Primato del Papa, Collegialità Episcopale o “Sola Traditio”?

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PRIMATO DEL PAPA, COLLEGIALITÀ EPISCOPALE
O “SOLA TRADITIO”?

“Quando un cieco guida un altro cieco”:
un pericolo sempre in agguato

Cos’è il Conciliarismo
Il Conciliarismo è un errore ecclesiologico, secondo il quale il Concilio ecumenico è per sé superiore al Papa. La dottrina cattolica, invece, insegna che il Papa da solo ha il pieno potere di Magistero e di giurisdizione sulla Chiesa universale; mentre il Concilio imperfetto, ossia i vescovi senza il Papa non hanno il supremo potere di Magistero e di giurisdizione, che viene loro da Dio tramite il Papa.
In un prossimo articolo (“Primato del Romano Pontefice, del Concilio imperfetto o dei Vescovi legati alla Tradizione? La dottrina del cardinal Gaetano”) svolgerò il tema dei rapporti tra Papa e Concilio, alla luce della dottrina del cardinal Tommaso de Vio detto il Gaetano. Essa infatti è molto attuale dopo la teoria della “Collegialità episcopale”, introdotta pastoralmente nel Concilio Vaticano II, che è in rottura evidente con l’insegnamento della Tradizione, della S. Scrittura, del Magistero costante e dogmatico della Chiesa e dell’insegnamento dei Padri e dei Dottori della prima, seconda e terza Scolastica e riassunta mirabilmente da Vittorio Mondello (La dottrina del Gaetano sul Romano Pontefice, Messina, 1965).

Sua origine remota
L’origine remota del Conciliarismo si trova nel principio giuridico contenuto nel Decreto di Graziano, (dist. XL, c. 6) del IV secolo, secondo cui il Papa può essere giudicato dal Concilio ecumenico imperfetto (sine Papa) in caso di eresia; questa eccezione (solo in caso di eresia) è stata ripresa dal Conciliarismo mitigato come vedremo meglio appresso. Perciò il problema del Papa eretico è strettamente connesso a quello della superiorità dell’Episcopato sul Papa (non in sé o assolutamente, ma in caso di eresia o eccezionalmente), ossia al Conciliarismo moderato.

L’ipotesi sulla possibilità del Papa eretico inferiore al Concilio
Inoltre la teoria del Papa eretico è solo un’ipotesi puramente speculativa, un’opinione possibile, nemmeno probabile, anzi molto improbabile e per nulla certa. Quindi è inutile riprenderla oggi per ovviare alla situazione catastrofica nell’ambiente ecclesiale postconciliare, anche perché essa è inficiata di Conciliarismo mitigato, che è almeno teologicamente erroneo. Si rischia, quindi, con essa solo di aggravare la situazione già caotica nel seno dell’ambiente ecclesiale e di aggiungere ad un grave disordine diffuso in ambiente ecclesiale un errore se non un’eresia.
I Dottori della Chiesa, soprattutto nella seconda Scolastica, ne hanno discusso come pura possibilità ipotetica (“ammesso e non concesso che il Papa possa cadere in eresia…”) per confutare le tesi conciliariste che rialzavano il capo. Quindi i Dottori scolastici, senza arrivare ad un accordo unanime e neppure ad una probabilità e men che mai ad una certezza, hanno espresso la propria ipotesi come possibile, al massimo poco probabile o molto improbabile, ma mai e poi mai come una certezza.
La teoria conciliarista mitigata riprese e diffuse l’opinione che eccezionalmente, ossia in alcuni casi (ad esempio in caso di eresia) il Papa potesse essere sottomesso al giudizio dei suoi sudditi, giudicato e deposto da essi. Purtroppo nel Trecento, con le lotte tra Bonifacio VIII (†1303) e Filippo IV il Bello (†1314), il prestigio del Papato scemò e il vecchio principio di Graziano († 383) fu arricchito: il Papa poteva essere giudicato e deposto non solo in caso di eresia, ma anche quando esorbita nell’esercizio del suo potere.
Molti conciliaristi erano spinti da amore sincero verso la Chiesa, la cui esistenza sino alla fine dei secoli ed il cui infallibile insegnamento vedevano compromesso dalla possibilità di un Papa poco capace di svolgere correttamente la sua funzione. Tuttavia il rimedio che ponevano al problema era “un rattoppo peggiore dello strappo”, poiché per restaurare la Chiesa ne cambiavano la divina istituzione e da monarchica la rendevano democratica o aristocratica. Infatti un disordine pratico (un Papa cattivo, eretico o incapace che semina il caos nell’ambiente ecclesiale) non si corregge con un grave errore teologico per di più ereticale: la superiorità del Concilio sul Papa per sé (Conciliarismo radicale ed eretico) o solo in caso di eresia (Conciliarismo mitigato ed erroneo teologicamente).

