Originalità e Perfezione della Filosofia Tomistica (rispetto al Platonismo e all’Aristotelismo)

tommaso-platone-aristotele-350x410Originalità e Perfezione della Filosofia Tomistica
Rispetto al Platonismo e all’Aristotelismo

La metafisica tomistica

S. Tommaso non ha scritto un trattato completo di metafisica, ma tra le sue tre grandi opere sistematiche (Commento alle Sentenze, Somma contro i Gentili, Somma Teologica) ha affrontato tutti i problemi della metafisica, benché in maniera sparpagliata e occasionale.

L’Aquinate scrisse anche i Commenti all’intero Corpo aristotelico per contrapporli all’interpretazione razionalistica dello Stagirita data da Averroè, che era oggettivamente lontana dalla lettera e dallo spirito delle opere di Aristotele.

L’obiettivo principale dell’esegesi tommasiana del Corpus aristotelicum è quello di fare l’esegesi minuziosamente testuale parola per parola, mettendo a confronto i testi paralleli, ossia che trattano il medesimo argomento (littera Aristotelis) e di capire il vero significato (spiritus seu intentio Aristotelis) del testo di Aristotele o l’intentio auctoris per esporre il più fedelmente possibile il pensiero di Aristotele.

L’Aquinate non ebbe di mira principalmente di battezzare Aristotele e di mostrarne la compatibilità con la dottrina cristiana, anche se questa intenzione segue quella principale di S. Tommaso. In breve il Dottore Comune non si è proposto un fine apologetico a sostegno delle fede cristiana studiando Aristotele come base filosofica per il suo sistema teologico, ma ne ha voluto capire il testo e il significato per elaborare una sua filosofia che è risultata essere ancora più perfetta di quella dello Stagirita.

Per poter fare bene tutto ciò chiese al suo confratello domenicano Guglielmo da Moerbeke, un eccellente grecista, di fare una nuova traduzione di Aristotele in latino. “Quello che l’Angelico riuscì a fare, nel corso di soli quattro anni, ha dell’inverosimile: Lavorando intensamente dalla mattina alla sera, con un gruppo di assistenti e segretari, egli portò a termine il commento di quasi tutto il Corpus aristotelicum” (B. Mondin, Storia della metafisica, Bologna, ESD, 1998, II vol., p. 481). I suoi commenti erano fedeli al testo aristotelico e ne spiegavano il vero significato (con delle brevi note, ove necessario, per mostrare ai giovani Maestri di teologia i punti in cui la dottrina aristotelica era incompatibile con quella cristiana) a differenza di quelli averroistici.

Werner Jaeger, il massimo tra gli studiosi di Aristotele nel XX secolo, ha scritto: “I commenti di S. Tommaso ad Aristotele rivelano un nuovo sforzo di concentrazione per arrivare a capire sia lo spirito che la lettera di un autore nuovo, non vi è nulla di paragonabile alla serietà e alla tenacia del felice tentativo di S. Tommaso di penetrare il significato delle opere del grande filosofo di Stagira” (Umanesimo e teologia, Milano, 1958, p. 35).

Meriti del neotomismo

“Soltanto grazie al neotomismo (per esempio P. Madonnet, M. Grabmann, A. Masnovo, F. Olgiati, E. Gilson, J. Maritain e meglio di tutti C. Fabro), lanciato da Leone XIII nel 1879 con l’Enciclica Aeterni Patris, è finalmente emersa l’importanza e l’originalità della metafisica tomistica, che non è una semplice riedizione della metafisica aristotelica bensì è una metafisica strutturata sul concetto di essere come atto ultimo e perfezione delle sostanze, alle quali soltanto si era fermato Aristotele. […]. Nei commenti di S. Tommaso c’è una straordinaria ricchezza di dottrina. Il pensiero di Aristotele viene non soltanto chiarito, ma anche rafforzato e approfondito. […]. Si commetterebbe un gravissimo errore se si volesse ridurre il tomismo filosofico a quanto S. Tommaso ha scritto nei suoi commenti su Aristotele. In questi infatti, il tomismo compare in minima parte, ossia per la parte che viene mutuata da Aristotele. Ora il tomismo è molto di più per la dottrina metafisica assolutamente nuova ed originale. Dal concetto di essere come atto ultimo di tutti gli enti, che si trova poche volte nei commenti ad Aristotele mentre lo si rinviene ripetutamente e diffusamente in tutti i suoi opuscoli filosofici (nel De ente et essentia, nelle Quaestiones Quodlibetales, nelle Quaestiones disputatae, nel Commento alle Sentenze e nelle due Summae)” (B. Mondin, Storia della metafisica,cit., p. 477 e 492-493).

