CAUSALITÀ e PARTECIPAZIONE [Secondo Platone, Aristotele e S. Tommaso]

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Il concetto di partecipazione si trova, come elemento fondante, nel sistema di Platone e non in quello di Aristotele. Poi lo ritroviamo perfezionato, alla luce dell’essere come atto ultimo di ogni essenza, in quello di S. Tommaso d’Aquino: “l’essere è la realtà più perfetta, […] l’attualità di tutte le cose e delle forme stesse” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3).

“L’esse è atto di ogni atto e perfezione di ogni perfezione” (De Potentia, q. 7, a. 2, ad 9).

“L’essenza non sarebbe nulla se l’essere non la rendesse tale” (De Pot., q. 3, a. 5, ad 2).

L’essere è “l’atto ultimo e la perfezione di ogni essenza” (Contra Gent., Lib. I, cc., 38, 52-54; S. Th., I, q. 50, aa. 2-3; De ente et essentia, c. 5).

“Tra tutte le cose l’essere è la più perfetta (esse est inter omnia perfectissimum). […]. L’essere è l’attualità di ogni atto e quindi la perfezione di ogni perfezione” (De Pot., q. 7, a. 2, ad 9).

“L’essere è l’atto ultimo o perfettivo, che è partecipabile da tutti, mentre l’essere non partecipa ad alcunché.

L’essere è partecipato e non partecipante (Ipsum esse est actus ultimus, qui partecipabilis est ab omnibus; ipsum esse autem nihil participat)” (De anima, q. 6, a. 2).

“L’essere è la più perfetta di tutte le cose, poiché è l’atto di ogni ente e di ogni forma o essenza. Quindi l’essere sta all’ente come il ricevuto o partecipato al recipiente o partecipante” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3).

La metafisica tomistica poggia, sostanzialmente, su tre pilastri: 1°) l’essere come atto ultimo di ogni atto, di ogni sostanza e come perfezione di ogni perfezione, letto alla luce dell’analogia; 2°) il principio di partecipazione letto alla luce della causalità efficiente creatrice; 3°) l’ente come essenza che riceve l’essere e lo limita (“ens est essentiam habens esse”).

Platone (Fedone, 101 c; Timeo, 28 a) ha insegnato che occorre qualcosa per spiegare il mondo sensibile: il Demiurgo, il quale trasfonde o cala il mondo delle Idee (causa formale) nel mondo sensibile (causa materiale). Il Demiurgo, quindi, è la causa efficiente del mondo sensibile, che come ogni effetto ha bisogno di un causalità efficiente la quale spieghi la sua genesi.

In questo Platone supera Aristotele, il quale assegna al Motore Immobile solo la causalità finale e non quella efficiente. Secondo Aristotele (Fisica, Lib. III) il primo Motore Immobile muove ogni cosa restando totalmente immobile. Quindi attrae moralmente a sé, come oggetto di amore, le altre cose e non le produce fisicamente e realmente nell’essere come causa efficiente. Inoltre anche lo Stagirita non sfugge ad un certo dualismo poiché accanto al Motore Immobile (Dio) ammette l’eternità e la non-creazione del mondo e, per lui, Dio è solo “Pensiero di pensiero” e non agisce efficientemente ed efficacemente ad extra sul mondo, Egli non conosce le cose fuori di Sé, poiché essendo inferiori a Lui sarebbero indegne del Suo Pensiero che pensa solo Se stesso (ad intra).

In fine per S. Tommaso (In III Phys. Arist., lect. 2., n. 285, S. Th., I, q. 63, a. 3; S. c. Gent., II, c. 16, n. 935) l’Atto puro o il Motore Immobile muove efficientemente, crea ex nihilo, non è mosso, e, attira a Sé ogni cosa come oggetto di amore e sommo Bene.

Platone si serve della partecipazione per spiegare i rapporti che intercorrono tra il mondo sensibile e il mondo delle Idee o Iperuranio. Secondo Platone (nel Parmenide) il mondo sensibile partecipa del mondo delle Idee. Per esempio, le cose belle di questo mondo sensibile, in cui noi uomini viviamo, partecipano alla Idea della Bellezza. S. Tommaso legge la partecipazione alla luce della causalità efficiente creatrice ex nihilo e spiega in che modo gli enti finiti o per partecipazione traggono origine dall’Essere stesso sussistente per sua essenza: per causalità efficiente creatrice. Quindi l’Essere per essenza o il Creatore è causa degli enti per partecipazione, che sono i suoi effetti o le sue creature. Gli enti finiti non hanno una parte fisica o materiale dell’Essere per essenza, poiché l’Essere è semplice e spirituale, senza parti e indivisibile. Perciò gli enti posseggono in maniera finita e limitata le perfezioni assolutamente perfette e illimitate dell’Essere per essenza.

