La Grande Eresia Secondo Marcel De Corte


Invito alla lettura

Marcel De Corte (1905-1994) professore di filosofia all’Università di Liegi in Belgio, di cui divenne Rettore, ha scritto numerose opere di filosofia aristotelico/tomistica tra cui: La doctrine de l’intelligence chez Aristote (Parigi, Vrin, 1934), Le Commentaire de Jean Philopon sur le IIIme Livre du ‘Traité de l’Ame’ (Parigi, Droz, 1934), Aristote et Plotin (Parigi, Desclée, 1935); ed altre di filosofia politica, tra le quali spiccano: Incarnation de l’homme (Parigi, de Médicis, 1942, tr. it., Brescia, 1949), Philosophie des moeurs contemporaines (Bruxelles, Ed. Universitaires, 1944), Essai sur la fin d’une civilisation (Bruxelles, Ed. Universitaires, 1949), L’homme contre lui-meme (Parigi, NEL, 1962, tr. it., Torino, Borla, 1976), La grand hérésie (Parigi, 1969, tr. it., Roma, Volpe, 1970; ristampa Effedieffe, Proceno di Viterbo, 2014), L’intelligence en péril de mort (Parigi, Club de la Culture française, 1969, tr. it., Roma, Volpe, 1974), De la Justice (Jarzé, Dominique Martin Morin, 1973), De la Prudence (Jarzé, DMM, 1974), De la Force (Jarzé, DMM, 1980), De la Témperance (Jarzé, DMM, 1982).
Nel presente articolo cerco di condensare il contenuto del suo ottimo libro La grande eresia (Roma, Giovanni Volpe, 1970; ristampato da Effedieffe, Proceno di Viterbo, 2014) e di porgerlo al lettore con l’integrazione di altri studi sul medesimo argomento, invitando i lettori allo studio del libro medesimo ristampato recentemente da Efedieffe.

De Corte nel suddetto libro tratta del modernismo e lo qualifica come grande eresia. Penso di poter dire, senza esagerazioni, che è uno dei libri più interessanti che siano stati scritti sul modernismo. Egli, sin dall’inizio, distingue il modernismo classico, condannato da S. Pio X dal neomodernismo, nuova teologia o “progressismo”, condannato da Pio XII (La grande eresia, Roma, Giovanni Volpe, 1970, p. 7).

Il progressismo secondo De Corte accentua le caratteristiche del modernismo “eresia per eccellenza”, quindi può essere definito come l’eresia “radicale e totale” (ivi).

Il progressismo o il neo-modernismo sta al modernismo classico come il nichilismo filosofico o la post-modernità sta all’idealismo filosofico o alla modernità. Ora la post-modernità filosofica non solo pretende che Dio sia il prodotto del bisogno del sentimento umano, ma addirittura vorrebbe “uccidere” Dio (Nietzsche, Freud e il Sessantotto). Mentre la post-modernità teologica col Vaticano II ha tentato (specialmente con la Costituzione Gaudium et spes) di conciliare l’inconciliabile, tramite una “svolta antropologica” che cerca di far coincidere teocentrismo e antropocentrismo e di assorbire Dio nell’Uomo, ma s. Agostino ci ricorda: “o Dio o l’Io, tertium non datur”. Quindi non si può spiegare la catastrofe teoretica e morale conciliare senza un certo influsso preternaturale e un complotto delle sette infernali capeggiate dal giudaismo post-biblico, come vedremo meglio oltre.

Il nome modernismo è stato usato da S. Pio X nel Decreto Lamentabili (3 luglio 1907), nell’Enciclica Pascendi (8 settembre 1907), nell’Allocuzione Relicturus Ecclesiam (16 dicembre 1907) e nel “motu proprio” Sacrorum antistitum (1° settembre 1910), nell’Allocuzione Il grave dolore (27 maggio 1914). Papa Sarto, secondo De Corte, individua in questi Atti magisteriali due caratteristiche principali e fondamentali del modernismo: 1°) la filosofia soggettivista applicata alla Religione rivelata; 2°) il disprezzo della Tradizione apostolica, fonte della Rivelazione assieme alla S. Scrittura (p. 8).

L’infatuazione per la modernità da parte dei modernisti ha comportato 1°) l’accettazione del soggettivismo, del relativismo e dell’ immanentismo della filosofia del mondo moderno, che va da Cartesio († 1650) sino a Hegel († 1831); inoltre 2°) dal punto di vista della teologia, ha comportato la rottura con la dottrina e la pratica della “Chiesa pre-conciliare”, come la chiamano i modernisti stessi (v. card. Benelli Segretario di Stato di Paolo VI, estate del 1976).

Ma di fronte a quest’infatuazione dei chierici per il mondo moderno, cosa dà in cambio il mondo agli uomini di Chiesa? Tutto! sì proprio tutto (“omnia tibi dabo”), ma ad una condizione: “si, cadens, adoraveris me” (Mt., IV, 8-11). De Corte spiega, “il prezzo da pagare al mondo è l’identificazione del cristianesimo alla democrazia moderna, al liberalismo, al socialismo, al culto dell’Uomo, al principio di contraddizione, […] alla Rivoluzione. Così il Vangelo secolarizzato si trasforma in teologia della liberazione o in strumento di Sovversione” (p. 91 e 94).

Tuttavia il mondo promette e non mantiene. Dunque «gli uomini di Chiesa avranno un bel farsi amabili, cedendo continuamente allo spirito del mondo, ma non saranno mai amati né dal mondo e quel che è peggio neppure da Dio, come diceva Dante “a Dio spiacenti e a li nimici sui”» (De Corte, p. 123)
La filosofia moderna, come esaltazione del Soggetto pensante e dell’Idea, inizia con Cartesio e termina con Hegel, che ha risolto il mondo nell’Io o Idea assoluta ed ha unificato l’umano e il divino e viceversa. La modernità sfocia, quindi, immancabilmente, in una sorta di monismo panteista. Non vi è nulla di reale al di fuori del Pensiero e non esiste alcunché di trascendente, ma tutto è immanente al Pensiero assoluto in cui si trova tutto il reale in divenire (Dio e il mondo). Gli individui sono unificati nel Pensiero assoluto. Il Pensiero crea se stesso, il finito è identificato all’Infinito, che è il Pensiero assoluto. Non vi è distinzione di coscienze e libertà individuali, che sono racchiuse nel Pensiero assoluto. Quindi non vi è distinzione tra errore e verità, tra bene e male, tra sì e no, poiché lo Spirito nell’atto di pensare è sempre verità, bontà e l’errore o il male sono il passato e il passaggio del Pensiero dalla tesi alla sintesi. Mentre Gesù ci ha insegnato: “il vostro parlare sia ‘sì sì no no’, quel che è di più viene dal Maligno”.

