Dietrich Von Hildebrand: “Il Cavallo di Troia nella Città di Dio”

«In questo passo del Vangelo di Marco (VI, 47-56) è scritto giustamente che la Nave (ossia la Chiesa) si trovava nel mezzo del mare, mentre Gesù stava da solo sulla terra ferma: poiché la Chiesa non solo è tormentata ed oppressa da tante persecuzioni da parte del mondo, ma talvolta è anche sporcata e contaminata di modo che, se fosse possibile, il suo Redentore in queste circostanze, sembrerebbe averla abbandonata completamente» (San Beda, In Marcum, cap. VI, lib. II, cap. XXVIII, tomo 4).
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INTRODUZIONE

L’AUTORE

Dietrich von Hildebrand è nato a Firenze nel 1889, nel 1906 a soli diciassette anni è entrato nella facoltà di filosofia dell’università di Monaco, a partire dal 1910 ha continuato gli studi a Gottinga ove si è laureato con Husserl. Nel 1919 ha iniziato ad insegnare filosofia all’università di Monaco. Nel 1914, frattanto, si era convertito al cattolicesimo, da lì le sue opere Purezza e verginità del 1926, Il matrimonio del 1928, La trasformazione in Cristo del 1940. Ha insegnato in Austria dal 1930 sino al 1938 e nel 1939 si è trasferito in Francia ove ha insegnato all’Institut Catholique di Tolosa sino al 1940. Dal 1940 sino al 1960 si è trasferito in nord America ed ha insegnato all’università di Fordham in New York e si è occupato di filosofia morale sociale. È morto a New York il 26 gennaio 1977.
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IL LIBRO PREGI E LIMITI

Dietrich von Hildebrand nel 1968 ha scritto Das trojanische Pferd in der Stadt Gottes (Regeusburg) tradotto e pubblicato in italiano “Il Cavallo di Troia nella città di Dio” dall’Editore Giovanni Volpe di Roma nel 19**. Ora le Edizioni Effedieffe ripropongono la seconda edizione de “Il Cavallo di Troia nella città di Dio”.

Dopo aver constatato che i teologi cattolici progressisti degli anni Sessanta hanno perso la fede cattolica e non capiscono più la natura della Religione cristiana rivelata da Dio, Hildebrand cerca di leggere il Concilio Vaticano II alla luce della continuità con la Rivelazione divina, che è contenuta nella Tradizione apostolica e nella S. Scrittura.

L’Autore, per far ciò, cita solo le parti del Vaticano II che ripetono l’insegnamento tradizionale della Chiesa e non cita mai quelle che lo innovano. Anzi distingue tra lo spirito (il Teilhardismo) o l’interpretazione abusiva del Vaticano II da parte dei teologi progressisti (Küng, Rahner) e la lettera o l’insegnamento oggettivo del Concilio, il quale sarebbe totalmente ineccepibile e letto giustamente dai teologi “conservatori” (de Lubac e von Balthasar).

Di qui i limiti del libro, che son dovuti anche alla epoca storica in cui fu redatto: il 1968, ossia un anno prima della promulgazione del Novus Ordo Missae, quando ancora ci si illudeva di poter dissipare la tempesta che si era scatenata nell’ambiente ecclesiale.

I pregi del libro consistono nella buona preparazione filosofica dell’Autore, che – convertitosi al cattolicesimo – ha abbandonato l’idealismo e la fenomenologia di Husserl e ben conosce la patristica e il tomismo e li loda esplicitamente.

Nel corso del libro si trovano molte costatazioni giuste e piene di buon senso dal punto di vista filosofico sul falso rinnovamento, l’ottimismo esagerato, il progressismo, l’evoluzionismo di Teilhard de Chardin, lo scientismo, la morale oggettiva, la libertà, la verità, la “crono-latria” o idolatria del tempo presente in dispregio del passato, la secolarizzazione dell’ambiente ecclesiale, la sacralità della Liturgia, l’immanentismo, l’amoralismo o l’esaltazione per principio del male, l’irenismo ecumenista, il dialogo, la Tradizione, il relativismo storico o lo storicismo relativista. Queste considerazioni, corroborate da ampie citazioni dei Padri ecclesiastici, di S. Tommaso e dei Dottori della Chiesa vanno studiate attentamente.

Il limite, non piccolo, è la mancanza di una lettura del Concilio alla luce della Rivelazione (S. Scrittura e Tradizione), della teologia patristica e scolastica e del magistero costante, tradizionale e infallibile. Hildebrand era un filosofo e non un teologo.

