Dal Liberismo al Nichilismo

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DAL LIBERISMO AL NICHILISMO

 Il Liberismo

Secondo Alberto Chilosi il liberismo è“la versione più integrale del liberalismo. Il liberismo pretende una dignità filosofica, innestandosi nell’individualismo. Il collettivo, per i liberisti, non trascende mai gli individui. Nulla può sostituire l’individuo. […]. Il liberismo, pur vicino all’anarchismo individualistico, se ne distacca nettamente: l’anarchico sembra attribuire poco peso all’economia, quasi che la natura provvida bastasse a soddisfare l’uomo non appena si rimuovessero i danni artificiosi del governo; non così il liberista, che guarda alla natura come a qualcosa da conquistare prometeicamente. A differenza dell’anarchismo, il liberismo non pensa alla soppressione di ogni organizzazione statale, ma esige uno Stato minimo” (A. Chilosi, Enciclopedia dell’Economia, Milano, Garzanti, 1992, pp. 643-645).

Pesiamo attentamente e punto per punto questo asserto di Alberto Chilosi: 1°) “Nulla può sostituire l’individuo, neppure Dio: infatti con l’individualismo immanentista l’Io assoluto prende il posto di Dio. Inoltre 2°) “il liberista guarda alla natura come a qualcosa da conquistare prometeicamente”, ossia pretende di porsi al posto del Creatore come voleva fare Prometeo. Poi3°) “Il collettivo, per i liberisti, non trascende mai gli individui”, perciò la natura, l’essenza, la realtà oggettiva cedono il posto al soggettivismo individualista teoretico, che come conclusione pratica sfocia nel relativismo morale. Infine 4°) lo “Stato” deve essere “minimo”: dopo aver affermato la sublimità assoluta dell’individuo, il liberismo nega la sua natura socievole e quindi la necessità dello Stato. Si scorge, dunque, la perversione intrinseca dottrinale e morale del liberismo, che – partendo dall’individualismo – giunge all’anarchismo, al panteismo prometeico e al relativismo soggettivista teoretico e morale.

Perciò, come non si può essere marxisti o collettivisti in economia, senza essere materialisti dialettici e storici in filosofia, così non si può essere neppure liberisti in economia senza essere liberali in filosofia. Differenze sostanziali tra comunismo e individualismo non ve ne sono. Infatti il primo assolutizza o divinizza la collettività, il secondo l’individuo. Il liberismo è innanzi tutto una conseguenza economica della filosofia del nominalismo occamista (XIV sec.), poi del soggettivismo cartesiano (XVII sec.) ed infine del sensismo o empirismo britannico (XVIII sec).

Il Liberalismo

Per la dottrina liberale la libertà, non è la facoltà di scegliere i mezzi migliori per fare il bene, ma è il fine o l’Assoluto. Il liberismo mette il mezzo al posto del fine e quindi è un errore sostanziale dal punto di vista teoretico e un disordine o un peccato grave dal punto di vista morale (S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I, q. 83; De malo, q. 6, a. 1; De Veritate, q. 22). Infatti per i liberali la libertà è intesa come licenza di fare tutto ciò che si vuole, anche il male (cfr. Leone XIII, Enciclica Libertas praestantissimum, 1888), non esistendo nulla oltre l’individuo, ossia l’universale, l’essenza, la legge naturale oggettiva, la quale si impone all’uomo suo malgrado e che è la soluzione sufficiente per risolvere tutti i problemi.

Tale falso concetto di libertà, che è identificata con il libertinaggio relativista e soggettivista, è trasposto dal liberalismo: 1°) nel campo religioso, ove ha come conseguenza l’indifferentismo in materia di religione (tutte le religioni sono buone a seconda dei gusti o sentimenti degli individui) e l’amoralismo, ossia è bene ciò che mi piace (la “libertà di coscienza”, chiamata da S. Agostino e poi da Pio IX “Libertà di perdizione”); 2°) nel campo intellettuale, in cui ci offre la sofistica libertà di pensiero, illudendosi che la ragione umana, ferita, anche se non distrutta, dal peccato originale, lasciata libera e in balìa di se stessa, possa facilmente e senza alcun pericolo cogliere il vero, che non è più la “conformità dell’intelletto alla realtà oggettiva” (Aristotele/S. Tommaso), ma il prodotto del pensiero soggettivo (Cartesio/Kant/Hegel); 3°) nel campo politico, ove rifiuta ogni autorità dall’Alto (Rousseau) e scivola gradatamente verso una sorta di “anarchismo individualistico” (Notzick), che vediamo all’opera oggi nel mondo intero alla scuola dei Chicago boys di Milton Friedman († 2006), il quale propugna la totale e assoluta libertà dell’individuo (droga libera, libero amore, libertà per le coppie omosessuali) sino ad arrivare ad una sorta di “anarchismo di destra”, che riduce lo Stato ad un ente di ragione; 4°) infine il liberalismo conduce al social/comunismo, pur essendo – apparentemente – in aperto contrasto con esso.

