Francesco I alla Sinagoga di Roma (17 gennaio 2016)

Francesco I alla Sinagoga di Roma-20160117-5

Francesco I alla Sinagoga di Roma
(17 gennaio 2016)

La “nuova” dottrina di Francesco I implicitamente risale a Giovanni XXIII ed esplicitamente a Giovanni Paolo II

Francesco I il 17 gennaio del 2016, nel suo discorso tenuto nella sinagoga di Roma, ha riaffermato che secondo la dottrina conciliare (cfr. Lumen gentium, 16: “i doni di Dio sono irrevocabili” e l’intera Dichiarazione Nostra aetate) e postconciliare (cfr. Giovanni Paolo II a Magonza nel 17 novembre del 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”; Giovanni Paolo II, Discorso alla sinagoga di Roma, 13 aprile 1986: “Ebrei nostri fratelli maggiori nella Fede”; Benedetto XVI, Discorso alla sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010: “Ebrei nostro padri nella Fede”) l’Ebraismo attuale è ancora titolare dell’Alleanza con Dio.

Papa Bergoglio non si nasconde dietro la teoria della “ermeneutica della continuità” tra Concilio Vaticano II e pre-concilio, ma riconosce nel suo discorso recente che “in questi 50 anni il rapporto tra cristiani ed ebrei ha subìto una vera trasformazione” e che “la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’Antica Alleanza”.

Il Documento della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo (10 dicembre 2015)

L’esternazione di Francesco I alla sinagoga di Roma è stata preceduta da un Documento della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo (intitolato “Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”), in occasione del 50° anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra aetate.

Il suddetto Documento, firmato dal card. Kurt Koch, riconosce che la dottrina della perennità della Antica Alleanza “non si trova esplicitamente espressa in Nostra aetate, ma è stata esplicitamente affermata per la prima volta da Giovanni Paolo II a Magonza il 17 novembre del 1980 […] e ripresa nel 1993 dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 121” (n. 39).

Anche il Documento firmato dal card. Koch ha il pregio di non nascondersi dietro il paravento della “ermeneutica della continuità”, ma afferma sinceramente, come ha fatto papa Bergoglio alla sinagoga romana (parlando addirittura di “vera trasformazione”, ossia di una vera e non apparente evoluzione sostanziale di dottrina), che “Molti Padri della Chiesa favorirono la cosiddetta teoria della sostituzione tanto che, nel Medioevo, essa divenne il fondamento teologico generale per le relazioni con l’ebraismo. […]. Poiché Israele non aveva riconosciuto Gesù, le promesse di Dio non valevano più per Israele, ma si rivolgevano alla Chiesa di Gesù Cristo che era oramai il vero nuovo Israele […] e soltanto con il Concilio Vaticano II si sarebbe stemperato il suddetto antagonismo teologico” (n. 17).

Quindi il cardinal Koch e Francesco I ammettono che mentre i Padri ecclesiastici e i Dottori della prima, seconda e terza scolastica hanno insegnato costantemente, generalmente e unanimemente, dai primi secoli dell’era cristiana sino al 1960, la medesima dottrina si è dovuti arrivare la Vaticano II per avere veramente una nuova dottrina, trasformata eterogeneamente, sui rapporti tra Nuova e Vecchia Alleanza.

La divina Rivelazione sconfessa la dottrina conciliare professata ultimamente da papa Bergoglio

Invece la divina Rivelazione (contenuta nella S. Scrittura, nella Tradizione unanime dai Padri e interpretata dal Magistero ecclesiastico costante e uniforme) insegna che # c’è stata una prima e adesso c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, quando la prima “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Gv., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda Alleanza e l’aprì a quanti (i pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente” da settentrione e da mezzogiorno (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolsero (Rm., XI, 1-10).

