Il Piccolo Numero degli Eletti, la Mancanza di Fede alla Parusia e il Messaggio dell’Apocalisse

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I
Il piccolo numero relativo degli eletti rispetto al maggior numero dei dannati

Introduzione

In questo tempo di crisi religiosa, che attanaglia specialmente il cattolicesimo, molti interpretano la parabola di Luca (XVIII, 6 ss.) in modo strettamente letterale e la applicano alla maniera di esistere della Chiesa verso la fine del mondo (grande apostasia, anticristo e parusia). Ne deducono, quindi, che la Chiesa allora (e analogicamente nella crisi odierna) non sarà più visibile nella sua gerarchia (Papa e Vescovi); essa si ridurrà a pochissime anime pie, che manterranno la vera fede in maniera totalmente nascosta. Questa concezione, però, cozza contro la natura della Chiesa come è stata istituita da Cristo e si avvicina impressionantemente al concetto luterano di Chiesa, condannato dal magistero ecclesiastico, come società invisibile composta di soli santi.

Per capire il significato genuino della parabola di Luca (XVIII, 6 ss.) è bene esporre l’analogia che intercorre tra la dottrina del piccolo numero di coloro che si salveranno (Mt., VII, 13) e quella sul piccolo numero di coloro che manterranno la fede verso la fine del mondo.

Alla domanda se son più quelli che si salvano o quelli che si dannano, Gesù risponde che la strada la quale porta alla perdizione è larga e sono molti ad imboccarla, mentre la strada che conduce alla salvezza è stretta e son pochi a prenderla. Quindi esorta a fare tutto il possibile per entrare in Paradiso attraverso la via stretta.

Questa verità del piccolo numero relativo degli eletti, lungi dallo scoraggiarci o abbatterci, deve spingerci ad una grande fiducia nell’aiuto onnipotente della misericordia divina e a fare ciò che possiamo da parte nostra per cooperare con la grazia di Dio: “Cercate di rendere certa la vostra elezione, mediante le vostre opere buone” (S. Pietro). Inoltre deve fondarci in una grande umiltà, dacché “nemo scit si sit amore vel odio dignus” insegna la S. Scrittura e S. Paolo ci dice: “qui reputat se stare, caveat ne cadat”. Onde lungi dal disprezzare gli altri ritenendoci “eletti” – come faceva il fariseo che era salito al Tempio a pregare e se ne tornò a casa ancora più malvagio di prima – dobbiamo fare come il pubblicano, il quale non osava neppure alzare gli occhi al cielo e pregava: “miserere mei Domine, quia homo peccator sum”, e Dio lo perdonò e gli dette la grazia santificante. Salvarsi è facile, basta mettervi la buona volontà e il resto ce lo darà Dio. Onde “chi [lo vuole e] prega si salva, chi [non lo vuole e] non prega si danna” (S. Alfonso de Liguori, Del gran mezzo della preghiera).

Ma ciò non significa che si salveranno solo pochissime anime privilegiate (per esempio soltanto 144 mila, come dicono i Testimoni di Geova, leggendo materialmente L’Apocalisse). Così riguardo alla Chiesa non bisogna reputare che essa verso la fine del mondo si ridurrà ai minimi termini, senza visibilità e senza struttura gerarchica (ridotta a qualche migliaio di fedeli, senza Papa né Vescovi aventi giurisdizione).

Vediamo come i Padri e gli esegeti leggono le parabole del Vangelo riguardo al numero degli eletti e alla fede che sussisterà sulla terra alla fine del mondo.

I Padri della Chiesa e il numero degli eletti

A. Michel nel Dictionnaire de Théologie Catholique (voce Elus nombre des, colonne 2264- 2265) cita ben 73 Padri della Chiesa, per l’arco ininterrotto di circa mille anni, ossia la “universalis traditio” come lui stesso la definisce, che hanno scritto a favore del piccolo numero degli eletti, commentando la Santa Scrittura e specialmente il Vangelo secondo San Matteo (VII, 13) e il Vangelo di San Luca (XIII, 23-24).

Tra di essi vi sono i maggiori dei Padri ecclesiastici, da S. Ireneo (II secolo, vescovo in Lione nel 170 d.C. circa, quindi solo 70 anni dopo la morte dell’Apostolo S. Giovanni e la fine della rivelazione pubblica, che ha conosciuto tramite Policarpo di Smirne, morto nel 167, discepolo diretto di S. Giovanni e maestro di Ireneo) sino all’ultimo Padre ecclesiastico, S. Bernardo di Chiaravalle (+ 1153).

Il valore del consenso dei Padri

Ora il consenso moralmente unanime dei Padri, che interpretano la Sacra Scrittura, è l’eco della Tradizione divino-apostolica e dunque è infallibilmente vera. Ossia quando un numero considerevole di Padri ecclesiastici è concorde nello spiegare in un determinato senso il significato della lettera della Bibbia, essi sono il canale di cui Dio si serve, come Tradizione orale, per farci giungere infallibilmente il vero significato della scrittura.