Tomismo e Avicenna

Avicenna, che aveva affermato la distinzione reale (non solo logica ma ontologica) tra essenza ed essere, è il ponte di cui si serve l’Angelico per passare dalla vecchia metafisica dell’essenza aristotelica alla nuova metafisica dell’essere come atto e perfezione ultima di ogni ente, essenza e perfezione. Tuttavia Avicenna, nonostante la distinzione reale tra essere e essenza, si ferma anche lui come lo Stagirita alla metafisica delle essenze: secondo lui l’ente è un’essenza e il suo essere è un accidente dell’essenza e non l’atto o la perfezione ultima (Metaphysicae compendium, tr. di N. Carame, Roma, 1926, Libro I, parte 2, trattato 1 ). L’Aquinate risponde che ciò è inammissibile poiché l’essere è l’attualità di ogni atto (nulla forma est nisi per esse. Ergo esse est actualitas omnis formae) e non può essere un accidente, poiché l’essere è un concetto trascendentale che oltrepassa le Categorie (sostanza e accidenti). Quindi “non pare che Avicenna abbia detto il giusto. Infatti, pur essendo l’essere distinto dall’essenza e dalla sostanza e trascendendoli, non può essere neppure e a fortiori un accidente” (S. Tommaso, In IV Metaphys., Lez. II, n. 558). In breve per l’Aquinate l’essere è realmente distinto dall’essenza, altrimenti non esisterebbero enti finiti, ma un solo Essere infinito e assoluto (panteismo). Quindi l’essenza è il soggetto che riceve l’essere e l’essere è la perfezione che dà realtà o esistenza all’essenza in un ente concreto esistente in atto (v. I Sent., dist. 19, q. 2, a. 2; De veritate, q. 27, a. 1, ad 8; In De Hebdom., II, nn. 33-34; Quodl. XII, 5, 1).

L’originalità della metafisica tomistica

L’ Angelico mostra il primato ontologico dell’essere rispetto all’essenza e all’ente: “ens est essentia habens esse” (I Sent., dist. 37, q. 1, a. 1, sol., S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3). Infatti l’ente è un’essenza, che ricevendo l’essere come sua perfezione ultima, esiste o esce fuori (“ex-sistere”) dal nulla e dalla sua causa. Ecco perché vi è l’ente e non il nulla contro ogni forma di nichilismo metafisico, confutato dall’Angelico con circa seicento anni di anticipo. L’essere sorpassa sia l’essenza che è in potenza a riceverlo, sia l’ente che è sinolo di essenza (potenza) ed essere (atto).

L’Aquinate sposta il suo sguardo dalle essenze (Aristotele/Avicenna) all’essere (come atto ultimo) e gli enti esistenti trovano la loro spiegazione nell’essere che attua o perfeziona ultimamente l’essenza. La metafisica tomistica ricerca l’essere o la perfezione ultima degli enti esistenti e la scopre nell’essere come atto ultimo per risalire così dall’ente finito all’Ipsum Esse subsistens o Atto puro.