Infatti il liberismo economico ha distrutto ogni limitazione nel campo economico, vale a dire le corporazioni o i corpi intermedi, e si è lanciato alla ricerca dell’interesse personale poiché per il liberismo esiste solo l’individuo e non le essenze, l’universale e il sociale. Quindi l’unica occupazione dello Stato deve essere quella di favorire il capitale individuale. Fatto ciò, lo Stato si dovrà limitare a lasciare a ciascun individuo la libertà di perseguire il proprio interesse (astensionismo dello Stato in materia economica ed etica individuale e sociale). Di qui il motto “lasciar fare” vale a dire libertà di produzione e “lasciar passare” ossia libertà di commercio. Quindi si passa all’abolizione di tutte le associazioni (le corporazioni di arti e mestieri) che proteggono il lavoro e i lavoratori. Il liberismo ha stabilito uno squilibrio assai forte tra capitale e lavoro, provocando così la lotta di classe (lavoro contro capitale) e generando (indirettamente e suo malgrado) il social/comunismo come movimento ben strutturato e organizzato.

 O Cristianesimo o Liberismo, ossia “o Dio o Mammona”

Uno dei principi fondamentali del liberalismo economico è l’utilitarismo di Geremia Bentham. Infatti, se non esiste un valore assoluto morale oggettivo, l’atto umano non è buono o cattivo in sé, ma tutto dipende dall’utilità e dalle conseguenze pratiche soggettive di esso, ossia, se l’atto produce conseguenze positive o è utile all’individuo, allora è buono soggettivamente o per me; altrimenti è cattivo soggettivamente o per me: “Ciò equivale a dire che l’omicidio di un innocente […], la bestemmia ecc., non sono atti sempre ed in ogni circostanza malvagi, ma possono acquisire di volta in volta una qualificazione morale diversa, ossia non sono cattivi in ogni luogo né in ogni circostanza”.

La conseguenza del liberismo utilitarista è il cosiddetto “principio di Caifa”, secondo il quale non esiste il bene o il male in sé, ma solo “per me/noi”. L’utilitarismo comporta l’edonismo psicologico, ossia la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. Secondo il londinese Geremia Bentham († 1832) il piacere coincide con ciò che è utile all’individuo. L’edonismo ricerca il piacere non nel futuro o nell’aldilà, ma nel presente in atto. Antichi teorici dell’edonismo furono Aristippo, Epicuro e ai nostri giorni lo è Nietzsche e Marcuse. La “massimizzazione” del piacere e la “minimizzazione” del dolore vanno fondate, per Bentham, non sulla religione, la morale o la metafisica, ma sull’ego-ismo psicologico, onde l’uomo cerca sempre il suo vantaggio, interesse o utilità. Il bene o la felicità, per Bentham, non è l’Atto Puro, ma l’interesse proprio o individuale. Questo è l’errore “capitale” del liberalismo: far coincidere il Bene sommo o Fine ultimo con la creatura (libertà, utilità, piacere…), la realtà oggettiva con il soggetto o l’individuo. Come si vede il Nichilismo nicciano, il comunismo edonista e freudiano della Scuola di Francoforte (Marcuse/Adorno) e quello animalesco o selvaggio dello Strutturalismo francese (Lévi-Strauss) derivano dal liberalismo e dall’illuminismo britannico del XVIII secolo (Bentham) e portano al neoconservatorismo statunitense (Popper, Hayek, Mises, Friedman).

Appare evidente che la metafisica classica come l’etica naturale e cristiana sono assolutamente inconciliabili con la filosofia soggettivistica e con l’etica individualistica e relativista dell’edonismo e dell’utilitarismo e perciò il liberalismo è stato ripetutamente e costantemente condannato dai Romani Pontefici (Pio IX, Leone XIII, Pio X, Pio XI, Pio XII).

Il liberismo, come abbiamo detto, è una conseguenza nel campo economico di una filosofia che è composta di tre gradini: 1°) il nominalismo occamista; 2°) il soggettivismo cartesiano; 3°)l’empirismo. Questa filosofia vorrebbe segnare la fine della metafisica e ci ha condotti, attraverso il pragmatismo americano di James, al “pensiero debole” di Popper.