Il Concilio di Trento e il Vaticano I hanno definito che l’interpretazione genuina della S. Scrittura è quella data dai Padri della Chiesa, onde non ci si può discostare, nella lettura della Scrittura, dal significato unanime datone dai Santi Padri ecclesiastici: “Nessuno deve osare di distorcere la S. Scrittura, secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la Chiesa […], né deve andare contro l’unanime consenso dei Padri” (Conc. di Trento, Decreto sulla Vulgata e sul modo di interpretare la s. Scrittura, Paolo III, 8 aprile 1546, DS, 1507). Inoltre il Vaticano I: “Non è lecito a nessuno interpretare la S. Scrittura contro l’unanime consenso dei Padri, (Conc. Vat. I, Costituzione dogmatica Dei Filius, Pio IX, 24 aprile 1870, DS, 3008).

Leone XIII insegna: “Non è permesso a nessuno di interpretare la S. Scrittura contro l’insegnamento unanime dei Padri (Conc. Trento [DS, 1507] e Conc. Vat. I [DS, 3007]). Somma è l’autorità dei Padri […] ogni volta che all’unanimità interpretano con uguale senso una qualche testimonianza biblica […]. Dal loro unanime consenso appare chiaramente che così sia stato tramandato dagli Apostoli secondo la fede cattolica […]. Ingiustamente e con danno alla religione si introdusse l’artificio presentato sotto il nome di alta critica […] in base a sole ragioni interne” (DS, 3281/3284/3286).

Pio XII nell’Enciclica Divino afflante Spiritu (30 settembre 1943) riprende la dottrina di Leone XIII, raccomandando l’interpretazione “data dai santi Padri” (EB, 551). La stessa cosa insegna in Humani Generis (12 agosto 1950) [EB, 564/565]. Il compito dell’esegeta cattolico è quello di “assicurarsi se c’è un senso già dato con morale unanimità dei Padri” e quindi di seguirlo. Si può ricorrere anche all’aiuto della filologia per approfondire l’insegnamento patristico, ma non è mai lecito contraddirlo e neppure invertire i ruoli, dando la preminenza alla filologia sul consenso unanime dei Padri.

I Dottori della Chiesa e i Santi sul numero degli eletti

Anche molti Dottori della Chiesa e Santi canonizzati e conosciutissimi hanno appoggiato – per cinquecento anni consecutivamente – la tesi del piccolo numero degli eletti (relativo al maggior numero dei dannati). Essi spaziano da papa Innocenzo III (+ 1216) a S. Alfonso de Liguori (+ 1787).

La dottrina del piccolo numero degli eletti, relativamente a quello maggiore dei dannati, è perciò rivelata e interpretata infallibilmente dalla Tradizione dei Santi Padri latini e greci.

Tuttavia non bisogna leggerla in senso strettamente materiale e rigorista in maniera tale da farci dubitare della volontà salvifica universale di Dio, che in molti casi è resa vana dalla cattiva volontà degli uomini, i quali preferiscono la via larga, che li conduce alla perdizione. Ciò non significa che coloro i quali vogliono salvarsi e osservare i Comandamenti di Dio siano in sé un numero esiguo, sparuto, infinitesimale. No! Essi sono una “turba magna, che nessuno riusciva a contare” come li dice l’Apocalisse di Giovanni.

Quindi “cerchiamo di entrare per la porta stretta”, con la buona volontà e la speranza nell’aiuto onnipotente e misericordioso di Dio e certamente vi passeremo per giungere nel regno dei Cieli.

II
Il piccolo numero relativo dei fedeli rispetto al gran numero degli infedeli durante la grande apostasia

“Ma il Figlio dell’uomo quando verrà troverà forse la Fede sulla terra?”. Nel Vangelo di S. Luca (XVIII, 8) si leggono queste parole nel contesto della parabola della vedova e del giudice malvagio, la quale vuole insegnarci che la preghiera fatta a Dio sarà certissimamente esaudita. Infatti se il giudice iniquo della parabola di Luca, per non essere più seccato, ascolta la povera vedova, la quale non cessa di importunarlo, quanto più Dio, infinitamente buono, accoglierà le nostre richieste. Tuttavia la frase di Gesù succitata in apertura chiude la parabola in un contesto che sembra di difficile comprensione: «Udite cosa dice il giudice iniquo? E il Figlio di Dio non farà giustizia ai suoi eletti, i quali gridano a lui giorno e notte, e tarderà a soccorrerli? Io dico che renderà loro giustizia ben presto. Ma il Figlio dell’uomo quando verrà troverà forse la Fede sulla terra?».