La modernità fa dipendere – come spiega padre Cornelio Fabro – la realtà dal pensiero. Infatti l’Idealismo afferma che l’Idea costituisce la realtà dell’essere. L’essenza dell’Idealismo consiste nel concepire la realtà o la natura come una derivazione del Pensiero e dello Spirito o Idea. L’Idealismo assoluto di Hegel ha come risultato «l’immanenza totale dell’Infinito nel finito, di Dio nel mondo […] e la supremazia della ragione sulla Religione». L’Idealismo assoluto nega tutta la realtà del finito, che viene elevato ad Assoluto, assieme alla libertà dei singoli, la Trascendenza di Dio, la gratuità della grazia santificante. L’Idealismo ha fatto svanire la Fede nello gnosticismo più estremo.

S. Pio X ha definito nella Pascendi il modernismo come “la cloaca nella quale confluiscono tutte le eresie” (“omnium haerèseon conlectum”) e nell’ultima Allocuzione al S. Collegio cardinalizio Il grave dolore (27 maggio 1914), appena tre mesi prima di morire (20 agosto 1914), disse: “noi ci troviamo in tempo in cui si adottano con la massima facilità certe idee di conciliazione della fede con lo spirito moderno, idee che conducono molto più lontano di quanto non si creda, non solo all’indebolimento, ma alla perdita della fede”.

Infatti, come scrive Marcel De Corte (p. 10) citando il padre gesuita Adhémar d’Alès (DAFC, Parigi, 1911-1922, voce “Modernisme”) il modernismo 1°) è un insieme di tanti o meglio di “tutti” gli errori, ma 2°) diretti e uniti da “una sola” ispirazione e mentalità: l’agnosticismo e 3°) il fine cui giunge immancabilmente l’agnosticismo, principio unificatore del modernismo classico, condannato da S. Pio X e da questo steso visto chiaramente, è il nichilismo o la filosofia post-moderna e contemporanea (Nietzsche/Freud/Scuola di Francoforte e Strutturalismo francese).

Per cui il progressismo, neo-modernismo o nouvelle théologie, condannato da Pio XII nell’Enciclica Humani generis (12 agosto 1950) è la conclusione nichilistica [il]-logica del modernismo classico idealistico. Dunque nel neo modernismo vi è una maggiore degenerazione e aberrazione a-teologica e anti-filosofica rispetto al modernismo classico. Anche Jacques Maritain nel Contadino della Garonna (1973) ha riconosciuto che “il modernismo classico rispetto al neomodernismo era solo una modesta febbre da fieno” (v. De Corte, cit., p. 11).

Questa deriva nichilistica, scoppiata con grandissimo fragore nella seconda metà del Novecento, era stata prevista nel 1907 da S. Pio X, come inevitabile conclusione, che deriva dai princìpi posti dal modernismo idealista e soggettivista della prima metà del medesimo. S. Pio X la previde (1907-1910), Pio XII la condannò (1950), Paolo VI ne ha parlato nel 1967 (“modernismus redivivus”), però non solo non ha fatto nulla per debellarlo, ma lo ha lasciato crescere e scalare i vertici dell’ambiente ecclesiale, promulgando il Novus Ordo Missae nel 1969 e reprimendo ogni obiezione (v. cardinali Ottaviani-Bacci, mons. Lefebvre…).

Ora, con papa Bergoglio ci troviamo nella terza fase del modernismo, prevista anch’essa da S. Pio X, che possiamo definire ultra-modernismo, in cui il primato della praxis (proprio della “teologia della liberazione” di stampo marxista) arriva a distruggere la capacità raziocinativa dell’uomo e del fedele, tramutandoli in animali selvaggi (v. Claude Lévi-Strauss) e sentimentali, provvisti solo di pura sensibilità naturale e di sentimentalismo religioso e privi di sana ragione e di adesione intellettuale e libera, mossa dalla grazia soprannaturale, alle formule dogmatiche immutabili quanto all’essenza ma approfondibili quanto alla maggior penetrazione, in senso omogeneo, delle medesime verità (“eodem sensu eademque sententia/progredisce la penetrazione del dogma da parte dei fedeli e di tutta la Chiesa, ma solo nel suo genere, cioè nello stesso senso e nello stesso contenuto” S. Vincenzo da Lerino, Commonitorium).

Dunque il dogma non può cambiare in sé (non può subire mutamenti intrinseci) e sostanzialmente (non può passare da una verità ad un’altra essenzialmente diversa dalla prima). Ma può essere approfondito solo estrinsecamente da parte del soggetto conoscente (il Magistero della Chiesa e l’assenso dei fedeli subordinatamente all’insegnamento della Chiesa docente, in quanto sono l’eco del Magistero) ed accidentalmente (quanto al modo di conoscenza più profondo e al modo di espressione più preciso). Questo legittimo progresso estrinseco e accidentale del dogma significa che la formula dogmatica, pur essendo vera in sé ed immutabile quanto alla sostanza, è perfettibile quanto al soggetto conoscente (la Chiesa docente e discente, gerarchicamente subordinata alla prima) e al modo di conoscenza (sempre più profondamente) e di espressione (sempre meglio) rimanendo immutata la sostanza della medesima verità.

