SOCRATE

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SOCRATES

Introduzione

Socrate morì nel 399 a. C. condannato formalmente per “empietà”, ossia perché non credeva negli Dei della città e perché corrompeva con le sue dottrine la gioventù di Atene; ma la vera ragione della sua condanna a morte – come scrive Platone nell’Eutrifone – erano i risentimenti e le gelosie di ordine politico da parte della classe dirigente di Atene. Gli fu offerta la possibilità di fuggire, ma la respinse, bevve la cicuta che gli venne porta dai suoi giudici, obbedendo come fa un soldato del plotone di esecuzione agli ordini dei superiori. Siccome Platone dice che Socrate aveva circa 70 anni quando morì se ne deduce che nacque all’incirca nel 469-470 a. C.

Sua moglie era la famosa Santippe definita come “la donna più insopportabile di quelle che sono, furono e saranno” (Senofonte, Simposio, II, 10).

Egli aveva un fisico fortissimo, capace delle più dure fatiche e di resistere ai rigori del freddo invernale scalzo e coperto soltanto con un leggero mantello. Di aspetto era brutto e sgraziato.

Socrate non ha scritto nulla. Per conoscere il suo pensiero dobbiamo ricorrere alle testimonianze dei contemporanei e dei loro diretti successori: Aristofane, Platone, Senofonte, Aristotele. Ma quale di essi è il più attendibile? Mi sembra che la via seguita da Giovanni Reale (Socrate. Alla scoperta della sapienza umana, Milano, Rizzoli, 2000) sia la più saggia. Infatti egli ha studiato tutti i principali testimoni di Socrate, senza ritenerne nessuno assolutamente e unicamente privilegiato al punto da escluderne gli altri. Nessuna fonte va trascurata, ma vagliata e comparata con le altre accuratamente. Quindi “una ricostruzione di Socrate può essere fatta solamente tenendo conto di tutte le fonti” (G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, Milano, Bompiani, 2004, vol. II, Sofisti, Socrate e Socratici minori, p. 124).

La filosofia della natura e dell’uomo

Secondo Socrate chi si occupa di filosofia della natura e si lascia assorbire completmente da essa dimentica se stesso, ossia quello che conta di più: l’uomo e i suoi problemi (Senofonte, Memorabili, I, 1, 12). È certo che Socrate lasciò da parte lo studio della natura, ma senza intraprendere alcuna operazione di superamento dalla natura alla meta-natura o meta-fisica. Cosa che fece poi il suo allievo prediletto Platone per intraprendere la “seconda navigazione” dal sensibile al meta-sensibile (Fedone). Socrate invece lasciò la natura per dedicarsi all’uomo. Quindi manca totalmente un impianto metafisico in Socrate cosicché il padre della metafisica è Platone seguìto e perfezionato da Aristotele.

Socrate indaga l’essenza dell’uomo per poter poi parlare di lui (psicologia) e risolvere i suoi problemi (etica). Secondo Socrate i sofisti hanno fallito su questo argomento perché non hanno penetrato la natura dell’uomo e quindi ne hanno parlato in maniera inappropriata e poi hanno mal risolto i suoi problemi.

L’uomo per Socrate è la sua anima (psiché) poiché è l’anima che distingue l’uomo da ogni altra cosa. Ora nessuno prima di Socrate aveva inteso la psiché come anima, mentre dopo Socrate il pensiero europeo si fonda su questa associazione. Socrate insegna che l’anima coincide con la sede della nostra attività razionale e con il nostro pensiero. Ecco perché solo a partire da Socrate l’uomo acquista il suo vero senso di soggetto intelligente (il problema del libero arbitrio sfugge a Socrate). Infatti i pitagorici e gli orfici ritenevano che l’anima fosse un dèmone che dovesse purificarsi e quindi che l’anima fosse sostanzialmente diversa dall’uomo o dal soggetto pensante, cosciente e libero. L’unità dell’uomo veniva compromessa e negata o perlomeno lacerata. “Pertanto si può ben dire che Socrate ha creato la tradizione morale e intellettuale della quale l’Europa ha sempre vissuto, da allora” (G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, cit., p. 137).

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La dottrina o filosofia morale socratica può essere compendiata in due frasi:

  • 1°) conoscere se stessi;
  • 2°) aver cura di se stessi.