Per ovviare a questa mancanza dovuta in gran parte all’epoca in cui il libro fu scritto e alla mancanza di formazione teologica dell’Autore, mi permetto di porgere al lettore qualche considerazione di sana teologia sui testi del Vaticano II e rimando agli studi classici fatti su questo tema, che cito nel corso dell’Introduzione.
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IL PROBLEMA DEL CONCILIO VATICANO II ALLA LUCE DELLA TEOLOGIA

La Rivelazione divina

La Costituzione dogmatica su “La Divina Rivelazione” Dei Verbum del Vaticano II accantona la dottrina definita dal Concilio Tridentino e dal Vaticano I sulle “due Fonti” della Rivelazione (Tradizione e S. Scrittura), per far convergere la Tradizione e il Magistero nella sola Scrittura. Soprattutto nel paragrafo 10 della Dei Verbum, il precedente Magistero dogmatico e infallibile è spazzato via all’insegna d’una radicale ed insostenibile unificazione. Vengono unificati i concetti di Scrittura, Tradizione e Magistero. La Dei Verbum, pertanto, àltera il dato dogmatico del Concilio Tridentino e del Vaticano I.
Per quanto riguarda il Concilio Vaticano II e la Tradizione, tanto per fare un esempio, la “Dei Verbum” rifiutò lo schema della Commissione preparatoria “De fontibus Revelationis” , preparato sotto la direzione del card. Alfredo Ottaviani, che riprendeva le definizioni dogmatiche, infallibili ed irreformabili del Concilio Tridentino e del Vaticano I, e ciò per annacquare il peso della Tradizione a tutto vantaggio della sola Scrittura, in vista del dialogo interreligioso col protestantesimo, che aborrisce la Tradizione. Col Vaticano II non si parla più di duplice fonte, si insiste sul “vivente” quando si nomina la Tradizione, per poter far dire alla Scrittura tutto e il contrario di tutto, nell’ottica del libero esame soggettivistico luterano, avendo eliminato l’interpretazione autentica del Libro sacro data dalla Tradizione tramite i Padri e il magistero. Si misurò la Tradizione in base alla Scrittura: tutto ciò che non era scritto non poteva essere ritenuto come vero, in breve si ribaltò la dottrina comune e definita della insufficienza della sola Scrittura nei confronti della Tradizione. Col Tridentino e il Vaticano I la Tradizione era accolta perché proveniente da Gesù e dagli Apostoli, col Vaticano II (‘DV’) è accolta se sono i teologi a riconoscerne la provenienza fondandosi sulla S. Scrittura, omologando Tradizione a Scrittura. Tale distinzione invece era stata ribadita anche dopo il Vaticano I da S. Pio X nel Decreto Lamentabili (1907) e poi da Pio XI nell’enciclica Mortalium animos (1928).

Quanto ai rapporti tra Tradizione e S. Scrittura è dottrina comunemente insegnata che la Tradizione è più ricca della sola Scrittura in antichità (anche la Scrittura prima di essere scritta è Tradizione, in quanto essa riceve la predicazione di Cristo o l’impulso dello Spirito Santo dato agli Apostoli che poi lo hanno messo per iscritto sotto ispirazione divina), in pienezza (in quanto la Tradizione contiene tutte le verità per sé rivelate e la Scrittura no) e in sufficienza (poiché la Scrittura ha bisogno della Tradizione onde stabilire la sua autorità).

Per il protestantesimo l’unica fonte della Rivelazione è la S. Scrittura, onde la sola nozione di Tradizione orale e di Magistero quale canale trasmettitore di essa è inconcepibile. Invece la Chiesa ha definito infallibilmente nel Concilio di Trento (sessione IV del 6 aprile 1546; DB, 783) e nel Concilio Vaticano I (DB, 1787) 1°) che esistono insegnamenti o Tradizioni divino-apostoliche aventi relazione con la fede e la morale 2°) trasmesse ininterrottamente tramite il magistero della Chiesa 3°) assistita da Dio. Se manca una sola di queste tre condizioni la tradizione è solo umana e quindi fallibile. Inoltre sempre il Tridentino ha definito (sessione IV; DB 783) che la fede e la morale “è contenuta tanto nei Libri Sacri scritti [sotto divina ispirazione], quanto nella Tradizione non scritta” e che bisogna “ricevere con pari amore di pietà e riverenza” sia l’una che l’altra fonte della Rivelazione (DB 738; ripreso dal Vaticano I; DB 1787).
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La Chiesa

Per quanto riguarda la Costituzione dogmatica su “La Chiesa” Lumen gentium occorre sapere che la Dottrina della Chiesa è quella che la sua Tradizione, dagli Apostoli sino ad oggi, presenta e propone come tale: la collegialità non ne fa parte. La Collegialità episcopale è stata costantemente condannata dal Magistero ecclesiastico sino a Pio XII, il quale, ancora tre mesi prima di morire nell’enciclica Ad Apostolorum principis (29 giugno 1958), ribadì per la terza volta, dopo la Mystici Corporis del 1943 e la Ad Sinarum gentem del 1954, che la giurisdizione viene ai vescovi tramite il Papa. Il gallicanesimo o conciliarismo, invece, tende ad assegnare al Concilio ecumenico una funzione suprema eguale se non superiore a quella del Papa.

Storico è lo scontro (8 novembre 1963) che ebbe Frings con Ottaviani sulla collegialità. Ottaviani rispose a Frings che “chi vuol essere una pecora di Cristo deve essere condotto al pascolo da Pietro che è il Pastore, e non sono le pecore [i vescovi] che debbono dirigere Pietro, ma è Pietro che deve guidare la pecore [i
vescovi] e gli agnelli [i fedeli]”.

