Fondamento e Culmine della Metafisica Tomistica ~ I Suoi Concetti e Principi Fondamentali

Fondamento e Culmine della Metafisica Tomistica:
i Suoi Concetti e Principi Fondamentali

Ens/Esse, partecipazione/causalità

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Introduzione

La vera metafisica o filosofia dell’essere in san Tommaso d’Aquino ha toccato il suo vertice.

In questo capitolo riassumerò e spiegherò nella maniera più semplice possibile i principali concetti e principi della metafisica tomistica: il suo oggetto formale, il suo metodo, l’essere come atto puro, la composizione ens/esse, la distinzione reale tra essere ed essenza negli enti creati, la partecipazione, la differenza tra essere ed esistere, la causalità, l’analogia, la risalita dall’ente all’Essere sussistente, il trinomio ens/essentia/esse.

L’oggetto formale della metafisica

Quanto all’oggetto formale della metafisica bisogna distinguere tra l’essere universale (o in genere, ens in commune) e l’essere assoluto (o in sé, Esse in se). Il primo termine, di cui ha trattato Aristotele (e poi è stato ripreso da Scoto e Suarez) come oggetto della sua metafisica (essere in genere o comune), designa il concetto massimamente esteso, ma intensivamente debole di essere in quanto suscettibile di ogni altra aggiunta (essere ferro, uomo, angelo…). Esso è il concetto più astratto e generico, che è comune a tutti gli enti. È il concetto debole di essere, che considera l’essere come perfezione intensivamente o qualitativamente minima, ma estensivamente o quantitativamente massima, il quale fa da base ad ogni altra perfezione che si aggiunge all’essere. Quindi viene chiamato esse commune seu in genere. In tal modo gli enti si arricchiscono ontologicamente mediante l’aggiunta dall’esterno di altre perfezioni. L’essere comune, debole o generico è univoco perché tutti gli enti lo possiedono allo stesso modo e vi aggiungono dall’esterno altre perfezioni.

Il secondo termine, di cui ha trattato l’Aquinate come oggetto della sua metafisica (essere in sé), designa l’atto puro, l’atto supremo, l’atto della stessa forma ed essenza (forma ed essenza che per Aristotele costituivano l’atto per eccellenza), attualità di ogni altro atto, la massima perfezione o la perfezione di ogni altra perfezione e quindi esclude ogni aggiunta. L’Aquinate scrive: “L’atto puro è l’essere sussistente per sé, perciò ogni ente riceve l’ultimo perfezionamento mediante la partecipazione all’essere. Quindi l’essere è il completamento di ogni forma. Infatti la forma arriva alla completezza solo quando ha l’essere e ha l’essere solo quando è in atto. Sicché non esiste nessuna forma se non mediante l’essere. L’essere di una cosa è l’attualità di ogni forma esistente (actualitas cujuslibet formae existentis)” (Quodlibetales, XII, q. 5, a. 1). “L’essere è l’attualità di tutte le cose, anche delle stesse forme (etiam ipsarum formarum)” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3).

In questa seconda accezione di essere, l’Essere per sé sussistente, che coincide con la sua essenza, è Dio. Questo è il concetto forte di essere, che considera l’esse come perfezione intensivamente o qualitativamente massima e come fonte di ogni altra perfezione. L’essere tomistico è analogo, gli enti lo possiedono o lo partecipano secondo gradi molto diversi.
L’Angelico scrive: “L’essere con l’aggiunta dall’esterno di altre perfezioni è l’essere comune o generico, mentre l’essere considerato senza aggiunta di altre perfezioni è l’Essere divino” (S. Th., I, q. 3, a. 4, ad 1). Questa sembrerebbe una distinzione puramente filosofica di poca importanza, ma qualora si identifica l’essere comune con quello divino, il quale coincide con la natura di Dio, allora si cade nel panteismo. Infatti l’essenza di Dio coinciderebbe con l’essere che è comune a tutti gli enti, così che Dio e le creature farebbero una sola cosa. “Parvus error in principio fit magnus in fine” diceva san Pio X riprendendo san Tommaso.

Il metodo della metafisica di san Tommaso

Per quanto riguarda il metodo (dal greco methodos = via, percorso) o lo sforzo per raggiungere il fine della metafisica tomistica esso è la risalita (resolutio) dagli enti all’Essere per sé sussistente, dagli effetti, dal concreto, dall’esperienza alle cause e alla Causa prima, mediante argomentazioni raziocinative e dimostrative che si fondano su principi per sé noti o evidenti (cfr. In Boetii de Trinitate, q. 6, a. 1, ad 3).

L’Aquinate studiando gli enti finiti si serve delle definizioni aristoteliche (atto/potenza, materia/forma, sostanza/accidente) e le sublima alla luce della sua nozione di essere come atto ultimo e perfezione di tutte le altre essenze, mentre Aristotele si era fermato all’essenza e non era giunto all’essere come atto ultimo e perfezionatore dell’essenza stessa. Invece quando deve innalzarsi (resolutio) dall’ente finito all’Essere infinito si serve del concetto platonico di partecipazione, perfezionato e letto come Platone alla luce della causalità efficiente ma in più creatrice dal nulla e non finale come faceva Aristotele.

