Perché ho dovuto querelare Roberto De Mattei

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PERCHÉ HO DOVUTO QUERELARE ROBERTO DE MATTEI

L’ingiuria è un’ingiustizia commessa con le parole

S. Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (S. T., II-II, q. 72) tratta della contumelia, ossia dell’ingiuria verbale fatta apertamente. La contumelia lede l’onore, la diffamazione lede la buona fama e la derisione toglie il rispetto, ai quali ogni uomo ha diritto. Ora S. Tommaso nota che, sebbene le parole non facciano fisicamente male (S. T., II-II, q. 72, a. 1, ad 1um), tuttavia, in quanto significano le cose, esse possono arrecare molti danni morali, che sono peggiori di quelli fisici.

Gravità morale dell’ingiuria

La contumelia, che rinfaccia i difetti davanti a molte persone, è più grave dell’insulto rivolto da solo a solo, il quale manca di rispetto soltanto a chi ascolta o è ingiuriato. Il fine della contumelia consiste nel menomare l’onorabilità dottrinale e morale del prossimo (S. T., II-II, q. 72, a. 1, ad 3um) rinfacciandogli i suoi difetti intellettuali e morali reali o presunti e nell’ultimo caso diventa anche calunnia. La contumelia è qualcosa di più grave del semplice insulto, col quale si rinfaccia al prossimo un difetto fisico (per es. dare del cieco o del gobbo a qualcuno), perché la contumelia rinfaccia un difetto morale o spirituale (per es. dare del pazzo, del ladro o dell’ubriacone a qualcuno).

Nell’articolo 2 (S. T., II-II, q. 72) San Tommaso spiega che la contumelia è peccato mortale e cita il Vangelo di San Matteo (V, 22): “chi dice pazzo al fratello merita il fuoco dell’inferno”. Infatti di per sé la contumelia implica una menomazione dell’onore del prossimo. Quindi essa è un peccato mortale ancor più del furto, che sottrae la ricchezza materiale, mentre la contumelia disonora l’anima del prossimo nella sua moralità. Essa esige la riparazione o restituzione della buona fama rubata per poter essere assolti e perdonati. “O restituzione o dannazione”.

In certi casi è necessario e non è facoltativo perseguire gli ingiurianti

Nota Bene: nell’articolo 3 (S. T., II-II, q. 72) S. Tommaso spiega che in certi casi è necessario respingere le contumelie e specialmente per due motivi:

  • 1°) per il bene di chi insulta, per reprimere la sua audacia, affinché non monti maggiormente in prepotenza e presunzione e reiteri codesti atti;
  • 2°) per il bene delle altrui persone, se chi viene offeso ricopre una carica pubblica, onde l’offesa ricadrebbe sulla di lui Società e la disonorerebbe (ad es. un magistrato, un sacerdote, un governante…). Onde chi è costituito in dignità o autorità pubblica deve difendere queste Istituzioni cui appartiene e non la sua persona, oppure qualcuno lo deve fare per lui.

Tirando le somme

Dunque, essendo io sacerdote e ricoprendo una carica pubblica, sono obbligato moralmente a querelare Roberto De Mattei (d’ora in poi RDM), non avendolo fatto nessuno per me. Egli ha scritto le seguenti contumelie nei miei confronti in quanto sacerdote:

