“La Grande Eresia”, ovvero la caricatura del cattolicesimo – [presentazione libraria]

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La Grande Eresia,
ovvero la caricatura del cattolicesimo

(versione riassunta dell’introduzione che troverete integralmente all’interno del libro)

L’Editore EFFEDIEFFE (Proceno di Viterbo) ristampa la seconda edizione de ‘La grande eresia’ (Roma, Giovanni Volpe, 1970).

De Corte nel suddetto libro tratta del modernismo e lo qualifica come grande eresia. Penso di poter dire, senza esagerazioni, che si tratta di uno dei libri più interessanti che siano mai stati scritti sul modernismo. Ricordo che Marcel De Corte (1905-1994) è stato professore di filosofia all’Università di Liegi in Belgio, di cui è divenuto Rettore, ha scritto numerose opere di filosofia aristotelico/tomistica[1].

Modernismo e neo-modernismo

De Corte, sin dall’inizio, distingue il modernismo classico, condannato da S. Pio X dal neomodernismo, nuova teologia o “progressismo”[2], condannato da Pio XII (La grande eresia, Roma, Giovanni Volpe, 1970, p. 39). Il progressismo secondo De Corte accentua le caratteristiche del modernismo “eresia per eccellenza”, quindi può essere definito come l’eresia “radicale e totale” (ivi). Il progressismo o il neo-modernismo sta al modernismo classico come il nichilismo filosofico o la post-modernità sta all’idealismo filosofico o alla modernità.

Ora, la post-modernità filosofica non solo pretende che Dio sia il prodotto del bisogno del sentimento umano, ma addirittura vorrebbe “uccidere” Dio (Nietzsche, Freud e il Sessantotto). Mentre la post-modernità teologica col Vaticano II ha tentato (specialmente con la Costituzione Gaudium et spes) di conciliare l’inconciliabile, tramite una “svolta antropologica” che cerca di far coincidere teocentrismo e antropocentrismo e di assorbire Dio nell’Uomo, ma s. Agostino ci ricorda: “o Dio o l’Io, tertium non datur”. Quindi non si può spiegare la catastrofe teoretica e morale conciliare senza un certo influsso preternaturale e un complotto delle sette infernali capeggiate dal giudaismo post-biblico[3], come vedremo meglio oltre.

Il nome modernismo è stato usato da S.  Pio X nel Decreto Lamentabili (3 luglio 1907)[4], nell’Enciclica Pascendi (8 settembre 1907)[5], nell’Allocuzione Relicturus Ecclesiam (16 dicembre 1907)[6] e nel “motu proprio” Sacrorum antistitum (1° settembre 1910)[7], nell’Allocuzione Il grave dolore (27 maggio 1914)[8].

Papa Sarto, secondo De Corte, individua in questi Atti magisteriali due caratteristiche principali e fondamentali del modernismo: 1°) la filosofia soggettivista applicata alla Religione rivelata; 2°) il disprezzo della Tradizione apostolica, fonte della Rivelazione assieme alla S. Scrittura (p. 40)[9].

L’infatuazione per la modernità da parte dei modernisti ha comportato 1°) l’accettazione del soggettivismo, del relativismo e dell’immanentismo della filosofia del mondo moderno, che va da Cartesio sino a Hegel; inoltre 2°)  dal punto di  vista della  teologia, ha comportato la rottura con la dottrina e la pratica della “Chiesa pre-conciliare”, come la  chiamano i modernisti stessi (v. card. Benelli Segretario di Stato di Paolo VI, estate del 1976). Ma di fronte a quest’infatuazione dei chierici per il mondo moderno, cosa dà in cambio il mondo agli uomini di Chiesa? Tutto! sì proprio tutto (“omnia tibi dabo”), ma ad una condizione: “si, cadens, adoraveris me” (Mt., IV, 8-11).

