L’Attualità alla Luce dell’Esperienza della Tradizione

L’ATTUALITÀ ALLA LUCE DELL’ESPERIENZA DELLA TRADIZIONE

Introduzione

La parola chiave (lanciata da Jean Madiran nel lontano 1978) per capire il busillis odierno è: “lasciar-fare il libero-esercizio o l’esperienza della tradizione”, mai formula fu più infausta di questa. Essa è l’origine dei mali di cui ha sofferto l’attaccamento alla “Tradizione apostolica” dal 1978 sino ad oggi.

Jean Madiran, 14 giugno 1920 – 31 luglio 2013

Jean Madiran, 14 giugno 1920 – 31 luglio 2013

“Esperienza della tradizione”, senza ulteriori aggiunte e specificazioni, è un termine doppiamente equivoco (“esperienza” e “tradizione”), che può significare molte cose totalmente diverse: infatti 1°) “esperienza religiosa” è un termine tipicamente modernista, condannato già da S. Pio X nella Enciclica Pascendi (8 settembre 1907); 2°) inoltre di quale “tradizione” si parla? Della “Tradizione apostolica”? o di quella “puramente estetico/liturgica”? Da questo equivoco, che non ha voluto definire i termini impiegati, è nata la teoria della “libertà della tradizione liturgica”, che poi è sfociata nell’accettazione dottrinale del 95% della pastorale del Concilio Vaticano II, la quale è in rottura con la Tradizione apostolica.

Inoltre “l’esperienza della tradizione” unita alla dottrina del “laissez-faire / lasciate fare”, che è il cuore del liberalismo, è uno spurio connubio di tradizione e liberalismo conservatore, ma come si può conciliare il laissez-faire con la Tradizione apostolica? Cosa vi è di comune tra cattolicesimo e liberalismo?

Il problema posto al cattolico fedele dal Vaticano II è stato male impostato dal conservatorismo liturgico e quindi non risolto. Infatti molti di coloro i quali tentano tuttora di resistere al neomodernismo, che ha informato la teologia pastorale e la Messa del Concilio Vaticano II, cercano di risolvere la questione alla luce del pragmatismo, dell’esperienza religiosa e non in base alla oggettiva corrispondenza o discrepanza tra Vaticano II/Messa del Vaticano II e Tradizione apostolica/Messa di Tradizione apostolica detta di S. Pio V.

Il pragmatismo, l’esperienza religiosa e il sentimentalismo

Il pragmatismo è un sistema filosofico-religioso sorto in America sulla fine dell’Ottocento per opera di William James († 1910).

Esso più che una dottrina speculativa è una tendenza o uno “stato di spirito”, che considera ogni cosa (anche la Religione, Dio e il Culto liturgico) dal punto di vista pratico, ossia attraverso la bellezza, l’azione e l’esperienza.

Quindi il criterio per discernere la verità non è più quello realistico di Aristotele e San Tommaso dell’adeguazione del pensiero alla realtà oggettiva (“veritas est adaequatio rei et intellectus”), ma quello soggettivistico blondeliano della convenienza dell’azione ai bisogni estetico/sentimentalistici del soggetto umano (“veritas est adaequatio vitae et intellectus”).
Si parte dalla svalutazione irenistica della polemica teologica per giungere alla sopravvalutazione dell’esperienza e della sensibilità religiosa, che son buone in sé, ma vanno subordinate all’intelletto o al Vero e alla volontà o al Bene come il corpo deve essere sottomesso all’anima.

Per agire, secondo il pragmatismo, l’uomo ha bisogno di una credenza, di un vago sentimento religioso; se questo giova all’uomo è vero, altrimenti è falso e così pure la religiosità che ne consegue.

L’uomo sente e sperimenta la divinità e si eleva ad essa con un atto di sentimento religioso, seguìto da un’utilità pratica. Quindi le dispute filosofico/teologiche sono inutili e dannose e vanno lasciate da parte come retaggio del medioevo.