L’essere come atto puro o perfezione assoluta

“L’essere” per l’Aquinate “tra tutte le cose è la più perfetta. L’essere è l’attualità di tutti gli atti e perciò è la perfezione di tutte le perfezioni/esse est actualitas omniun actuum et propter hoc est perfectio omnium perfectionum” (De potentia, q. 7, a. 2, ad 9), “è la più nobile di tutte le cose che si aggiungono ad esso. Infatti senza l’essere non ci sarebbe il conoscere, l’amare… agere sequitur esse” (In I Sent., d. 17, q. 1, a. 2, ad 3).

L’essere per san Tommaso non è solo l’esse commune o la piattaforma di tutto ciò che esiste, ma è l’esse ut actus inteso come atto puro che perfeziona ogni altra perfezione (essenza, sostanza, forma). L’essere in sé è puro da ogni potenza, imperfezione, limite: in breve è Dio. “L’essere in se stesso è infinito” (C. Gent., lib. I, cap. 43). Se è mischiato o ricevuto in una potenza allora è atto misto ed è ente finito. “Qualsiasi sostanza, essenza, natura o forma acquista perfezione per il fatto che riceve o partecipa l’atto d’essere ” (C. Gent., lib. III, cap. 56). L’essere è “l’attualità di ogni atto e quindi la perfezione di ogni perfezione” (De pot., q. 7, a. 2, ad 9). Infine “la nobiltà di ogni cosa dipende dal suo essere” (C. Gent., lib. I, cap. 56).

Res et ens

Tra cosa (res) ed ente (ens) vi è una certa differenza. Infatti ens esprime la totalità di una cosa (ens = essentia habens esse) e non solo una sua parte (essenza, forma, materia). Anche etimologicamente ens viene da esse (participio presente del verbo essere). L’Angelico scrive lapidariamente: “ens est quod habet esse” (I Sent., d. 37, q. 1, a. 1) oppure: “quod participat esse” (S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3). Quindi “ente non dice la quiddità o l’essenza, ma piuttosto l’atto di essere” (I Sent., dist. 8, q. 4, a. 2, ad 2).

Invece res fa riferimento piuttosto all’essenza: “dicitur res secundum quod habet aliquam quidditatem/si dice res o cosa in quanto ha una certa quiddità o essenza; dicitur autem ens secundum quod habet esse/invece si dice ente in quanto ha l’essere” (I Sent., d. 37, q. 1, a. 1).

La parola quiddità o quidditas deriva etimologicamente da “quid sit res/qual è la essenza della cosa”.

Distinzione reale tra ente ed essere

L’ente è ben distinto dall’essere come atto. Infatti “l’ente è ciò che ha, partecipa o riceve l’essere (quod habet esse)” (In I Sent., d. 37, q. 1, a. 1). In breve “l’ente è ciò che partecipa all’essere (quod participat esse) o lo riceve” (S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3).

L’essere è definito atto primo/ultimo, infatti è l’atto ultimo perché, logicamente o in cognoscendo, esso attua l’ente che presuppone e che prima della sua venuta era ancora nel campo del non essere. Inoltre è atto primo perché, realmente o in essendo, attua l’ente.
La ragione fondamentale della distinzione ens/esse è che mentre l’essere è puro atto (e questa è la sua natura di essere); l’ente è composto di atto (essere) e potenza (essenza), quindi l’ente è finito ed è composto o misto realmente di potenza ed atto (e questa è la sua natura di ente).

Distinzione reale tra essenza ed essere negli enti creati

Il primo filosofo ad aver formulato chiaramente ed in maniera sistematica la distinzione tra essenza ed essere negli enti finiti è Ibn Sina detto Avicenna (980-1037) nella Sifa I, 2 (Hortem, p. 48). Il metafisico arabo distingue essere ed essenza, ma non arriva ancora – come farà circa 200 anni dopo l’Aquinate – al concetto di essere come atto puro e perfezione di ogni perfezione, Avicenna confonde esistenza con essere e scrive che l’esistenza è un attributo accidentale dell’essenza.

Da tutto ciò segue che essere ed essenza sono realmente distinti negli enti finiti. L’essenza è una specie di capacità o recipiente (partecipante) rispetto all’essere che è il ricevuto o partecipato: “l’essere in sé è infinito. Può essere partecipato da infiniti enti ed in infiniti modi. Se l’essere di un ente è finito significa che non lo è in quanto essere, ma in quanto è ricevuto, partecipato, limitato da un’essenza presente nell’ente” (C. Gent., lib. I, cap. 43). L’essenza sta all’essere come la potenza all’atto, la materia alla forma.

Causalità e partecipazione

Il concetto di partecipazione lo si trova come elemento fondante nel sistema di Platone (applicato all’Iperuranio quale causa formale estrinseca o esemplare del mondo sensibile) e poi, perfezionato, in quello di S. Tommaso d’Aquino (applicato all’Essere per essenza quale causa finale ed efficiente degli enti per partecipazione).