De Corte spiega, “il prezzo da pagare al mondo è l’identificazione del cristianesimo alla democrazia moderna, al liberalismo[10], al socialismo, al culto dell’Uomo, al principio di contraddizione, […] alla Rivoluzione. Così il Vangelo secolarizzato si trasforma in teologia della liberazione o in strumento di Sovversione” (p. 92). Tuttavia il mondo promette e non mantiene. Dunque «gli uomini di Chiesa avranno un bel farsi amabili, cedendo continuamente allo spirito del mondo, ma non saranno mai amati né dal mondo e quel che è peggio neppure da Dio, come diceva Dante “a Dio spiacenti e a li nimici sui”» (De Corte, p. 123).

Il modernismo sta alla modernità come il neomodernismo alla postmodernità

S. Pio X ha definito nella Pascendi il modernismo come “la cloaca nella quale confluiscono tutte le eresie” (“omnium haerèseon conlectum”) e nell’ultima Allocuzione al S. Collegio cardinalizio Il grave dolore (27 maggio 1914), appena tre mesi prima di morire (20 agosto 1914), disse: “noi ci troviamo in tempo in cui si adottano con la massima facilità certe idee di conciliazione della fede con lo spirito moderno, idee che conducono molto più lontano di quanto non si creda, non solo all’indebolimento, ma alla perdita della fede”.

Infatti, come scrive Marcel De Corte (p. 41) citando il padre gesuita Adhémar d’Alès  (DAFC, Parigi, 1911-1922, voce “Modernisme”) il modernismo 1°) è un insieme di tanti o meglio di “tutti” gli errori, ma 2°) diretti e uniti da “una sola” ispirazione e mentalità: l’agnosticismo e 3°) il fine cui giunge immancabilmente l’agnosticismo, principio unificatore del modernismo classico, condannato da S. Pio X e da questo steso visto chiaramente, è il nichilismo o la filosofia post-moderna e contemporanea (Nietzsche/Freud/Scuola di Francoforte e Strutturalismo francese).

Pertanto, il progressismo, neo-modernismo o nouvelle théologie, condannati da Pio XII nell’Enciclica Humani generis (12 agosto 1950) è la conclusione nichilistica [il]-logica del modernismo classico idealistico. Dunque nel neomodernismo vi è una maggiore degenerazione e aberrazione a-teologica e anti-filosofica rispetto al modernismo classico. Anche Jacques Maritain nel Contadino della Garonna (1973) ha riconosciuto che “il modernismo classico rispetto al neomodernismo era solo una modesta febbre da fieno” (v. De Corte, cit., p. 41).

Papa Bergoglio è l’incarnazione del neomodernismo nichilista

Ora, con papa Bergoglio ci troviamo nella terza fase del modernismo, prevista anch’essa da S. Pio X, che possiamo definire ultra-modernismo, in cui il primato della praxis (proprio della “teologia della liberazione” di stampo marxista) arriva a distruggere la capacità raziocinativa dell’uomo e del fedele,  tramutandoli in animali selvaggi (v. Claude Lévi-Strauss) e sentimentali, provvisti solo di pura sensibilità naturale e di sentimentalismo religioso e privi di sana ragione e di adesione intellettuale e libera, mossa dalla grazia soprannaturale, alle formule dogmatiche immutabili quanto all’essenza ma, approfondibili quanto alla maggior penetrazione, in senso omogeneo, delle medesime verità (“eodem sensu eademque sententia/progredisce la penetrazione del dogma da parte dei fedeli e di tutta la Chiesa, ma solo nel suo genere, cioè nello stesso senso e nello stesso contenuto” S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium)[11].

Bergoglio e l’autodemolizione della Chiesa: “ultimo atto”

Francesco I sta ultimando (“si fieri potest”, ma “portae inferi non praevalebunt”)  la “auto-demolizione della Chiesa” (v. De Corte, cit., p. 42) come l’ha definita, ma non combattuta, Paolo VI nel 1968, il quale ha lasciato che “il fumo di satana, entrato nella Chiesa” (come lui stesso dichiarò nel 1972) continuasse a soffocare tutto ciò che di sano cercava di opporvisi e di spegnere il fuoco che lo alimentava. Come poter giustificare un padre, che vedendo il fumo nella sua casa e quindi deducendo esservi scoppiato un incendio, invece di chiamare i pompieri e di gettare subito lui stesso i primi secchi di acqua sul fuoco, se ne restasse tranquillo a leggere il giornale o addirittura soffiasse sul fuoco come è stato fatto da Paolo Vi sino a Francesco I in un crescendo rossiniano? Un incapace (nella migliore delle ipotesi), un piromane, un “Nerone/Saulo redivivo”, un incendiario doloso per frodare l’assicurazione, un diabolico distruttore? Solo Dio lo sa con certezza, noi possiamo solo constatare il fatto e disapprovarlo, senza pretendere di conoscere con esattezza le intenzioni dei cuori, che sfuggono alle capacità intellettive umane.