De Corte fa notare che l’evoluzionismo e in specie l’evoluzione eterogenea e sostanzialmente intrinseca del dogma è un derivato del soggettivismo. Infatti “chiunque si pretende autonomo [non essendo
ancorato all’Assoluto] subisce tutte le pressioni di un mondo esterno in stato di perpetua trasformazione, e così cambia con esso. La foglia strappata dall’albero va dove la spinge il vento. Così l’evoluzionismo compare quando l’uomo ha spezzato i suoi legami religiosi individuali e sociali con Dio e con le comunità naturali” (p. 58)

Francesco I sta ultimando (“si fieri potest”, ma “portae inferi non praevalebunt”) la “auto-demolizione della Chiesa” (v. De Corte, cit., p. 12) come l’ha definita, ma non combattuta, Paolo VI nel 1968, il quale ha lasciato che “il fumo di satana, entrato nella Chiesa” (come lui stesso dichiarò nel 1972) continuasse a soffocare tutto ciò che di sano cercava di opporvisi e di spegnere il fuoco che lo alimentava.

Come poter giustificare un padre, che vedendo il fumo nella sua casa e quindi deducendo esservi scoppiato un incendio, invece di chiamare i pompieri e di gettare subito lui stesso i primi secchi di acqua sul fuoco, se ne restasse tranquillo a leggere il giornale?

Un incapace (nella migliore delle ipotesi), un piromane, un “Nerone/Saulo redivivo”, un incendiario doloso per frodare l’assicurazione? Solo Dio lo sa con certezza, noi possiamo solo constatare il fatto e disapprovarlo, senza pretendere di conoscere con esattezza le intenzioni dei cuori, che sfuggono alle capacità intellettive umane.

Altra caratteristica inquietante del modernismo, messa a fuoco da papa Sarto sin dalla sua prima Enciclica E supremi Apostolatus cathedra del 4 ottobre1903, è il culto dell’Uomo, “che è il segno distintivo del regno dell’Anticristo” (ivi). De Corte riprende tale tema e scrive che negli uomini di Chiesa imbevuti di modernismo “oramai il nome dell’Uomo subentra a quello di Dio, il culto dell’umanità di Gesù Cristo a quello della sua divinità” (p. 11).

Lo stesso Paolo VI ne era ben conscio, ma incoscientemente senza reagire, anzi continuando ad incensare l’Uomo, aveva contraddittoriamente parlato nel 1968 di “ateismo cristiano, della teologia della morte di Dio, di demitizzazione e secolarizzazione” (v. De Corte, cit., p. 12), disapprovandole a parole ma canonizzandole nella pratica e con i fatti.

De Corte, profondo conoscitore soprattutto di Aristotele ed anche di San Tommaso d’Aquino nota anche le deviazioni del modernismo sociale o politico e l’influsso benefico della cooperazione in subordinazione gerarchica dei fini (temporale/spirituale) tra Società civile e Società ecclesiastica.

Se l’inizio del male modernista è teoretico: l’agnosticismo soggettivista, ossia il rifiuto di vedere le cose per quel che sono realmente; il termine del processo di “modernista/zione” è sociale, cioè la costruzione di una nuova cristianità, ove tiranneggia l’opinionismo collettivo e la volontà di potenza dei cattivi pastori/mercenari (cfr. De Corte, p. 100), che non combattono più il lupo, “non solo fuggendo, ma anche tacendo” (S. Giovanni Crisostomo, Commento in Joannem, X, 12). Ma siccome la nuova cristianità nata dalla nuova religiosità modernistica è “ideale” o “immaginaria”, in quanto è un prodotto dell’Idea o del Sentimento dell’Io assoluto delirante, e, non è reale “il crollo della religiosità sentimental/modernistica e della nuova cristianità [idealistico/maritainiana] delle nuvole è inevitabile” (De Corte, p. 101).

“L’intelligenza umana si innalza più facilmente verso Dio e riconosce meglio la sua dipendenza da Lui quando si trova a vivere in una società umana in cui vale la nozione del legame naturale. Nelle comunità naturali o semi-naturali, come la famiglia, la professione, la patria, dove si manifesta la dimensione verticale tra figlio e genitori, apprendista e artigiano, cittadino e governante, lì l’intelletto umano attinge l’abitudine e la conferma del rapporto di tutte le cose con la loro causa e infine con una Causa suprema. […]. L’uomo è per natura un ‘animale razionale e socievole’, questi due aspetti procedono assieme, le vie della ragione naturale son parallele a quelle che conducono alla vita sociale. L’intelligenza umana ha bisogno per l’esercizio delle sue capacità più nobili di una cornice o di un habitat naturale che aiuti la capacità naturale dell’intelletto di elevarsi dagli effetti alla Causa prima che è Dio. La natura aiuta l’intelletto a constatare la sua dipendenza da qualcosa che non è opera sua, bensì di un Ente trascendente. La politica o vita sociale naturale aiuta l’intelletto della singola persona a constatare che l’essere umano nasce, cresce e si perfeziona non da solo, ma nelle varie comunità, le quali gli ricordano che non dipendono dal suo capriccio o arbitrio, ma che lui appartiene ad un ordine che lo oltrepassa e da cui dipende. Natura e grazia non sono contrapposte, anzi ‘la grazia presuppone la natura e la perfeziona’, così se la società naturale è sana aiuta l’intelletto naturale dell’individuo umano a ben ragionare. Le epoche storiche di maggior acume filosofico/teologico son quelle in cui le fondamenta naturali delle città o polis e della società civile erano più stabili e solide. Non a caso i sofisti, che furono i primi relativisti e soggettivisti o agnostici, corruttori dell’intelletto umano, apparvero in momenti storici in cui le basi della società greca cominciavano a vacillare. Le loro teorie sociali, che avanzarono di circa 2000 anni quelle di Rousseau, facevano dipendere la società non dall’ordine naturale, ma dalla convenzione umana, contribuirono alla rovina totale della polis greca antica” (pp. 15-17).

Giustamente Donoso Cortès scriveva: “dopo gli errori filosofici vengono le eresie e dopo le eresie è il turno dei boja e delle rivoluzioni civili” (Saggio sul principio generatore del liberalismo e del socialismo). La società e la retta ragione si aiutano o si distruggono vicendevolmente, come il corpo e l’anima, la natura e la grazia, l’intelletto e la volontà. Queste “coppie” non vanno divise e contrapposte, ma distinte ed unite.

