LA FILOSOFIA EBRAICA CONTEMPORANEA ~ Il nichilismo teologico, la cabala di massa, il relazionismo, lo strutturalismo, il sionismo e la religione olocaustica

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LA FILOSOFIA EBRAICA CONTEMPORANEA

Il nichilismo teologico, la cabala di massa, il relazionismo, lo strutturalismo, il sionismo e la religione olocaustica

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Nell’articolo precedente sulla filosofia medievale araba, ebraica e scolastica abbiamo visto come sostanzialmente sia i filosofi arabi/musulmani (da al-Kindì ad Averroè) sia quelli ebrei  (Avicebron e Maimonide) sia gli scolastici cristiani (S. Tommaso d’Aquino e parzialmente Duns Scoto) hanno ripreso e commentato ed approfondito la filosofia di Aristotele (il realismo della conoscenza, la distinzione tra materia/forma, potenza/atto, essenza/essere, l’analogia dell’essere, la dimostrazione dell’esistenza di una Causa prima incausata, ossia Dio) pur con alcune lacune da parte degli arabi, degli ebrei e di Scoto (pluralità delle forme sostanziali in una sola sostanza, unicità dell’Intelletto agente e mortalità delle singole anime umane, univocità dell’essere).

La metafisica araba, ebraica ed europea medievale (che è il senso comune o la sana ragione elevata a scienza filosofica) è essenzialmente contrapposta alla filosofia moderna, la quale è la negazione del realismo (“adaequatio rei et intellectus”) e del senso comune ed è cartesianamente (Descartes †1605) soggettivista, relativista, immanentista ed arriva con Kant (†1804) sino ad Hegel (†1831) all’Idealismo, in cui il pensiero umano è creatore della realtà. Tra queste due scuole (Cartesianismo/Idealismo) nasce e si svolge nel XVIII secolo il pensiero filosofico dell’Illuminismo inglese (Locke †1704, Berkeley †1753, Hume †1776), che è empirista, fenomenista, sensista e soprattutto è caratterizzato da un Agnosticismo generale.

Come si vede, la metafisica medievale (araba, ebraica e cristiana) concorda sostanzialmente riguardo ai principi basilari della ragione umana o del senso comune, pur con delle differenze “accidentali”; mentre la filosofia moderna (Cartesianesimo, Empirismo, Idealismo) nega il senso comune o il buon senso del sano ragionare umano ed è diametralmente contrapposta alla metafisica medievale.

Solo l’Aquinate ha corretto totalmente le deficienze dei metafisici medievali, alcune delle quali si trovavano in nuce già nello Stagirita, ed ha prodotto una metafisica originale fondata 1°) sul concetto forte di essere come atto ultimo e perfetto di ogni essenza e 2°) sul concetto di partecipazione in quanto gli enti creati hanno o partecipano da Dio l’essere in maniera finita, mentre solo il Signore è l’Essere stesso sussistente per sua Essenza in maniera infinita.

Tra questi filosofi arabi ed ebrei medievali solo Mosè Maimonide, pur ricalcando la speculazione aristotelica su moltissimi principi, ha deviato gravemente sul problema della conoscibilità da parte dell’uomo degli Attributi o Nomi di Dio, deviazione che apre o meglio spalanca le porte alle conclusioni deleterie dell’Agnosticismo moderno.

Infatti, secondo gli altri filosofi medievali e soprattutto secondo la sana metafisica tomistica la ragione umana può provare con certezza l’esistenza di Dio mediante un ragionamento che risale dagli effetti o creature alla Causa prima incausata, che è Dio. Inoltre se l’uomo non ha la capacità di conoscere razionalmente l’Essenza di Dio, può tuttavia giungere a discernere qualche suo Attributo o Nome (Essere, Bene, Vero, Intelletto, Sapiente, Bello…) mediante l’analogia dell’ente.

Invece secondo Maimonide l’uomo non può dir nulla di Dio, che è assolutamente inconoscibile e ineffabile. Da questo errore è nata la corrente apofatica o il nichilismo  teologico, che distrugge la teologia naturale e soprannaturale, la quale è “discorso su Dio” (S. Th., I, q. 1, aa. 1-10) o teologia catafatica o via positiva, secondo cui si può parlare positivamente su Dio e la sua Natura, anche se essa – totalmente presa – è infinitamente superiore alle capacità dell’intelletto umano, il quale potrà vedere faccia a faccia l’Essenza di Dio solo nell’aldilà mediante il Lumen gloriae che Dio gli concede nella Visio beatifica. La dottrina dell’analogia è essenziale per poter parlare di Dio in maniera appropriata, evitando l’univocità (panteismo) e l’equivocità (il nichilismo teologico, il nominalismo di Occam † 1349 e l’agnosticismo empirista).