Dal modernismo all’Anticristo

Altra caratteristica inquietante del modernismo, messa a fuoco da papa Sarto sin dalla sua prima Enciclica E supremi Apostolatus cathedra del 4 ottobre 1903[12], è il culto dell’Uomo, “che è il segno distintivo del regno dell’Anticristo” (ivi). De Corte riprende tale tema e scrive che negli uomini di Chiesa imbevuti di modernismo “oramai il nome dell’Uomo subentra a quello di Dio, il culto dell’umanità di Gesù Cristo a quello della sua divinità” (p. 41). Lo stesso Paolo VI ne era ben conscio, ma incoscientemente senza reagire, anzi continuando ad incensare l’Uomo[13], aveva contraddittoriamente parlato nel 1968 di “ateismo cristiano, della teologia della morte di Dio, di demitizzazione e secolarizzazione” (v. De Corte, cit., p. 42), disapprovandole a parole ma canonizzandole nella pratica e con i fatti. De Corte, profondo conoscitore soprattutto di Aristotele[14] ed anche di San Tommaso d’Aquino nota anche le deviazioni del modernismo sociale o politico e l’influsso benefico della cooperazione in subordinazione gerarchica dei fini (temporale/spirituale) tra Società civile e Società ecclesiastica.

Il neomodernismo è metafisicamente luciferista

La post-modernità o il nichilismo filosofico si sforza addirittura di distruggere ogni ente creato dal pensiero dell’idealista[15], da quello creato (enti-cidio) per giungere sino a quello Increato (dei-cidio),  e nega persino l’esistenza della coscienza umana puramente sensibile (sensismo illuminista) per rimpiazzarla col subconscio (parapsicologia occultistica e pensiero selvaggio strutturalista). Il neo-modernismo o progressismo della nouvelle théologie, che si basa sulla filosofia post-moderna, contemporanea e nichilistica, giunge a ritenere che la Rivelazione è il prodotto del subconscio dal quale scaturisce l’esperienza, il sentimento o il bisogno religioso, come aveva già previsto nel 1907 S. Pio X e come aveva dovuto constatarne la realizzazione in atto nel 1950 Pio XII. Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange ha scritto: “da dove viene e dove porta la nouvelle théologie? Essa viene dal modernismo e porta all’Apostasia completa” (“La nouvelle théologie ou va-t-elle?”, in Angelicum, n. 23, 1946, pp. 134 ss.; Id., “L’immutabilité des formules dogmatiques”, in Angelicum, n. 24, 1947, pp. 136 ss.).

Il sentimentalismo religioso è la rovina dell’uomo e del fedele

L’Esperienza e il sentimento religioso sono uno dei cardini del modernismo teologico. Ora, in filosofia la modernità laica ha elevato l’esperienza religiosa soggettiva a criterio assoluto e indipendente da ogni dato oggettivo. Essa ha come caposcuola Kant, per il quale Dio stesso non è un Ente reale e oggettivo, indipendente dal soggetto umano, ma un postulato della “Ragion pratica”, che sente il bisogno[16] di una esperienza religiosa della divinità alla quale la “Ragion pura” o teoretica non può giungere. Da Kant nasce un duplice indirizzo di pensiero, uno più filosofico e razionalista: l’idealismo-trascendentale di Fichte, Schelling ed Hegel, che seguendo Kant cerca di subordinare la religione alla filosofia soggettivistica. L’altro piuttosto spirituale e misticoide: l’irrazionalismo fideistico di Schleiermacher, il quale segue Kant specialmente privilegiando il sentimentalismo soggettivistico religioso, anzi per Schleiermacher il sentimento è l’unico criterio della verità, onde la Fede è puro sentimento immediato. Tale concezione soggettivista e sentimentalistica con il modernismo teologico[17] comincia a prendere un indirizzo sempre più irrazionalista e l’esperienza religiosa si sostituisce totalmente sia alla retta ragione che alla divina Rivelazione e alla Fede teologale.