Anche questa filosofia, come il materialismo marxista, nega la spiritualità dell’anima umana, il suo potere di conoscere la realtà sopra-sensibile e rende l’uomo simile all’animale, per cui la conseguenza logica in economia è che bisogna lavorare, produrre e arricchirsi; in breve l’uomo per il liberalismo è colui “cujus venter Deus est/il cui Dio è il ventre” (S. Paolo). L’unica grande differenza che si scorge tra liberal/liberismo e materialismo storico-dialettico social/comunista è che essi sono due tipi di materialismo: uno più grossier e l’altro più radical-chic; ma entrambe le filosofie sono false e conseguentemente lo sono anche le loro conclusioni economiche: il più non viene dal meno. Inoltre, mentre il liberismo, fondandosi sull’egoismo individualista, è animato da una forte propensione all’ingiustizia sociale, il social/comunismo dice di voler la giustizia sociale ma, in realtà, produce la miseria più nera, basandosi sull’odio, l’invidia e la gelosia tra le classi sociali. I due sistemi hanno una diversità e opposizione relativa (individualismo e collettivismo); ma una sostanziale somiglianza nel primato dell’economia e del benessere materiale.

Oggi, le condizioni della classe operaia sono notevolmente migliori rispetto a quelle dell’Ottocento e la lotta di classe con la conseguente dittatura del proletariato hanno cessato di esistere. Perciò il liberismo si spartisce il mondo, mirando quasi alla “repubblica democratica/dittatoriale universale” ed edonistica della plutocrazia, in cui poche persone hanno il monopolio delle ricchezze e dello Stato, che è ridotto al minimo dal liberismo.

Questo conflitto, apparente e non sostanziale, danneggia soprattutto l’uomo comune e i piccoli risparmiatori, rendendo la vita umana una sorta di impiego permanente in una grande banca, ove l’uomo non ha più il tempo né i mezzi per vivere la sua vita, per realizzare quello che è: un animale razionale, fatto per conoscere il Vero e amare il Bene. Il mondo moderno, infatti, lo ha trasformato in un animale economico fatto per produrre, ammassare denaro (per sé o per lo Stato), per “pensare” a pagare le imposte o a evadere il fisco, a pagare le numerose bollette che tolgono il respiro all’uomo e ne fanno una macchina calcolatrice (una sorta di “epilettico-agitato” della Borsa di Milano schiavo dei bankster di Wall Street o della City) o una gallina da pollaio-fabbrica, che, a forza di ormoni e luce artificiale, produce uova d’oro. Questo primato dell’economia sulla metafisica è all’ origine dell’imbarbarimento in cui siamo piombati in questi tristissimi anni, i quali hanno abbrutito l’ uomo e lo hanno reso incapace di risolvere i problemi fondamentali, che hanno sempre agitato il pensiero umano: l’aldilà, l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’ anima. Domenico Giuliotti diceva: “Il liberismo ci fa vivere da maiali per farci morire da disperati”. Il passo dal liberalismo al nichilismo è dunque breve.

 Il Nichilismo antico

Il nulla è non-essere, ciò che non esiste, la totale assenza di ogni realtà. S. Tommaso spiega: “idem est nihil quod nullum ens/il nulla e la mancanza totale di essere sono la stessa cosa” (S. Th., I, q. 45, a. 1).

Attorno al concetto di nulla si sono chinati vari filosofi. Nell’antichità il primo è Parmenide, che lo concepisce senza la intermediazione della potenza e quindi come la negazione totale dell’essere in atto, che è l’unico esistente, sfociando così nel monismo panteistico.

Aristotele introduce il concetto di potenza, che è il passaggio dal nulla all’atto, il fieri ossia il divenire. La potenza non è ancora quanto all’essere in atto, ma è qualcosa (capacità di essere) quanto al puro nulla.

S. Tommaso ci avverte, riprendendo il concetto di potenza, di non lasciarci sedurre dalla volontà di potenza di “entificare o reificare” il nulla facendo di esso un polo negativo, quasi esistesse come ente o “essere al contrario”, una sorta di “ente negativo”, mentre è il contrario o la negazione dell’essere.