Gli antichi Romani dicevano: “mens sana in corpore sano”, mentre lo strutturalismo contemporaneo recita: “spirito libero in un corpo degenerato”. Che assurdità! Purtroppo il mondo attuale e post-moderno è un mondo fondato su questo falso principio, che è la negazione della sinderesi (“bonum faciendum, malum vitandum”). Perciò è un mondo impazzito e capovolto, il quale non solo “ha perso il senso del bene e del male” (Pio XII) come il mondo moderno o il modernismo classico, ma ha invertito l’ordine, il bene è male e il male è bene. questo è il dramma del mondo post-moderno, nichilista e contemporaneo, questa è la tragedia del post o neo-modernismo, che è giunto all’ultimo grado del ‘nichilismo a-teologico pratico-pratico’ con Francesco I.

La Chiesa, fondandosi sulla filosofia politica di Aristotele, ha sempre insegnato la cooperazione in subordinazione di gerarchia dei fini (temporale/spirituale) tra Stato e Chiesa.

Il Vaticano II pastoralmente, avendo adottato la filosofia moderna soggettivistica, ha espresso il parere (erroneo e sempre condannato dogmaticamente dal Magistero infallibile) secondo cui lo Stato e la Chiesa devono essere autonomi e non subordinati.

Come mai questo cambiamento di dottrina? De Corte risponde che grazie alla filosofia idealistica, fatta propria dall’aggiornamento o adattamento del Vaticano II, l’uomo (anche di Chiesa) si può fare dello Stato e della Chiesa l’idea che vuole, infatti tutto è soggettivo e relativo al pensiero dell’individuo. Quindi non vi sono comunità o Società naturali oggettive e neppure una Società soprannaturale oggettiva, ma solo l’idea che ciascun individuo si forma di esse (p. 18).
Invece S. Pio X (Lamentabili, Pascendi del 1907; Sacrorum antistitum, Notre charge apostolique del 1910) aveva proibito ai cattolici di ispirarsi alla filosofia moderna, poiché soggettivistica e relativistica e quindi razionalmente insana ed innaturale, che avrebbe eroso il dogma e la morale rivelati togliendo loro ogni consistenza ontologica oggettiva e conferendogli solo un’apparenza soggettivistica e relativistica in perpetuo cambiamento. Pio XII nel 1950 ha rinnovato tale condanna della filosofia moderna (Humani generis) per gli stessi motivi di ordine razionale e naturale e per le stesse conseguenze di ordine teologico e soprannaturale: l’evoluzione eterogenea del dogma.

Il modernismo dogmatico (soggettivismo agnostico) ha delle conseguenze anche in campo sociale e politico (democraticismo liberale). S. Pio X ha ben spiegato che il morbo di cui è ammalato l’uomo moderno è intellettuale: l’agnosticismo (Pascendi) e immancabilmente il medesimo uomo, “animale razionale” ed anche “socievole o zoon politikòn” per natura, sarà afflitto a livello societario o comunitario dallo stesso male soggettivistico e relativistico: il democraticismo moderno o rousseauiano secondo il quale non esistono oggetti o società reali, non una scienza o filosofia politica oggettiva che deriva dalla metafisica dell’essere, ma solo le idee che l’uomo si forma di essi. “Il mondo e la politica è ciò che l’Io pensa di esse” (De Corte, cit., p. 20).

Quindi in politica si sostituisce alla realtà della legge naturale (per esempio, “non uccidere l’innocente”) l’idea che la massa (manipolata e indottrinata) se ne forma (“l’utero è mio e me lo gestisco io!”). “Tutta la filosofia moderna in quanto tale consiste in un enorme sforzo contro la natura per ridurre l’esistenza stabile ed oggettiva delle cose ad una rappresentazione mentale che risiede nella coscienza dell’individuo. Il modernismo, che fa sua la filosofia della modernità, arriva così a proclamare che il dato Rivelato non è una verità oggettiva di fronte alla quale l’intelletto deve inchinarsi, bensì l’idea che ognuno se ne forma” (De Corte, cit., pp. 20-21).

La post-modernità o il nichilismo filosofico si sforza addirittura di distruggere ogni ente creato dal pensiero dell’idealista, da quello creato (enti-cidio) per giungere sino a quello Increato (dei-cidio), e nega persino l’esistenza della coscienza umana puramente sensibile (sensismo illuminista) per rimpiazzarla col subconscio (parapsicologia occultistica e pensiero selvaggio strutturalista). Il neo-modernismo o progressismo della nouvelle théologie,che si basa sulla filosofia post-moderna, contemporanea e nichilistica, giunge a ritenere che la Rivelazione è il prodotto del subconscio dal quale scaturisce l’esperienza, il sentimento o il bisogno religioso, come aveva già previsto nel 1907 S. Pio X e come aveva dovuto constatarne la realizzazione in atto nel 1950 Pio XII.

Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange ha scritto: “da dove viene e dove porta la nouvelle théologie? Essa viene dal modernismo e porta all’Apostasia completa” (“La nouvelle théologie ou va-t-elle?”, in Angelicum, n. 23, 1946, pp. 134 ss.; Id., “L’immutabilité des formules dogmatiques”, in Angelicum, n. 24, 1947, pp. 136 ss.).

L’Esperienza o il sentimento religioso sono uno dei cardini del modernismo teologico. Ora in filosofia la modernità laica ha elevato l’esperienza religiosa soggettiva a criterio assoluto e indipendente da ogni dato oggettivo. Essa ha come caposcuola Kant, per il quale Dio stesso non è un Ente reale e oggettivo, indipendente dal soggetto umano, ma un postulato della “Ragion pratica”, che sente il bisogno di una esperienza religiosa della divinità alla quale la “Ragion pura” o teoretica non può giungere.