Platone, giustamente ha insegnato che occorre qualcosa o qualcuno per spiegare il mondo sensibile: il Demiurgo o Principio efficiente, il quale trasfonde o cala il mondo delle Idee nel mondo sensibile. Il Demiurgo è la causa efficiente, personale (intelligente e libera) del mondo sensibile, che come ogni effetto ha bisogno di un causalità efficiente la quale spieghi la sua genesi, tuttavia il Demiurgo non è ancora causa efficiente incausata e creatrice ex nihilo.

In questo Platone supera Aristotele, il quale assegna al Motore Immobile solo la causalità finale e non quella efficiente. Secondo Aristotele (Fisica, lib. III) il primo Motore Immobile muove ogni cosa restando totalmente immobile. Quindi attrae moralmente a sé, come oggetto di amore, le altre cose e non le produce fisicamente e realmente nell’essere come causa efficiente. Infine per S. Tommaso Egli muove efficientemente, crea ex nihilo, non è mosso, ed infine, attira a Sé ogni cosa come oggetto di amore e sommo Bene.

Platone si serve della partecipazione per spiegare i rapporti che intercorrono tra il mondo sensibile e il mondo delle Idee o Iperuranio. Secondo Platone (Dialogo Il Parmenide) il mondo sensibile partecipa del mondo delle Idee. Per esempio, le cose belle di questo mondo sensibile, in cui noi uomini viviamo, partecipano alla Idea della Bellezza. S. Tommaso legge la partecipazione alla luce della causalità efficiente creatrice ex nihilo e spiega in che modo gli enti finiti o per partecipazione traggono origine dall’Essere stesso sussistente per sua essenza: per causalità efficiente. Quindi l’Essere per essenza o il Creatore è causa degli enti per partecipazione, che sono i suoi effetti o le sue creature. Gli enti finiti non hanno una parte fisica dell’Essere per essenza, poiché l’Essere è semplice, senza parti e indivisibile. Perciò gli enti posseggono in maniera finita e limitata le perfezioni assolutamente perfette e illimitate dell’Essere per essenza.

La partecipazione tomistica è molto più perfetta di quella platonica poiché rientra nell’ordine della causalità efficiente creatrice ex nihilo non solo informatrice del mondo materiale mediante le Idee (Dio è Causa prima efficiente di tutti gli enti).

Il termine partecipazione come il verbo partecipare può avere due significati. Uno passivo: partem capere seu partem habere; l’altro attivo: partem dare seu partem communicare.
Nella prima parte, detta ascendente, della metafisica tomistica (la resolutio o ascesa dagli enti finiti all’Essere per essenza) il termine partecipazione è preso in senso passivo: ricevere una parte da qualcuno, ma in senso figurato e non materiale o fisico, ossia possedere o ricevere parzialmente o in maniera finita ciò che ad un altro spetta interamente, intrinsecamente o per sua natura.

Nella parte seconda, detta discendente, della metafisica tomistica, che riguarda la creazione o fuoriuscita degli enti dall’Essere per sé sussistente, il concetto di partecipazione è inteso in senso attivo, ossia comunicare parzialmente qualcosa ad altri; nel caso l’Essere sussistente comunica o partecipa attivamente il proprio essere, non fisicamente o materialmente, ma parzialmente alle creature o enti finiti.

L’Essere sussistente è infinito, assolutamente perfetto, atto puro e quindi non è mai un partecipante o ricevente qualcosa da un altro come la potenza riceve l’atto. L’Essere non partecipa a nulla, non riceve niente da nessuno. È l’ente finito che partecipa all’Essere per sé ricevendo da Lui parzialmente l’essere (cfr. In Boetii de hebdomadibus, lez. II, n. 24).
Così “tutto ciò che riceve o partecipa parzialmente qualcosa è causato o effetto”; il causato o effetto è il partecipante alla causa che è il partecipato: Dio o l’Essere sussistente è solo e sempre partecipato, l’ente finito è solo e sempre partecipante.

In senso figurato partecipare significa prendere parzialmente parte a una perfezione che un altro tiene per sua natura e in maniera illimitata: “Dio è partecipato dalle cose non come una parte, ma secondo la diffusione e la processione di se stesso” (S. Th., I, q. 75, a. 5, ad 1), mentre in senso materiale o fisico (che non va mai applicato al concetto metafisico di partecipazione) partecipare significa prendere fisicamente o materialmente una parte di qualche cosa. L’essere, invece, è immateriale, non ha parti fisiche e non è suscettibile di divisione. Quindi il concetto di partecipazione significa che gli enti finiti prendono parte all’essere o possiedono l’essere in maniera limitata: “quando qualcosa riceve in parte ciò che ad un altro appartiene pienamente si dice che vi partecipa” (S. Tommaso, In Boetii de hebdomadibus, lez. II, n. 24).

Inoltre la partecipazione degli enti all’Essere è remota e limitata: “ogni cosa è ente in quanto partecipa, secondo una certa somiglianza sia pure alla lontana e in maniera limitata, alla prima realtà che è l’Essere per essenza” (S. Th., I, q. 4, a. 6).