L’esperienza religiosa o il sentimentalismo estetico/religioso sono una conseguenza scontata del pragmatismo. Infatti, se il sensibile è superiore al razionale e al volontario (per esempio, le scarpe con le fibbie e il ferraiolo son reputate più importanti della lieve difformità del solo 5% dei 16 Decreti del Concilio Vaticano II con la Tradizione), ne segue che la religiosità deve essere vissuta o sperimentata in maniera sentimentale e non più come un assenso dell’intelletto, mosso dalla grazia divina, a delle verità soprannaturali divinamente rivelate (virtù soprannaturale della Fede) e come un atto di amore di Dio e del prossimo da parte della volontà mossa dalla grazia (virtù della Carità).

La religione è così ridotta a esperienza di religiosità o sentimento religioso, che invece, secondo la sana filosofia e la teologia cattolica, segue e non precede la conoscenza e l’amore razionale di Dio. Il pragmatismo ha reso l’esperienza, il sentimento e la sensibilità la principale fonte della religione, la quale viene ridotta ad una semplice esperienza religiosa sentimentalistica che porta allo smarrimento dello spirito umano e rischia di perdersi nell’anarchia religiosa.

Attualità ecclesiastica

Oggi anche nel campo ecclesiale liturgicamente conservatore queste tendenze (pragmatismo e sentimentalismo), nate verso la fine dell’Ottocento, hanno generato una forma mentis, che porta a voler risolvere ogni questione teologica appellandosi all’esperienza della tradizione specialmente liturgica, vista tranquillamente soprattutto come qualcosa di eminentemente legata al bello e al sentimento.

Le dispute filosofico/teologiche sul Vaticano II, sul Novus Ordo Missae e sul post-concilio sarebbero inutili e dannose e andrebbero lasciate da parte come retaggio dell’oscurantismo medievale; l’importante sarebbe di poter fare liberamente e con l’imprimatur “l’esperienza della tradizione”.

Perciò di fronte ai problemi suscitati dall’ermeneutica del Concilio Vaticano II ciò che importa maggiormente, nell’ottica conservatrice pragmatistico/sentimentale, non è la ricerca teologica per sapere se i 16 Documenti conciliari siano realmente in continuità con la Tradizione apostolica, ma il poter continuare a fare tranquillissimamente l’esperienza della tradizione liturgica perché il resto verrà da sé.

Infatti il problema principale ed essenziale sarebbe, secondo i “conservatori pragmatici”, quello della liberalizzazione della Liturgia tradizionale, e la normalizzazione dello stato giuridico, ottenute le quali tutto si aggiusterebbe. Invece la Nuova Messa di Paolo VI è nata proprio dalla teologia del Concilio Vaticano II ed è in rottura con la Messa romana di Tradizione apostolica, resa obbligatoria nella Chiesa universale da S. Pio V. Quindi non si può risolvere il problema liturgico senza aver prima risolto quello dottrinale e teologico del Vaticano II.

Pragmatisticamente, secondo i conservatori estetico/liturgici, si può accettare una sistemazione giuridica o normalizzazione canonica, che assicuri la “tolleranza” della Messa tradizionale, senza doversi preoccupare dei problemi posti alla coscienza cattolica dai Decreti del Vaticano II, dall’insegnamento pastorale postconciliare (da Paolo VI sino a Francesco I) e dalla Messa di Paolo VI.

Non deve stupire, pertanto, la teoria secondo cui il 95% del Concilio sarebbe accettabile. Essa non è una stravaganza, ma è in conformità con le teorie del pragmatismo e dello sperimentalismo tradizionale.

Tuttavia l’attuale pontificato di Francesco I rende davvero difficile sperare che si lasci realmente alla “Tradizione” una vera “libertà di sperimentazione”; al massimo essa potrà usufruire di un ghetto, di una “tolleranza”, di una “riserva indiana” o nella peggiore delle ipotesi sarà oggetto di una persecuzione come quella che hanno subìto (2012/2013) i “Frati Francescani dell’Immacolata” per aver solo osato porre la questione in termini esatti sotto la direzione di un noto ecclesiologo della Lateranense, e, nel 2013/2014 i vari Istituti dell’Ecclesia Dei.