Ora conoscere se stessi significa conoscere non il proprio corpo, ma esaminarsi interiormente e conoscere la propria anima con le sue operazioni intellettive. Così aver cura di sé significa curare e coltivare la propria anima e le sue operazioni o il suo agire. Questo è il compito supremo della filosofia socratica e Socrate si sentiva incaricato dalla Divinità di svolgere questa missione a favore dell’educazione dell’animo umano. Ed è per questo che Platone presenta Socrate come il medico spirituale dell’anima (Alcibiade Maggiore).

Senofonte conferma l’interpretazione platonica di Socrate quando scrive che per Socrate “l’anima è ciò che nell’uomo partecipa più intimamnete del Divino ed è la parte che domina sul corpo” (Memorabili, IV, 3, 14).

L’etica socratica

Siccome i sofisti non avevano studiato la natura dell’uomo e non avevano potuto individuare la sua vera essenza non erano riusciti a risolvere il problema morale dell’educazione dell’uomo indirizzandolo a cogliere il suo verio fine. Anzi avendo confuso il fine con i mezzi erano giunti a diseducare e perfino rovinare l’uomo.

La superiorità di Socrate sui sofisti, secondo Platone, consiste proprio nel fatto che per il primo l’uomo si distingue da tutte le altre cose per la sua anima. La vera virtù umana per Socrate consiste nel far sì che l’anima possa diventare saggia, realizzando l’io spirituale, intelligente e arrivando, così, alla felicità.

Intellettualismo etico

La virtù per Socrate è soprattutto scienza e conoscenza. Il vizio, quindi, è soprattutto l’ignoranza, ossia la mancanza di scienza. Tuttavia Socrate non contrappone, come farà Platone, anima e corpo. Quindi non disprezza, né svaluta eccessivamente, i valori naturali e fisici (forza, armonia, salute, bellezza, vigoria…) se sono subordinati a quelli dell’anima (conoscenza e libertà). “Socrate poté dare ancora un corretto apprezzamento ai valori tradizionali del corpo, nella misura in cui egli non intese il corpo come antitesi dell’anima” (G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, cit., p. 151). La conclusione erronea tratta da Socrate è che se la virtù coincide con la conoscenza nessuno pecca volontariamente o per cattiva volontà, ma solo per ignoranza. Ce lo confermano Platone (Protagora), Senofonte (Memorabili) e Aristotele (Etica Nicomachea). In ciò si vede quanto sia importante non disgiungere l’intelleto dalla volontà per non arrivare alla conclusione socratica del peccato come pura ignoranza. Toccherà a Platone approfondire il ruolo della volontà nell’agire umano. Certamente resta la grandezza di Socrate nell’aver fatto coincidere la natura e la virtù dell’uomo con l’anima e soprattutto con la conoscena, ma non ci si può fermare lì. Quando Socrate afferma che se uno conosce il bene lo vuole necessariamente e immancabilmente, afferma che la conoscenza del bene è condizione necessaria e sufficiente per essere virtuoso. Invece, come ha giustamente osservato Aristotele (Etica Nicomechea) non è così. Infatti se è vero che “nulla è voluto se prima non è conosciuto” è altresì vero che è la buona volontà a rendere buono l’uomo e la cattiva volontà lo rende malvagio. Il difetto dell’etica socratica – che verrà corretto poco a poco da Platone, Aristotele e soprattutto S. Tommaso d’Aquino – è un intellettualismo eccessivo.

“Tutta l’etica greca, se comparata all’etica cristiana, risulta, nel suo complesso, in vari modi intellettualistica. E non solo Socrate, ma nemmeno i filosofi successivi sapranno render conto di quella drammatica esperianza umana che è il peccato. Essi tenderanno, più o meno, a ridurre il peccato o il male morale ad un errore della ragione” (G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, cit., p. 158).

L’autodominio e la libertà interiore

Tuttavia non si deve dimenticare che Socrate ha introdotto nell’etica il concetto di padronanza di sé o autodominio morale, che è “il bene più eccellente degli uomini” (Senofonte, Memorabili). La padronanza di sé consiste essenzialmente nel dominio sulla propria animalità, sulle passioni, sugli impulsi, nei momenti di dolore e di fatica. Allora l’anima diventa padrona del corpo, la ragione signora degli istinti. Invece se è il corpo a predominare l’uomo diventa simile ad un animale selvaggio.