Da Kant nasce un duplice indirizzo di pensiero, uno più filosofico e razionalista: l’idealismo-trascendentale di Fichte, Schelling ed Hegel, che seguendo Kant cerca di subordinare la religione alla filosofia soggettivistica. L’altro piuttosto spirituale e misticoide: l’irrazionalismo fideistico di Schleiermacher, il quale segue Kant specialmente privilegiando il sentimentalismo soggettivistico religioso, anzi per Schleiermacher il sentimento è l’unico criterio della verità, onde la Fede è puro sentimento immediato.

Tale concezione soggettivista e sentimentalistica con il modernismo teologico comincia a prendere un indirizzo sempre più irrazionalista e l’esperienza religiosa si sostituisce totalmente sia alla retta ragione che alla divina Rivelazione e alla Fede teologale.

Il pragmatismo con William James (1842-1910) e l’americanismo o modernismo ascetico, riduce la religione a sentimento soggettivo erompente dalla ‘subcoscienza’, sprofondando sempre più nell’immanentismo sentimentalista o razionalista e spalancando le porte alla psicoanalisi freudiana, resa fenomeno di massa dalla Scuola di Francoforte.

Tuttavia il modernismo non si ferma alla coscienza sensibile, ma va oltre, esso parla di subconscio e confina, così, con il preternaturale. Il caposcuola della subcoscienza come radice del sentimento religioso è Frederic William Henry Myers (nato il 6 febbraio del 1843 in Inghilterra a Keswick nel Cumberland, morto a Roma il 17 gennaio 1901) un parapsicologo, fondatore della Society for Psychical Research di Londra. Egli ha studiato il paranormale, l’occulto, la metapsichica, la telepatia e la magia. Il suo “capolavoro” è il libro pubblicato postumo in due volumi Human Personality and its survival of bodily death, (London, Longmans, 1903). Il filosofo pragmatista statunitense William James è stato un grande stimatore di Myers e di questo suo libro. Nel quale Myers studia l’Io subliminale, il Subconscio, e dal quale emana il sentimento o l’esperienza religiosa. Come si vede se le radici del modernismo classico erano da rintracciare nel “bisogno” umano, quelle del neo-modernismo sono abissali, anzi infere!

Anche Antonio Fogazzaro come Myers «fu tra i primi in Europa ad interessarsi della psiche umana e dei fenomeni legati alla vita dello spirito [o meglio dello spiritismo], aprendo la strada a Bergson, a Freud e alla cosiddetta letteratura dell’interiorità […] allo scandagliamento delle profondità più oscure […] dell’anima.
Padre Ambrosini, nel suo ottimo libro Occultismo e Modernismo (Bologna, Tipografia Arcivescovile, 1907), ha scorto alla fonte degli errori modernistici di Fogazzaro la dottrina segreta ed occultistica della Teosofia, fondata da Elena Blavatsky nel 1875 a New York. La Teosofia, spiega p. Ambrosini: “attinge alle fonti massoniche e specialmente all’insegnamento del noto cabalista Eliphas Levi” (Ib., p. 8). Inoltre la Blavatsky, mediante la dottrina teosofica, cabalistica e massonica: “si proponeva di fondere assieme tutte le religioni e costruire una grande fratellanza umana su tutta la terra” (Ib., p. 13). Per giungere a tale scopo, secondo Fogazzaro messosi alla scuola della Cabala e della Teosofia, “bisogna lavorare a riformare il cattolicesimo romano in senso progressista e teosofico, mediante un Papa che si lasci convincere da queste idee” (Ib., p. 22). Infine la Teosofia “addita ai Cristiani e specialmente ai Cattolici, come unica via per avviarsi ed attingere al più alto Cristianesimo, la via del Ghetto” (Ib., p. 233). Il piano massonico della ‘Repubblica e del Tempio universali’ lo si ritrova tale e quale negli scritti dei modernisti.

Non ci si deve meravigliare perciò se i frutti che vediamo sotto i nostri occhi sono “triboli e spine” o “il fumo di satana nel Tempio di Dio” (Paolo VI). Da una tale inversione di ragione e Religione non potevano nascere che frutti avvelenati: parapsicologia, magia, occultismo, massoneria, ossia una “contro-chiesa”. Infatti se per la Tradizione apostolica l’alternativa radicale è “o Dio o l’Io” (s. Agostino) e per la modernità l’Io è avanti Dio, ed il vertice del satanismo è “l’apoteosi dell’Uomo” (Pio XII), tra di essi vi è opposizione di contraddizione per diametrum. La vera Religione adora Dio, la modernità l’Uomo. La modernità è la “città di satana” (s. Agostino), la vera Religione è la “città di Dio” (s. Agostino), tra di esse non vi è continuità luminosa, ma rottura e opposizione tenebrosa o infera. Ogni corrente della modernità, in quanto primato dell’Io, si trova in rottura con la vera Religione in quanto primato di Dio: sia se vuol far coincidere panteisticamente Dio e il mondo (Spinoza), sia se vuol creare idealisticamente Dio col Pensiero (Hegel), sia se vuol negare Dio materialisticamente e ateisticamente (Marx) o addirittura ucciderlo nichilisticamente (Nietzsche).

Purtroppo il modernismo, divenuto neo-modernismo ha invaso e conquistato l’ambiente ecclesiale sino al vertice a partire dal 1959, avanzando in “prima marcia” con Giovanni XXIII, passando alla “terza” con Paolo VI, schiacciando a tavoletta in “quarta” con Giovanni Paolo II, mostrando un’apparenza di scalata riduttiva in “terza” con Benedetto XVI per giungere, nell’ottica leniniana dei “due passi avanti e uno indietro”, in volata con la “quinta” al traguardo del parossismo ultra-modernista con Francesco I dopo il quale non resta che lo schianto come dopo lo “sballo” del sabato sera dei poveri nostri giovani ridotti a larve umane dalla mancanza di ideali, certezze e dall’uso di droghe e alcolici. L’allucinazione idealista e modernista non può non portare allo schianto dello sballo post-modernista e nichilista.