Il termine partecipazione come il verbo partecipare può avere due significati. Uno passivo: partem capere seu partem habere; l’altro attivo: partem dare seu partem communicare.
Nella prima parte, detta ascendente, della metafisica tomistica (la resolutio o ascesa dagli enti finiti all’Essere per essenza) il termine partecipazione è preso in senso passivo: ricevere una parte da qualcuno, ma in senso figurato e non materiale o fisico, ossia possedere o ricevere parzialmente o in maniera finita ciò che ad un altro spetta interamente ed intrinsecamente cioè per sua natura (l’Essere).

Nella parte seconda, detta discendente, della metafisica tomistica, che riguarda la creazione o fuoriuscita degli enti dall’Essere per sé sussistente, il concetto di partecipazione è inteso in senso attivo, ossia comunicare parzialmente qualcosa ad altri; nel caso l’Essere sussistente comunica o partecipa attivamente il proprio Essere, non fisicamente o materialmente, ma parzialmente alle creature o enti finiti.

L’Essere sussistente è infinito, assolutamente perfetto, Atto puro e quindi non è mai un partecipante o ricevente qualcosa da un altro (“Actus purus est irreceptus et irreceptivus”). L’Essere non partecipa a nulla, non riceve niente da nessuno. È l’ente finito che partecipa all’Essere per sé ricevendo da Lui parzialmente l’essere (cfr. In Boetii de hebdomadibus, lectio II, n. 24).

Così “tutto ciò che riceve o partecipa parzialmente qualcosa è causato o effetto”; il causato o effetto è il partecipante alla causa che è il partecipato: Dio o l’Essere sussistente è solo e sempre partecipato, l’ente finito è solo e sempre partecipante.

“Dio è partecipato dalle cose non come una parte, ma secondo la diffusione e la processione di Se Stesso” (S. Th., I, q. 75, a. 5, ad 1).

Ora in senso materiale o fisico (che non va mai applicato al concetto metafisico di partecipazione) partecipare significa prendere fisicamente o materialmente una parte di qualche cosa. L’essere è immateriale, non ha parti fisiche o materiali e non è suscettibile di divisione.

Quindi il concetto di partecipazione significa che gli enti finiti prendono parte all’essere o possiedono l’essere in maniera limitata: “quando qualcosa riceve in parte ciò che ad un altro appartiene pienamente si dice che vi partecipa” (S. Tommaso, In Boetii de hebdomadibus, lect. II, n. 24).

Inoltre la partecipazione degli enti all’Essere è remota e limitata: “ogni cosa è ente in quanto partecipa, secondo una certa somiglianza sia pure alla lontana e in maniera limitata, alla prima realtà che è l’Essere per essenza” (S. Th., I, q. 4, a. 6).

L’ente finito non è l’essere, ma possiede l’essere per partecipazione, quindi è un ente causato o un effetto e ci fa risalire alla causa o alla ragion d’essere (il perché) della sua esistenza limitata; questa ragion d’essere o spiegazione dell’esistenza dell’effetto la fornisce solo l’Essere sussistente.

I limiti delle perfezioni degli enti sono fissati non dal caso, ma dall’Essere sussistente. Infatti questi limiti sono dovuti alle essenze o ricettacoli dell’essere, le quali partecipano o ricevono l’essere da Dio (In Boetii de hebdomadibus, lect. II, n. 24; Summa contra Gentiles, Lib. I, cap. 26). L’ente è un’essenza che riceve l’essere. Ora la Mente di Dio, che coincide con la sua Essenza (in Dio non vi sono distinzioni reali, ma l’uomo distingue logicamente, ovvero quanto al suo modo di conoscere, le varie perfezioni divine per studiarle e parlarne meglio), prima dà all’essenze create una consistenza solo logica o ideale e mentale, poi le pone in essere o in atto ed esse ricevono una consistenza ontologica e reale, limitata più o meno secondo che l’essenza del ricevente è più o meno perfetta (per esempio, dal meno perfetto al più perfetto: il minerale, il vegetale, l’animale, l’uomo, l’angelo). Dunque Dio fissa i gradi di perfezione degli enti e li pone in un certo ordine o gerarchia mediante la partecipazione delle loro essenze al suo Essere sussistente.
Così partecipare all’essere significa possedere o ricevere (come l’effetto dalla causa efficiente) in modo limitato l’essere, che si trova in maniera perfetta e illimitata nell’Essere stesso sussistente o per natura.