Prima di Socrate la libertà aveva un significato giuridico e politico. Con Socrate essa viene a significare il dominio della razionalità sull’animalità tramite il controllo della psiché. Da essa ne segue l’autarchia morale, ossia l’essere autonomo che è proprio dell’uomo virtuoso e libero interiormente.

Secondo Socrate l’autarchia comporta tre conseguenze:

  • 1°) essere indipendente dagli impulsi fisici, dando il primato all’anima;
  • 2°) la sola anima è sufficiente a farci raggiungere la felicità;
  • 3°) chi si abbandona alle cose sensibili ne diviene dipendente e perde la sua libertà, autonomia, tranquillità e felicità.

Naturalmente in Socrate la libertà è soprattutto intellettuale e razionale e non è opera della volontà, non è la libertà del volere sopra il piacere, ma è la capacità dell’intelletto di imporre al corpo i propri princìpi.

Il piacere secondo Socrate

L’arte di misurare le cose è fondamentale per ottenere il vero piacere. Infatti non è il piacere in sé che può rendere felici, ma una saggia misura di esso. Il piacere non è né un bene né un male in se stesso, ma essendo un mezzo ordinato al fine se si riesce a sottometterlo alla disciplina della ragione allora diventa qualcosa di positivo, altrimenti no. Lo stesso vale per l’utile. Secondo Socrate è utile solo ciò che giova all’anima. L’utile per il corpo gli interessa solo in funzione dell’utilità dell’anima.

La felicità

Il fine dell’uomo è la felicità e la filosofia morale socratica intende insegnare all’uomo cosa fare per arrivare ad essa. La morale kantiana del dovere per il dovere è una novità della modernità completamente sconosciuta al mondo classico greco/romano. La felicità è data dai beni dell’anima, ossia dal perfezionamento dell’anima mediante la vitrù e specialmente la sapienza intellettuale. La felicità non è data né dai beni esteriori e neppure da quelli del corpo. Quando l’uomo riesce a perfezionare la sua anima mediante la virtù, ossia la conoscenza, allora è pienamente se stesso, è pienamente uomo dotato di anima razionale. Come si vede il concetto di felicità con Socrate è pienamente interiorizzato.

Al contrario anche l’infelicità non viene dal di fuori, ma dal di dentro dell’uomo. Non sono gli altri a recarci danno, ma noi stessi possiamo farci i più gravi mali. Platone fa dire a Socrate che “chi è buono ha nella sua bontà la maggior difesa dal male e nessuno lo può scalfire” (Apologia di Socrate). Anito che ha condannato a morte Socrate non ha toccato Socrate, ma ha nuociuto a sé. Socrate beve tranquillamente la cicuta che Anito gli aveva ingiunto di trangugiare sapendo che ciò non nuoceva a lui ma ad Anito. Tuttavia bisogna tenere sempre bene a mente che la virtù per Socrate è quella intellettuale e non quella morale o della volontà.

Inoltre la virtù o la sapienza umana non ha bisogno neppure di nulla al di sopra di sé. Il concetto dell’aldilà non è ancora presente in Socrate, che non ha affrontato teoreticamente il problema dell’immortalità dell’anima e quindi di una sua ricompensa eterna. “A livelo di ragione Socrate non poteva dimostrare l’immortalità dell’anima perché gli mancavano le categorie metafisiche occorrenti all’uopo” (G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, cit., p. 170).

La morte uccide il corpo, non scalfice la virtù o la saggezza dell’uomo. Essa distrugge la vita, ma non l’aver vissuto saggamente. Jan Patocka commenta: “poiché la vita non è spezzata dalla paura della morte, essa diventa una dimora unificata presso il fine, che è la felicità e quindi all’uomo saggio non può accadere nulla di male” (Socrate, Milano, Bompiani, 2003, p. 455). Chi crede in ciò in cui crede Socrate ha la felicità tra le mani. Nulla può renderci infelici. Gli eroi del mondo greco sono umanamente dei perdenti: Achille, Ettore, Antigone e Socrate.

Socrate e la politica

Socrate sentì una forte antipatia per la politica militante. Tuttavia ha insegnato qualcosa sulla politica come scienza del vivere in società. Il suo insegnamento riguarda la polis greca e specialmente ateniese. Tutta la sua dottrina politica è rivolta al servizio di Atene.