Moto uniformemente accelerato del modernismo da Giovanni XXIII a Francesco I

Purtroppo il modernismo, divenuto neo-modernismo ha invaso e conquistato l’ambiente ecclesiale sino al vertice a partire dal 1959, avanzando in “prima marcia” con Giovanni XXIII, passando alla “terza” con Paolo VI, schiacciando a tavoletta in “quarta” con Giovanni Paolo II, mostrando un’apparenza di scalata riduttiva in “terza” con Benedetto XVI per giungere, nell’ottica leniniana dei “due passi avanti e uno indietro”, in volata con la “quinta” al traguardo del parossismo ultra-modernista con Francesco I dopo il quale non resta che lo schianto come dopo lo “sballo” del sabato sera dei poveri nostri giovani ridotti a larve umane dalla mancanza di ideali, certezze e dall’uso di droghe e alcolici. L’allucinazione idealista e modernista non può non portare allo schianto dello sballo post-modernista e nichilista.

La dottrina modernista ha richiesto la pastoralità del Concilio Vaticano II

De Corte spiega il perché o la ragione della pastoralità del Vaticano II. Se fosse stato un Concilio dogmatico non avrebbe potuto errare, ma siccome si voleva aggiornare o ammodernare la dottrina, allora i Pastori, oramai modernisti, hanno voluto escludere ogni definizione dogmatica, che avrebbe impedito la contraddizione e la rottura con la Tradizione apostolica. Quindi i “progressisti hanno insegnato pastoralmente perché la rottura dogmatica non avrebbe consentito il loro lavoro di auto-demolizione” (p. 75). Allora per demolire o cambiare la Chiesa (si fieri postest) dall’interno si è inventato un nuovo tipo di insegnamento conciliare, quello pastorale, che applica i princìpi alla vita pratica e non quello dogmatico (costantemente usato a partire dal Concilio di Gerusalemme del 50 d. C. sino al Concilio Vaticano I del 1869-70), che definisce i principi della fede e condanna gli errori contro di essa. La teologia, commenta De Corte, “non ascolta più Dio, che è il suo oggetto formale, essa ascolta il mondo, ossia l’uomo, ossia l’Io e le ingiunzioni della sua soggettività. Tutta la teologia, che gli ingenui come noi credono sia teocentrica, diventa antropocentrica e, più precisamente, egocentrica. Non c’è più teologia o scienza di Dio, ma tante teologie di qualunque cosa passi per la testa dei nuovi preti” (p. 66)[18]. La conseguenza dell’aggiornamento conciliare è tragica: «un fermento divino, se corrotto, non può essere che un agente di sovversione di una potenza incalcolabile, “corruptio optimi pessima”» (p. 86).

La fine delle Patrie e il Nuovo Ordine Mondiale previsti da S. Pio X

La fine delle Patrie era stata prevista da S. Pio X e la prima grande guerra ne è stata il preludio e il trampolino di lancio verso il Mondialismo globalizzante. Marcel De Corte commenta: “La Patria o la Nazione (dal latino nasci/nascere) non c’è più[19]. È rimasto un pulviscolo d’individui dispersi, separati, chiusi autisticamente ognuno nella propria soggettività assoluta, che i manipolatori dello Stato moderno tentano di globalizzare, nello stampo di una medesima in-coscienza e opinione immaginaria e soggettiva” (p. 50). Purtroppo questa previsione del 1969 oggi (2015-16) si è quasi totalmente realizzata. Basta pensare alla Siria e all’Ucraina vero e proprio “ultimo assalto” del Nuovo Ordine Mondiale demo/pluto/giudaico/massonico contro il Vicino Oriente (Libia, Tunisia, Palestina, Egitto e Iraq) e Medio Oriente (Russia di Putin e Iran) non ancora travolto dalla valanga del liberalismo democraticista atlantico.