La dottrina sulla ‘collegialità’ venne attaccata dalla rivista diretta da mons. Antonio Piolanti “Divinitas” n.° 1 del 1964 tramite due articoli, uno di mons. Dino Staffa e l’altro di mons. Ugo Emilio Lattanzi (che citava, confutandolo, anche il giovane teologo J. Ratzinger), articoli che vennero fatti distribuire in Concilio sotto forma di estratti dal card. Ottaviani. La Nota explicativa praevia fu dovuta, secondo Alberigo (che cita come fonti mons. Prignon, Suenens, mons. Charue, mons. Gerard Philips e mons. Carlo Colombo), al fatto che «da due mesi a questa parte Paolo VI ha subìto una fortissima pressione da parte dell’estrema destra. Sembra che si sia arrivati al punto di minacciare di far saltare il Concilio nel caso passasse il testo votato sulla Collegialità. Lo si è accusato come dottore privato di inclinare verso l’eresia». Il card. Arcadio Maria Larraona il 18 ottobre 1964 inviò una lettera a Paolo VI in cui fra l’altro scrisse: «sarebbe nuovo, inaudito e ben strano che una dottrina [collegialità episcopale], la quale prima del Concilio era tenuta come meno comune, meno probabile, meno seria e meno fondata, passasse improvvisamente […] a divenire più probabile, anzi certa o addirittura matura per essere inserita in una Costituzione conciliare. Questo sarebbe cosa contraria ad ogni norma ecclesiastica, sia in campo di definizioni infallibili pontificie sia di insegnamenti conciliari anche non infallibili. […]. Lo schema [sulla collegialità] cambia il volto della Chiesa; infatti la Chiesa diventa, da monarchica, episcopale e collegiale; e ciò in virtù della consacrazione episcopale. Il Primato papale resta intaccato e svuotato. […]. Il Pontefice romano non è presentato come la Pietra sulla quale poggia tutta la Chiesa di Cristo (gerarchia e fedeli); non è descritto come Vicario in terra di Cristo; non è presentato come colui che solo ha il potere delle chiavi. […]. La Gerarchia di Giurisdizione, in quanto distinta dalla Gerarchia di Ordine, viene scardinata. Infatti se si ammette che la consacrazione episcopale porta con sé le Potestà di Ordine ma anche, per diritto divino, tutte le Potestà di Giurisdizione (magistero e governo) non solo nella Chiesa propria ma anche in quella universale, evidentemente la distinzione oggettiva e reale tra Potere d’Ordine e Potere di Giurisdizione diventa artificiosa, capricciosa e paurosamente vacillante. E tutto ciò – si badi bene – mentre tutte le fonti, le dichiarazioni dottrinali solenni, tridentine e posteriori, proclamano questa distinzione essere di diritto divino. […] La Chiesa avrebbe vissuto per molti secoli in diretta opposizione al diritto divino […]. Gli ortodossi e in parte i protestanti avrebbero dunque avuto ragione nei loro attacchi contro il Primato».
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L’antropocentrismo di “Gaudium et spes”

Altro punto di rottura è l’antropocentrismo della Costituzione pastorale Gaudium et spes su “La Chiesa nel mondo contemporaneo” (n.° 24, § 4): «l’uomo è in terra la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa (“propter se ipsam”)». Ora come San Pio X voleva “instaurare omnia in Cristo, ricentrare tutto in Cristo”, Gaudium et spes vuol “instaurare omnia in homine; ricentrare tutto nell’uomo”, essa rappresenta un Magistero tutto orientato in direzione dell’uomo e proteso ad abbassare Cristo al livello del puramente naturale, disarcionandolo dal trono della sua Divinità. Quale rottura più radicale di questa?
La dottrina cristiana riassunta nel “Catechismo di San Pio X” insegna che «Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e goderlo poi nell’altra in Paradiso».

La dottrina del Concilio Vaticano II insegna quasi a sostituire l’adorazione della creatura a quella del Creatore e tutto tende all’esaltazione della dignità pressoché infinita della persona umana.

Ci si chiede come si possa sostenere, senza rotture con la Tradizione apostolica e con la retta ragione, l’affermazione che l’uomo “è in terra la sola creatura che Dio abbia creata per se stessa”.

Addirittura mons. Brunero Gherardini (Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011, p. 36, nota 3) commenta: «È un testo assurdo e blasfemo. […]. Il “per se stessa” sovverte i valori, sottoponendo il Creatore alla creatura». Insomma Dio diventa il tributario dell’uomo, un suo sottoposto e l’uomo il valore primario.

Il panteismo e l’antropocentrismo sono totalmente inaccettabili.
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La libertà delle religioni

La Dichiarazione su “La Libertà Religiosa” (Dignitatis humanae, 7 dicembre 1965) è in contraddizione con la Tradizione apostolica e il Magistero costante della Chiesa riassunte nel Diritto Pubblico Ecclesiastico.