Per spiegare il principio di causalità efficiente san Tommaso riprende la definizione di Aristotele: “tutto ciò che è mosso è mosso da un altro/omne quod movetur ab alio movetur” (S. Th., I, q. 2, a. 3) e ne fornisce altre analoghe: “tutto ciò che comincia ad essere ha una causa efficiente” (S. Th., I-II, q. 75, a. 1). Ma, mentre Aristotele applicava il principio di causalità efficiente solo in cosmologia al moto o al divenire delle cose e non in metafisica e a Dio o Motore Immobile (che esercita una causalità puramente finale), l’Angelico lo applica anche alla metafisica e a Dio e specifica: “ens in potentia non reducitur ad actum nisi per ens in actu/l’ente in potenza passa all’atto solo mediante un ente già in atto”. Infatti qualcosa per essere causa deve già possedere la perfezione dell’effetto, ossia deve avere già in atto quanto comunica all’effetto. Ora “l’essere è l’attualità di tutti gli atti e perciò è la perfezione di tutte le perfezioni/esse est actualitas omniun actuum et propter hoc est perfectio omnium perfectionum” (cfr. In III Physicorum, lect. II, n. 285; De Potentia, q. 7, a. 2, ad 9). Quindi ciò che è l’efficienza al massimo grado è l’essere.

Il concetto di creazione ex nihilo è simile a quello di partecipazione. Infatti Dio concede, partecipa o dà alle creature o enti finiti in maniera limitata l’essere illimitato, che coincide con la sua natura.

Inoltre l’Angelico non cade nell’errore dei neoplatonici, che assegnando a Dio la causalità formale intrinseca lo fanno entrare in composizione col mondo in maniera panteistica.
San Tommaso D’Aquino nel Commento alle Sentenze (I, d. 8, q. 1, a. 2) si pone la questione “se Dio sia l’essere di tutte le cose” e risponde che “Dio è l’essere di tutte le cose non essenzialmente ma causativamente”. Ossia Dio non è coessenziale al mondo, ma ne è causa efficiente e realmente distinta.

Quindi “l’Essere divino produce l’essere del mondo in quanto dall’Essere infinito procede o è causato efficientemente l’essere di tutte le creature” (I Sent., d. 8, q. 1, a. 2).

Nella Summa contra Gentiles (Lib. III, cap. 68) l’Angelico precisa che Dio è onnipresente, ma “non si trova mescolato al mondo: Egli non è né forma né tanto meno materia di alcuna cosa, ma si trova nelle sue creature come causa agente efficiente”. Quindi il mondo e le creature possono essere chiamati “divini” solo per partecipazione e imitazione in quanto creati da Dio (S. Th., I, q. 45, a. 7; I, q. 91, a. 4). L’Aquinate elimina così anche ogni possibile equivoco immanentistico, distinguendo presenza, inerenza o immanenza da immanentismo.

Secondo Platone il mondo sensibile partecipa al mondo delle Idee o intelligibile (Iperuranio) in quanto ne è la copia o l’ombra. Infatti le Idee sono la realtà perfetta e assoluta, mentre il mondo sensibile è imperfetto poiché materiale. Le Idee informano il mondo sensibile come la forma attua la materia. Platone scrive: “ogni essere sensibile perviene all’esistenza partecipando alla sua Idea corrispondente” (Fedone, 101 c). Il mondo delle Idee è il modello, la forma esemplare o esterna in base alla quale il Demiurgo ha plasmato (e non creato in senso stretto) il mondo sensibile (Timeo, 28 a).

Dunque per Platone la realtà vera è quella delle Idee, le quali rappresentano la causa formale, mentre il mondo degli enti sensibili, che rappresenta la causa materiale la quale è deficiente per sé secondo Platone, è una manifestazione, una copia, un’imitazione o un’ombra del mondo delle Idee. La partecipazione è il ponte platonico che collega i due mondi, ossia secondo Platone il mondo degli enti sensibili partecipa al mondo delle Idee, cioè riceve parzialmente o in maniera finita e formalmente ciò che all’Iperuranio spetta non solo formalmente ma anche interamente. Platone, come abbiamo visto, è perfezionato da S. Tommaso con il concetto di creazione ex nihilo. Infatti l’Angelico spiega: “dal fatto che una cosa è ente per partecipazione ne segue che è causata da un altro (che è essere per essenza)/ex eo quod aliquis est ens per participationem, sequitur quod sit causatum ab alio” (S. Th., I, q. 44, a. 1, ad 1).

La grandezza del Duce degli studi è quella di avere letto alla luce del concetto di essere come atto puro tutti gli altri principi della metafisica. Così la partecipazione dell’ente finito (ens per participationem) all’Essere infinito e per sé sussistente (Ens per essentiam) presuppone la sovreminenza dell’esse ut actus su ogni altra perfezione (forma, essenza, sostanza) ed anche rispetto all’ente. L’ente è tale perché participat finite esse (partecipa all’essere in maniera finita) ed inoltre perché la sua essenza è realmente distinta dal suo essere, ricevendo il quale essa lo limita e lo rende composto o misto di atto e potenza. Quindi l’esse come atto è infinito, ma, se è ricevuto e partecipato in maniera limitata e finita in un’essenza (minerale, vegetale, animale, umana, angelica), sarà un ente finito e composto di essere ed essenza (minerale, vegetale, animale, uomo, angelo). Solo in Dio l’Essenza coincide con l’Essere.