Attenzione! La partecipazione tomistica rientra nell’ordine della causalità efficiente (Dio è Causa prima efficiente creatrice ex nihilo di tutti gli enti) e non della causalità finale (come voleva Aristotele) e neppure della causalità formale intrinseca (come volevano i neoplatonici), ossia Dio non entra panteisticamente in composizione col mondo (materia) come sua forma. Questa interpretazione neoplatonica della partecipazione è la porta aperta al panteismo, secondo cui Dio sarebbe l’anima mundi.

Tuttavia in ciò Platone (Fedone, 101c; Timeo, 28a), non il neoplatonismo panteista, supera Aristotele, il quale assegna al Motore Immobile solo la causalità finale e non quella efficiente. Secondo Aristotele (Fisica, lib. III) il primo Motore Immobile muove ogni cosa restando totalmente immobile. Quindi attrae moralmente a sé, come oggetto di amore, le altre cose e non le produce fisicamente e realmente nell’essere come causa efficiente. Infine per S. Tommaso il Motore Immobile muove efficientemente, crea ex nihilo, non è mosso ed infine, attira a Sé ogni cosa come oggetto di amore e sommo Bene.

L’ente finito non è l’essere, ma possiede l’essere per partecipazione, quindi è un ente causato o un effetto e ci fa risalire alla causa o alla ragion d’essere (il perché) della sua esistenza limitata; questa ragion d’essere o spiegazione dell’esistenza dell’effetto la fornisce solo l’Essere sussistente

I limiti delle perfezioni degli enti sono fissati non dal caso, ma dall’Essere sussistente.

Infatti questi limiti sono dovuti alle essenze o ricettacoli degli enti, che partecipano o ricevono l’essere da Dio (In Boetii de hebdomadibus, le. II, n. 24; Summa contra Gentiles, lib. I, cap. 26). L’ente è un’essenza che riceve l’essere. Ora la Mente di Dio, che coincide con la sua Essenza (in Dio non vi sono distinzioni reali, ma l’uomo distingue logicamente ovvero quanto al suo modo di conoscere le varie perfezioni divine per studiarle e parlarne meglio), prima si fa un’idea delle essenze create e dà loro una consistenza solo logica o ideale e mentale, poi le pone in essere o in atto ed esse ricevono una consistenza ontologica e reale da Dio, che è limitata più o meno a secondo che l’essenza del ricevente è più o meno limitata (per esempio, dal meno perfetto al più perfetto: il minerale, il vegetale, l’animale, l’uomo, l’angelo). Dunque Dio fissa i gradi di perfezione degli enti e li pone in un certo ordine o gerarchia mediante la partecipazione dell’essenze degli enti al suo Essere sussistente.

Così partecipare all’essere significa possedere o ricevere (come l’effetto dalla causa efficiente) in modo limitato l’essere, che si trova in maniera perfetta e illimitata nell’Essere stesso sussistente o per natura.

Per spiegare il principio di causalità efficiente san Tommaso riprende la definizione di Aristotele: “tutto ciò che è mosso è mosso da un altro” (S. Th., I, q. 2, a. 3) e ne fornisce altre analoghe: “tutto ciò che comincia ad essere ha una causa efficiente” (S. Th., I-II, q. 75, a. 1). Ma mentre Aristotele applicava il principio di causalità efficiente solo in cosmologia al moto o al divenire delle cose e non a Dio o al Motore Immobile (che esercita una causalità puramente finale), l’Angelico lo applica anche alla metafisica e a Dio e specifica: “ens in potentia non reducitur ad actum nisi per ens in actu/l’ente in potenza passa all’atto solo mediante un ente già in atto che lo muove verso l’atto”. Infatti qualcosa per essere causa deve già possedere la perfezione dell’effetto, ossia deve avere già in atto quanto comunica di attualità all’effetto. Ora “l’essere è l’attualità di tutti gli atti e perciò è la perfezione di tutte le perfezioni/esse est actualitas omniun actuum et propter hoc est perfectio omnium perfectionum” (cfr. In III Physicorum, lez. II, n. 285; De potentia, q. 7, a. 2, ad 9). Quindi ciò che è l’efficienza al massimo grado è l’essere.

Il concetto di creazione ex nihilo è simile a quello di partecipazione. Infatti Dio concede, partecipa o dà alle creature o enti finiti in maniera limitata l’essere illimitato, che coincide con la sua natura.

Inoltre l’Angelico – dopo essersi distinto da Aristotele (Fisica, lib. III), che applicava solo cosmologicamente o fisicamente il principio di causalità efficiente al moto o al divenire delle cose – lo applica anche alla metafisica e a Dio e, quindi, si distingue anche da Platone (Fedone, 101c; Timeo, 28a) in quanto interpreta la partecipazione alla luce della causalità efficiente creatrice ex nihilo e non formale estrinseca o esemplare calata dal Demiurgo nel mondo sensibile (come faceva Platone) e soprattutto non cade nell’errore dei neoplatonici, che assegnando a Dio la causalità formale intrinseca lo fanno entrare in composizione col mondo in maniera panteistica.

