MARTIN WALSER

martin-walser

Martin Walser, uno dei più grandi scrittori e narratori tedeschi attuali, ha tenuto una conferenza l’11 ottobre del 1998 a Francoforte, la quale ha suscitato molte reazioni. Infatti Walser, nella sua prolusione, ha cercato di far capire che in Germania, dopo la catastrofe del secondo conflitto mondiale, occorre oramai pensare il passato in maniera più distaccata, storica e non ideologica.

La lettura ideologico/politica della storia tedesca durante la seconda guerra mondiale, secondo Walser, si basa sulla cultura del sospetto e della responsabilità collettiva di tutti i tedeschi, cultura che ha fatto nascere in essi un profondo senso di colpa perenne e incancellabile.

Walser ha invitato la presente generazione germanica a scrollarsi di dosso il peso di un passato che non passa mai e le colpe dei padri, i quali non sono stati gli unici autori della guerra con tutte le sue brutture.

In italiano la conferenza di Martin Walser è stata tradotta dal professor Francesco Coppellotti per le edizioni di Ar (Padova/Salerno, 1999) ed è accompagnata da un intervento di Frank Schirrmacher e del Coppellotti stesso sotto il titolo La banalità del bene.

Walser inizia la sua prolusione osservando che non si deve tollerare l’intollerabile (p. 13). Ora è intollerabile presentare il popolo germanico come l’unico responsabile dei crimini che sono stati commessi durante la seconda guerra mondiale, i quali sono presentati come una colpa incancellabile e imperdonabile che deve accompagnare i tedeschi sino alla fine.
Nel mondo culturale politicamente corretto di oggi si parla di ogni tedesco come di un soggetto, che, apparentemente, sembra una persona, ma che in realtà “sogna solo sterminio e camere a gas, […] privo di qualsiasi coscienza morale” (p. 17).

Quindi Walser si chiede “perché a me le cose non appaiono così?” (p. 17). Dunque confessa candidamente che non riesce ad essere d’accordo con questo modo di presentare la storia (p. 19). Inoltre osserva che coloro i quali presentano le vicende storiche in maniera così manichea e non conforme alla realtà vogliono far del male alla generazione attuale dei tedeschi, anzi “di tutti i tedeschi […], poiché trovano che lo hanno meritato. […] Solo dei tedeschi si posson dire cose di questo genere” (p. 19).

Walser riguardo al suo popolo constata che “non vi è giorno che non ci è posto innanzi il nostro peso storico. […]. I media hanno trasformato l’accusa in routine […] quando i media ogni giorno ripropongono questo passato, io noto che in me qualcosa si ribella” (p. 21), quasi si voglia strumentalizzare la vergogna, che si prova davanti a questo perenne stato di accusa per scopi che riguardano il presente.

Tuttavia avverte che tutto ciò comporta il rischio di riattuare realmente ciò che viene reso perenne in maniera immaginaria dai media, analogamente a come successe dopo la prima guerra mondiale con la pace di Versailles.

La shoah non deve diventare un’ossessione, una minaccia costantemente ripetuta, un mezzo sempre pronto d’intimidazione e una clava morale con la quale colpire la coscienza di tutti i tedeschi per proporre ed imporre la massima inderogabile secondo cui la storia tedesca debba sempre concludersi con una catastrofe (p. 23).

Se si osa dire che i tedeschi sono un popolo normale, si viene sospettati, la vergogna della sola Germania deve essere eretta a monumento perenne.

L’Autore critica la pubblicità e l’ostentazione dell’esame di coscienza. Infatti “ognuno è solo con la sua coscienza e gli atti pubblici di coscienza corrono il rischio di diventare simbolici e nulla è più estraneo alla coscienza di ciò che ha valore meramente simbolico” (p. 25). In realtà quel “che diventa di dominio pubblico si riduce a pura apparenza” (p. 27). Per cui si rischia di diventare “un combattente della coscienza spinto dalla vanità” (ivi).
Dall’altra parte della staccionata vi sono “i soldati dell’opinione pubblica, che con la pistola della morale puntata costringono lo scrittore a servire l’opinione pubblica” (p. 29) dicendo ciò che deve essere ripetuto anche se non è vero, ma è politicamente corretto.

Franz Schirrmacher commenta la prolusione di Walser e innanzitutto fa notare che Walser nel 1945 aveva 18 anni ed apparteneva ad una generazione “di giovani che avevano vissuto improvvisamente il crollo dell’autorità, del mondo paterno, della tradizione. […].

Svegliandosi nel 1945, quella generazione dovette constatare che il suo Paese e i suoi padri e le sue famiglie si erano trasformati agli occhi del mondo in qualcosa di ripugnante […], che si trasformava in un mostruoso insetto” (p. 39).

Da qui, secondo Franz Schirrmacher, è nato l’impegno di Walser per lo studio storico oggettivo del passato della Germania e per la sua riunificazione. Infatti la sua divisione era presentata e vissuta come “consacrata per l’eternità, essendo il frutto di una colpa” (p. 41). Dunque Walser cercò di capire perché mai fosse così e quale autore avesse deciso sulla storia tedesca.

Naturalmente gli intellettuali organici dissero subito che Martin Walser metteva in pericolo la pace (ivi).

La terza ed ultima parte del libro in questione è stata stilata dal professor Francesco Coppellotti il quale nota che Walser “rifiuta la inumanità della colpa inespiabile” (p. 49).
Coppellotti ci spiega il significato del titolo del libro La banalità del bene. Infatti come quando Hanna Harendt parlò di banalità del male, durante il processo contro Eichmann, per significare (contro Kant) che il male non è mai totale e assoluto, ma sempre una privazione di bene e quindi specialmente il male commesso dall’uomo non è radicale, ma “banale”; così al contrario anche il bene che si può fare umanamente, il bene dei vincitori, degli storici moralisti e politicamente corretti è “banale”. Ogni manicheismo cozza contro la realtà della finitudine umana nel bene e nel male.

Naturalmente la tesi di Walser non è piaciuta al dr. Ignatz Bubis (il capo della Comunità Ebraica Tedesca), che ha accusato Walser di “latente antisemitismo” di voler rimuovere la shoah (p. 51).

Ma Walser pensa che la ritualizzazione della shoah sia la vera rimozione e banalizzazione di essa. Sono proprio coloro che vogliono erigere un monumento perenne alla shoah a cadere nell’errore della banalità del bene.

Walser ha proposto semplicemente, spiega Coppellotti, di non strumentalizzare la shoah, di non delegare la sua memoria ad una verità confezionata dallo Stato e dalle leggi penali, di non far pesare sulle future generazioni tedesche l’ossessione di una colpa collettiva e indelebile.

Una lettura stimolante.

~

d. Curzio Nitoglia

25/04/2014

http://doncurzionitoglia.net/2014/04/25/martin-walser/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2014/04/25/martin-walser/

.

.

Advertisements
Galleria | Questa voce è stata pubblicata in Articoli don Curzio, Martin Walser, Shoah e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a MARTIN WALSER

  1. Pingback: MARTIN WALSER | don Curzio Nitoglia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...