La dottrina cattolica è sempre (dal 390 al 1953) stata quella della subordinazione dello Stato alla Chiesa, come del corpo all’anima. Essa ha conosciuto delle sfumature accidentali: potere diretto in spiritualibus e indiretto in temporalibus ratione peccati oppure potere diretto anche in temporalibus, ma non esercitato e dato al Principe temporale dal Pontefice romano (plenitudo potestatis). Mai dal 313 nessun Papa, Padre ecclesiastico, Dottore della Chiesa, teologo o canonista ricevuto nella Chiesa ha insegnato la separazione tra Stato e Chiesa, che è sempre stata condannata.

Ora la Dignitatis humanae (d’ora in poi ‘DH’) insegna pastoralmente che l’uomo ha “diritto alla libertà religiosa […] privatamente [e fin qui nulla da obiettare, si tratta del ‘foro
interno’ che riguarda solo l’uomo e Dio e non lo Stato] e in pubblico sia da solo sia associato ad altri [e qui casca l’asino, infatti in
‘foro esterno’ non si ha il diritto di professare l’errore, si può
parlare solo di tolleranza mai di diritto]. […]. È necessario che a tutti i cittadini e a tutte le comunità religiose venga riconosciuto il diritto alla libertà in materia religiosa. […] Libertà religiosa che deve essere riconosciuta come un diritto a tutti gli uomini e a tutte le comunità e che deve essere sancita nell’ordinamento giuridico [ecco
la rottura totale con il ‘Diritto Pubblico Ecclesiastico’ da papa
Gelasio sino a Pio XII]”. (‘DH’, n.° 2, 3, 6 e 13).

Infine Pio IX nella Quanta cura (8 dicembre 1864) ha definito esplicitamente che la libertà religiosa in foro esterno “è contraria alla dottrina della S. Scrittura, della Chiesa e dei Santi padri ecclesiastici” e che “lo Stato ha il dovere di reprimere i violatori della Religione cattolica con pene specifiche”.
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Cristianesimo e Giudaismo post-biblico

Quanto alla Dichiarazione su “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” Nostra aetate, tra Tradizione cattolica (Padri ecclesiastici e Magistero sino a Pio XII) e Nostra aetate (7 dicembre 1965) vi è difformità. Ora la Tradizione cattolica è una delle due Fonti della Rivelazione, è l’insegnamento unanimemente comune dei Padri, infallibile – quando parla di Fede e Costumi, Vita spirituale e Salvezza eterna – come il Magistero ordinario costantemente ripetuto semper idem, mentre Nostra aetate ha un valore unicamente prudenziale o “pastorale” di applicazione di una dottrina al caso pratico. Quindi non è infallibile, né irreformabile ed essendo in rottura o in difformità con la Tradizione apostolica costante e irreformabile deve essere corretta e riformata. Per fare un esempio, il Dio degli Ebrei non è quello dei Cristiani che è la SS. Trinità di cui Gesù Cristo è la Seconda Persona incarnata nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Questi due dogmi principali del Cristianesimo, per l’Ebraismo attuale o post-biblico (che non è l’Antico Testamento, ma il talmudismo rabbinico), sono una bestemmia, per la quale Cristo fu crocifisso “poiché da uomo, si faceva Dio” (Gv., X, 33) e s. Stefano fu lapidato.
L’ambiguità di “NA”, consiste nel far passare tutti coloro che discendono da Abramo (tranne gli arabi), come aventi legami spirituali o di fede con la Chiesa cristiana. Tuttavia le cose non stanno così, la maggior parte dei figli d’Abramo secondo la carne non crede alla divinità di Cristo, solo “un piccolo resto” (Rom., IX, 27; XI, 15) lo ha accettato come Dio e Messia. Lo stesso Gesù lo rivela “voi non avete per padre [secondo lo spirito o la fede] Abramo, ma il diavolo” (Giov., VIII, 44).

Al n.° 4e, “NA” insegna: “Secondo s. Paolo gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”. Ho già confutato il sofisma: s. Paolo dice solo che la vocazione da parte di Dio non muta (“Ego sum Dominus et non mutor”). Invece può cambiare la risposta umana alla chiamata di Dio, com’è stato per la maggior parte del popolo d’Israele, che durante la vita di Gesù, ha malamente corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo i Profeti e Cristo stesso; onde son cari a Dio, ossia stanno in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di coloro che hanno accettato il Messia Cristo venuto (NT), come lo accettarono venturo i loro padri nell’AT.