Platone ha concepito per primo il principio di partecipazione e se ne è servito per spiegare il rapporto delle Idee con il mondo sensibile. San Tommaso d’Aquino riprende da Platone il concetto di partecipazione e lo legge alla luce del principio di causalità efficiente creatrice dal nulla, perfezionando Platone (che gli assegnava solo la causalità efficiente, ma non creatrice ex nihilo), superando Aristotele (che gli dava solo la causalità finale) ed evitando l’errore panteista dei neoplatonici che facevano di Dio la causa formale intrinseca del mondo.

Secondo Platone il mondo sensibile partecipa al mondo delle Idee o intelligibile (Iperuranio) in quanto ne è la copia o l’ombra. Infatti le Idee sono la realtà perfetta e assoluta, mentre il mondo sensibile è imperfetto e materiale. Le Idee informano il mondo sensibile come la forma attua la materia. Platone scrive: “ogni essere sensibile perviene all’esistenza partecipando alla sua Idea corrispondente” (Fedone, 101c). Il mondo delle Idee è il modello, la forma esemplare o esterna in base alla quale il Demiurgo ha plasmato (e non creato in senso stretto) a sua imitazione il mondo sensibile informato intrinsecamente da quello intelligibile (Timeo, 28a).

Dunque per Platone la realtà vera è quella delle Idee, le quali rappresentano la causa formale, mentre il mondo degli enti sensibili, che rappresenta la causa materiale, è una realtà apparente, fatta di ombre e di fenomeni. Il sensibile o gli enti trovano il loro fondamento nel mondo delle Idee e dei Princìpi (Iperuranio) come la materia nella forma. Il mondo sensibile è una manifestazione, una copia, un’imitazione o un’ombra del mondo delle Idee. La partecipazione è il ponte platonico che collega i due mondi, ossia secondo Platone il mondo degli enti sensibili partecipa al mondo delle Idee, cioè riceve parzialmente o in maniera finita e formalmente ciò che all’Iperuranio spetta non solo formalmente ma anche interamente. Per Platone lo riceve dal Demiurgo come causa efficiente ma non creatrice, mentre per Aristotele il primo Motore Immobile esercita solo una causalità finale ed in ciò lo Stagirita è inferiore a Platone, perfezionato da S. Tommaso con il concetto di creazione ex nihilo. Infatti l’Angelico spiega: “dal fatto che una cosa è ente per partecipazione ne segue che è causata da un altro (che è essere per essenza)/ex eo quod aliquis est ens per participationem, sequitur quod sit causatum ab alio” (S. Th., I, q. 44, a. 1, ad 1).

La grandezza del Duce degli studi (come Pio XI ha definito san Tommaso nella sua Enciclica Studiorum Ducem, 29 giugno 1923) è quella di avere letto alla luce del concetto di essere come atto puro tutti gli altri principi della metafisica. Così la partecipazione dell’ente finito (ens per participationem) all’Essere infinito e per sé sussistente (Ens per essentiam) presuppone la sovreminenza dell’esse ut actus su ogni altra perfezione (forma, essenza, sostanza) ed anche rispetto all’ente. L’essere è il partecipato, l’ente è il partecipante e il partecipato sta alla causa come il partecipante sta all’effetto. L’ente è tale perché participat finite esse (partecipa all’essere in maniera finita) ed inoltre perché la sua essenza è realmente distinta dal suo essere e ricevendo il suo essere lo limita e lo rende composto o misto di atto e potenza (= essenza). Quindi l’esse come atto è infinito, ma, se è ricevuto e partecipato in maniera limitata e finita in un’essenza (minerale, vegetale, animale, umana, angelica) sarà un ente finito e composto di essere ed essenza (minerale, vegetale, animale, uomo, angelo).

La dipendenza dell’effetto causato da una causa efficiente è richiesta ultimamente dal fatto che qualcosa è un ente per partecipazione, il quale richiede l’essere per sé o per essenza (cfr. S. Th., I, q. 44, a. 1, ad 1). Infatti quando un ente imperfetto partecipa di una perfezione, esige prima di sé un essere perfetto o per essenza, il quale ha quella perfezione per essenza (cfr. S. Th., I, q. 79, a. 4).

Quindi l’essere come atto o in quanto attualità di ogni atto e quindi perfezione di ogni perfezione è di per sé o de jure infinito. Infatti “L’essere è l’attualità di tutti gli atti e perciò è la perfezione di tutte le perfezioni/esse est actualitas omniun actuum et propter hoc est perfectio omnium perfectionum” (De potentia, q. 7, a. 2, ad 9). Pertanto “l’essere per essenza o per sé sussistente è uno solo, così come la bianchezza è una sola. Dunque è necessario che ogni altra cosa sia ente o bianca per partecipazione, cosicché in essa la sostanza partecipante o essenza che partecipa all’essere o lo riceve e lo limita sia distinta realmente dall’essere partecipato” (Quodl., III, 20).