Per il Dottore Comune “l’essere è la realtà più perfetta, […] l’attualità di tutte le cose e delle forme stesse” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3); “L’essere è atto di ogni atto e perfezione di ogni perfezione” (De potentia, q. 7, a. 2, ad 9); “L’essenza non sarebbe nulla se l’essere non la rendesse tale” (De pot., q. 3, a. 5, ad 2); l’essere è “l’atto ultimo e la perfezione di ogni essenza” (Contra Gent., Lib. I, cc., 38, 52-54; S. Th., I, q. 50, aa. 2-3; De ente et essentia, c. 5); “Tra tutte le cose l’essere è la più perfetta (esse est inter omnia perfectissimum). […]. L’essere è l’attualità di ogni atto e quindi la perfezione di ogni perfezione” (De pot., q. 7, a. 2, ad 9); “L’essere è l’atto ultimo o perfettivo, che è partecipabile da tutti, mentre l’essere non partecipa ad alcunché. L’essere è partecipato e non partecipante (Ipsum esse est actus ultimus, qui partecipabilis est ab omnibus; ipsum esse autem nihil participat)” (De anima, q. 6, a. 2); “L’essere è la più perfetta di tutte le cose, poiché è l’atto di ogni ente e di ogni forma o essenza. Quindi l’essere sta all’ente come il ricevuto o partecipato al recipiente o partecipante” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3).

La metafisica tomistica, quindi, poggia su tre pilastri originali e più perfetti dell’aristotelismo e del platonismo:

  • 1°) l’essere come atto ultimo di ogni atto, di ogni sostanza e come perfezione di ogni perfezione, letto alla luce dell’analogia;
  • 2°) il principio di partecipazione letto alla luce della causalità efficiente creatrice;
  • 3°) l’ente come essenza che riceve l’essere e lo limita.

S. Tommaso, così, ha messo in luce tre verità essenziali alla vera e più completa metafisica:

  • 1°) l’essere, che di sua natura è perfezione assoluta e illimitata;
  • 2°) l’essenza, che ricevendo l’essere lo specifica e lo limita;
  • 3°) l’ente, che è il risultato o il fatto della limitazione dell’essere da parte dell’essenza la quale lo riceve. In breve senza l’essere tutto cadrebbe nel nulla, l’essere è la spiegazione di ogni ente e di ogni realtà.

Conclusione

Ecco, quindi, perché «allontanarsi dalla metafisica dell’essere come actus ultimus omnium essentiarum comporta un grave pericolo di conclusioni disastrose. Il più piccolo errore intorno alle prime nozioni di essere produce conseguenze incalcolabili, come ricordava San Pio X, citando queste parole di S. Tommaso: “Parvus error in principio, magnus est in fine”».

“Al di sopra di tutti gli infruttuosi esperimenti (di apertura alla modernità) la Chiesa segue la sua strada e ci ricorda via via quello che realmente ci aiuta a non allontanarcene. Se i problemi del momento (la filosofia nichilistica e la nouvelle théologie) si van facendo sempre più gravi, questa è una ragione per ritornare a studiare e capire la vera dottrina di S. Tommaso intorno all’essere, alla verità, al valore dei primi princìpi dai quali si risale con certezza all’esistenza di Dio. […]. Si tratta dei princìpi direttivi del pensiero e della vita morale, tanto più necessari quanto più le condizioni dell’esistenza umana si fanno maggiormente difficili e richiedono certezze più ferme”.

Il cuore della metafisica tomistica

Il tomismo è la metafisica che

  • 1°) considera ogni cosa alla luce dell’essere come atto ultimo e non in rapporto al movimento, all’io, all’azione;
  • 2°) risolve tutti i grandi problemi mediante la distinzione reale di materia/forma, potenza/atto, essenza/essere dando il primato alla forma, all’atto e per primo e soprattutto all’essere come perfezione ultima di ogni altra perfezione.

L’essenza creata e finita (anche quella angelica) non è il suo atto di essere, ma lo riceve e lo partecipa, essendo realmente distinta da esso; solo Dio è l’Essere per sua essenza; ogni altro ente per partecipazione riceve ab Alio l’essere nella sua essenza creata e finita. San Tommaso insegna esplicitamente che “l’essere è la realtà più perfetta, […] l’attualità di tutte le cose e delle forme stesse” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3) e distingue nettamente l’essere come atto ultimo, che perfeziona anche le essenze, dall’esistenza, la quale è il prodotto o l’effetto dell’essere attuante un’essenza dando così luogo al fatto (o effetto o prodotto) di ex-sistere dell’ente; ossia l’ente esce fuori dal nulla essendo causato efficientemente dall’essere, che perfeziona l’essenza e la rende ente esistente in atto e realmente. Il tomismo è essenzialmente teocentrico, poiché afferma il primato dell’atto sulla potenza e Dio è Atto puro da ogni potenzialità; inoltre afferma il primato dell’essere su ogni essenza e Dio è l’Essere per essenza. Siccome l’uomo è composto di materia e forma, di potenza e atto, di essenza ed essere, egli è essenzialmente distinto da Dio, che è assolutamente semplice e privo di ogni composizione, e perciò l’unico centro e fine è Dio (“Rex et Centrum omnium cordium”) e non l’uomo, che è solo un mezzo ordinato al fine e sottomesso a lui.