Al n.° 4g la Dichiarazione conciliare scrive: “La morte di Cristo dovuta ai peccati di tutti gli uomini. E se autorità ebraiche con i propri seguaci si son adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo”. Occorre distinguere, come fece durante il dibattito conciliare il padre domenicano Mario Ciappi, divenuto poi cardinale:
Cristo è morto per riscattare i peccati di tutti gli uomini, ossia il fine della morte di Cristo è la redenzione del genere umano. Ma la causa efficiente che ha prodotto la morte di Cristo, non furono i peccati degli uomini, ma il giudaismo post-biblico, che negando la divinità di Cristo, lo condannò a morte e fece eseguire la sentenza dai romani. Per tutti i Padri della Chiesa, unanimemente, la causa efficiente e responsabile della morte di Gesù è il giudaismo farisaico, talmudico e anticristiano tramite i suoi fedeli. Nella morte di Cristo è implicata la comunità religiosa d’Israele post-biblico e non tutta la stirpe (un “piccolo resto” fu fedele a Cristo: gli Apostoli e i Discepoli), anche se la maggior parte del popolo prese parte attiva alla condanna di Gesù. Il consenso unanime dei Padri è segno di tradizione divina, ossia essi sono l’organo che trasmette la tradizione divino-apostolica, quindi il loro consenso comune è regola di fede: vale a dire che è rivelato da Dio e consegnato agli Apostoli, ciò che i Padri ecclesiastici insegnano con consenso moralmente unanime in materia di fede e di morale (non è necessario il consenso assoluto o matematico). Poiché, essi sono stati posti da Dio nella Chiesa per conservare la tradizione divina ricevuta dagli Apostoli. Nel nostro caso i Padri (da s. Ignazio d’Antiochia †107 sino a s. Agostino †430; passando per s. Giustino †163, s. Ireneo †200, Tertulliano †240, s. Ippolito di Roma †237, s. Cipriano †258, Lattanzio †300, s. Atanasio †373, s. Ilario di Poitiers †387, s. Gregorio Nazianzeno †389, s. Ambrogio di Milano †397, s. Cirillo d’Alessandria †444) sono non solo moralmente, ma anche matematicamente concordi nell’insegnare che la gran parte (infedele a Cristo) del popolo ebraico, ossia il giudaismo talmudico è responsabile, come causa efficiente, della morte di Cristo e ha dato luogo ad una nuova religione scismatica ed eretica, il talmudismo, che si distacca dal mosaismo e che ancor oggi rifiuta la divinità di Cristo e lo condanna come idolatra, poiché da uomo pretende farsi Dio.
I capi: sapevano chiaramente, come insegna s. Tommaso d’Aquino, (S. Th., III, q. 47, a. 5, 6; S. Th., II-II, q. 2, a. 7, 8) che Gesù era il Messia e volevano ignorare o non ammettere che era Dio (ignoranza affettata, aggrava la colpevolezza).

Il popolo: nella maggior parte ha seguito i capi, mentre un “piccolo resto” ha seguito Cristo, ha avuto un’ignoranza non affettata o voluta, ma vincibile, quindi una colpa meno grave dei capi, ma oggettivamente o in sé grave (soggettivamente, ossia nel cuore d’ogni singolo uomo, solo Dio vi entra). Il popolo, che aveva visto i miracoli di Cristo, ha l’attenuante di aver seguito il sommo sacerdote, il sinedrio, i capi; il suo peccato è grave in sé, anche se è diminuito in parte, non cancellato totalmente, da ignoranza vincibile ma non affettata (S. Th., ut supra).

Il giudaismo odierno, nella misura in cui è la libera continuazione del giudaismo rabbinico dei tempi di Gesù e si ostina a non accettarlo, partecipa oggettivamente alla responsabilità del deicidio.

Invece, il rabbino capo di Roma, convertitosi al cattolicesimo nel 1945, Eugenio Zolli, scrive che: “Il principio di corresponsabilità era diffusissimo nell’antico Oriente (…) e si estende non solo alla famiglia del trasgressore, ma anche alla sua città, e quando si tratta di un re, persino a tutto il suo paese e a tutta la sua nazione. (…) Il principio di corresponsabilità trova la sua applicazione persino nel giure romano” (Antisemitismo, Roma, AVE, 1945; rist. Cinisello Balsamo, S. Paolo, 2005, p. 56). Onde “L’uccisione di Gesù grava sugli ebrei considerati come collettività etnica e religiosa” (ibidem, p. 90).
“NA” n.°4h scrive: «gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Scrittura».
Innanzitutto bisogna specificare che si sta parlando di ebraismo religione post-biblica e dei fedeli di essa, gli ebrei che seguono la Càbala e il Talmùd (“NA” equivoca, quando usa la semplice parola “ebrei”, mentre sta parlando dei “rapporti tra stirpe di Abramo che ha legami spirituali molto stretti con la Chiesa di Cristo”).

Poi occorre precisare i termini teologici e biblici di riprovazione e maledizione.

Riprovare: significa rigettare, reputare inutile, disapprovare, rompere un’amicizia. Ora la sinagoga talmudica che l’Apocalisse (Ap., II, 9) di s. Giovanni chiama due volte “Sinagoga di Sàtana”, dopo l’uccisione di Cristo, è stata disapprovata, rigettata da Dio che ha costatato la sua infedeltà al patto stretto da Lui con Abramo e l’ha ripudiata per stringere una Nuova Alleanza con il “piccolo resto” d’Israele fedele a Cristo e a Mosè, e con tutte le Genti pronte ad accogliere il Vangelo (le quali in massima parte hanno corrisposto al dono di Dio, mentre solo una “reliquia“ Lo ha rifiutato, per adorare narcisisticamente se stessa tramite gli idoli che si era costruiti a mo’ di specchio). Dio ha sconfessato chi ha rinnegato il suo Figlio unigenito e consustanziale “Dio vero da Dio vero”. Quindi la sana teologia ha interpretato la Scrittura e ha insegnato che il giudaismo post-biblico è riprovato o disapprovato da Dio, ossia sino a che resta nel rifiuto ostinato di Cristo, non è unito spiritualmente a Dio, non è caro a Lui, non è in grazia di Dio.