Le origini prossime del Conciliarismo
Marsilio da Padova (†1343) è l’autore del Defensor pacis secondo cui il Papa non è il Vicario di Cristo in terra, ma tutti i ministri sacri hanno uguale potere e giurisdizione nella Chiesa. Il Papato sarebbe stato una invenzione dell’Impero, che può giudicare e deporre i Papi. Il Concilio ecumenico è, per sé e normalmente, il supremo organo del regime ecclesiastico e non il Papa. Giovanni XXII († 1334) condannò questi errori di Marsilio, che furono peggiorati da Guglielmo Occam (†1349).
Quando il Grande Scisma d’Occidente funestò la Chiesa (1378-1417) molti, anche in buona fede, credettero di trovare in queste teorie oggettivamente ereticali la via di uscita da tanti mali, ricorrendo alla superiorità dell’Episcopato sul Papa, ma un errore non si corregge con un altro errore. Infatti ci insegna Gesù: “Se un cieco guida un altro cieco tutti e due finiranno nella fossa” (Lc., VI, 39-40), vale a dire se il Papa non si comporta bene (nella fede, nella morale e nel governo della Chiesa) e lo si fa aiutare (deponendolo e dichiarandolo non-Papa) dall’Episcopato ritenuto superiore al romano Pontefice, allora il male diventa maggiore perché comune al Papa e all’Episcopato (ammesso che quest’ultimo voglia seguire tale ipotesi erronea ed ereticale).
Due dottori tedeschi dell’Università di Parigi all’inizio del Grande Scisma ridussero a sistema la dottrina conciliarista: Corrado di Gelnhausen ed Enrico di Langestein. Il primo pubblicò nel 1380 la Epistula concordiae ove attribuisce ai vescovi convocati in Concilio il supremo potere sulla Chiesa; il secondo pubblicò nel 1379 la Epistula pacis in cui pone tale potere addirittura nei fedeli; inoltre entrambi caldeggiano le idee della convocazione di un Concilio ecumenico per uscire dall’impasse del Grande Scisma, passando da una grave crisi pratica nella Chiesa e nel Papato (scisma in cui vi erano tre Papi presunti di cui non si sapeva discernere con certezza quello vero) ad una eresia dogmatica che sovverte l’istituzione della Chiesa come Cristo l’ha fondata: su uno solo, cioè Pietro (e i Papi) e non sugli Apostoli sine Petro (e i vescovi sine Papa).
Pierre D’Ailly (†1420), occamista convinto, riteneva con Corrado di Gelnhausen che la Chiesa è fondata su Cristo e non su Pietro e perciò il Papa non è essenziale alla Chiesa. Quindi la giurisdizione deriva ai vescovi direttamente da Cristo e non tramite il Papa e i vescovi uniti in Concilio ecumenico sono per sé o normalmente la massima autorità della Chiesa. Il Papa è solo ministerialmente esercitante il potere nella Chiesa e lo dispensa amministrativamente e, siccome per accidens o eccezionalmente può anche cadere in eresia, può essere in tal caso deposto. Solo la Chiesa universale ovvero i vescovi uniti in Concilio ecumenico sono infallibili e «nel caso che anche tutto il clero, i vescovi e il Papa cadessero nell’errore, vi sarà sempre qualche anima semplice e qualche pio laico che saprà custodire il deposito della divina Rivelazione». Negando, così, la struttura gerarchica della Chiesa voluta da Cristo fondata su Pietro e gli Apostoli, il Papa e i vescovi sino alla fine del mondo.