Egli ha lavorato tutta la sua vita affinché i suoi discepoli potessero occuparsi della cosa pubblica in Atene nel modo migliore.

Platone (Gorgia) ha scritto che la Divinità volle che Socrate non fosse un politico militante, né un politicante, ma che insegnasse la filosofia politica agli altri e li rendesse capaci di far buona politica per il bene di Atene.

Il vero uomo politico per Socrate è l’uomo moralmente buono, ossia saggio nell’anima e specialmente nell’intelletto, capace di curare le anime degli altri cittadini.

Socrate ha criticato la democrazia perché affidava alla scelta della maggioranza la distribuzione delle funzioni e dei doveri, mentre essi avrebbero dovuto essere dispensati in base alle competenze degli individui.

La Teologia socratica

Socrate fu condannato a morte perché reo di non credere negli Dei in cui credeva la città di Atene e perché aveva introdotto nuove altre Divinità (Senofonte, Memorabili). Quindi non fu accusato di ateismo ma di “eresia nei confronti della religione dello Stato” (G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, cit., p. 179).

Il pesante antropomorfismo (fisico e morale) di cui era carica la religione popolare della sua città riguardo agli Dei gli ripugnava fortemente. Infatti Socrate negava che gli Dei potessero avere passioni, sentimenti e costumi non solo umani ma anche negativi. Già con Socrate si nota la grande differenza tra religione pagana popolare e la concezione filosofica sulla Divinità che si perfezionerà vieppiù con Platone ed Aristotele.

Reagendo contro il politeismo esasperato della religiosità popolare, Socrate si è mosso verso una concezione filosofico/teologica della religione e della Divinità anche se non è arrivato al monoteismo. Nell’antichità greca non si è giunti a porre Dio totalmente sopra il mondo, tra Divinità e cosmo non vi è una dualità e una trascendenza, non avendo ancora Socrate il concetto di persona il suo Divino non è un Dio personale né trascendente. Tuttavia applicò alla Divinità la sua categoria etica di virtù intellettuale e parlò di Dio come di una Intelligenza ordinatrice, finalizzatrice e come “Provvidenza”.

Senofonte nei suoi Memorabili narra di aver ascoltato un dialogo tra Socrate e Aristotele riguardo alla Divinità, che si avvicina di molto ad una dimostrazione della esistenza di Dio, e lo riassume così:

  • 1°) il mondo non è effetto del caso, ma è costituito per raggiungere uno scopo e dunque richiede una intelligenza che l’ha prodotto;
  • 2°) l’uomo è una sorta di micro-cosmo in cui gli organi sono finalizzati in modo tale da poter essere spiegati solo mediante un’intelligenza ordinatrice;
  • 3°) come la nostra anima e la nostra intelligenza non si vedono, ma si vedono gli uomini intelligenti e gli artefici accanto alle loro opere e nessuno potrebbe dire che facciamo tutto a caso e senza riflessione, intelligenza e anima; così è per la Divinità che non si vede, ma si scorgono le sue opere e non si può dire che sono frutto del caso, dell’irriflessione e della materialità;
  • 4°) siccome l’uomo è l’unico essere che sia provvisto di anima e di intelletto la Divinità se ne cura più che di tutte le altre cose e ne ha una specie di “provvidenza”. Socrate a questo punto pone un nesso o un’analogia tra intelligenza divina e umana.

Tuttavia l’argomentare di Socrate sulla Divinità è sprovvisto di ogni elemento metafisico, è narrativo, intuitivo e saranno Platone e soprattutto Aristotele a dar fondamento metafisico alle intuizioni del buon senso socratico.

Inoltre l’etica socratica è totalmente sganciata dalla teologia o dalla volontà divina, ma è tutta incentrata sull’anima e sull’intelligenza umana che coincide con l’essenza dell’uomo. La Divinità non interviene con premi o castighi né in questo mondo né nell’altro. La felicità socratica è interna all’uomo ossia alla sua anima se essa è saggia. Il saggio porta a sé la sua felicità e la sua ricompensa, lo stolto il suo castigo e la sua infelicità.