Conclusioni pratiche dei princìpi modernisti

L’eresia totale modernista partendo dal soggettivismo nega la Trascendenza divina e poi arriva a mettere al posto di Dio l’Uomo. Questa conclusione del soggettivismo viene definita da S. Pio X col nome di “immanentismo”, ben distinto dalla onnipresenza/trascendente di Dio infinito nel mondo finito. Immanentismo significa che Dio coincide col mondo, che Egli fa una sola cosa con esso e con l’uomo, è in breve il panteismo, che è una forma mascherata ed ipocrita di ateismo, non avendo l’ardire di negare l’esistenza di Dio si parafrasa asserendo che Dio e il mondo sono la stessa cosa, ossia che l’Uomo è “dio”! Quindi Dio lo si trova nell’Io, nel “bisogno” umano, o nella coscienza e persino nel subconscio dell’uomo, Egli è un “prodotto” del sentimentalismo, dell’irrazionalità, dell’esperimentalismo e del “bisogno” umano. Dio non rivela più le verità soprannaturali all’uomo, ma è l’uomo che le scopre in sé o meglio nelle sue idee che si forma su Dio.

L’idealismo applicato al dogma, ecco il cuore del modernismo. Il nichilismo che distrugge la religione e Dio ecco il neomodernismo, il quale può avere (a seconda delle circostanze storiche in cui si trova ad agire) una marcia iniziale lenta (Giovanni XXIII), poi una più accelerata (Paolo VI/Giovanni Paolo II), quindi una apparentemente ridotta (Benedetto XVI, che ha dichiarato nel febbraio del 2014 di concordare pienamente con le idee di papa Bergoglio[20]) ed infine una acceleratissima, che non tiene alcun conto delle “norme” di “sicurezza stradale”, ma corre con un “motus in fine velocior” verso lo schianto finale dopo cui solo l’Onnipotenza divina, alla quale siamo chiamati a cooperare, potrà porre un rimedio. Da questa filosofia nuova o moderna nasce una religiosità nuova (Buonaiuti/Le Roy/Tyrrell/Loisy, Il Manifesto dei Modernisti, 1910), un ambiente ecclesiale aggiornato (Giovanni XXIII, L’aggiornamento nella Chiesa, in “Gaudet Mater Ecclesia”, 1962) ed una società rinnovata (Maritain, La nuova Cristianità, ne L’Umanesimo integrale, 1936).

Marcel De Corte ne deduce che “la conseguenza individuale e sociale non tarda a mostrarsi. Tra questo Io che pretende coincidere con Dio, e Dio stesso, la distinzione si dilegua rapidamente. Dio, o meglio l’Idea che l’idealista si forma di Lui, infine non resiste all’Io. Infatti non è la realtà che si trova nel pensiero dell’Io assoluto del filosofo idealista, ma solo l’Idea della realtà. Quindi l’Idea di Dio svanisce di fronte alla realtà dell’Io assoluto. Più esattamente l’Idea di Dio è assorbita dall’Io assoluto, che insidiosamente si divinizza come tentò di fare Lucifero, nell’utopia del culto dell’Uomo. Alla fase individualistica o liberale della modernità segue quella collettivistica o comunista, nella quale è la massa che assorbe l’Io in un Noi collettivo, che cerca di deificarsi nell’utopia dell’Umanità, la quale invece di sottomettersi a Dio fa di se stessa il proprio “dio”, come scrivevano impavidi e imperterriti Tyrrel e Loisy” (p. 53)[21]. Dall’Io assoluto si giunge alla ‘Repubblica’ e al ‘Tempio universali’, decisi nei piani delle retro-logge massoniche.

L’antropocentrismo del Vaticano II (specialmente di Gaudium et spes)[22] è pertanto il propulsore a-teologico del ‘Nuovo Ordine Mondiale’ politico, il quale è il “Regno sociale di satana”, che sta trovando oggi la sua definitiva ultimazione o rovina. Dopo di che sarà l’ora del “Regno sociale di Cristo”.