Ora la modernità ha ripreso solo l’errore apofatico  maimonideo della metafisica medievale, negando tutti gli altri principi sani e veri. Quindi non si può non notare la diametrale contrarietà e inconciliabilità tra metafisica o filosofia perenne e “contro-metafisica” moderna.

Per quanto riguarda il tema specifico del presente articolo occorre dire che i filosofi ebrei contemporanei (Buber, Lévinas, Jonas e Heschel) hanno tutti 1°) ripreso l’apofatismo maimonideo ed inoltre 2°) negato la metafisica medievale ebraica di stampo aristotelico per aderire al relazionismo o strutturalismo, il quale estremizza persino l’Idealismo classico hegeliano e pretende che esistano solo le relazione (accidenti, che non hanno sussistenza in sé, ma solo nella sostanza) e non le sostanze (enti a cui gli accidenti ineriscono). È il capovolgimento della realtà e della retta ragione umana. In breve è la follia (insanità mentale e scissione dalla realtà) eretta a scienza, la quale ha generato il mondo contemporaneo, gravemente ammalato mentalmente, che corre oramai (2001-2014) verso l’auto-distruzione.

Lo Strutturalismo francese è la dottrina contro-filosofica secondo la quale si debbono (non solo si possono, ma è assolutamente necessario) studiare le relazioni (o “strutture”, ossia il rapporto di una cosa con l’altra) tra i vari termini, senza conoscere i termini stessi. Il fondatore dello strutturalismo Claude Lévy-Strauss scrive: «lo strutturalismo preleva i fatti sociali nell’esperienza e li trasporta in laboratorio. Là li rappresenta sotto forma di modelli, prendendo in considerazione non i termini, ma le relazioni tra i termini». Ma come si può parlare del rapporto di una cosa con l’altra senza conoscere le cose che stanno in rapporto reciproco? È come se si volesse parlare della relazione di paternità o figliolanza, che intercorre tra padre e figlio e viceversa, senza conoscere e prendere in considerazione il padre e il figlio.

S. Tommaso D’Aquino (S. Th., I, q. 13, a. 7) spiega che i termini della relazione o “rapporto di una cosa coll’altra” sono quattro: 1°) il soggetto cioè l’ente al quale la relazione si riferisce (p. es. paternità-padre); 2°) il termine con il quale il soggetto è posto in relazione (figlio); 3°) il fondamento del rapporto tra soggetto e termine (generazione attiva); 4°) il rapporto o vincolo che lega soggetto a termine (parentela o paternità). La relazione (paternità) ha un essere accidentale proprio che è l’inerire o “esse in” alla sostanza (padre). Ora l’accidente non è un ente, ma è dell’ente: il suo essere è di inerire ad una sostanza; esso è precario e insussistente in sé, ossia incapace di esistere in sé e per sé e quindi deve sopraggiungere o accedere (accidens, accedit, dal latino ad cedere) ad una sostanza, la quale esiste in sé e per sé e fa da sostrato all’accidente (sub stantia, substat, da sub-stare). Se manca il sostrato, l’accidente viene meno. Per esempio, l’essere medico accede e perfeziona la sostanza uomo. Se non c’è l’uomo, non ci sarà neppure il medico, il musicista…(S. Th., II-II, q. 23, a. 3). Quindi se non c’è un padre, non esiste un figlio e non sussiste la relazione di paternità; se non c’è un figlio, non esiste un padre e non sussiste la relazione o “struttura” di figliolanza. Quindi è impossibile studiare la paternità o la struttura se non c’è il padre, ossia la sostanza.

Lo Strutturalismo a partire dall’esperienza arriva alla elaborazione di laboratorio, che separa la relazione dai termini relativi, ossia l’accidente dalla sostanza. Ora la definizione di accidente è “ciò che inerisce su una sostanza”. Quindi l’accidente senza sostanza è un puro ente logico o di ragione senza fondamento nella realtà. Donde la prima caratteristica dello strutturalismo è una metodologia nichilistica che studia “strutture” fondate sul nulla. Esso cerca di costruire o meglio “creare ex nihilo” – come fa la mente del pazzo allucinato – schemi di relazioni o strutture, facendo astrazione dai termini reali che fondano la relazione, soprattutto in campo antropologico e sociologico con Lévy-Strauss, (che rilancia il marxismo classico secondo cui l’economia è la struttura su cui si basano le sovrastrutture) e in campo psicologico con Jacques Lacan (elaborando schemi di relazioni oscure dell’inconscio, affiancandosi al freudismo e sorpassandolo nell’elogio del folle).