Sembrerebbe autolesionismo far patti con Francesco I e pensare che la “Tradizione” sarà salvaguardata: l’agnello non può far patti col lupo sperando che saranno rispettati. Questo atteggiamento contraddice la natura delle cose. “Non si mette la pecora in bocca al lupo” dice il proverbio. Eppure lo si ritiene fattibile.

Che fare?

Non è una questione di simpatia o antipatia né un problema di persone più o meno carismatiche, ma è una questione di verità oggettiva. Questi problemi non si possono risolvere con argomenti di autorità umane o con l’idea che noi ci facciamo di essi: il tale Vescovo, teologo, professore o dottore pensa questo o quello. Io mi son fatto la tale idea della Messa o del Vaticano II. Quindi bisogna seguire ciò che pensa il Vescovo Tizio, il teologo Cajo o il professor Sempronio o l’idea che l’Io si è fatta dei problemi attuali. Seguendo questa strada si perpetua l’errore e la falsa pista che iniziò quando si chiese a Giovanni Paolo II la sola “libertà dell’esperienza della tradizione”.

Nell’ottica realistica della verità intesa come conformità dell’intelletto alla realtà oggettiva occorre studiare i Documenti e la Messa del Vaticano II per vedere se siano in continuità reale e non solo verbale di essi con la Tradizione apostolica (che non è quella estetico/sperimentale).

Quindi se lo sono, bisogna accettarli anche se non piacciono (non sempre la verità è piacevole e non tutto ciò che piace è ipso facto vero); mentre, se si riscontra una discontinuità oggettiva con la Tradizione, per il principio di non-contraddizione non ci si può allontanare dalla integrità della Fede per ottenere la libertà o peggio la “tolleranza” della esperienza della tradizione e la normalizzazione canonica, le quali senza la retta Fede non giovano a nulla: “Senza Fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6).

Solo Dio può risolvere un male talmente profondo ed universale, che richiede l’impiego dell’Onnipotenza e non della semplice potenza umana, fosse anche quella di un San Pio X, che non potrebbe granché contro un diluvio universale di errori e depravazioni teorizzate.
Non perdiamoci in pettegolezzi e recriminazioni. Guardiamo al futuro. La lotta continua e con l’aiuto di Dio “le forze dell’inferno non prevarranno” (Mt., XVI, 18).

Voglio riportare uno stralcio di una bella lettera intitolata Il fumo di satana nella Chiesa, inviata alla “Nuova Bussola Quotidiana” (8 gennaio 2014) da Mario Palmaro: il problema attuale dei cattolici è che tacciono gli uomini di Chiesa «dal Papa sino all’ultimo cappellano di periferia. […]. In questa battaglia, dov’è la Conferenza Episcopale, dove sono i Vescovi? Silenzio assordante. […]. Hanno deciso di mollarci nella giungla, gli elicotteri sono ripartiti e noi siamo rimasti giù, a farci infilare. […]. Preferisco mille volte essere rimasto qui ad aspettare […] piuttosto che salire su quegli elicotteri. Magari con la promessa in contropartita di uno strapuntino in qualche consulta clericale. […]. Io mi rivolgo ai singoli cattolici. Non alle associazioni, alle conventicole che stanno cercando di amministrare conto terzi i cervelli dei fedeli, dettando la linea agli adepti, […] etero-diretti da figure più o meno carismatiche».

Sì, oramai il problema è quello della “sopravvivenza” (M. Palmaro) della “esistenza” (mons. R. Williamson) dei singoli cattolici abbandonati dai cattivi pastori nella giungla del mondo moderno. Che Dio ci aiuti in “quest’ora del potere delle tenebre”! (Lc., XXIII, 53).

d. Curzio Nitoglia

9/10/2014

http://doncurzionitoglia.net/?p=1251

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/?p=1276

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