La partecipazione fonda, sul piano statico, la composizione dell’ente di essere ed essenza quali atto e potenza realmente distinti. Inoltre la partecipazione, sul piano dinamico, fonda la dipendenza totale dell’ente dall’Essere per essenza, che è Dio, il quale ha la dignità dell’appartenenza intrinseca o per natura dell’essere alla sua essenza. Dio non è causato, non è causa di sé, ma è causa di tutti gli enti, perché l’essere appartiene intrinsecamente alla sua natura, mentre è partecipato o ricevuto dagli enti finiti o per partecipazione (S. Th., I, q. 11, a. 4; ivi, q. 4, a. 2, ad 3).

Il partecipato sta alla causa come il partecipante sta all’effetto. Per esempio, Dio è l’Essere partecipato, l’uomo è l’ente partecipante.

“Quando un ente riceve in maniera limitata ciò che altri ha in maniera totale, si dice che ne partecipa o ne riceve. Per esempio, l’uomo partecipa all’animalità, perché non la riceve in tutta la sua estensione; Socrate partecipa all’umanità perché non la riceve in maniera totale, ma limitata. Così si dice che l’effetto partecipa alla causa soprattutto quando non ne riceve il medesimo potere, per esempio quando si dice che l’aria partecipa alla luce del sole, ma non alla pari o totalmente” (In De Hebd., lez. II, n. 24): l’ente creato partecipa all’Essere per sé sussistente o infinito perché non lo riceve in maniera totale, ma limitata. Questa distinzione porta alla composizione ens/esse che è il fondamento della metafisica tomistica e il perfezionamento di quella aristotelica. Infatti Aristotele si era fermato alla sola essenza senza fare il passo successivo verso l’essere come atto primo/ultimo di ogni essenza.

L’Aquinate scrive: “L’ente è il partecipante, l’Essere per sé è il partecipato. […]. L’essere è partecipato negli altri enti, mentre l’essere non partecipa a qualcos’altro. […]. L’ente partecipa all’essere nel modo in cui il concreto partecipa all’astratto o universale. Quindi l’ente può partecipare a qualcosa, mentre l’essere no” (In Boetii de hebd., lez. II, n. 24). È con san Tommaso che l’essere prende il primo posto e il vertice di tutte le perfezioni, mentre i platonici lo ponevano dopo l’Uno e il Bene. L’essere è l’atto e la perfezione di tutti gli altri atti (S. Th., I, q. 75, a. 5, ad 1). Con l’Angelico la prima e somma perfezione non è più l’Idea, il Bene, l’Intelletto, la Sostanza, ma è l’essere, conformemente alla metafisica dell’Esodo (III, 3-15): “Ego sum qui sum”. Dio è “Colui che è” o “l’Essere per essenza”. Il Dottore Comune chiosa: “L’essere sussistente o Colui che è rappresenta il nome più proprio di Dio, sia per l’etimologia del termine che è l’essere, infatti esprime lo stesso essere e non un qualche modo particolare di essere; sia per l’universalità del significato poiché tutti gli altri termini sono meno vasti ed universali del termine essere” (S. Th., I, q. 13, a. 11).

Ente, essenza, essere

L’essere in quanto perfezione ultima di tutte le perfezioni e attualità di tutti gli atti è in sé infinito, non è limitato o imperfetto. Quindi l’essere come atto è partecipato e non è mai un partecipante, che in sé è finito in quanto riceve una parte d’essere come la potenza riceve l’atto.

L’Angelico scrive: “l’essere può venire partecipato dalle altre cose, ma non può partecipare a nessuna cosa. Invece l’ente finito, ossia l’essenza che ha l’essere, partecipa all’essere come l’effetto alla causa, come il concreto partecipa all’astratto” (In De Hebd., lez. II, n. 24).

L’essenza è ciò che pone dei confini all’essere (per esempio, l’essere se è ricevuto nell’essenza umana sarà essere umano e non essere infinito).

Sempre san Tommaso spiega: “l’essere è comune a tutte le cose (il sasso è o riceve l’essere per partecipazione, il fiore è, il cavallo è, l’uomo è, l’angelo è, ossia essi ricevono l’essere in maniera limitata dalle loro essenze; Dio è e solo Dio è l’Essere per essenza e non lo riceve per partecipazione). Quindi queste cose non si distinguono tra loro in ragione dell’essere, che è comune a tutte quante. Ora siccome queste cose differiscono realmente tra di loro bisogna che queste cose o enti differiscano o perché l’essere stesso è specificato e diversificato da alcune differenze che gli vengono aggiunte dal di fuori, ma ciò è impossibile poiché al di fuori e oltre l’essere non vi è nulla; oppure perché il medesimo essere compete ad essenze o nature specificatamente o sostanzialmente diverse (per esempio, natura minerale, vegetale, umana, angelica e divina). Quindi bisogna ammettere che le cose differiscono a causa delle loro diverse nature o essenze per le quali si partecipa o si riceve l’essere in maniere sostanzialmente diverse” (Summa Contra Gent., lib. I, cap. 26).