Sua attualità e rinascita
Come si vede questo vecchio errore nato nelle circostanze del grande scisma è risorto, circa seicento anni dopo, nel postconcilio (1965-2015) e si ritiene anche oggi – di fronte ad un problema reale. Il modernismo penetrato nella Chiesa – da alcuni che il Papa, i vescovi, i cardinali e i sacerdoti son caduti quasi universalmente nell’errore; tuttavia vi sono le poche anime pie ed elette dei “tradizionalisti” che mantengono la vera fede, i veri sacramenti e quindi la vera Chiesa, la quale è rappresentata da loro e sussiste su di essi, ma ciò è contrario al piano di Dio che ha fondato la Chiesa su Pietro, sugli Apostoli e sui Papi, sui vescovi con giurisdizione venente dal Papa sino alla fine del mondo. In breve, per costoro, sarebbe la sola Tradizione (interpretata non dal Magistero del Papa, ma dai fedeli tradizionalisti) a correggere il Papa (come per il Conciliarismo lo sarebbe il solo Concilio).
Ora nella Enciclica Humani generis (12 agosto 1950) – chiamata assieme alla Pascendi “il terzo Syllabus”- papa Pacelli insegna che «il Magistero deve essere per qualsiasi teologo, in materia di Fede e di Costumi, regola prossima di verità, in quanto Cristo ha affidato al Magistero il Deposito della Fede – cioè la Tradizione divina e la S. Scrittura – […] per essere interpretato. Per gli insegnamenti del Magistero non solo solenne ma anche ordinario valgono le parole: “Chi ascolta voi, ascolta Me” (Lc. X, 16). […]. È vero che i teologi devono sempre tornare alle fonti della Rivelazione divina […]. Ma Dio assieme a queste due sacre Fonti della Rivelazione ha dato alla sua Chiesa il Magistero. […]. Il Redentore ha affidato il Deposito della Rivelazione per la sua retta interpretazione non ai singoli fedeli, né ai teologi, ma solo al Magistero ecclesiastico » (DS 3384, 3386).

In breve Pio XII ribadisce che Cristo ha dato alla Chiesa non solo la Tradizione e la Scrittura (le due fonti della divina Rivelazione), ma anche il Magistero, che è regola prossima di verità per la retta interpretazione della Tradizione apostolico/patristica e della S. Scrittura. Quindi non si può riformare il Papato (in crisi temporanea) con la sola Traditio senza ricorrere al Magistero pontificio, che è interprete della Tradizione. Monsignor Antonio Piolanti scrive: «La Teologia è fondata su Verità rivelate, le quali sono contenute nella Scrittura e nella Tradizione, la cui interpretazione è affidata al vivo Magistero della Chiesa, il quale a sua volta si manifesta attraverso le definizioni dei Concili, le decisioni dei Papi, l’insegnamento comune dei Padri e dei Teologi scolastici» (Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, p. 246). Il cardinal Pietro Parente insegna che il Magistero è perciò “il potere conferito da Cristo alla sua Chiesa, in virtù del quale la Chiesa docente è costituita unica depositaria e autentica interprete della Rivelazione divina. […]. Secondo la dottrina cattolica la S. Scrittura e la Tradizione non sono che la fonte e la regola remota della Fede, mentre la regola prossima è il Magistero vivo della Chiesa” (Dizionario di Teologia dommatica, cit., pp. 249-250).

Senza Autorità non sussiste la Società
L’Autorità è l’essenza di ogni Società temporale e spirituale e quindi anche della Chiesa, che è una Società perfetta d’ordine spirituale, onde il Papa in atto (e non virtuale) non è accidentale, ma essenziale e necessario alla sussistenza di essa. Senza un Papa che regni in atto il Corpo mistico sarebbe simile ad un corpo senza forma o anima, ossia morto. Essendo l’Autorità il principio di unità e di essere della società, questa non sarebbe più una né esisterebbe senza Autorità. Quindi, il Papa non è accidentale, ma essenziale per la sussistenza della Chiesa (cfr. san Tommaso d’Aquino, C. Gent., IV, c. 76). Senza un Papa che regni in atto non sussiste il Corpo Mistico. Il Papato virtuale, la Chiesa virtuale non sono compatibili con la divina Istituzione della Chiesa fondata da Cristo sulla persona fisica e realmente attuale di Pietro (e così per i suoi successori: i Papi, sino alla fine del mondo).