Maledire: significa condannare, non è una “maledizione formale” scagliata da Dio (simile a quella contro il serpente infernale nell’Eden) come un’imprecazione a fin di male, ma “oggettiva”, ossia una situazione che è costatata e condannata da Dio, di cui Egli dice male o “male-dice”. Infatti, Dio non può approvare, dir bene o “bene-dire” il rifiuto di Cristo. Il Padre, avendo constatato la sterilità del giudaismo farisaico e rabbinico, che ha ucciso i Profeti e suo Figlio, la condanna, disapprova o ne “dice-male” o “male-dice”. Come Gesù che constatata la sterilità di un fico lo maledisse, ossia non lo apprezzò, ma lo condannò in quanto infruttuoso.

Occorre distinguere il giudaismo dell’AT dal giudaismo post-cristiano. Il primo (AT), è una preparazione del cristianesimo; il secondo invece (giudaismo post-cristiano), ha negato la messianicità di Gesù e continua a rifiutare il Messia Gesù Cristo. In questo senso vi è un’opposizione di contraddizione tra cristianesimo e giudaismo attuale. L’Antica Alleanza è basata anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del patto. L’Alleanza non è incondizionata (Dt., XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini… maledizioni se disobbedite” (Dt., XI, 28) L’alleanza dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo che vorrebbe distruggere (Dt., XXVIII; Lev., XXVI, 14 ss.; Ier., XXVI, 4-6; Os., VII, 8 e IX, 6). Dopo la morte di Cristo, il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo ad “un piccolo resto” fedele a Cristo e a Mosè. In seguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’AT che Lo annunciava, il perdono di Dio si restringe solo ad “un piccolo resto”. Da parte di Dio non vi è rottura del suo piano, ma solo sviluppo e perfezionamento dell’Alleanza primitiva o antica, nell’Alleanza nuova e definitiva, che darà al “piccolo resto” dei giudei fedeli al Messia un “cuore nuovo” e si aprirà all’umanità intera… Gesù non ha instaurato una nuova religione, ha insegnato che Dio voleva la salvezza di tutta l’umanità e che la venuta del Cristo era la condizione di tale salvezza. La comunità cristiana è rimasta fedele alla tradizione vetero-testamentaria, riconoscendo in Gesù il Cristo annunciato dai Profeti. Per i cristiani è il giudaismo post-biblico ad essere infedele all’AT, ma vi è un “piccolo resto ” fedele, che entrando nella Chiesa cristiana garantisce la continuità dell’Alleanza (antica-nuova), in vista di Cristo venturo e venuto. Egli è la pietra d’angolo che “ha fatto di due (popoli: giudei e gentili) una sola cosa” (cristiani).

Sempre secondo la dottrina conciliare (cfr. Nostra aetate: “i doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”) e l’Ebraismo attuale è ancora titolare dell’Alleanza con Dio. Invece la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri e Magistero ecclesiastico costante e uniforme) insegna che «c’è una prima e c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Gv., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda Alleanza e l’aprì a quanti (i pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente” da settentrione e da mezzogiorno (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolsero (Rm., XI, 1-10). Inoltre prima della fine del mondo s. Paolo prevede e rivela, divinamente ispirato, la conversione finale, in massa, di molti altri (Rm., XI, 26: “Et sic omnis Israel salvus fieret”). Questa parola “conversione”, “salvezza” non piace agli ebrei attuali. San Paolo avverte profeticamente i cristiani giudaizzanti (di tutti i tempi): “Se volete farvi circoncidere [pensando che l’Antico Patto è ancora valido], Cristo non vi gioverà a nulla. […]. Coloro che vi perturbano [i giudaizzanti] si taglino pure tutto!” (Gal., V, 2 e 12).
La Dichiarazione Nosta aetate non reca una sola citazione di un Padre della Chiesa, di un Papa o di un pronunciamento del Magistero, perché non ve ne sono.

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La “Nuova Messa” di Paolo VI

Il 1968 anno in cui Von Hildebrand ha scritto il presente libro ha preceduto di un anno la promulgazione della Messa riformata da Paolo VI. L’Autore non ne ha potuto parlare nel libro che ha preceduto la riforma liturgica di poco tempo. Tuttavia oggi ci possiamo valere, quanto alla “Nuova Messa” del 1969, di quel che scrissero i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci nel giorno della festa del Corpus Domini del medesimo anno a Paolo VI, invitandolo ad abrogare il Novus Ordo Missae in quanto “legge nociva per le anime” (“Lettera di presentazione al Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae). Il Novus Ordo è in rottura evidente, che si mostra e non si dimostra, con la Messa di Tradizione apostolica, è sufficiente assistere senza pregiudizi alla celebrazione dell’una e dell’altra.