Essere ed esistenza

San Tommaso utilizza il termine esistenza in varie sue opere (C. Gent., lib. II, cap. 82; lib. IV, cap. 29; De Veritate, q. 1, a. 2, ad 3). Nel commento alla Metafisica di Aristotele scrive che “il logico studia il modo di attribuire o predicare un nome o un verbo ad un soggetto, mentre il metafisico studia l’esistenza delle cose (logicus considerat modum praedicandi et non existentiam rei, philosophus quaerit existentiam rerum)” (In VII Met., lez. 17, n. 1658).

Per l’Angelico il termine esistenza serve a significare l’appartenenza di qualche cosa al mondo reale, oggettivo, esterno al soggetto pensante. Quindi ciò che esiste è reale e non è una pura idea o un ente logico. L’esistenza è ben distinta dall’atto di essere o dall’essere come atto, infatti l’esistenza è una semplice realtà di fatto, ossia è un fatto che le cose esistano e dalla loro esistenza deriva la conoscenza umana in quanto conformità dell’intelletto alla realtà esistente.

L’esistenza è un qualche cosa di reale (per esempio un sasso), che appartiene al mondo reale e non a quello delle idee. Questa appartenenza al mondo dell’esistenza reale sussiste allo stesso modo nei sassi, nei vegetali, negli animali, negli uomini, negli angeli e in Dio.

L’esistenza come fatto di appartenere al mondo reale o come fatto di esistere e non come atto d’essere o essere in atto non conosce gradualità, maggiore o minore intensità. Dio esiste o è esistente come il sasso esiste o è esistente. L’esistenza è un concetto univoco non analogico come lo è l’essere. Infatti l’essere di Dio è sostanzialmente diverso e infinitamente superiore a quello dell’angelo, ma quanto al fatto di esistere realmente o di appartenere al mondo esterno e non ideale, entrambi (Dio e l’angelo) sono una realtà di fatto in maniera eguale. È una realtà di fatto che il sasso è esistente, ossia non è non-essere così come la pianta, l’animale, l’uomo, l’angelo e Dio sono esistenti realmente.

Quindi non è esatto tradurre il termine existentia con essere (esse) perché tra existere ed esse vi è una gran differenza come tra l’atto e un fatto concreto o l’effetto dell’atto (l’atto di essere attua l’essenza e la fa uscire fuori dal nulla dando l’esistenza reale all’ente). Per esempio è un fatto che un gatto sta davanti a me, mentre l’essere del gatto è ciò che attua la sua essenza felina e fa uscire l’ente finito (per esempio, il “gatto Bobby”) al di fuori del nulla ed esistere (ex sistere/uscir fuori).

“L’ente esiste, ma essere non è esistere” (E. Gilson, L’essere e l’essenza, Milano, 1988, p. 342)

L’ente è risolto nell’Essere sussistente

Costatata la distinzione reale tra essenza ed essere negli enti creati occorre spiegare la loro unione effettiva. L’ente non ha diritto di essere, può ricevere l’essere e lo può perdere. L’ente finito per natura è contingente, ossia può avere l’essere come non averlo.

San Tommaso risolve il problema in due modi:

  • 1°) la via della composizione e
  • 2°) la via della partecipazione, che abbiamo visto sopra.

Quanto alla prima via dopo aver costatato che l’ente finito è composto di due elementi distinti, l’essenza e l’atto d’essere, l’Angelico spiega: “ogni ente in cui l’essere è diverso dalla sua essenza riceve l’essere non da sé, ma da un altro. Ora tutto ciò che è grazie ad un altro esige come sua causa prima ciò che è per sé. Quindi vi deve essere un ente che sia causa dell’essere in tutti gli enti finiti in quanto soltanto lui è essere, altrimenti si andrebbe all’infinito nelle cause poiché ogni ente che non è solo essere, ma è composto anche di essenza deve avere una causa. Quindi gli enti finiti ricevono l’essere dall’Ente primo che è solo essere puro senza composizione di essenza e questo è la Causa prima ossia Dio” (De ente et essentia, IV, n. 27).

Per quanto riguarda la seconda via l’Angelico assume come punto di partenza la partecipazione dell’ente all’essere e la prova come ho riportato sopra (cfr. In Joann., Prologo, n. 5).

Ecco che san Tommaso a partire dalla composizione e distinzione di ente, essenza ed essere arriva a dimostrare l’esistenza (in maniera metafisica oltre alle 5 vie comuni anche ad altri filosofi) dell’Essere stesso sussistente per sua natura o essenza, che è Dio.