Occorre bere l’amaro calice sino alla feccia per risorgere fino alle stelle, “per aspera ad astra”, dicevano gli antichi Romani, “per Crucem ad Lucem”, dice il cristianesimo integrale attaccato dal virus modernista, che tuttavia “non prevarrà”. Noi dobbiamo solo aver fede, pazienza e speranza ed attendere il trionfo del Cuore Immacolato di Maria e del suo divin Figlio.

Il buon senso del realismo della conoscenza aristotelico di cui era ricolmo Marcel De Corte ci dà, attraverso il presente suo libro, dei consigli pratici sul come reagire a tanto sfacelo, consapevoli che la Chiesa è entrata nella notte dei sensi e dello spirito e nell’agonia di Cristo, di cui Lei è la continuazione nella storia” (De Corte, p. 96). Ma le notti dei sensi e dello spirito sono la porta (S. Giovanni della Croce e S. Teresa d’Avila) per entrare nella terza via mistica di unione trasformante con Dio (S. Th., II-II, q. 24, a. 9).

“Era necessario che Cristo patisse tutte queste cose per entrare nel Regno dei Cieli” (Atti degli Apostoli).

In alto i cuori, dopo la notte sorge l’alba!

d. Curzio Nitoglia

  • 1] La doctrine de l’intelligence chez Aristote (Parigi, Vrin, 1934)[1], Le Commentaire de Jean Philopon sur le IIIme Livre du ‘Traité de l’Ame’ (Parigi, Droz, 1934), Aristote et Plotin (Parigi, Desclée, 1935); ed altre di filosofia politica, tra le quali spiccano: Incarnation de l’homme (Parigi, de Médicis, 1942, tr. it., Brescia, 1949), Philosophie des moeurs contemporaines (Bruxelles, Ed. Universitaires, 1944), Essai sur la fin d’une civilisation (Bruxelles, Ed. Universitaires, 1949), L’homme contre lui-meme (Parigi, NEL, 1962, tr. it., Torino, Borla, 1976), La grand hérésie (Parigi, 1969, tr. it., Roma, Volpe, 1970; ristampa Effedieffe, Proceno di Viterbo, 2014), L’intelligence en péril de mort (Parigi, Club de la Culture française, 1969, tr. it., Roma, Volpe, 1974), De la Justice (Jarzé, Dominique Martin Morin, 1973), De la Prudence (Jarzé, DMM, 1974), De la  Force (Jarzé, DMM, 1980),  De la Témperance (Jarzé, DMM, 1982).
  • 2] Cfr. N. Petruzzellis, voce “Progresso”, in Enciclopedia Filosofica del Centro di Studi Filosofici di Gallarate, II ed., 1982, Firenze, Le Lettere, vol. VI, coll. 858-861.
  • 3] Cfr. M. Pinay, Complotto contro la Chiesa, Roma, 1962, ristampato da EFFEDIEFFE, Proceno di Viterbo, 2015.
  • 4] Cfr. DS, 3401-3466.
  • 5] Cfr. DS, 3475-3500.
  • 6] Cfr. Tutte le Encicliche e i principali Documenti Pontifici emanati dal 1740, a cura di U. Bellocchi, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 1999, vol. VII; Pio X (1903-1914), pp. 283-285.
  • 7] Cfr. DS, 3537-3550.
    8] Cfr. Tutte le Encicliche e i principali Documenti Pontifici emanati dal 1740, a cura di U. Bellocchi, Città del Vaticano, LEV, 1999, vol. VII; Pio X (1903-1914), pp. 514-516; cfr. anche S. Pio X, Lettera apostolica sul Sillon, Notre charge apostolique, 25 agosto 1910, ibidem, pp. 408-546.
  • 9] Cfr. Adhémar d’Alès, voce “Modernisme”, in Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique, 4 voll., Parigi, 1911-1922.
  • 10] J. Maurel, Somme contre le Catholicisme libéral, Paris-Bruxelles, 1876.
  • 11] Cfr. Francisco Marìn-Sola, La evoluciòn homogènea del dogma catòlico, Madrid, 1923, 2 voll., tr. fr., L’hévolution homogène du dogme catholique, Friburgo, 1924.