Solo il tomismo, dunque, riesce a confutare ogni forma, sia pur soltanto tendenziale, di panteismo ed ogni tentativo di far coincidere teo e antropo/centrismo; infatti l’essere per il tomismo non è univoco (come dicono Scoto e Suarez), ma analogo. Se l’essere fosse univoco, si ricadrebbe nell’errore del monismo di Parmenide (ripreso da Spinoza e dall’immanentismo moderno) già risolto da Aristotele nella Metafisica con la dottrina della distinzione reale tra potenza ed atto, essenza ed essere. Infatti ciò che è univoco viene diversificato solo da differenze estrinseche a lui. Ora al di fuori dell’essere non c’è nulla. Quindi tutto sarebbe una sola cosa: mondo e Dio.

Da questa divergenza tra tomismo e scolastica decadente (scotismo e suarezismo), che si trova all’inizio della metafisica o della definizione della natura dell’essere, che pian piano ci fa ascendere all’Essere stesso sussistente, si giunge alla divergenza, che si situa al vertice della metafisica o teologia naturale: per S. Tommaso solo in Dio l’essenza e l’essere sono la stessa cosa (S. Th., I, q. 3, a. 4), mentre per lo scotismo e il suarezismo anche nelle creature essenza ed essere non sono distinti realmente ma solo logicamente. Infine per S. Tommaso solo Dio, l’Atto puro, è il suo proprio essere per essenza. Quindi l’Essere divino non è ricevuto in nessuna potenza o essenza ed è illimitato ed infinito (S. Th., I, q. 3 a. 4; ivi, q. 7, a. 1).

In breve l’essere è l’ultima attualità o perfezione di ogni altra perfezione: questo è il vertice e la chiave di volta del tomismo e di ogni metafisica oltre il quale “resta solo la Visione Beatifica”.

Il Tomismo trascende Platone ed Aristotele

L’Angelico trascende sia Platone sia Aristotele. San Tommaso trascende Platone, giunto soltanto all’essenzialismo delle ‘idee pure e separate’, come pure Aristotele, fermatosi all’essenzialismo della ‘forma’ e della ‘sostanza’. Entrambi si son fermati alle idee pure o separate, alle forme e alla sostanza senza risalire all’essere, che le perfeziona e le ultima. È S. Tommaso (“Luce intellettual piena d’Amore, Dante”) che si eleva al vertice dell’essere (come atto che perfeziona le idee separate, la forma e la sostanza) e nel trascendere questi due filosofi sublima quanto c’è di valido in entrambi (cfr. De Subst. sep.,c. 3). Si dovrebbe dunque distinguere il tomismo genuino dall’essenzialismo sia delle idee pure del platonismo sia delle forme e delle sostanze dell’aristotelismo per far emergere la sua genialità originale dell’atto di essere quale perfezione ultima di ogni forma (sia idea separata platonica sia sostanza o essenza aristotelica).

Il Tomismo è la cura più efficace del male odierno

Per poter guarire i mali di cui soffre l’uomo contemporaneo bisogna prima individuarne la radice e la fonte o farne una diagnosi. Infatti “estirpare solo gli effetti del male e non la causa è poca cosa” (Platone), soprattutto se il male è letale. Certamente il male attuale cioè il pensiero post-moderno è difficilmente curabile, come un cancro con metastasi diffuse in tutto il corpo. Ma “nihil difficile volenti”.