La progressista “Collegialità episcopale”
La Collegialità episcopale è una forma temperata di Conciliarismo, portata avanti dai modernisti durante il pastorale Concilio Vaticano II, ma essa è stata costantemente condannata dal dogmatico Magistero ecclesiastico sino a Pio XII, il quale ancora tre mesi prima di morire nell’enciclica Ad Apostolorum principis (29 giugno 1958), ribadì per la terza volta, dopo la Mystici Corporis del 1943 e la Ad Sinarum gentem del 1954, che la giurisdizione viene ai vescovi tramite il Papa. Il gallicanesimo o conciliarismo, invece, tende ad assegnare al Concilio ecumenico una funzione suprema eguale se non superiore a quella del Papa assolutamente o solo in caso di eresia del Papa.
Alla fine del XIII secolo il domenicano Giovanni da Parigi (†1306) insegnava che il Concilio per accidens può deporre il Papa qualora egli cada in eresia o abusi del suo potere (H. Jedin, Breve storia dei Concili, Brescia-Roma, Morcelliana-Herder, 1978, p. 96). Il principio speculativo da cui parte il Conciliarismo è quello secondo cui “il Papa può personalmente errare, la Chiesa o il Concilio, no” (H. Jedin, ibidem, p. 97); la firmitas Ecclesiae non può risiedere nella infirmitas Petri, ma solo nella soliditas Concilii e il legame di Cristo con la Chiesa o il “collegio episcopale” è indissolubile, con il Papa no (H. Jedin, ibidem, p. 104). Quindi anche il Papa deve obbedienza al “collegio dei vescovi” e alla sua riunione in Concilio. “Il Concilio ecumenico radunato rappresenta l’intera Chiesa, il suo potere gli viene immediatamente da Cristo” (H. Jedin, ivi). A Costanza si gettò la base della teoria di rendere il Concilio ecumenico “un’istituzione ecclesiastica stabile e per conseguenza una specie di istanza di controllo sul Papato” (H. Jedin, ibidem, p. 107). Per affermare la “libertà del Concilio” non si esitò a “ridurre il più possibile la pienezza dei poteri del Papa” (ibidem, p. 108). Con il Grande Scisma d’Occidente e la crisi del Papato “il ristabilimento dell’unità della Chiesa fu gravata da una pesante ipoteca. La teoria conciliarista, nata dallo stato d’emergenza in cui si trovava la Chiesa [con tre Papi], continuò a prosperare, benché incompatibile con la struttura gerarchica della Chiesa” (ibidem, p. 112). Il conflitto tra primato del Papa e Conciliarismo è inevitabile, sia pure un Conciliarismo mitigato quale la collegialità episcopale o la superiorità del Concilio sul Papa solo in caso di eresia di questi.
Papa Martino V ha condannato solo indirettamente il Conciliarismo sostenuto al Concilio di Costanza, per evitare un secondo scisma; storicamente non poteva fare di più (ibidem, p. 113). Vi sono epoche in cui la Chiesa non può esplicitare tutta la sua dottrina per evitare mali maggiori; queste epoche vi sono sempre state (Costanza, Basilea e Vaticano II) e ci potranno essere sempre sino a che il mondo non finisca. Molto spesso l’ottimo è nemico del buono e in certe contingenze occorre prendere atto dei fatti come si presentano realmente e non come li vorremmo noi. Sarebbe ottimo essere sempre in clima di Vaticano I, ma certe volte si è nel clima di Costanza, Basilea o Vaticano II. “C’è un tempo per ogni cosa. Un tempo per piangere e uno per ridere, uno per tacere e uno per parlare, uno per far la guerra e uno per la pace”. L’ideale difficilmente è reale. Chi vuole una Chiesa e un Papato sempre ideale rischia di vivere in una Chiesa e in un Papato virtuale, che è irreale.
Giovanni Gersone (†1429), anche se personalmente pio, fu dottrinalmente discepolo di Pierre D’Ailly e andò oltre il suo maestro nell’errore ecclesiologico conciliarista e lo sostenne strenuamente al Concilio di Costanza (1414-1418). Infatti, mentre D’Ailly seguiva, da “destra” o “conservatoristicamente”, il Gelnhausen secondo cui la gerarchia ecclesiastica è fondata sui vescovi riuniti in Concilio (aristocrazia episcopale), Gersone seguì, da “sinistra” o “progressiticamente”, il Langestein e prima fondò la Chiesa sui parroci e poi anche sui semplici fedeli (democrazia temperata e multitudinarismo radicale), i quali trasmettono il potere ai parroci e ai vescovi. Quindi non solo il Concilio, ma anche i fedeli possono giudicare il Papa e deporlo.
Analoga è la soluzione all’attuale problema conciliare e postconciliare secondo cui i fedeli, i sacerdoti e i vescovi senza giurisdizione legati alla sola Tradizione, senza l’interpretazione datane dal Magistero vivo del Papa in atto, giudicano e dichiarano deposto un Papa per rimettere in ordine la Chiesa e non fanno che accrescere l’anarchia regnante nell’ambiente cristiano.