Perciò la vocazione del vero Israele spirituale è irrevocabile (Rom., XI, 9) in quanto è unito spiritualmente a Gesù Salvatore del mondo, ma il falso Israele carnale, che si ostina ancor oggi a rifiutare Gesù, “è stato reciso dall’ulivo fruttifero, per la sua incredulità” (Rom., XI, 20). Dunque la vocazione, da parte di Dio, permane; ma da parte dell’uomo può essere rifiutata e quindi essere persa. Per fare un esempio Dio ha chiamato Giuda al sacerdozio e all’episcopato e Dio non cambia parere e non si pente delle sue decisioni, ma Giuda prima ha accolto la chiamata e il dono di Dio e poi se ne è pentito ed ha rinnegato e tradito Gesù Cristo. Così Israele chiamato da Dio a far conoscere il Messia venturo prima ha accolto il dono divino e poi quando il Messia è venuto, nella sua maggior parte, lo ha rinnegato.

Padre Paul Beauchamp (Remarques additives sur l’antijudaisme, in «Radici dell’antigiudaismo», p. 118) spiega che nel 1980, Giovanni Paolo II, a Magonza, ha chiamato gli ebrei «il popolo dell’Antica Alleanza mai revocata» e nota che quest’espressione era già formulata implicitamente «nella nuova liturgia del Venerdì santo, nell’orazione in cui s’implora Dio che gli ebrei “progrediscano nell’amore del suo Nome e nella fedeltà alla sua Alleanza”. Chi è escluso da un’Alleanza non può progredirvi [quindi l’ebraismo attuale manterrebbe l’Alleanza con Dio]» (N. Lohfink, L’Alleanza mai revocata. Riflessioni esegetiche per il dialogo tra cristiani ed ebrei, Queriniana, Brescia, 1991).

Il padre gesuita Norbert Lohfink (Ibidem, p. 13) ha approfondito il significato della frase pronunciata a Magonza da G.P. II, ed ha spiegato che dietro il concetto di Nuova ed Eterna Alleanza si nasconde un certo antigiudaismo cristiano, si tratterebbe di un concetto di antagonismo verso il giudaismo, ereditato dalla Chiesa primitiva; l’autore sostiene che occorre parlare di un’unica Alleanza e di una duplice via di salvezza, evitando di dire che solo in Cristo c’è la salvezza per ogni uomo; gli ebrei possono salvarsi percorrendo la via del giudaismo talmudico, i cristiani quella del Vangelo, l’Alleanza è una sola cui partecipano ebrei e non-ebrei, ciascuno seguendo la propria strada.

Secondo l’autore Giovanni Paolo II si riferisce senza dubbio al popolo ebraico di oggi, infatti egli parla de «l’incontro tra il popolo di Dio dall’Antica Alleanza mai revocata (Rm., I,19) e quello della Nuova Alleanza, è… un dialogo… tra la prima e la seconda parte della sua Bibbia».

La pericope di Giovanni Paolo II ripresa da Francesco I è perlomeno equivoca. Infatti il popolo dell’Antica Alleanza e quello della Nuova ed eterna è spiritualmente lo stesso, esso è composto da coloro che credevano nel Cristo Messia venturo (Mosaismo) e da coloro che credono al Cristo Messia venuto (Cristianesimo); per la teologia cattolica vi è un perfezionamento dell’Antica Alleanza tramite la Nuova; mentre Giovanni Paolo II parla di due popoli, quello del giudaismo attuale, con il quale – per la sana teologia cattolica – Dio ha rotto l’Alleanza perché è stato tradito da esso che ha rifiutato i Profeti e Cristo.

Il rabbinismo farisaico-talmudico, invece, è presentato da Giovanni Paolo II/Francesco I come il popolo con cui Dio è ancora in alleanza. Invece il popolo dell’Alleanza stabilita con Mosè è spiritualmente il cristianesimo. Infatti, materialmente Mosè, circa tremila anni fa, era il capo del popolo d’Israele secondo la carne; ma questo popolo, nella maggior parte, quando venne il Messia, per il quale Dio aveva stretto alleanza con Israele, Lo rifiutò e da quel momento non è più da considerarsi figlio spirituale d’Abramo, Mosè e Dio, ma solo discendente materialmente da Abramo, Mosè e ripudiato da Dio spiritualmente e quindi figlio spirituale del diavolo (Jo., VIII, 44).