La natura del male dell’uomo contemporaneo è il nichilismo filosofico, che vuol distruggere la conoscenza razionale umana (nichilismo gnoseologico), la morale naturale e divina oggettiva (nichilismo etico) e l’essere per partecipazione in quanto rimanda a Quello per essenza (nichilismo metafisico). Perciò tende a trasformare l’uomo in una larva o “pecora matta” (Dante) che galleggia sul nulla per esserne ben presto ingoiata. L’epoca attuale è caratterizzata da un grande vuoto interiore dell’uomo, vuoto di concetti, giudizi e ragionamenti logici, di valori morali e dell’Essere stesso per essenza, che è Dio, perché l’uomo attuale vive come se Dio non esistesse, non ha neppure il “credo” ateo, ma solo l’indifferenza e l’apatia.

La terapia deve essere energica, non si tratta di un raffreddore e neppure di una polmonite, ma di un cancro generalizzato. Occorre sradicare la mentalità nichilistica o post-moderna tramite il recupero dei valori e delle verità supreme, che S. Tommaso d’Aquino ha mutuato da Platone e Aristotele e le ha sublimate nella metafisica dell’essere come atto ultimo di ogni sostanza, elevando e correggendo (ove necessario) il concetto di ‘partecipazione’ di Platone e quello di ‘essenza’ di Aristotele. Il rimedio al nulla o non-essere è solo l’essere come atto perfetto.

O si torna ai valori veri, oggettivi, reali della metafisica classica (platonico-aristotelico-tomistica), secondo cui l’uomo è un animale razionale, composto di corpo e di spirito (e quindi né solo angelo né solo bestia); fatto per conoscere la verità e amare il bene, creatura finalizzata al Creatore, infinitamente distinta da Lui e che può raggiungere una certa felicità su questa terra solo se vive secondo le leggi della natura creata da Dio: “cercate prima il Regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” oppure si rovina in pieno e perfetto nichilismo, non solo distruttivo ma anche allucinatorio, che dà deliri di onnipotenza: “cercate il potere o la volontà di potenza e tutto il resto verrà da sé” e questo “resto” è la follia, come per Nietzsche, l’inferno in terra come per il drogato e quello eterno per chi persevera in tali errori. Il vero filosofo, invece, è il vero uomo che sa ben pensare e ben vivere.

Ora il filosofo post-moderno pensa erroneamente e vive ancor peggio. Giovanni Reale ha scritto: “chi sa vivere e morire in accordo pratico e vissuto col proprio pensiero è un vero filosofo”. La verità oggettiva è l’esatto opposto della conoscenza esoterica. A-letèia dal greco làntano (nascosto) significa non (‘alfa privativo’) nascosto. Quindi tutto ciò che è esoterico o segreto, iniziatico, misterico, occulto o nascosto è per definizione ‘non-vero’. Il soggetto vero (uomo vero, filosofo vero), perciò, è colui che non nasconde se stesso, la sua vera faccia o personalità, è franco, non falso o nascosto, ossia non è un “sepolcro imbiancato”. L’uomo per conoscere la verità oggettiva deve conformare il suo pensiero alla realtà (“adaequatio rei et intellectus”).

La modernità è nata, invece, come primato del cogito soggettivo sulla realtà extra-mentale. Onde come diceva Socrate “se vuoi essere felice cura la tua anima”, il tuo intelletto affinché si conformi al vero e alla realtà e la tua volontà affinché faccia il bene e fugga il male. Il nichilismo perfetto per potere sempre più ed essere persino simile a Dio (volontà di potenza esoterica), corre verso il baratro del nulla. “Chi troppo vuole nulla stringe”.

Ite ad Thomam “studiorum Ducem”!

Si deve ritornare alla dottrina e pratica delle quattro navigazioni.