La conservatrice “sola Traditio sine Magisterio Papae”
Come si vede esiste una differenza solo accidentale tra 1°) la tesi del Conciliarismo progressista, che sostiene la superiorità dell’Episcopato sul Papa come potere venente dal basso in maniera democratica, e, la 2°) teoria dell’Episcopalismo tradizionalista, che, invece, è conservatore poiché non si fonda sul popolo democraticamente inteso, ma sulla Tradizione aristocraticamente intesa, non è interpretata dal Papa regnante in atto e dal suo Magistero vivente, ma dal clero, dall’Episcopato tradizionale e dai fedeli tradizionalisti.
Siccome Gersone era uomo di grande pietà personale, tali errori garantiti dalla sua persona ebbero maggior successo e provocarono danni maggiori quando furono fatti propri dai Concili di Costanza (1414-1418) e di Basilea-Ferrara (1431; 1433-37) terminato a Firenze (1438-1442) e infine spostato a Roma (1445). Questi errori portarono poi all’eresia di Hus (†1415) e finalmente al luteranesimo, «per rifugiarsi, dopo il Concilio di Trento, presso i cattolici francesi, che in nome delle ‘libertà gallicane’, osteggiarono per secoli il libero esercizio dell’autorità pontificia. Tale errore si fece ancora sentire durante il Vaticano I, che lo condannò solennemente (DB 1830)».
I grandi teologi specialisti in ecclesiologia dell’epoca vicina al Vaticano I, che hanno ripreso e approfondito gli autori della seconda Scolastica togliendo ogni incertezza e avvicinando la teologia alla definizione di Pio IX, sono i gesuiti: C. Passaglia, (De Ecclesia Christi, 2 voll., Ratisbona, 1853-1856), D. Mazzella (De praerogativa B. Petri, Roma, 1850; De Religione et Ecclesia, Roma, 1892), G. B. Franzelin (De Ecclesia, Roma-Torino, Marietti, 1887), L. Billot (De Ecclesia Christi, Roma, Gregoriana, 1903), D. Palmieri (De Romano Pontifice, Roma, Typis Polyglottis Vaticanis, 1902), T. Zapelena, De Ecclesia, Roma, Gregoriana, 1903).
Con Filippo il Bello sotto il pontificato di Bonifacio VIII ci si è rivolti al Concilio o all’Episcopato per risolvere il problema sorto tra l’imperatore e il Papa e ha dato luogo alla genesi delle teorie conciliariste o Episcopaliste, che ritengono l’Episcopato (riunito in Concilio o sparso nel mondo) superiore al Papa sia per sé o assolutamente, sia per accidens o eccezionalmente (in caso di eresia del Papa).
Spesso, come si vede, nei tempi di crisi nella Chiesa, a causa di un Papa non ritenuto all’altezza del suo compito o per altri motivi (tra cui l’eresia del Papa), si pensa di risolvere la soluzione appellandosi non più al Papa ma al Concilio o all’Episcopato ritenuti superiori al Papa, sia per sé o assolutamente considerato, sia considerato per accidens o solo in caso di eresia.