Questa parabola viene interpretata comunemente in senso escatologico, e non quanto alla sola distruzione di Gerusalemme, come già nel capitolo XVII, versetti 22-37, in cui Gesù ha preannunziato che prima della fine del mondo, quando tornerà a giudicare i vivi e i morti, non ci si preoccuperà della sua venuta e del suo giudizio, come era già avvenuto ai tempi del diluvio universale e della distruzione di Sodoma; poi, quando i discepoli chiedono a Gesù (XVII; 37) «ove avverrà ciò?», Egli risponde «dove sarà il corpo, lì si raduneranno gli avvoltoi», ossia “ubi peccatores, ibi judicia Dei”: Gesù non vuol manifestare né il tempo né il luogo ove apparirà e risponde genericamente che la parusia si verificherà ovunque ci siano uomini da giudicare.

Inoltre la frase con cui Gesù si domanda retoricamente se venendo alla fine del mondo troverà la Fede sulla terra va letta non in rottura colla parabola della vedova e del giudice, ma come sua conclusione “e contrario”. Infatti mentre le innumerevoli preghiere piene di speranza e carità della vedova hanno ottenuto l’ascolto del giudice, “al contrario” alla fine del mondo non ci sarà un’abbondante Fede, (come quella della vedova) accompagnata dalla preghiera speranzosa e vivificata dalle buone opere, proporzionata alla gravità del momento.

Comunque la frase del Vangelo di S. Luca non deve essere letta in maniera radicalmente pessimistica e quasi disperata, come se la Chiesa fosse finita all’approssimarsi della parusia: «Il Maestro non nega in maniera assoluta l’esistenza della Fede negli uomini che vivranno negli ultimi giorni. […]. La prospettiva dolorosa della fine dei tempi non si identifica con una dichiarazione sconsolata e senza speranza per la sorte finale del regno di Dio sulla terra ossia della Chiesa. […]. Il Maestro ha inteso richiamare gli uomini al dovere della vigilanza affinché essi, alla sua parusia, siano trovati in pieno fervore di Fede, di preghiera e di opere. […]. Ammonendoci che alla fine del mondo si avranno prove di un’estrema gravità, le quali per molti saranno causa di raffreddamento di preghiera e carità e di defezione dalla Fede».

III
Il messaggio dell’Apocalisse

Perciò la frase di Luca (XVIII, 8) va letta alla luce dell’Apocalisse di Giovanni, che tratta della grande apostasia, dell’anticristo e della parusia in maniera assai diffusa.

Ora per quanto riguarda il significato e il messaggio complessivo dell’Apocalisse padre Bonaventura Mariani scrive: «Gesù sa che la parusia deve essere preceduta da certi segni: l’apostasia, il mistero dell’iniquità, l’anticristo». Dalle epistole di S. Paolo si evince che l’anticristo finale sarà coevo alla parusia (II Tess., II, 3-12). Questa sarà preceduta dall’apostasia generale.. «Si parla di un uomo, la cui apparizione (parusia) nel mondo, insieme all’apostasia, è un fatto che deve precedere “la parusia di Gesù”. […]. L’anticristo farà seguaci tra coloro che non vollero accettare l’amore della verità. In questa maniera Dio li punisce, essi amarono l’errore, perciò divennero vittime della frode dell’empio (ivi, II, 10-11». Ma l’anticristo finale sarà annientato dal Signore Gesù.

Secondo monsignor Antonino Romeo «il messaggio dell’Apocalisse di Giovanni ha lo scopo di corroborare nella fede e di confortare nella speranza; vuol premunire i fedeli, tendenti al rilassamento, contro la persecuzione che s’annunzia ognora più violenta: è un’esortazione alla perseveranza ed al martirio» .

Monsignor Francesco Spadafora aggiunge che secondo l’Apocalisse «nella lotta violenta, sanguinosa e senza quartiere, che il giudaismo condurrà contro la Chiesa, non questa soccomberà, ma il primo (…). Il paganesimo dell’Impero romano, e particolarmente il culto da tributare all’imperatore trovava nel cristianesimo un’opposizione irriducibile (…). I fedeli dal Vangelo potevano dedurre che “scomparso” il giudaismo e l’odio dei giudei, primo nemico acerrimo, la Chiesa avrebbe trovato la pace, ora dopo il 70 dovevano costatare che il Regno di Dio incontrava ostacoli e persecuzioni dappertutto (…). Perché Gesù non manifestava la sua potenza contro i nemici del suo regno? Ed ecco la risposta di Giovanni. Il trionfo del Redentore e della sua Chiesa è sicuro la venuta di Cristo per ciascuno di noi [giudizio particolare, nda] è vicina».

Quindi la lettura di Luca (XVIII, 8) non è quella della totale scomparsa della Chiesa visibile e gerarchica, ma è un invito a mantenere viva e salda la nostra fede anche in mezzo alle prove più dure che i nemici di Dio e della sua Chiesa potranno riservarci.

d. Curzio Nitoglia

18/1/2016


http://doncurzionitoglia.net/2016/01/18/piccolo-numero-eletti/

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