovi.

d. Curzio Nitoglia

8/3/2016

http://doncurzionitoglia.net/2016/03/08/succo-apocalisse-1/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2016/03/08/succo-apocalisse-1/


Note:

[1] Padre Marco Sales (Torino 1877-1936), domenicano, fu professore di teologia dogmatica all’Angelicum di Roma dal 1909 al 1911, poi professore di esegesi all’Università di Friburgo (Svizzera) dal 1912 al 1925 e nel 1925 venne nominato Maestro del Sacro Palazzo. Aveva studiato anche lingue semitiche e commentò la Bibbia: il Nuovo Testamento in due volumi dal 1912 al 1914 e l’Antico Testamento in otto volumi dal 1915 al 1934. Per quanto riguarda l’Apocalisse si basò sui commenti dei Padri ecclesiastici, dei Dottori scolastici e degli esegeti moderni. Il suo commento si distingue per chiarezza, precisione ed esattezza di termini che gli vengono dalla sua formazione filosofico/teologica di vero discepolo di San Tommaso d’Aquino. Il suo è uno dei migliori commenti in lingua italiana alla S. Scrittura che io conosca, ristampato a puntate da EFFEDIEFFE edizioni.

[2] Diocesi dal greco dioìkesis è il territorio in cui il vescovo esercita la sua giurisdizione.

[3] San Pietro definisce la grazia santificante una partecipazione o comunicazione finita ma reale della natura divina all’anima umana (II Petri, I, 24).


 

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