La democrazia moderna, il catto/liberalismo o il modernismo sociale negano la gerarchia, l’ordine, la finalità, l’Ordinatore primo e supremo. Il principio rivelato in San Paolo “non est Auctoritas nisi a Deo” viene rivisto e ribalatato soggettivisticamente e immanentisticamente così: “non est Auctoritas nisi ab homine”. S. Pio X nella Lettera di condanna del Sillon (la democrazia-cristiana francese) di Marc Sangnier (Notre charge apostholique 25 agosto 1910), la quale riprende l’Enciclica Gragves de communi re di Leone XIII (18 gennaio 1901), spiega che la democrazia moderna è fondata sull’autonomia dell’individuo da ogni autorità anche divina, sull’emancipazione non solo sociale/politico-economica, ma anche intellettuale, filosofica e teologica. Quindi essa porta alla rottura di tutti i vincoli sociali, di ogni gerarchia tra le creature e di ogni rapporto con il Creatore. “Ogni ordine, ogni precetto sarebbe un attentato alla Libertà assoluta dell’individuo, la subordinazione ad un ente superiore sarebbe una diminuzione e uno svilimento dell’uomo e l’obbedienza non è più una virtù, ma un difetto. Tutti gli uomini sono totalmente eguali [senza
differenze accidentali], ogni diversità sarebbe un’ingiustizia. […]. La vera personalità umana è quella cosciente di sé, forte, indipendente, autonoma, senza maestri né autorità, ma che obbedisce solo a se stessa. […]. La democrazia moderna è un sogno che trascina l’uomo ‘cieco guidato da un altro cieco’ sulla via dell’illusione dove l’attende la fossa dell’errore e della passione disordinata” (ivi).

De Corte definisce, perciò, la democrazia moderna “l’organizzazione della disorganizzazione, ossia un cerchio quadrato, una dis/società di dis/gregazione sociale, che nega i vincoli reali orizzontali tra creature e verticali con il Creatore” (pp. 22-23).

La fine delle Patrie era stata prevista da S. Pio X e la prima grande guerra ne è stata il preludio e il trampolino di lancio verso il Mondialismo globalizzante. Marcel De Corte commenta: “La Patria o la Nazione (dal latino nasci/nascere) non c’è più. È rimasto un pulviscolo d’individui dispersi, separati, chiusi autisticamente ognuno nella propria soggettività assoluta, che i manipolatori dello Stato moderno tentano di globalizzare, nello stampo di una medesima in-coscienza e opinione immaginaria e soggettiva” (p. 25). Purtroppo questa previsione del 1969 oggi (2014) si è quasi totalmente realizzata. Basta pensare alla Siria e all’Ucraina vero e proprio “ultimo assalto” del Nuovo Ordine Mondiale demo/pluto/giudaico/massonico contro il Vicino Oriente (Libia, Tunisia, Palestina, Egitto e Iraq) e Medio Oriente (Russia di Putin e Iran) non ancora travolto dalla valanga del liberalismo democraticista atlantico.

All’origine della crisi della società civile e di quella religiosa, secondo S. Pio X, vi è un male intellettuale, che ha delle conseguenze pratiche (“nihil volitum nisi praecognitum”; “agere sequitur esse”) l’agnosticismo soggettivista e relativista. Esso comporta tre deviazioni: 1a) la rottura dei vincoli metafisici e morali, che legano l’uomo “animale razionale” al Creatore; 2a) la rottura dei legami sociali, che uniscono gli uomini “animali politici” tra di loro; 3a) infine queste due cesure agiscono tra di loro vicendevolmente e ά) l’errore metafisico, che nega la trascendenza di Dio e la creaturalità dell’uomo comporta un disordine sociale tra gli uomini stessi; mentre β) l’errore politico, che nega la naturale socievolezza dell’uomo comporta una deficienza metafisica della capacità raziocinativa umana nel risalire dagli effetti alla causa, dalle creature al Creatore, dalla natura all’Autore della natura. Infatti “l’uomo è per natura e assieme animale razionale e sociale”, capace di conoscere la verità e fatto per vivere assieme agli altri o in società (familiare, politica e religiosa). Quindi se si diminuisce la ragionevolezza umana ne risente la sua socievolezza e viceversa se si rovina la socievolezza dell’uomo ne risente anche la sua ragionevolezza e soprattutto quella verticale o teologica naturale, che lo mette in rapporto con la Causa prima (De Corte, p. 26).

L’errore teorico/dogmatico del modernismo e quello pratico/politico della democrazia moderna hanno la stessa fonte: “il ripiegamento incestuoso dell’uomo su se stesso, la proclamazione della sua autonomia radicale (“eritis sicut Dii”), il culto dell’Io a livello filosofico/individuale e morale/sociale. Il naufragio della ragione e della fede” (De Corte, ivi).

Da certi principi ne seguono immancabilmente determinate conclusioni. Per esempio se l’uomo è assoluto deve vivere per adorare se stesso (immanentismo/democraticismo), invece se l’uomo è contingente deve dipendere da un Essere necessario, che è Dio (trascendenza/gerarchia).
Il soggettivismo distrugge ogni stabilità, ordine, tranquillità individuale e sociale. Nella prospettiva del modernismo dogmatico e sociale non vi è più verità permanente, la quale è “la conformità del pensiero alla realtà” (Aristotele). Ora il modernismo, come il soggettivismo (cartesiano, kantiano ed hegeliano), ha rotto con la realtà extramentale. Quindi la verità reale ed oggettiva non esiste più, ma coincide con la mia idea della realtà.

Politicamente, scrive S. Pio X condannando il Sillon o democrazia-cristiana francese, il relativismo soggettivista provoca una “rivoluzione permanente”, che genera un “vasto movimento di apostasia organizzato in tutti i Paesi per stabilire una contro-chiesa universale senza dogmi né gerarchia divinamente istituita, ma una tirannide umanamente imposta, che mediante l’astuzia e la forza opprime i deboli e i poveri, assieme ad una sfrenatezza morale sotto il pretesto della libertà e della dignità assolute della persona umana” (Notre charge apostolique, 25 agosto 1910).