La dipendenza dell’effetto causato da una causa efficiente è richiesta ultimamente dal fatto un ente per partecipazione richiede l’essere per sé o per essenza (cfr. S. Th., I, q. 44, a. 1, ad 1). Infatti quando un ente imperfetto partecipa di una perfezione, esige prima di sé un essere perfetto, il quale ha quella perfezione per essenza (cfr. S. Th., I, q. 79, a. 4).

Quindi l’essere come atto o in quanto attualità di ogni atto e quindi perfezione di ogni perfezione è di per sé o de jure infinito. Infatti “L’essere è l’attualità di tutti gli atti e perciò è la perfezione di tutte le perfezioni/esse est actualitas omniun actuum et propter hoc est perfectio omnium perfectionum” (De Potentia, q. 7, a. 2, ad 9). Pertanto “l’essere per essenza o per sé sussistente è uno solo, così come la bianchezza è una sola. Dunque è necessario che ogni altra cosa sia ente o bianca per partecipazione, cosicché in essa la sostanza partecipante o essenza che partecipa all’essere o lo riceve e lo limita sia distinta realmente dall’essere partecipato” (Quodl., III, 20).

La partecipazione fonda, sul piano statico, la composizione dell’ente di essere ed essenza quali atto e potenza realmente distinti. Inoltre la partecipazione, sul piano dinamico, fonda la dipendenza totale dell’ente dall’Essere per essenza, che è Dio, il quale ha la dignità dell’appartenenza intrinseca o per natura dell’essere alla sua essenza: Dio non è causato, non è causa di sé, ma è causa di tutti gli enti, perché l’essere appartiene intrinsecamente alla sua natura, mentre è partecipato o ricevuto dagli enti finiti o per partecipazione (S. Th., I, q. 11, a. 4; ivi, q. 4, a. 2, ad 3).

Il partecipato sta alla causa come il partecipante sta all’effetto. Per esempio, Dio (Causa prima) è l’Essere partecipato, l’uomo (effetto) è l’ente partecipante.

“Quando un ente riceve in maniera limitata ciò che altri ha in maniera totale, si dice che ne partecipa o ne riceve. Per esempio, l’uomo partecipa all’animalità, perché non la riceve in tutta la sua estensione; Socrate partecipa all’umanità perché non la riceve in maniera totale, ma limitata. Così si dice che l’effetto partecipa alla causa soprattutto quando non ne riceve il medesimo potere, per esempio quando si dice che l’aria partecipa alla luce del sole, ma non alla pari o totalmente” (In De Hebd., lect. II, n. 24): l’ente creato partecipa all’Essere per sé sussistente o infinito perché non lo riceve in maniera totale, ma limitata. Questa distinzione porta alla composizione ens/esse che è il fondamento della metafisica tomistica e il perfezionamento di quella aristotelica. Infatti Aristotele si era fermato alla sola essenza (ousìa) senza fare il passo successivo verso l’essere come atto primo/ultimo di ogni essenza.

L’Aquinate scrive: “L’ente è il partecipante, l’Essere per sé è il partecipato. […]. L’essere è partecipato negli altri enti, mentre l’essere non partecipa a qualcos’altro. […]. L’ente partecipa all’essere nel modo in cui il concreto partecipa all’astratto o universale. Quindi l’ente può partecipare a qualcosa, mentre l’essere no” (In Boetii de hebd., lect. II, n. 24). È con san Tommaso che l’essere prende il primo posto e il vertice di tutte le perfezioni, mentre i platonici lo ponevano dopo l’Uno e il Bene e Aristotele lo vedeva nell’essenza. L’essere è l’atto e la perfezione di tutti gli altri atti (S. Th., I, q. 75, a. 5, ad 1). Con l’Angelico la prima e somma perfezione non è più l’Idea, il Bene, l’Intelletto, la Sostanza, ma è l’essere, conformemente alla metafisica dell’Esodo (III, 3-15): “Ego sum qui sum”.

Dio è “Colui che è” o “l’Essere per essenza”. Il Dottore Comune chiosa: “L’essere sussistente o Colui che è rappresenta il nome più proprio di Dio, sia per l’etimologia del termine che è l’essere, infatti esprime lo stesso essere e non un qualche modo particolare di essere; sia per l’universalità del significato poiché tutti gli altri termini sono meno vasti ed universali del termine essere” (S. Th., I, q. 13, a. 11).

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d. Curzio Nitoglia

27/3/2015

http://doncurzionitoglia.net/?p=1442

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/?p=1460

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