Il Lohfink scrive che Giovanni Paolo II «infrange, con audacia, la consuetudine, riferendo l’Epistola di san Paolo ai Romani (XI, 29) a questa “antica alleanza”, mentre il vangelo di San Luca (XXII, 20) parla de «la Nuova Alleanza nel mio [di Cristo] sangue, che viene versato per voi». Il Lohfink invece ritiene che «in ordine all’interpretazione del rapporto ebraismo-cristianesimo, ci sono le cosiddette “teorie dell’unica alleanza [che ha due tappe, quella vecchia e quella nuova, nda], e ci sono per contro le “teorie delle due alleanze”» (Ibidem, p. 13).

Secondo il gesuita, «l’ebraismo odierno, può riferire a sé la parola “alleanza” anche da un punto di vista perfettamente cristiano, poiché la sua “antica alleanza” non è mai stata revocata da Dio» (ivi).

Invece, è ovvio che se Dio ha stretto una Nuova ed Eterna Alleanza nel Sangue sparso da Gesù, non sussiste più la Vecchia che è stata perfezionata e sostituita dalla Nuova.

Secondo il gesuita «il concetto popolare cristiano di “nuova alleanza” favorisce l’antisemitismo. Il cristiano normale di fronte al discorso dell’“antica e nuova alleanza” immagina che vi siano due alleanze, una “antica” ed una “nuova” che si succedono l’un l’altra…; un “testamento” vecchio si estingue quando uno va dal notaio e fa redigere un testamento “nuovo”.

«Quando noi cristiani parliamo della “nuova alleanza” consideriamo gli ebrei di oggi come i posteri di quegli ebrei che allora non hanno trovato accesso alla “nuova alleanza”, e poiché adesso l’“antica alleanza” non esiste più, essi non hanno più alcuna “alleanza”. Questo è il punto in cui s’inserisce la formulazione di Giovanni Paolo II a Magonza» (N. Lohfink, op. cit., p. 17).

Ora S. Paolo, divinamente ispirato, ha scritto: «Dicendo Alleanza Nuova, Egli ha dichiarato antiquata la prima; ma ciò che diventa antico ed invecchia, è prossimo a sparire» (Ebr., VIII, 13).

Il rimedio a questa distorsione del “cristiano normale, del popolo cristiano”, sarebbe secondo il gesuita un “cristianesimo a-normale”, ossia esoterico, gnostico e cabalistico, cripto-giudaico che ritenga – contraddicendo S. Paolo – che occorra parlare di «due alleanze: di un’antica che continua, nonostante sia invecchiata e prossima a sparire (già 2000 anni fa circa, un ‘prossimo-remoto’), e in cui si trova anche l’odierno ebraismo e della nuova, data ai cristiani; con l’avvertenza di aggiungere subito che non esiste nessun motivo per gli ebrei di rinunciare alla propria… Non si è mosso in questo senso – si domanda il gesuita – Giovanni Paolo II nel suo discorso di Magonza?» (Ibidem, pag. 18).

Il gesuita continua dicendo che, il termine Nuova alleanza è «un’arma concettuale della chiesa primitiva, per emarginare gli ebrei, inoltre quest’affermazione [Nuova Alleanza] non è storicamente sicura…» (Ibidem, pp. 21-22), per provare ciò l’autore deve negare, in maniera contorta e confusa, la divina ispirazione dei Vangeli che sarebbero il prodotto delle prime comunità cristiane, del Cristo della fede e non del Cristo della storia (Ibidem, p. 22).