Chi cercasse di conciliare la Messa di Tradizione apostolica con quella del 1969 di sapore luterano, vorrebbe “conciliar l’inconciliabile” (cfr. S. Th., I-II, qq. 90-108) e negherebbe, almeno praticamente, il principio per sé noto di identità e non contraddizione.
Caveamus! Quando si nega il principio primo speculativo di identità e non contraddizione (sì = sì, no = no, sì ≠ no), si perde anche il principio primo di ordine pratico o la sinderesi “bonum faciendum, malum vitandum”, che riposa su quello di identità (bene = bene, male = male, bene ≠ male), per cui si perde la nozione di bene e di male, li si confonde e si prende il male per bene e viceversa e le conseguenze in morale sono catastrofiche. Tali conseguenze pratiche, etiche e morali di questo rifiuto sono state tratte soprattutto dalla filosofia post-moderna e contemporanea a partire da Nietzsche, Marx e Freud, secondo la quale bisogna evertere il sistema di valori morali classici e cristiani per sostituirgliene uno diametralmente opposto, che ritenga bene ciò che era male e male ciò che era bene.
In breve con il Concilio Vaticano II assistiamo ad un tentativo di modernistizzazione della Chiesa, che con la “Collegialità” ha fatto proprio l’odio luterano per il primato del Papa, con la “Libertà religiosa” l’odio contro l’unica vera religione fondata da Dio Figlio e con l’“Ecumenismo” l’odio per l’intolleranza dottrinale della Chiesa romana ed infine con la pseudo-“Riforma liturgica”, fatta assieme ai calvinisti, ha prodotto un rito oggettivamente ibrido o un incrocio (il Novus Ordo Missae di Paolo VI) tra due riti essenzialmente diversi, quello protestantico e cattolico.
Il problema è quindi di dimostrare e non affermare soltanto (“quod gratis affirmatur, gratis negatur”) se realmente la dottrina della collegialità (Lumen gentium), della libertà religiosa (Dignitatis humanae), dell’unica fonte scritta della Rivelazione (Dei Verbum) e del dialogo ecumenico (Nostra aetate e Unitatis redintegratio), dell’antropocentrismo (Gaudium et spes) siano contenute nella Tradizione apostolica o siano una novità del Concilio (pastorale e non dogmatico) Vaticano II. Non è sufficiente dire che esse sono conformi alla Tradizione, bisogna dimostrarlo. È quello che monsignor Brunero Gherardini, nei suoi numerosi libri sul problema del Concilio, ha chiesto a Benedetto XVI senza aver ricevuto risposta. Ora il fatto di non rispondere è di per sé significativo, non si sa, non si può rispondere, poiché non si può provare quanto si afferma.
*
La natura del magistero conciliare

Il Magistero Conciliare (Vaticano II compreso) è di per sé Solenne o Straordinario e Universale, trattandosi di tutti (moralmente e non matematicamente) i Vescovi riuniti in Concilio sotto il Papa, in maniera non abituale ma eccezionale. Quindi non è Magistero Pontificio Solenne, né Magistero Ordinario Universale, né Pontificio Ordinario. «Quanto al Vaticano II, sarebbe assurdo negargli il carattere di Magistero Conciliare, quindi Solenne, non Ordinario, perché in tal caso si negherebbe il [fatto o l’esistenza
del] Concilio stesso. […]. Se una cosa è, non può non essere». Ossia è un fatto, e contro il fatto non vale l’argomento, che il Papa ha convocato tutti i Vescovi del mondo al Concilio Vaticano II, il quale si è svolto e si è concluso sotto la direzione del Papa. Quindi canonicamente è un Concilio Ecumenico legittimamente convocato e promulgato. Tuttavia tale Concilio lo si è voluto “pastorale” ossia che applicasse ai casi pratici la dottrina della Chiesa. Non ha voluto definire né obbligare a credere verità di Fede o di Morale. Quindi è sì Magistero Solenne Universale o Conciliare, ma non dogmatico e non infallibile, tranne nei casi ove ha ripetuto la dottrina costantemente e universalmente professata da tutta la Chiesa (“quod sempre, ubique et ab omnibus creditum est”) o quando ha ripreso e riproposto dogmi già definiti. Per cui «la legittimità della convocazione e della promulgazione non conferisce unità dottrinaria a nessun Concilio, nemmeno al Vaticano II. Ciò nonostante, non [si] nutre alcun dubbio sulla qualità Conciliare del suo Magistero». Il Vaticano II è realmente Magistero Conciliare e perciò Solenne, ma non è infallibile in quanto non ha voluto essere dogmatico. Esso «ha le carte in regola [giuridicamente] che lo fanno un autentico Concilio ed esigono che sia come tale riconosciuto. […]. L’autenticità conciliare gli deriva dalla canonicità della sua convocazione, della sua celebrazione e della sua promulgazione. […]. La qualcosa non depone di per sé per la dogmaticità dei suoi asserti […], trattandosi di un Concilio che, fin dalla sua convocazione […], escluse formalmente dal proprio orizzonte l’intento definitorio». Il fatto che il Concilio Vaticano II quanto al modo di insegnare sia Magistero Solenne o Straordinario, non significa che ipso facto sia quanto alla sostanza dogmatico o che voglia definire e obbligare a credere, gioendo, così, dell’assistenza infallibile di Dio.