L’eresia totale modernista partendo dal soggettivismo nega la Trascendenza divina e poi arriva a mettere al posto di Dio l’Uomo. Questa conclusione del soggettivismo viene definita da S. Pio X col nome di “immanentismo”, ben distinto dalla onnipresenza/trascendente di Dio infinito nel mondo finito. Immanentismo significa che Dio coincide col mondo, che Egli fa una sola cosa con esso e con l’uomo, è in breve il panteismo, che è una forma mascherata ed ipocrita di ateismo, non avendo l’ardire di negare l’esistenza di Dio si parafrasa asserendo che Dio e il mondo sono la stessa cosa, ossia che l’Uomo è “dio”!
Quindi Dio lo si trova nell’Io, nel “bisogno” umano, o nella coscienza e persino nel subconscio dell’uomo, Egli è un “prodotto” del sentimentalismo, dell’irrazionalità, dell’esperimentalismo e del “bisogno” umano. Dio non rivela più le verità soprannaturali all’uomo, ma è l’uomo che le scopre in sé o meglio nelle sue idee che si forma su Dio. L’idealismo applicato al dogma ecco il cuore del modernismo. Il nichilismo che distrugge la religione e Dio ecco il neomodernismo, il quale può avere (a seconda delle circostanze storiche in cui si trova ad agire) una marcia iniziale lenta (Giovanni XXIII), poi una più accelerata (Paolo VI/Giovanni Paolo II), quindi una apparentemente ridotta (Benedetto XVI, che ha dichiarato nel febbraio del 2014 di concordare pienamente con le idee di papa Bergoglio) ed infine una acceleratissima, che non tiene alcun conto delle “norme” di “sicurezza stradale”, ma corre con un “motus in fine velocior” verso lo schianto finale dopo cui solo l’Onnipotenza divina, alla quale siamo chiamati a cooperare, potrà porre un rimedio.

Marcel De Corte ne deduce che “la conseguenza individuale e sociale non tarda a mostrarsi. Tra questo Io che pretende coincidere con Dio, e Dio stesso, la distinzione si dilegua rapidamente. Dio, o meglio l’Idea che l’idealista si forma di Lui, infine non resiste all’Io. Infatti non è la realtà che si trova nel pensiero dell’Io assoluto del filosofo idealista, ma solo l’Idea della realtà. Quindi l’Idea di Dio svanisce di fronte alla realtà dell’Io assoluto. Più esattamente l’Idea di Dio è assorbita dall’Io assoluto, che insidiosamente si divinizza come tentò di fare Lucifero, nell’utopia del culto dell’Uomo. Alla fase individualistica o liberale della modernità segue quella collettivistica o comunista, nella quale è la massa che assorbe l’Io in un Noi collettivo, che cerca di deificarsi nell’utopia dell’Umanità, la quale invece di sottomettersi a Dio fa di se stessa il proprio “dio”, come scrivevano impavidi e imperterriti Tyrrel e Loisy” (p. 31).

Dall’Io assoluto si giunge alla ‘Repubblica’ e al ‘Tempio universali’, decisi nei piani delle retro-logge massoniche. L’antropocentrismo del Vaticano II (specialmente di Gaudium et spes) è il propulsore a-teologico del ‘Nuovo Ordine Mondiale’ politico, il quale è il “Regno sociale di satana”, che sta trovando in questo anno 2014 la sua definitiva ultimazione o rovina. Dopo di che sarà l’ora del “Regno sociale di Cristo”, occorre bere l’amaro calice sino alla feccia per risorgere fino alle stelle, “per aspera ad astra”, dicevano gli antichi Romani, “per Crucem ad Lucem”, dice il cristianesimo integrale attaccato dal virus modernista, che tuttavia “non prevarrà”. San Giovanni l’Evangelista nella sua Prima Epistola (II, 14) ha rivelato: “Mundus transit et concupiscetia ejus. Qui autem facit Voluntatem Dei manet in aeternum”. Noi dobbiamo solo aver fede, pazienza e speranza ed attendere il trionfo del Cuore Immacolato di Maria e del suo divin Figlio.

Da questa filosofia nuova o moderna nasce una religiosità nuova (Buonaiuti/Le Roy/Tyrrell/Loisy, Il Manifesto dei Modernisti, 1910), un ambiente ecclesiale aggiornato (Giovanni XXIII, L’aggiornamento nella Chiesa, in “Gaudet Mater Ecclesia”, 1962) ed una società rinnovata (Maritain, La nuova Cristianità, ne L’Umanesimo integrale, 1936).

Anzi, come ha spiegato S. Pio X nel Decreto Lamentabili, non vi è nulla del cristianesimo che non sia toccato e sporcato dal modernismo: la filosofia scolastica è abbandonata per quella moderna; la teologia speculativa diviene storia del pensiero dei vari teologi; la storia ecclesiastica viene insegnata storicisticamente e non alla luce della teologia della storia; il dogma è in perpetua evoluzione; la morale non è più oggettiva ma è la “nuova morale della situazione; la liturgia da teocentrica deve divenire antropocentrica; il governo della Chiesa non deve essere più monarchico/petrino, ma collegialmente/episcopale; la Curia romana va decentrata; il S. Uffizio abolito”. Giustamente il modernismo è definito “omnium haerèseon conlectum” (Enciclica Pascendi).

Il neomodernismo è il modernismo classico al suo parossismo e vittorioso (apparentemente) su tutta la linea (De Corte, p. 35).

S. Pio X aveva scritto, e De Corte riprende il tema trattato da pappa Sarto, sul problema dell’Autorità, che è presa di mira dai modernisti, i quali “vogliono stimolare l’Autorità al rinnovamento e non vogliono distruggerla” (Pascendi). Il modernismo sa bene che solo l’Autorità può impedire l’ammodernamento (come è successo sino a Pio XII) o favorire l’aggiornamento (Giovanni XXIII) e l’auto-demolizione (Paolo VI). Quindi, come la Carboneria, l’Alta Vendita e la Massoneria desiderano “un Papa secondo i nostri bisogni”, ossia che abbia la mentalità della Massoneria, appartenendo alla sua anima e non al suo corpo.

Quindi già nel 1907 S. Pio X aveva preso in seria considerazione che “la setta segreta modernista” (“modernismus foedus clandestinum”, motu proprio Sacrorum antistitum, 1° settembre 1910) potesse giungere al vertice della Chiesa per tentare di cambiarla “dal di dentro” (Pascendi).