Mi sembra che tale affermazione di Giovanni Paolo II, sia contraria al dato rivelato (“Chi crederà [al Vangelo, nda] e sarà battezzato si salverà. Chi non crederà sarà condannato”; Mc., XVI, 16), renda vana la redenzione dell’unico mediatore Gesù Cristo, “creando” artificiosamente una sussistenza della Vecchia Alleanza che non ha più ragion d’essere, a causa dell’Incarnazione Passione e Morte di Nostro Signor Gesù Cristo. Infatti, a che scopo istituire una nuova alleanza se la prima è ancora valida? Sarebbe scorretto, inutile e disonesto da parte di Dio nei confronti del vecchio e del nuovo alleato (absit), sarebbe come se un marito, si sposasse di nuovo, vivente ancora la prima moglie, arrecando così danno (di bigamia) sia alla prima che alla seconda; o come se un padre abrogasse il primo testamento, stilato dal notaio a favore del solo figlio primogenito, e lo rimpiazzasse con un secondo e definitivo a favore di tutti i suoi figli, e l’autorità giudiziaria ritenesse ancor valido il primo testamento (che è stato, per esplicita volontà del padre, rimpiazzato con un secondo ed ultimo), e – contraddittoriamente – anche il secondo testamento, di modo che vi sono due testamenti validi, di cui uno rende erede solo il primogenito e l’altro tutti i restanti, ma ciò è impossibile,

Gli errori e le ambiguità di Nostra Aetate

L’ambiguità di “NA”, consiste nel far passare tutti coloro che discendono da Abramo (tranne gli arabi), come aventi legami spirituali o di fede con la Chiesa cristiana. Tuttavia le cose non stanno così, la maggior parte dei figli d’Abramo secondo la carne non crede alla divinità di Cristo, solo “un piccolo resto” (Rom., IX, 27; XI, 15) lo ha accettato come Dio e Messia. Lo stesso Gesù lo rivela “voi non avete per padre [secondo lo spirito o la fede] Abramo, ma il diavolo” (Giov., VIII, 44).

Al n.° 4e, “NA” insegna: “Secondo s. Paolo gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”. Invece s. Paolo dice solo che la vocazione da parte di Dio non muta (“Ego sum Dominus et non mutor”). Però può cambiare la risposta umana alla chiamata di Dio, com’è stato per la maggior parte del popolo d’Israele, che durante la vita di Gesù, ha malamente corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo i Profeti e Cristo stesso; onde son cari a Dio, ossia stanno in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di coloro che hanno accettato il Messia Cristo venuto (NT), come lo accettarono venturo i loro padri nell’AT.

Al n.° 4g la Dichiarazione conciliare scrive: “La morte di Cristo dovuta ai peccati di tutti gli uomini. E se autorità ebraiche con i propri seguaci si son adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo”.

Occorre distinguere: Cristo è morto per riscattare i peccati di tutti gli uomini, ossia il fine della morte di Cristo è la redenzione del genere umano. Ma la causa efficiente che ha prodotto la morte di Cristo, non furono i peccati degli uomini, ma il giudaismo post-biblico, che negando la divinità di Cristo, lo condannò a morte e fece eseguire la sentenza dai romani. Per tutti i Padri della Chiesa, unanimemente, la causa efficiente e responsabile della morte di Gesù è il giudaismo farisaico, talmudico e anticristiano tramite i suoi fedeli. Nella morte di Cristo è implicata la comunità religiosa d’Israele post-biblico e non tutta la stirpe (un “piccolo resto” fu fedele a Cristo: gli Apostoli e i Discepoli), anche se la maggior parte del popolo prese parte attiva alla condanna di Gesù. Il consenso unanime dei Padri è segno di tradizione divina, ossia essi sono l’organo che trasmette la tradizione divino-apostolica, quindi il loro consenso comune è regola di fede: vale a dire che è rivelato da Dio e consegnato agli Apostoli, ciò che i Padri ecclesiastici insegnano con consenso moralmente unanime in materia di fede e di morale (non è necessario il consenso assoluto o matematico). Poiché, essi sono stati posti da Dio nella Chiesa per conservare la tradizione divina ricevuta dagli Apostoli. Nel nostro caso i Padri (da s. Ignazio d’Antiochia †107 sino a s. Agostino †430; passando per s. Giustino †163, s. Ireneo †200, Tertulliano †240, s. Ippolito di Roma †237, s. Cipriano †258, Lattanzio †300, s. Atanasio †373, s. Ilario di Poitiers †387, s. Gregorio Nazianzeno †389, s. Ambrogio di Milano †397, s. Cirillo d’Alessandria †444) sono non solo moralmente, ma anche matematicamente concordi nell’insegnare che la gran parte (infedele a Cristo) del popolo ebraico, ossia il giudaismo talmudico è responsabile, come causa efficiente, della morte di Cristo e ha dato luogo ad una nuova religione scismatica ed eretica, il talmudismo, che si distacca dal mosaismo e che ancor oggi rifiuta la divinità di Cristo e lo condanna come idolatra, poiché da uomo pretende farsi Dio.