Natura del Concilio ecumenico
I Concili ecumenici sono convenienti e necessari al buon andamento della vita della Chiesa, ma “non si può dire vi siano prove sufficienti per arguire la loro istituzione divina. Tuttavia alcuni teologi, seguono la sentenza meno comune della istituzione divina dei Concili ecumenici, appoggiandosi sull’autorità dell’unico Padre ecclesiastico che l’ha insegnata: S. Gregorio Magno, Epist. I, 1, 24”.
Certamente i Concili ecumenici sono di istituzione apostolica. Infatti il primo Concilio ecumenico fu convocato da San Pietro in Gerusalemme nel 50 e ad esso parteciparono tutti gli Apostoli, San Paolo compreso, per dirimere la controversia sorta tra i giudaizzanti (con San Giacomo a capo) e san Paolo. Ciò dimostra che se la Chiesa non fosse d’istituzione divina e assistita tutti i giorni sino alla fine del mondo da Gesù, sarebbe finita già nel I secolo nonostante la santità di vita degli Apostoli, che già 18 anni dopo la morte di Cristo disputavano su questioni di fede essenziali per la vita della Chiesa della Nuova ed Eterna Alleanza di Cristo essenzialmente diversa dall’economia della Vecchia Alleanza come la realtà è diversa dall’ombra.
Inoltre i vescovi riuniti in Concilio sono veri giudici e veri maestri in materia di morale e fede sulla Chiesa universale, grazie al potere ricevuto da Dio tramite il Papa, che li ha convocati in Concilio e li rende partecipi del suo potere supremo, assoluto e totale di Magistero e imperio sulla Chiesa universale. Perciò le decisioni dei vescovi in Concilio, col Papa e sotto il Papa, sono vere definizioni e veri atti giuridici obbliganti, non sono semplici consigli. Essi infatti, subordinatamente al Papa, partecipano alla suprema potestà di Pietro e dei suoi successori. È importante specificare che i vescovi sono maestri e giudici sulla Chiesa universale non in maniera totale e assoluta (ossia sciolta da ogni altro potere superiore), ma in maniera subordinata e dipendente da Pietro. Quindi il Papa è essenziale e non accidentale (come vorrebbe il Conciliarismo o l’episcopalismo collegiale) al governo (di Magistero e di giurisdizione) della Chiesa universale e dunque alla sua vita ed anche alla validità del Concilio ecumenico come la testa è essenziale alla vita del corpo (cfr. S. Roberto Bellarmino, De Conciliis, Milano, Battezzati, 1858, vol. II, I, 18). Quindi non ci si può appellare alla sentenza dei vescovi contro quella del Papa.
Anche quando il Papa riunisce i vescovi in Concilio (e li fa permane tra lui e i vescovi un distinzione reale e non adeguata ossia non alla pari, perché il Papa è sempre il capo e i vescovi sono sempre il corpo, che è inferiore al capo. Come la vita dell’uomo è una sola, che pur derivando dall’anima si diffonde dal capo per tutto il corpo il quale è diretto dalla testa, così l’infallibilità è diffusa in tutta la Chiesa (vescovi e fedeli), ma dipendentemente dal Papa, che può esercitarla da solo, anche senza il consenso della Chiesa.

Come si vede la piena e perfetta formulazione delle teorie conciliariste si ha quando scoppia il Grande Scisma di Occidente, che, con la “cattività avignonese” per analogia con la “cattività babilonese”, per circa 70 anni fa brancolare nelle tenebre dell’incertezza su chi sia il vero Papa tanti teologi, canonisti e persino santi (v. S. Vincenzo Ferrer e S. Caterina da Siena, onde il detto “Papa dubius Papa nullus”, ma uno dei tre doveva esserlo certamente e di ciò nessuno dubitava). Alcuni teologi pensano allora di risolvere il problema ricorrendo al Conciliarismo radicale o moderato.
Però ciò significa distruggere la costituzione divina della Chiesa come monarchia fondata da Gesù su uno solo come capo di Essa (Pietro e i suoi successori sino alla fine del mondo) e rimpiazzarla con una forma aristocratica in cui, nel Conciliarismo moderato, il potere è detenuto dal Papa e dai vescovi anche se con un certo primato di onore, ma non di giurisdizione del Papa. Il Papa sarebbe come un re costituzionale, che può essere giudicato, corretto e rimosso dall’Episcopato (riunito in Concilio o sparso nel mondo), che è superiore al Papa come il tutto è superiore ad una singola parte. Quindi il Papa è sottomesso al Concilio o è pari ad esso collegialmente.
Secondo il Conciliarismo non c’è Chiesa senza Papa, però non è necessaria una persona fisica, reale, vivente in atto. L’unico Capo inamovibile, realmente e fisicamente necessario in atto, della Chiesa è Gesù Cristo.
Anche qui le analogie con certo “Tradizionalismo” (specialmente “sedevacantista”) contemporaneo sono impressionanti. Infatti la tesi dei conciliaristi, episcopalisti o gallicani è quella di convocare un Concilio o di ricorrere ai cardinali e ai vescovi sparsi nelle loro diocesi per rimettere la Chiesa in ordine. Quella di certo “Tradizionalismo” contemporaneo è di ricorrere ai fedeli (preti e vescovi senza giurisdizione) per ridare alla Chiesa un vero Papa o per farla ritornare alla Tradizione da Essa smarrita. Inoltre la via del Papa eretico, che non è più Papa a causa della sua eresia è una forma di Conciliarismo moderato, la quale ritiene il Papa inferiore all’Episcopato in caso di eresia. Infatti, la teoria conciliarista riprese e diffuse l’opinione che in alcuni casi (ad esempio in caso di eresia) il Papa potesse essere sottomesso al giudizio dei suoi sudditi.