Sarebbe la perpetuazione della menzogna di Ulisse che ha ingannato Polifemo e i Ciclopi nell’Odissea di Omero. “Chi ti ha accecato?” domandano i Ciclopi a Polifemo accecato da Ulisse, il quale gli aveva prima detto di chiamarsi “Nessuno”. Naturalmente Polifemo risponde loro: “nessuno mi ha accecato”. Quindi i Ciclopi concludono che Polifemo sta scherzando e non lo soccorrono. Se esiste solo il nulla e nessuno, allora è inutile fare alcunché perché non avrebbe alcun senso: “ex nihilo nihil fit”.

 Il Nichilismo contemporaneo

Il Nichilismo novecentesco cerca di dare realtà negativa al nulla, come il Manicheismo la vuol dare al male, facendo di esso un assoluto, mentre è solo privazione di bene, come il nulla è privazione totale di essere. Il Manicheismo è un antesignano del Nichilismo morale.

L’odio del nulla, e quindi la sua tentata entificazione e deificazione, proviene secondo l’Angelico dal fatto che la ragione dell’imperfezione del creato viene dalla sua origine: il nulla, dal quale Dio ha creato l’essere “in quantum creatura est ex nihilo” (De Potentia, q. 3, a. 1, ad 14). Ora l’orgoglio non può tollerare la deficienza del creato (v. lo Gnosticismo antico) e quindi non vuol ammettere la totale vacuità del nulla e cerca di dargli una certa entità, negativa, ma pur sempre “reale”.

La modernità ha ripreso il disprezzo per il limite umano degli gnostici del II secolo e ne ha concluso: 1°) l’idea di Dio, che coincide panteisticamente con l’uomo (dacché Dio non esiste), nasce dalla non accettazione da parte dell’uomo dei propri limiti. Quindi per essere pienamente se stessi gli uomini debbono farsi Dio (Feuerbach); 2°) l’idea di Dio è un prodotto del capitalismo per intontire il proletariato e poterlo continuare a sfruttare. Dunque per liberarsi dall’oppressione capitalistica occorre distruggere l’idea di Dio (Marx); 3°) l’insicurezza psicologica umana ha bisogno dell’idea di Dio, come di una sorta di orsacchiotto di peluche per rassicurarsi e sormontare la propria angoscia e i propri complessi. Perciò per guarire da essa bisogna annichilare la coscienza di Dio (Freud).

Come si vede la natura del Nichilismo filosofico è l’odio contro l’essere per partecipazione (la creatura), ma soprattutto contro l’Essere per essenza (Dio) ed è il tentativo di eliminare il concetto di creazione dal nulla dando al nulla una certa realtà anti-reale.

Oltre l’odio contro Dio, la realtà e l’essere creato (Nichilismo metafisico), il Nichilismo odia e vorrebbe distruggere 1°) la ragione umana, rimpiazzandola col sentimento e l’istinto animalesco (Nichilismo logico) e 2°) la morale oggettiva sostituita con l’amoralismo o la trasgressività (Nichilismo morale).

Quali sono i frutti del Nichilismo: il niente e il nulla. Infatti “ex nihilo nihil fit”. Se si toglie all’uomo la ragione, che è proprio ciò che lo rende uomo e diverso dall’animale, se gli si toglie la libera volontà e la morale oggettiva o la ricerca di un fine o scopo che coincide col Bene, se si cerca di distruggere la realtà (l’essere, la ragione e la libera volontà, lo scopo della vita e le regole che ce lo fanno raggiungere), si sprofonda l’uomo nel’apatia e nella disperazione, che sono i frutti della mancanza di un ideale e di uno scopo.

Ma come Aristotele aveva obiettato ai sofisti, i quali asserivano: “la verità non esiste, nulla è conoscibile con certezza”, che se son certo della non esistenza della verità e della non conoscibilità della realtà, almeno questi due principi per il sofista sono veri, certi e oggettivi; così si può obiettare al Nichilismo: se nulla esiste, non ha valore e non è vero nulla, almeno questo è certo, è vero ed ha valore ed esiste.