  1. La prima lascia il mondo puramente sensibile, dopo averlo sperimentato, poiché l’uomo non è una pura bestia, ma ha un’anima razionale fatta per conoscere il ‘meta-sensibile’.
  2. La seconda giunge alla ‘sostanza’ delle cose (Aristotele) e al concetto di ‘partecipazione’ del mondo sensibile a quello delle idee pure (Platone).
  3. La terza giunge all’“essere come atto ultimo di ogni sostanza ed essenza” (S. Tommaso d’Aquino) ed applica la partecipazione all’essere (‘essere per partecipazione’ o creato ed ‘Essere per essenza’ ossia Dio: la creatura o effetto partecipa al Creatore poiché somiglia a Dio ricevendo da Lui l’essere in maniera limitata).
  4. La quarta navigazione non è più filosofica ma teologica e ci indica la Croce come unico mezzo per attraversare in pace il mare burrascoso della vita percorrendo le “tre vie della vita spirituale” che secondo l’Angelico sono così suddivise:
  • “la prima via è quella purgativa dei principianti (incipientes), che si staccano dal peccato grave e meditano discorsivamente;
  • la seconda è quella illuminativa dei progredienti (proficientes), che imitano le virtù di Cristo e meditano affettivamente con la contemplazione acquisita;
  • la terza è quella unitiva dei perfetti (perfecti), che sotto l’influsso abituale dei sette Doni dello Spirito Santo si uniscono a Dio e entrando nella contemplazione infusa vengono trasformati in Dio” (S. Th., II-II, q. 24, a. 9), senza naufragare nel mare del nulla (Nietzsche) dove tutto affonda o delirare pensando di essere Dio (Evola/Guénon/Schuon).

Il voler essere super-potente o addirittura onnipotente porta allo scacco, alla follia o al suicidio, poiché l’uomo è limitato per natura e sarà forte solo se partecipa alla Fortezza di Dio. Oggi nel momento in cui sembra che il nichilismo trionfi, ricordiamoci che Dio non muore, l’uomo sì. Essere, verità e bontà non passeranno, tutto il resto sì. “Stat Beata Trinitas dum volvitur orbis”.

Perciò occorre guardare in faccia la verità, che è evidente, ‘non-nascosta’, la realtà alla luce del sole. Poi bisogna volgere le spalle alle apparenze: l’Io assoluto, il “nulla costruttivo” (ossia il “cerchio quadrato”), l’esoterismo magico. Inoltre subordinare i beni esterni e perituri a quelli interiori e immarcescibili: il corpo all’anima, l’io a Dio. Il male dei mali odierni è il voler apparire, far finta di essere ricchi, forti, belli, contenti, super-uomini o Dei, mentre la realtà è totalmente contraria all’apparenza.

La metafisica classica, che è il buon senso eretto a scienza filosofica, è fonte di vita onesta e saggia, la quale sola può dare la felicità seppur imperfetta in questo mondo, preludio di quella perfetta ed infinita della vita eterna (“gratia est inchoatio et semen gloriae aeternae”). La filosofia moderna e post-moderna è fonte di vita disonesta e immorale per principio non per debolezza, e, folle o allucinata teoreticamente, conduce prima al delirio di onnipotenza: Io = Dio, e, poi alla disperazione suicida: per me non c’è salvezza (“error et vitium sunt inchoatio perditionis aeternae”).

Tuttavia ogni uomo è suscettibile di redenzione, anche quello moderno e post-moderno, purché lo voglia: “Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te” (S. Agostino). Egli, dunque, può attraversare il “deserto” della modernità e il “nulla” della post-modernità e può esclamare anche lui: “occorre finire con l’auto-inganno e bisogna cominciare a vivere bene e conoscere il vero”. Solo dopo essere passati attraverso il “nada, nada, nada” si giunge in cima al Monte Carmelo (S. Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo).

L’unico “trampolino di lancio” per uscire dalla post-modernità è la volontà speranzosa di finire con la menzogna e l’inganno – iniziato col cogito cartesiano e sfociato nella ‘morte di Dio’ nietzscheana/neomodernista – per cominciare a vivere ed agire veramente e bene. La buona volontà che si compone di umiltà, la quale toglie al soggetto il primato sull’oggetto e su Dio, riconoscendo la natura creata e limitata dell’essere umano, più la speranza soprannaturale nell’aiuto di Dio onnipotente e misericordioso danno a tutti la capacità reale di dire come Dante “incipit vita nova”.

Ognuno può farla finita col nichilismo per cominciare a guardare in faccia la realtà, così come è e non così come ci appare, conoscendo la verità che è “adequatio rei et intellectus” (Aristotele) e vivere onestamente “curando la propria anima” (Platone): “Fa il bene ed evita il male, questo è tutto l’uomo” (Sal., XXXIV, 15) e per poter esclamare col Poeta “e quinci uscimmo a riveder le stelle” (Dante).

d. Curzio Nitoglia

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