San Pio X, scrive acutamente mons. Gherardini, «condannò il modernismo, senza tuttavia averne completamente ragione. Nei pontificati successivi […] pur tanto benemeriti, la mala pianta si radicò, subdolamente e sotterraneamente, nelle profondità vitali del mondo cattolico; quando uscì allo scoperto, nemmeno un’Enciclica come la Humani generis (12 agosto 1950) di Pio XII riuscì a sprangarle la via d’accesso. Il sogno modernista e neomodernista stava oramai realizzandosi. Un voltafaccia, come si dice, a “U”. […]. Chi non tiene conto di questo, si condanna da sé alla non comprensione del Vaticano II» (Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011, p. 137). Infatti i teologi neomodernisti condannati nel 1950 dalla Humani generis, vennero chiamato appena 10 anni dopo da Giovanni XXIII a partecipare come “Periti” al Vaticano II.
*
Epilogo

Mons. Brunero Gherardini tira le somme e scrive: «si tratta di due dottrine che, anche là dove dan l’impressione d’incontrarsi […] percorrono strade diverse ed esse stesse diventan due diverse dottrine. […]. C’è poi [nel Vaticano II] quel livello che presenta non poche innovazioni, dottrinali o no, che nessun gioco di prestigio è in grado di ricondurre alla Tradizione divina, divino-apostolica» (ib., pp. 188-189). Poi l’anziano teologo confessa: «Mi è difficile persino capire come mai non si veda che» si sovverte «il bianco in nero; e come mai l’evidenza delle strade storte e dei non pochi trabocchetti renda sempre più spedito e disinvolto il passo verso il pericolo mortale?» (ib., pp. 190-191). È evidente il riferimento ai “lettori del Vaticano II alla luce della Tradizione” in continuità e non in rottura con essa. Ciò che è evidente a chi non vuol negare l’evidenza, diventa opinabile e discutibile per chi vuol dialogare ad oltranza e leggere alla luce della Tradizione ciò che invece la sovverte. Ciò che non si vuol fare è «un cambiamento di rotta» reale e sostanziale e ci si vuole accontentare della sola «superficiale dichiarazione» dell’ermeneutica della continuità (ib., p. 191), che oramai è diventata un luogo comune tanto strillato quanto non provato. Quindi mons. Gherardini ci invita saggiamente a «non chiudere gli occhi per convincersi che la Tradizione è contenuta interamente nei documenti dell’ultimo Concilio» ma ad aprirli «per vedere dove in esso la continuità s’interrompe e in che direzione volgere i propri passi per il recupero del “quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est”» (ib., p. 192).

Volendo riassumere a mo’ di conclusione si può dire che 1°) il revisionismo ratzingeriano sull’ermeneutica della continuità tra Vaticano II e Tradizione è un’operazione politico-diplomatica, priva di supporto dottrinale. Infatti non dimostra ciò che afferma. 2°) Ratzinger ha sempre affermato (dal 1960 al 2011) senza aver mai dimostrato (“per la contraddizion che nol consente”) che il Vaticano II coincide con la Tradizione e con la Chiesa. 3°) Il suo intento principale è sempre stato quello di promuovere il Vaticano II, non solo a partire dal 22 dicembre del 2005. Chi non lo vuol ammettere si condanna da sé a non capire la “tattica della mano tesa” di Benedetto XVI verso l’antimodernismo, correndo così i rischio di cadere nella trappola come avvenne ai cristiani per il socialismo, che “andarono per convertire” i socialisti, “ma furono convertiti” al socialismo (come i “pifferi di montagna”). 4°) Questa “politica della mano tesa” è riassunta da Gherardini in questo modo: “Basta che tu professi la Fede del Vaticano II per essere cattolico”. Essa è simile alla terza tentazione che Gesù subì nel deserto: “Ti darò tutte queste cose, se cadendo a terra mi adorerai”. Ma Gesù, che conosceva la tattica della “mano tesa” la rifiutò: “Va de retro tentatore!” Però chi si ostina a non voler vedere la realtà, si espone al rischio di accettarla. 5°) Attenzione! Ratzinger è il Papa che più di tutti ha parlato di “Tradizione”, ma che cosa intende realmente per “Tradizione”? Gheradini ci avverte: essa per lui è il Vaticano II! Onde il problema della obbligatorietà del Concilio pastorale per lui non si pone, esso è assolutamente necessario. Ora sta a noi antimodernisti essere altrettanto chiari nel rispondere alla “mano tesa” che vorrebbe spacciare per Tradizione la nouvelle théologie, per “fonte di acqua viva e fresca cisterne screpolate e putride” (Geremia, II, 13), per “oro” il “piombo” (san Vincenzo da Lerino, Commonitorium, XXII). La risposta è quindi semplicissima, come il principio per sé noto di identità e non-contraddizione: “il piombo è piombo, l’oro è oro, il piombo non è oro”; ossia “la Tradizione è Tradizione, la nuova teologia è nuova teologia, la Tradizione non è la nuova teologia”. A buon intenditor, poche parole!
Nello studiare il libro di von Hildebrand non ci si dimentichi delle considerazioni teologiche fatte dagli autori citati nel corso dell’Introduzione.

don Curzio Nitoglia

6 luglio 2015

(Velletri, 13 gennaio 2014)

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