Quindi i valori morali o meglio intellettuali non sono imposti da Dio, ma siccome sono valori supremi in sé allora la Divinità li riconosce e li approva. Perciò la Divinità si prende cura dell’uomo saggio avendo in comune con esso l’intelligenza (“similia cum similibus”) e non si cura di tutti gli uomini. Come si vede è l’esatto opposto del pensiero medievale secondo il quale siccome Dio ama una persona la rende buona, mentre per Socrate siccome una persona è saggia allora Dio se ne occupa in quanto si somigliano quanto alla saggezza. La trascendenza non si trova in Socrate, la sua filosofia è incentrata sull’uomo e sui suoi valori. La sua filosofia non è antropocentrica nel senso moderno come anti-trascendenza, ma non è neppure aperta al trascendente: il trascendente è assente per mancanza di categorie metafisiche assenti in Socrate, però non è negato o contraddetto.

Il metodo dialogico socratico

Mentre i sofisti tendevano a dar sfoggio di cultura, a conquistare l’uditore anche per guadagno, Socrate aveva di mira la cura dell’anima e soprattutto dell’intelletto dei suoi discepoli. I sofisti secondo Socrate guastano le anime degli uomini poiché non li curano, ma li rendono schiavi delle loro arringhe. Infatti l’anima dell’uomo non si cura arringando le masse anche perché così facendo si trascura l’individuo che ascolta e lo si fonde nella massa anonima e amorfa. La politica moderna con il fenomeno delle parate di massa ha rimesso in auge la pratica dei sofisti e si è allontanata da Socrate e dalla tradizione della metafisica classica greco/romana e medievale, ha trascurato l’educazione del singolo per dissolvere l’individualità nella socialità e nel totalitarismo.

Socrate curava le singole anime dialogando (in senso serio) con loro e non monologando. Il dia-“logos” per Socrate consiste nell’uso dell’intelletto che procedendo per domande e risposte coinvolge maestro e allievo in una ricerca, in un approfondimento della verità, che va insegnata e dimostrata, fornendo una risposta alle obiezioni serie, risposta che fa avanzare non solo l’allievo ma anche il maestro che deve approfondire il tema in questione per confutare le obiezioni e rispondere ad ogni “perché?”. I temi trattati da Socrate son di natura etica, non metafisica. Egli mira all’esortazione alla virtù, soprattutto alla saggezza intellettuale. In ciò la filosofia romana sarà molto più vicina a Socrate che non a Platone o Aristotele, ma non sarà intellettualistica come quella socratica, bensì soprattutto pratica.
Quest’insegnamento costò a Socrate la condanna a morte. Infatti egli interrogava i cittadini di Atene e li aiutava a prendersi cura della loro anima ossia del loro intelletto e a non essere schiavi degli errori propinati dai sofisti e dai capi della città. Per molti Socrate era un impiccio, una specie di “grillo parlante” che metteva l’anima a nudo e le rimproverava le sue incongruenze. Perciò come Pinocchio schiacciò il grillo parlante così i capi di Atene misero a morte Socrate.

L’ironia socratica

Nella sua ricerca della verità Socrate si serve dell’ironia, che etimologicamente significa “dissimulazione”. Infatti egli, per portare l’interlocutore ad esprimersi liberamente e totalmente senza remore ed eventualmente confutarne i pregiudizi e gli errori, nasconde la propria saggezza, finge di non saper quasi nulla e poi lo porta alla scoperta della verità.
Nel primo momento dell’ironia Socrate portava colui col quale dibatteva a riconoscere la propria presunzione e quindi la propria ignoranza. Egli costringeva a definire esattamente l’argomento su cui si parlava e poi studiando bene la definizione data ne illustrava le manchevolezze sino a far confessare all’interlocutore la propria ignoranza. Mediante questo metodo confutatorio Socrate liberò molti dall’ignoranza e li portò verso la ricerca della verità, ma si fece anche molti nemici, che facendo parte della classe dirigente di Atene lo fecero condannare a morte. Infatti i mediocri non apprezzarono la confutazione socratica e siccome “la superbia impediva loro di ammettere di non conoscere realmente, accusavano Socrate di confondere le idee e di essere un seminatore di dubbi” (G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, cit., p. 208). In realtà Socrate distruggeva le false certezze dei sofisti, fonte per loro di guadagno, e poi conduceva all’acquisto della certezze reali, fonte di libertà interiore. Socrate insegnava mediante un metodo detto “maieutico” poiché aiutava le anime a “partorire” la verità come una “levatrice”.