La pubblicazione del romanzo/teologico Il Santo di Antonio Fogazzaro nel 1905 «confermò in molti uomini di Chiesa la convinzione che si stava preparando da parte di un gruppo di novatori radicali un attacco frontale contro la dottrina tradizionale cattolica […]. Essi erano considerati alla stregua di una ‘Massoneria cattolica’, […] volta a trasformare dall’interno [in ipso sinu gremioque Ecclesiae] l’apparato ecclesiastico».

Tuttavia papa Sarto riteneva conditio sine qua non per la riuscita del malefico piano modernistico, “che vuol restare in seno alla Chiesa” come una serpe, dal quale piano Dio avrebbe saputo trarre un bene soprannaturale maggiore (“restaurare omnia in Christo”), che coloro i quali avrebbero, Deo permittente, cercato di riformare modernisticamente la religione cristiana ad tempus (poiché “portae inferi non praevalebunt”) fossero muniti di vera Autorità pur impiegandola malamente, come i Sommi sacerdoti Anna e Caifa si servirono della loro Autorità per far crocifiggere Gesù e resero, così, attuata dall’Onnipotenza di Dio la Redenzione del genere umano. Se non fossero stati Pontefici non avrebbero potuto condannare (anche se illegalmente con un abuso di potere, ma “l’abuso non distrugge l’uso”) Gesù.

D’altronde nella sua ultima Allocuzione S. Pio X ha insegnato che i modernisti adottano “idee che conducono molto più lontano di quanto non si creda, non solo all’indebolimento, ma alla perdita della fede” (Allocuzione Il grave dolore, 27 maggio 1914). Cioè, non si può dire con certezza che tutti i modernisti vogliano distruggere la fede, ma a partire dalle idee che adottano giungono più lontano di quanto non pensino e “pur credendosi sulla nave hanno fatto miseramente naufragio” (Allocuzione Il grave dolore, 27 maggio 1914) ed arrivano alla perdita della fede. S. Pio X non fa il processo alle intenzioni soggettive, constata che da certi principi adottati si giunge oggettivamente alla perdita della fede, si fa parte del “corpo” della Nave, anche se non più della sua “anima”.

Anzi, De Corte spiega il perché o la ragione della pastoralità del Vaticano II. Se fosse stato un Concilio dogmatico non avrebbe potuto errare, ma siccome si voleva aggiornare o ammodernare la dottrina, allora i Pastori, oramai modernisti, hanno voluto escludere ogni definizione dogmatica, che avrebbe impedito la contraddizione e la rottura con la Tradizione apostolica. Quindi i “progressisti hanno insegnato pastoralmente perché la rottura dogmatica non avrebbe consentito il loro lavoro di auto-demolizione” (p. 66). Allora per demolire o cambiare la Chiesa (si fieri postest) dall’interno si è inventato un nuovo tipo di insegnamento conciliare, quello pastorale, che applica i principi alla vita pratica e non quello dogmatico (costantemente usato a partire dal Concilio di Gerusalemme del 50 d. C. sino al Concilio Vaticano I del 1869-70), che definisce i principi della fede e condanna gli errori contro di essa.

La teologia, commenta De Corte, “non ascolta più Dio, che è il suo oggetto formale, essa ascolta il mondo, ossia l’uomo, ossia l’Io e le ingiunzioni della sua soggettività. Tutta la teologia, che gli ingenui come noi credono sia teocentrica, diventa antropocentrica e, più precisamente, egocentrica. Non c’è più teologia o scienza di Dio, ma tante teologie di qualunque cosa passi per la testa dei nuovi preti” (p. 51).

La conseguenza dell’aggiornamento conciliare è tragica: «un fermento divino, se corrotto, non può essere che un agente di sovversione di una potenza incalcolabile, “corruptio optimi pessima”» (p. 84).

Infine il buon senso del realismo della conoscenza aristotelico di cui era ripieno Marcel De Corte ci dà dei consigli pratici sul come reagire a tanto sfacelo: 1°) restare saldi nella virtù di Fede nella divinità e perennità della Chiesa nonostante l’invasione che ha subito da 50 anni da parte dell’inimicus homo. “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa solo Dio resta! Chi ha Dio ha tutto” (S. Teresa d’Avila); 2°) resistere (sustinere) con la virtù di Fortezza a tutto ciò che suscita timore e attaccare (aggredi) con coraggio ciò che vorrebbe impedire la nostra salvezza; 3°) sperare nell’aiuto onnipotente che Dio ci ha promesso, a condizione che noi facciamo quel che possiamo con l’ausilio della sua grazia; 4°) pazienza e attesa, ossia sopportare le prove e attendere con fiducia l’intervento di Dio, infatti “la pazienza ottiene tutto” diceva S. Teresa d’Avila; 5°) fiducia o super-speranza che «la Chiesa conserverà la sua successione apostolica e petrina e genererà dei figli anche quando sembrerà quasi totalmente esaurita, come Gesù sembrava essere stato abbandonato dal Padre mentre sulla Croce gridava “Dio mio perché mi hai abbandonato?”»; 6°) infine “per aver Dio in ogni cosa sempre con noi, bisogna non avere nulla in tutte le creature. Dio è una sorgente ben nascosta. Eppure, la sua dimora, io l’ho trovata. Ma nella notte! Tutti i beni mi son stati dati, dal momento che non li ho più cercati!” (S. Giovanni della Croce). La Chiesa è entrata nella notte dei sensi e dello spirito e nell’agonia di Cristo, di cui Lei è la continuazione nella storia” (De Corte, pp. 101-102). Ma le notti dei sensi e dello spirito sono la porta (S. Giovanni della Croce e S. Teresa d’Avila) per entrare nella terza via mistica di unione trasformante con Dio (S. Th., II-II, q. 24, a. 9); per cui 7°) in alto i cuori, dopo le notte sorge l’alba! “Era necessari che Cristo patisse tutte queste cose per entrare nel Regno dei Cieli” (Atti degli Apostoli).

d. Curzio Nitoglia
6 luglio 2015

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