Quale è la buona soluzione?
La conclusione è ovvia: “un errore non si corregge con un altro errore”, altrimenti si hanno due errori e non più un solo errore; “un cieco non può guidare un altro cieco”, altrimenti si hanno due ciechi caduti nel fosso e non uno solo. La crisi del Papato non può essere corretta 1°) dal Conciliarismo, che pone l’Episcopato sopra il Papa, giudica e depone il Papa; 2°) dal Tradizionalismo gallicano, che pone la sola Tradizione senza la guida del Magistero vivo nel Papa attualmente regnante al di sopra del Papa e 3°) neppure dal servilismo, secondo cui il Papa è al di sopra di ogni legge e può dire ciò che vuole senza dover conservare, trasmettere ed insegnare la Fede e la Morale rivelata anche a costo di inventarne una nuova.
Per quanto riguarda il servilismo, assai diffuso nei nostri giorni specialmente sotto il pontificato di Francesco I, il Gaetano (cfr. A. Cossio, Il cardinale Gaetano e la Riforma, Cividale, 1902; I. Marega, Commentaria in Porphirii Isagogen ad praedicamenta Aristotelis, Roma, Angelicum 1934, con ampia prefazione biografica sul Gaetano) per carattere non era solito adulare i superiori e i cardinali. “Egli non aveva timore di manifestare le sue opinioni e di mettere il dito sulle piaghe della Corte pontificia, sia di attirarsi l’invidia della Corte papale stessa” (V. Mondello, cit., p. 74).
Come scriveva il Gaetano (Apologia de Comparata Auctoritate Papae et Concilii, Roma, Angelicum ed. Pollet, 1936, p. 112 ss.) il rimedio ad un male così grande come “un Papa scellerato” e la crisi nella Chiesa in tempi di caos (v. grande scisma di occidente) è la preghiera e il ricorso all’onnipotente assistenza divina su Pietro, che Gesù ha promesso solennemente. Gaetano cita l’Angelico (De regimine principum, lib. I, cap. V-VI) in cui il Dottore Comune insegna che normalmente i più propensi a rivoltarsi contro il tiranno temporale sono i “discoli”, mentre le persone giudiziose riescono a pazientare fin che è possibile e solo come extrema ratio ricorrono alla rivolta. Quindi ne conclude che se occorre aver molta pazienza con il tiranno temporale e solo eccezionalmente si può ricorrere alla rivolta armata e al tirannicidio, nel caso del Papa indegno o “criminale”, non solo non è mai lecito il “papicidio” e la rivolta armata, ma neppure la sua deposizione da parte del Concilio.
Oggi con il pontificato di Francesco I la situazione ecclesiale ha toccato il fondo, ma come non è stata la Collegialità episcopale del Vaticano II ad aver aiutato il Papato da “sinistra”, così non saranno i fedeli, preti e vescovi senza giurisdizione a salvare la Chiesa da “destra”, poiché Essa è stata fondata da Dio e da Lui assistita “ogni giorno sino alla fine del mondo” (Mt., XXVIII, 20), e soprattutto nelle epoche più burrascose in cui sembra che Dio abbia abbandonato la sua Chiesa, come avvenne sul Lago di Genezaret quando la barca in cui si trovavano gli Apostoli stava per essere inghiottita dalle onde e Gesù sembrava dormire…(Mt., VIII, 24).
Da “sinistra” i modernisti conciliaristi in nome di una pretesa Collegialità episcopale equiparano “democraticamente” il Papa all’Episcopato subordinato e distruggono la Monarchia petrina; mentre da “destra” i neo-Tradizionalisti ecclesiologicamente gallicaneggianti negando ogni valore al Magistero vorrebbero “ortodossicamente” sottomettere il Papa alla sola Traditio da loro interpretata e non dal potere magisteriale vivente del Pontefice romano regnante in atto. La retta soluzione, dunque, è quella indicata dalla S. Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero: il Redentore ha affidato il Deposito della Rivelazione per la sua retta interpretazione non ai singoli fedeli, né ai teologi, ma solo al Magistero ecclesiastico» (Pio XII, Encilica Humani generis, 12 agosto 1950, DS 3384, 3386).
In breve: nella situazione odierna occorre 1°) riconoscere, senza voler adulare né aver paura di essere disprezzati, che delle novità si sono infiltrate nella pastorale della Gerarchia ecclesiastica a partire da Giovanni XXIII, “non ubbidendo nelle cose cattive e non adulando”; 2°) che, tuttavia, i Papi “conciliari” pur avendo mal usato del loro sommo Potere lo conservano; 3°) non pretendere che l’Episcopato collegiale o la sola Tradizione gallicaneggiante senza Magistero vivente possano rimettere la Chiesa in ordine e quindi, bisogna, come consigliava il de Vio, ricorrere alla preghiera e alla riforma di se stesi perché negli uomini di Chiesa ritorni l’ordine, che solo Dio tramite il Papa può restaurare nella Chiesa.