I capi: sapevano chiaramente, come insegna s. Tommaso d’Aquino, (S. Th., III, q. 47, a. 5, 6; S. Th., II-II, q. 2, a. 7, 8) che Gesù era il Messia e volevano ignorare o non ammettere che era Dio (ignoranza affettata, aggrava la colpevolezza).

Il popolo: nella maggior parte ha seguito i capi, mentre un “piccolo resto” ha seguito Cristo, ha avuto un’ignoranza non affettata o voluta, ma vincibile, quindi una colpa meno grave dei capi, ma oggettivamente o in sé grave (soggettivamente, ossia nel cuore d’ogni singolo uomo, solo Dio vi entra). Il popolo, che aveva visto i miracoli di Cristo, ha l’attenuante di aver seguito il sommo sacerdote, il sinedrio, i capi; il suo peccato è grave in sé, anche se è diminuito in parte, non cancellato totalmente, da ignoranza vincibile ma non affettata (S. Th., ut supra).

Il giudaismo odierno, nella misura in cui è la libera continuazione del giudaismo rabbinico dei tempi di Gesù e si ostina a non accettarlo, partecipa oggettivamente alla responsabilità del deicidio.

“NA” n.°4h scrive: «gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Scrittura».

Innanzitutto bisogna specificare che si sta parlando di ebraismo religione post-biblica e dei fedeli di essa, gli ebrei che seguono la Càbala e il Talmùd (“NA” equivoca, quando usa la semplice parola “ebrei”, mentre sta parlando dei “rapporti tra stirpe di Abramo che ha legami spirituali molto stretti con la Chiesa di Cristo”).

Poi occorre precisare i termini teologici e biblici di riprovazione e maledizione.

Riprovare: significa rigettare, reputare inutile, disapprovare, rompere un’amicizia. Ora la sinagoga talmudica che l’Apocalisse (Ap., II, 9; III, 9) di s. Giovanni chiama due volte “Sinagoga di Satana”, dopo l’uccisione di Cristo, è stata disapprovata, rigettata da Dio che ha costatato la sua infedeltà al patto stretto da Lui con Abramo e l’ha ripudiata per stringere una Nuova Alleanza con il “piccolo resto” d’Israele fedele a Cristo e a Mosè, e con tutte le Genti pronte ad accogliere il Vangelo (le quali in massima parte hanno corrisposto al dono di Dio, mentre solo una “reliquia“ Lo ha rifiutato, per adorare narcisisticamente se stessa tramite gli idoli che si era costruiti a mo’ di specchio). Dio ha sconfessato chi ha rinnegato il suo Figlio unigenito e consustanziale “Dio vero da Dio vero”. Quindi la sana teologia ha interpretato la Scrittura e ha insegnato che il giudaismo post-biblico è riprovato o disapprovato da Dio, ossia sino a che resta nel rifiuto ostinato di Cristo, non è unito spiritualmente a Dio, non è caro a Lui, non è in grazia di Dio.

Maledire: significa condannare, non è una “maledizione formale” scagliata da Dio (simile a quella contro il serpente infernale nell’Eden) come un’imprecazione a fin di male, ma “oggettiva”, ossia una situazione che è costatata e condannata da Dio, di cui Egli dice male o “male-dice”. Infatti, Dio non può approvare, dir bene o “bene-dire” il rifiuto di Cristo. Il Padre, avendo constatato la sterilità del giudaismo farisaico e rabbinico, che ha ucciso i Profeti e suo Figlio, la condanna, disapprova o ne “dice-male” o “male-dice”. Come Gesù che constatata la sterilità di un fico lo maledisse, ossia non lo apprezzò, ma lo condannò in quanto infruttuoso.