Il maestro del Nichilismo moderno è Nietzsche. Ora egli ha chiaramente enunziato i principi del Nichilismo, che possono essere riassunti in una sorta di anti-Decalogo: 1°) in tutto ciò che accade non c’è alcun senso; 2°) col divenire non si giunge a nulla; 3°) quindi non c’è nessun valore e nessuna risposta al perché delle cose e dei fatti; 4°) Dio stesso (o meglio la sua idea) è morto e lo ha assassinato il mondo moderno, avendolo rimpiazzato con il cogito (Cartesio), con il sentimento (Kant) e con l’Io assoluto (Hegel); 5°) l’esistenza di Dio non è un ente reale, ma è il bisogno o la necessità che ha la coscienza dell’uomo di auto-ingannarsi per potere vivere anche se non vi è nessuno scopo di farlo e sopportare l’insensatezza dell’esistenza; 6°) la menzogna (Dio, l’essere, la ragione, il bene, il fine) è necessaria per continuare a vivere, una sorta di fuga di fronte al non-senso del mondo; 7°) le azioni umane in sé non hanno alcun valore, siamo noi che lo diamo loro a seconda dei nostri gusti; 8°) dunque non esiste una legge morale oggettiva e reale, ma solo soggettiva o della situazione; 9°) perciò non esistono azioni malvagie in sé (aborto, suicidio, eutanasia, pedofilia); 10°) la cosa migliore sarebbe non essere mai nato, essere nulla, (che è lo stesso desiderio dei dannati nell’inferno e quando si sprofonda nel Nichilismo la vita diventa una specie di inferno).

Come i Dieci Comandamenti possono essere riassunti dall’amore soprannaturale di Dio e del prossimo propter Deum; così l’anti-Decalogo nicciano può essere riassunto in due anti-comandamenti principali: 1°) se Dio non esiste tutto è permesso; 2°) tranne il vero e il bene. È la follia del mondo attuale, in cui tutto è lecito tranne ricercare la verità, conformarvisi ed agire in maniera moralmente conseguente, ossia bene.

Come uscire da questo stato di cose? Ritornando alla realtà oggettiva, dalla quale la ragione umana ascende con un sillogismo sino all’esistenza di Dio, ad una Società più umana, perché fondata sui princìpi della filosofia perenne o del buon senso che ridà il primato alla scienza speculativa (conoscere per sapere) o metafisica, subordina ad essa la filosofia pratica (conoscere per fare o per agire) ed infine rimette la tecnica (conoscenza sperimentale o empirica) al suo giusto posto, che è il più basso, mentre oggi occupa abusivamente quello più alto, rendendo l’uomo una macchina di produzione, che corre affannato e disperato verso un termine che neanche lui sa bene quale sia, verso un arricchimento materiale sempre maggiore, che lascia insoddisfatto il cuore umano, poiché è pur sempre un bene finito e creato (anzi “stampato” o “coniato”) mentre “il nostro animo è infelice sino a che non riposa nel Signore” (S. Agostino), che solo, essendo il Summum Bonum, può lenire le ansie e i problemi dell’uomo, il quale è aperto all’infinito e non è limitato al problema economico, visto da “destra” o da “sinistra”.

 Augusto Del Noce critico del liberismo

Augusto Del Noce aveva ben intuito che dopo il crollo del comunismo sovietico il grande pericolo per l’umanità sarebbe stato quello della società liberal/tecnocratica, consumistica, libertina e libertaria. Egli parlava di “un totalitarismo di nuova natura, assai più aggiornato e più capace di dominio assoluto di quel che i modelli passati, Stalin e Hitler inclusi, non fossero. (…) È il super-partito tecnocratico”.

La causa dell’irreligiosià del mondo attuale è da ricercarsi, per Del Noce, proprio nel pan-tecnicismo, “nell’agnosticismo di matrice empirista”. Liberisticamente la religione trascendente non paga, non è utile, quindi non interessa. Questo è l’effetto del liberalismo-libertario e del libertinismo di massa. Del Noce ha messo a fuoco la enorme pericolosità del liberalismo, figlio del libertinismo settecentesco, ancora più radicalmente a-religioso dell’ateismo marxista, poiché eminentemente agnostico e divenuto nel XX secolo un fenomeno di massa (come il comunismo), mentre nel XVIII era solo un fenomeno elitario. L’ideologia del mondo liberale nega la Trascendenza e sfocia nella secolarizzazione e nel nichilismo della società opulenta, ove l’unica etica valida è quella della produzione e del consumo, che conduce al relativismo-integrale.

Popper è il principale esponente filosofico del neoliberismo finanziario di Mises, Hayek e Friedman.

L’empirismo sensista, come il materialismo marxista, nega la spiritualità dell’anima umana, il suo potere di conoscere la realtà sopra-sensibile e rende l’uomo simile all’animale, per cui la conseguenza logica, in economia, è che bisogna lavorare, produrre e arricchirsi. L’unica grande differenza tra liberal/liberismo e materialismo storico-dialettico social/comunista è, come già detto, che sono due tipi diversi di materialismo, ma entrambe le filosofie sono false e conseguentemente lo sono anche le loro conclusioni.

 d. Curzio Nitoglia

 7 giugno 2014

http://doncurzionitoglia.net/2014/06/07/dal-liberismo-al-nichilismo/

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