“Maria ai nostri tempi”: preghiera del cardinal Alfredo Ottaviani
«La Società moderna è travagliata da una febbre di rinnovamento che fa paura ed è infestata da uomini che si prevalgono di tanta nostra sofferenza per costruirvi l’impero dei loro arbìtri, la tirannide dei loro vizi, il nido delle lussurie e delle rapine. Mai il male ha assunto caratteristiche tanto vaste e apocalittiche, mai abbiam conosciuto altrettanto pericolo. Da un’ora all’altra noi possiamo perdere non la vita soltanto, ma tutta la civiltà e ogni speranza. Sembra che anche a noi il Signore dica “non è ancor giunta la mia ora”, ma l’Immacolata, la Madre di Dio, la Vergine che è l’immagine e la tutela della Chiesa, Essa ci ha dato, già a Cana, la prova di saper e poter ottenere l’anticipo dell’ora di Dio. E noi abbiamo bisogno che quest’ora venga presto, venga anticipata, venga resa immediata, poiché quasi potremmo dire: “O Madre, noi non ne possiamo più!”. Per i nostri peccati noi meritiamo gli ultimi eccidi, le più spietate esecuzioni. Noi abbiamo cacciato il suo Figlio dalle scuole e dalle officine, dai campi e dalle città, dalle vie e dalle case. L’abbiam cacciato dalle stesse chiese, abbiamo preferito Barabba. È veramente l’ora di Barabba […]. Con tutto ciò, fiduciosi in Maria, sentiamo che è l’ora di Gesù, l’ora della redenzione […]. Dica Maria, come a Cana: “Non hanno più vino”; e lo dica con la stessa potenza d’intercessione e, se Egli esita, se si nega, vinca le sue esitazioni come vince, per materna pietà, le nostre indegnità. Sia Madre pietosa a noi, Madre imperiosa a Lui. Acceleri l’ora sua, che è l’ora nostra. Non ne possiamo più, o Maria. L’umana generazione perisce, se tu non ti muovi. Parla per noi, o silenziosa, parla per noi, o Maria!».

d. Curzio Nitoglia

15/12/2015


http://doncurzionitoglia.net/2015/12/14/primato-del-papa-collegialita-episcopale-osola-traditio/

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