L’oggetto della metafisica tomistica supera quello aristotelico

Per Aristotele l’oggetto formale della metafisica era l’essenza o sostanza che costituisce ultimamente e perfeziona l’ente, ossia egli studia l’ente in rapporto alla sostanza. Infatti per lo Stagirita la forma è l’atto ultimo che perfeziona ogni essenza. Per l’Angelico è l’essere come atto dell’ente che conferisce l’attualità all’essenza. L’ente e la sostanza sono il recipiente o il partecipante, mentre l’essere come atto è il ricevuto o il partecipato (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3), cioè l’Aquinate studia l’ente in rapporto all’essere come atto ultimo dell’ente o secondo ciò che lo costituisce come ente o gli dà realtà o la fa esistere ossia uscire al di fuori dal nulla e dalla causa. Questa è la novità e la genialità della metafisica tomistica. L’essere è la radice prima e la perfezione ultima di ogni ente o di tutta la realtà, è l’attualità di ogni atto, il culmine di ogni perfezione e quindi dell’essenza stessa. L’essere in sé è sempre e solo atto o atto puro da ogni potenza o composizione

“Tra tutte le cose l’essere è la più perfetta (esse est inter omnia perfectissimum). […].

L’essere è l’attualità di ogni atto e quindi la perfezione di ogni perfezione” (De pot., q. 7, a. 2, ad 9); “L’essere è l’atto ultimo o perfettivo, che è partecipabile da tutti, mentre l’essere non partecipa ad alcunché. L’essere è partecipato e non partecipante (Ipsum esse est actus ultimus, qui partecipabilis est ab omnibus; ipsum esse autem nihil participat)” (De anima, q. 6, a. 2); “L’essere è la più perfetta di tutte le cose, poiché è l’atto di ogni ente e di ogni forma o essenza. Quindi l’essere sta all’ente come il ricevuto o partecipato al recipiente o partecipante” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3).

In breve l’atto è sempre più perfetto della potenza. Quindi l’essere che è l’atto ultimo è la più perfetta di tutte le cose. La forma o sostanza è in atto solo grazie all’essere. L’ente esiste in atto grazie all’essere che attua l’essenza. Ciò che è essere come atto è l’attualità o perfezione di ogni atto e quindi la perfezione di ogni perfezione (ivi). “L’elemento più intimo dell’ente è l’essere, dopo l’essere l’elemento più intimo è la forma, grazie alla cui mediazione l’ente riceve l’essere” (De nat. accid., cap. 1).

Solo con questa nozione di essere come perfezione suprema si può sconfiggere il nichilismo filosofico. Infatti anche per Platone ed Aristotele il nulla è qualcosa (materia indeterminata, caos, vuoto) poiché non avevano la nozione esatta di essere come atto o perfezione ultima. Quindi solo per san Tommaso il nulla è non essere, mentre l’essere è la perfezione ultima che conferisce a tutti gli enti consistenza, realtà e attualità. Dunque occorre scegliere: o la metafisica tomistica dell’essere come atto ultimo e perfetto o la filosofia del non essere come nulla assoluto (nichilismo postmoderno). Solo l’essere come atto fa dell’ente qualcosa di reale, di esistente in atto, solo l’essere conferisce nobiltà, perfezione e capacità d’azione all’ente.

A partire dall’oggetto formale (essere come atto) l’Angelico risale all’Essere sussistente per essenza che è Dio (termine della metafisica ascendente).

Conclusione

La metafisica tomistica poggia su questi tre pilastri:

  • 1°) l’essere come atto ultimo di ogni atto, di ogni sostanza e come perfezione di ogni perfezione;
  • 2°) il principio di partecipazione letto alla luce della causalità efficiente creatrice;
  • 3°) l’ente come essenza che riceve l’essere e lo limita.

Da questi tre concetti san Tommaso risolve gli effetti nella loro causa e gli enti per partecipazione nell’Essere per essenza: “tutto ciò che è qualcosa per partecipazione rimanda ad un altro ente che è la stessa cosa per essenza come a suo principio o causa suprema (per esempio, le cose calde per partecipazione si riducono al fuoco che è caldo per essenza). Ora siccome tutti gli enti esistenti realmente partecipano all’essere e sono enti per partecipazione, bisogna che in cima a tutti gli enti finiti vi sia qualcosa che sia essere per la sua stessa essenza, cioè la sua essenza è l’essere. Ma ciò è Dio, causa perfettissima e sufficiente di tutti gli enti: da lui tutti gli enti partecipano all’essere o ricevono l’essere per partecipazione come l’effetto deriva dalla causa” (In Joann., Prologo, n. 5).

Così il tomismo riesce a spiegare i rapporti tra finito e infinito senza cadere:

  • 1°) nell’occasionalismo o soprannaturalismo esagerato, il quale nega ogni consistenza ontologica alle cause seconde o enti finiti e la attribuisce solo a Dio;
  • 2°) nel panteismo o naturalismo autodivinizzante, che fa coincidere l’ente finito o per partecipazione con l’Essere infinito o per essenza e fa di Dio l’anima o la forma del mondo materiale;
  • 3°) nel nichilismo filosofico/teologico o distruzionalismo della natura e soprannatura, il quale negando l’analogia nega la possibilità di conoscere qualcosa di Dio, della realtà, della morale e vorrebbe annichilare Dio, la ragione e l’essere per partecipazione se fosse possibile.

d. Curzio Nitoglia

9/3/2015

http://doncurzionitoglia.net/?p=1424

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/?p=1432

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