Occorre distinguere il giudaismo dell’AT dal giudaismo post-cristiano. Il primo (AT), è una preparazione del cristianesimo; il secondo invece (giudaismo post-cristiano), ha negato la messianicità di Gesù e continua a rifiutare il Messia Gesù Cristo. In questo senso vi è un’opposizione di contraddizione tra cristianesimo e giudaismo attuale. L’Antica Alleanza è basata anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del patto. L’Alleanza non è incondizionata (Dt., XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini… maledizioni se disobbedite” (Dt., XI, 28) L’alleanza dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo che vorrebbe distruggere (Dt., XXVIII; Lev., XXVI, 14 ss.; Ier., XXVI, 4-6; Os., VII, 8 e IX, 6). Dopo la morte di Cristo, il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo ad “un piccolo resto” fedele a Cristo e a Mosè. In seguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’AT che Lo annunciava, il perdono di Dio si restringe solo ad “un piccolo resto”. Da parte di Dio non vi è rottura del suo piano, ma solo sviluppo e perfezionamento dell’Alleanza primitiva o antica, nell’Alleanza nuova e definitiva, che darà al “piccolo resto” dei giudei fedeli al Messia un “cuore nuovo” e si aprirà all’umanità intera… Gesù non ha instaurato una nuova religione, ha insegnato che Dio voleva la salvezza di tutta l’umanità e che la venuta del Cristo era la condizione di tale salvezza. La comunità cristiana è rimasta fedele alla tradizione vetero-testamentaria, riconoscendo in Gesù il Cristo annunciato dai Profeti. Per i cristiani è il giudaismo post-biblico ad essere infedele all’AT, ma vi è un “piccolo resto ” fedele, che entrando nella Chiesa cristiana garantisce la continuità dell’Alleanza (antica-nuova), in vista di Cristo venturo e venuto. Egli è la pietra d’angolo che “ha fatto di due (popoli: giudei e gentili) una sola cosa” (cristiani).

Conclusione

Bergoglio ha ripetuto la dottrina che già aveva ideato nel lontano 1960 Giovanni XXIII, la quale poi è stata recepita nella Dichiarazione Nostra aetate (28 ottobre 1965) e che Giovanni Paolo II ha esplicitato (il 17 novembre 1980 a Magonza e il 13 aprile 1986 alla sinagoga di Roma).

Lo conferma Nahum Goldman, presidente del Congresso Mondiale Ebraico, il quale ha scritto nella sua autobiografia, che incontrò a Roma il 26 ottobre 1960 il card. Agostino Bea (Staatmann ohne Staat. Autobiographie, Koln-Berlin, 1970, pp. 378 ss.), il quale, dietro ordine di Giovanni XXIIII, chiese a Goldmann una bozza per il futuro documento del Concilio sui rapporti cogli ebrei (Nostra aetate) e sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae). Il 27 febbraio 1962 il memorandum fu presentato a Bea da Nahum Goldmann a nome della Conferenza Mondiale delle Organizzazioni Ebraiche.

Nel 1986 Jean Madiran ha svelato l’accordo segreto di Bea-Roncalli con i dirigenti ebrei (Isaac-Goldman), citando due articoli di Lazare Landau, su Tribune Juive (n. 903, gennaio 1986 e n. 1001, dicembre 1987). Landau scrive: «Nell’inverno del 1962, i dirigenti ebrei ricevevano in segreto, nel sottosuolo della sinagoga di Strasburgo, un inviato del papa… il padre domenicano Yves Congar, incaricato da Bea e Roncalli di chiederci, ciò che ci aspettavamo dalla Chiesa cattolica, alla vigilia del Concilio… la nostra completa riabilitazione, fu la risposta… In un sottosuolo segreto della sinagoga di Strasburgo, la dottrina della Chiesa aveva conosciuto realmente una mutazione sostanziale» (Itinéraires, autunno 1990, n. III, pp. 1-20).

Certamente il discorso di Bergoglio è riprovevole, ma non ci si può meravigliare solo ora di ciò che risale al 1960. Quindi se si vuol porre rimedio al male della teologia bergogliana occorre risalire a Giovanni XXIII e al Concilio Vaticano II.

d. Curzio Nitoglia

6 febbraio 2016


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