  • 12] Cfr. Tutte le Encicliche e i principali Documenti Pontifici emanati dal 1740, a cura di U. Bellocchi, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 1999, vol. VII; Pio X (1903-1914), pp. 43-44.
  • 13] Quando l’uomo sbarcò sulla luna, Paolo VI all’Angelus del 13 luglio 1969 disse: «l’uomo in questa impresa ci si rivela gigante. Ci si rivela divino, non in sé, ma nel suo principio e nel suo destino. Onore all’uomo, onore alla sua dignità, al suo spirito, alla sua vita». (Paolo VI, Insegnamenti, vol. VII, 1969, pp. 493-494).
  • 14] A 20 anni, Marcel De Corte, allievo della prestigiosa “Scuola Normale Superiore” di Parigi, aveva già letto tutte le opere dello Stagirita in greco!
  • 15] Cfr. A. Del Noce, Il suicidio della Rivoluzione, Milano, Rusconi, 1978; Id., Il cattocomunista, Milano, Rusconi, 1981.
  • 16] “Bisogno”: si noti la bassezza di tale termine, che pretende di partorire la divinità della modernità. In effetti se ci si pensa bene la modernità con i suoi idoli sono il fritto di un “bisogno” umano o kantiano.
  • 17] Cfr. C. Fabro, voce “Modernismo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, coll. 1188-1196.
  • 18] Cfr. C. Fabro, La svolta antropologica di Karl Rahner, Milano, Rusconi, 1974.
  • 19] Cfr. J. De Viguerie, Les deux patries, Bouère, DMM, 1998.
  • 20] Sembrerebbe la tattica leniniana di un piccolo “passo indietro” per poter fare, senza suscitare reazioni troppo vive, “due passi avanti”.
  • 21] Anche la mitologia greca classica racconta
    1°) dei giganti Titani, che spodestarono dal trono il loro padre Urano e vi misero uno di loro di nome Crono, il quale fu a sua volta spodestato da suo figlio Zeus;
    2°) di Promèteo, figlio del titano Giapeto, che donò agli uomini il fuoco rubato agli Dèi e Zeus per punirlo lo incatenò sul Caucaso dove un’aquila avrebbe dovuto beccargli il fegato in eterno, che diceva: “Io odio tutti gli Dèi”;
    3°) di Icaro di Creta,  che voleva volare da sé con ali fatte di piume e cera, ma si avvicinò troppo al sole, che sciolse la cera e cadde in mare presso Samo.
    Anche la mitologia pagana conosce, pur se imperfettamente, la rivolta luciferina del presuntuoso “gigantismo” della creatura, che si erge contro la Divinità, caratteristica non solo del paganesimo, ma soprattutto dell’èra moderna, basti pensare al transatlantico Titanic, che affondò il 14 aprile del 1912 sul quale regnava la scritta “neppure Dio potrà affondarmi!”.
  • 22] Pio XII ha insegnato che “il satanismo più profondo è l’apoteosi dell’uomo” (Radiomessaggio natalizio, 24 dicembre 1952, n. 12-30). San Pio X nella sua prima Enciclica insegnava che il carattere distintivo dell’Anticristo finale è “il culto dell’uomo” (E supremi Apostolatus cathedra, 4 ottobre 1903). Invece in Gaudium et spes n. 12 si legge: «tutte le cose che esistono su questa terra sono ordinate e finalizzate all’uomo come al loro centro e fine», si potrebbe intendere questa pericope in maniera ortodossa, qualora tutte le cose inanimate, vegetali ed animali fossero ordinate all’uomo e questi a Dio, ma Gaudium et spes n. 24 specifica che «L’uomo su questa terra è la sola creatura che Dio ha voluto per se stessa (propter seipsam)». Questo errore va letto alla luce del pancristismo teilhardiano di Gaudium et spes n. 22: «per il fatto stesso che il Verbo si è incarnato ha unito a Sé ogni uomo».

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