Socrate non insegna delle verità consegnandole dal di fuori belle e pronte ai suoi discepoli, ma mediante il dibattito, la confutazione, l’ironia e la maieutica porta le anime dei discepoli alla scoperta della verità. Il discepolo è così occasione anche per il maestro di imparare ad approfondire la sua scienza. Per Socrate il vero sapiente, al contrario del sofista, sa di non saper tutto di ogni cosa e così è pure un vero maestro che accende nel discepolo la fiamma della ricerca della verità e del migliorarmento morale.

Socrate e la logica

Socrate ha scoperto il concetto o l’idea intellettuale ben distinta dalla conoscenza dei sensi, inoltre ha posto il dibattito, il ragionamento alla base della sua ricerca filosofica, ma lo si può ritenere con ciò il fondatore della logica europea?

Gli storici della filosofia lo negano asserendo che il metodo dialogico o raziocinativo socratico ha uno scopo etico e la logica, che pur è innegabilemente presente nel suo metodo di ricerca, è messa in secondo luogo. Infatti Socrate non aveva ancora a sua disposizione i concetti di “universale”, “essenza”, “idea”, “deduzione”, che prenderanno corpo solo con il Platone della maturità e verranno messi in piena luce da Aristotele. Socrate non ha scoperto la natura dell’idea e della definizione, ma ha aperto la porta alla via che avrebbe condotto a ciò. È vero che ricercava il “cosa è” degli enti, ma non significa che avesse trovato la natura ontologica dell’essenza. Aveva una mentalità rigorosa e incline alla logica, ma non ha elaborato la scienza logica a livello teoretico, sebbene l’abbia vissuta in un certo modo nella sua ricerca della verità e nel suo insegnamento, “nella sua dialettica si trovano i germi che porteranno a future scoperte logiche, ma non ancora consapevolmente formulate” (G. Reale, Storia della filosofia greca e romana, cit., p. 239).

I limiti della filosofia socratica

Socrate non ha trattato in maniera teoretica o metafisica il problema dell’anima, non ne ha dato la definizione, non ha parlato delle sue facoltà, tuttavia ha parlato di ciò che essa è in noi uomini e di come ci renda saggi o stolti. Sarà Platone a dare categorie metafisiche alle scoperte morali, etiche e di buon senso di Socrate.

La saggezza socratica ha come oggetto l’intelletto e l’anima, essa ci aiuta a migliorare noi stessi anche se il suo messaggio era rivolto soltanto agli ateniesi, neppure a tutti i greci e tanto meno a tutta l’umanità.

Conclusione: attualità di Socrate

Socrate, pur nei limiti sopra indicati, insegna anche all’uomo odierno che quel che conta di più è l’anima umana e la soluzione etica dei suoi problemi. Quindi, la filosofia morale socratica – che può essere compendiata in due frasi: 1°) conoscere se stessi; 2°) aver cura di se stessi – aiuta l’uomo contemporaneo ad esaminarsi interiormente e a curare la propria anima e il suo agire.

Socrate è pertanto ancor oggi il medico spirituale dell’anima dell’uomo. L’anima, secondo lui, è ciò che nell’uomo partecipa più intimamnete del Divino ed è essa che domina sul corpo. Perciò Socrate aiuta l’uomo d’oggi nel far sì che l’anima possa diventare saggia, realizzando l’io spirituale e intelligente. Socrate ha introdotto nell’etica il concetto (smarrito completamente dall’uomo contemporaneo) di padronanza di sé, che è “il bene più eccellente degli uomini”.

Esso porta

  • 1°) ad essere indipendenti dagli impulsi fisici, dando il primato all’anima;
  • 2°) a raggiungere la felicità spirituale;
  • 3°) a farci capire che chi si abbandona alle cose sensibili ne diviene dipendente e perde la sua libertà, autonomia, tranquillità e felicità.

Perciò l’infelicità non viene dal di fuori, ma dal di dentro dell’uomo. Non sono gli altri a recarci danno, ma noi stessi possiamo farci i più gravi mali.

~

d. Curzio Nitoglia

26/10/2015


http://doncurzionitoglia.net/2015/10/28/socrate/

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