  • 1°) “Delirio di don Curzio Nitoglia” (d’ora in poi don [= sacerdote] CN). Questo è il titolo dell’articolo di RDM. Ora, secondo il ‘Vocabolario della lingua italiana’ (N. Zingarelli, Bologna, Zanichelli) delirio/delirante significa: “stato di confusione mentale, che induce a dire e fare cose assurde e contraddittorie. […]. Irragionevole. […]. Esaltato. […]. Farneticante”. In breve … un pazzo socialmente pericoloso;
  • 2°) [don CN è un] “nazi-cattolico” (ancora nel titolo dell’articolo). Ora, essere “nazista” è un reato penale più grave del furto e di questo reato RDM mi accusa. Ciò è penalmente più grave che darmi del “ladro”;
  • 3°) “Mancanza di equilibrio” [riferito a don CN]. Significa che don CN è non-equilibrato, ossia è uno “s-quilibrato”;
  • 4°) “Instabilità che sconfina con forme patologiche” [sempre riferito a don CN]. Ciò conferma esplicitamente quanto detto sopra: sarei, secondo RDM, ammalato di una forma patologica di instabilità mentale, ossia di follia;
  • 5°) “Come è il caso di un recente articolo di don CN”. Questi disturbi (dal n. 1° al n. 4°) sono attribuiti da RDM esplicitamente a me a partire da un mio articolo “delirante e nazi-cattolico”;
  • 6°) [don CN è un] “Chierico vagante, […] non incardinato”. Ora la parola “chierico vagante” è ambigua. Infatti
    a) può significare, in senso strettamente canonico, un sacerdote non incardinato in una Diocesi. Ma questo esula dall’autorità di RDM, che non ha alcuna giurisdizione canonica nella Chiesa romana; dunque lasci dire al Vescovo se io sono incardinato o meno, non avendo lui nessuna carica ufficiale per dichiararmi canonicamente “non incardinato”;
    b) il termine chierico “vagante” può lasciare intendere ai più, ossia ai lettori ignari di Diritto canonico, che don CN è un chierico il quale “si aggira qua e là senza una fissa dimora e uno scopo preciso […], sinonimo di vagabondo” (cfr. N. Zingarelli), ossia “fannullone, scioperato e disutile, […] che si sposta qua e là vivendo di espedienti e senza dedicarsi ad alcun lavoro, […] che fa vita oziosa e scioperata, non avendo voglia di lavorare” (N. Zingarelli).
    Ora io, dopo 6 anni ininterrotti di Seminario in Svizzera e dopo oltre 22 anni di Ministero sacerdotale in Piemonte (trascorsi prima nella FSSPX per 8 anni e poi nell’Istituto Mater Boni Consilii per 22 anni), da 8 anni sono il Cappellano, con fissa dimora in Velletri (e non “vagabondo” o “vagante”), delle Suore Discepole del Cenacolo, le quali sono state fondate nel 1965 da don Francesco Putti e poi dirette da monsignor Francesco Spadafora; esse si occupano – ancora attualmente – della Rivista quindicinale antimodernista “sì sì no no” alla quale collaboro. Quindi l’epiteto di “chierico vagante”, che può essere inteso (specialmente dalla maggior parte dei lettori del sito su cui RDM mi ha diffamato che non sono canonisti) pure come “vagabondo”, si riversa anche su di esse e sulla Rivista oramai quarantennale “sì sì no no” fondata da don Putti, e, dunque, su don Putti stesso e su monsignor Spadafora, collaboratore della Rivista e Cappellano delle Suore Discepole del Cenacolo sino alla sua morte avvenuta in Velletri, ed infanga la loro memoria;
  • 7°) [don CN è un] “Frustrato”. Secondo Nicola Zingarelli frustrato/frustrazione significa: “Stato psicologico di avvilimento nei confronti della realtà avvertita come irraggiungibile”. In breve un fallito, scisso dalla realtà. Più ingiurioso di così si muore…;
  • 8°) RDM mi accusa per la seconda volta di “attacchi deliranti”, ossia di “stato di confusione mentale, che induce a dire e fare cose assurde e contraddittorie. Irragionevole. Esaltato. Farneticante”;
  • 9°) “Il suo [di don CN] articolo basta a provare ciò ovvero i disturbi socialmente pericolosi attribuiti a don CN dal n. 1° al n. 8°. A me sembra una prova, la quale non dimostra ciò che RDM mi attribuisce e quindi è anche un’ingiuria calunniosa e non una prova;
  • 10°) Dulcis in fundo: la vita di don CN è stata un “Itinerario ideologico contraddittorio e inquietante [“preoccupante”, N. Zingarelli]. Gli auguro un periodo di riposo…” (di “staliniana” memoria?). Per RDM, dunque, sarei un matto socialmente pericoloso, da ricovero coatto o più eufemisticamente “da riposo…”; inoltre sarei perfino “contraddittorio”, “inquietante” e preoccupante; quindi “dannoso, rischioso, insidioso, minaccioso, malsicuro, nocivo” (P. Stoppelli, Dizionario dei sinonimi e dei contrari, Milano, Garzanti), da rinchiudere, perciò, in manicomio criminale o in uno stato di “riposo…” cioè di cessazione delle mie “pericolose” attività? (N. Zingarelli).

Per concludere

Se RDM correggerà i suoi insulti, pubblicamente e per iscritto, ritirerò la querela (“ad ogni peccato misericordia”, se c’è il pentimento confessato); altrimenti la giustizia dovrà fare (data la carica pubblica di sacerdote che ricopro, quella di don Putti, di monsignor Spadafora e delle religiose Suore Discepole del Cenacolo) il suo corso. Spero di no, ma tutto dipende oramai solo da RDM.

  • 1°) Ho atteso un mese per dargli il tempo di correggersi, ma invano;
  • 2°) ho chiesto che venisse pubblicata la mia replica sul sito dal quale mi aveva ingiuriato, ma inutilmente. Ora la parola passa alla Giustizia sperando che poi si possa giungere alla Misericordia;
  • 3°) alle sue eventuali e future invettive (spero per lui che non ve ne siano) non risponderò: ha mostrato sufficientemente di non essere corretto avendo risposto con ingiurie ad alcune mie constatazioni per nulla offensive ed essendosi sottratto ad un dibattito col rifiutare la pubblicazione della mia replica;
  • 4°) mi limiterò (spero di non doverlo fare) a trasmetterle al mio legale per dover difendere la carica pubblica di sacerdote che ricopro e il buon nome della Società religiosa cui appartengo.

don Curzio Nitoglia

6 ottobre 2014

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4 risposte a Perché ho dovuto querelare Roberto De Mattei

  1. Roberto A. ha detto:

    La risposta fornita da Don Curzio è equilibrata e coerente. La controparte invece ha liquidato in maniera emotiva la questione, classico di chi non avendo argomentazioni razionalmente sostenibili vuole ad ogni costo ghigliottinare chi agisce onestamente per il rispetto della verità.

  2. Andrea ha detto:

    ben fatto carissimo Don Curzio. Gli stolti vanno perdonati SE e QUANDO riconoscono in coscienza di aver sbagliato. Altrimenti, che vengano puniti secondo quanto previsto dalla norma!

  3. Paolo Rosastro ha detto:

    Atto dovuto, sopratutto non avendo permesso la replica o contestazione a difesa.

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