Il metodo dello strutturalismo si fonda sulla teoria della conoscenza secondo cui la ragione umana può conoscere solo le relazioni (o “strutture”) e non le sostanze o essenze delle cose, che, se esistono, sono inconoscibili, come per rabbi ben Maimon sarebbe inconoscibile la Natura di Dio. Niente di nuovo! È solo la estensione dello scetticismo classico di Pirrone († 275 a. C.) e del soggettivismo moderno, specialmente kantiano, secondo cui non conosco la cosa in sé (noumeno), ma come mi appare (fenomeno), al campo della sociologia materialista (Marx) e della psicanalisi del subconscio o dell’inconscio (Freud). Lo strutturalismo oltrepassa, tuttavia, la modernità kantiano-hegeliana e si colloca in piena post-modernità nichilistica in quanto nega non solo la possibilità di conoscere la realtà oggettiva (Kant) o la sua esistenza (Hegel), i fenomeni (sensismo o empirismo inglese), i fatti o esperienze individuali (positivismo), ma anche l’esistenza di un Soggetto, un Io o Spirito assoluto, poiché non conosciamo termini o soggetti, ma solo le loro relazioni, il che è assurdo perché senza soggetto o termine non c’è relazione. Perciò lo strutturalismo come metodo e come gnoseologia è essenzialmente nichilistico e postmoderno.

La “contro-filosofia” strutturalista è stata ben definita dal suo fondatore Claude Lévy-Strauss come pensiero selvaggio. Infatti – secondo lui – la logica, la ragione stessa dell’uomo è una mistificazione, un’invenzione fondata sulla filosofia realistica e la metafisica dell’essere, secondo le quali esiste una realtà oggettiva, un soggetto conoscente e dei termini, mentre per lo strutturalismo esistono solo le strutture o le relazioni, che si manifestano linguisticamente (de Saussure) negli scritti e nelle azioni umane, psicanaliticamente (Freud) nel subconscio umano o sociologicamente (Marx) nelle relazioni dei popoli selvaggi, che non sono stati deviati dal pensiero logico e dalla metafisica classica (il marxismo dalla lotta di classe del proletariato è portato dallo Strutturalismo sessantottino all’irrazionale e al delirio, che distruggono la cultura europea meglio di quanto abbia fatto la lotta e l’odio di classe proletaria). Il compito dello strutturalismo è quello di cancellare anche in Europa il ricordo della logica e della metafisica, per rendere il “vecchio Continente”, e possibilmente anche  l’ambiente ecclesiale, simile ai selvaggi aborigeni delle tribù primitive. Quindi Lévy-Strauss propone una contro-evangelizzazione, che renda selvaggia anche l’Europa, la quale prima evangelizzava e civilizzava i selvaggi, mentre adesso sta per essere tribalizzata e imbarbarita dall’invasione di massa dei nuovi selvaggi, che vengono d’oltre Oceano a inselvatichire la vecchia Europa, così come l’Ultra-modernismo vorrebbe imbarbarire anche la Chiesa si fieri potest. La musica che oggi è divenuta rumore è un’applicazione dello strutturalismo al campo della melodia e all’armonia, le quali sono state volontariamente cancellate per cedere il posto alla dissonanza e al chiasso frenetico.

La conclusione teoretica cui giunge lo strutturalismo è il nichilismo metafisico, la cui conseguenza pratica è il nichilismo morale. Infatti, se per la filosofia moderna più spinta ossia l’hegelismo esiste uno Spirito o Io assoluto, lo strutturalismo decreta la morte di ogni realtà non solo oggettiva, ma anche del soggetto o Io assoluto. Non c’è oggetto né soggetto, materia o spirito, vi sono solo strutture o relazioni campate sul nulla. Ora ex nixilo nihil fit. Quindi la stessa struttura è impossibile. Se lo strutturalismo decreta teoreticamente la morte del reale oggettivo e soggettivo, dell’uomo, della conoscenza, praticamente ne segue la morte o il ribaltamento della morale rimpiazzata dalla psicanalisi dell’inconscio, che rende lecite tutte le azioni più immorali e perverse, in quanto strutture o relazioni del subconscio più oscuro, al quale deve essere lasciata ogni libertà.

Secondo Lacan e Focault non è corretto dire “Io penso”, ma occorre dire “si pensa” per mettere in rilievo la struttura o la relazione, senza soggetti o termini, che pensa (a vuoto). Infatti anche Lévy-Strauss dice che “l’uomo non ha alcun senso”. Quindi, praticamente o “eticamente”, conviene lasciarsi andare verso l’inconscio, l’incosciente, la follia, la droga, l’allucinazione. La materia di Marx, l’Io di Hegel sono rimpiazzati dal nulla dello strutturalismo, che tanto ruolo ha avuto nella Rivoluzione studentesca del 1968, assieme alla Scuola di Francoforte. Entrambe hanno dato il colpo di grazia alle ultime vestigia della civiltà greco-romana e cristiana (la filosofia, la teologia, la cultura, la letteratura, la poesia, l’architettura, la musica, l’arte e il diritto). Queste dottrine deliranti, selvagge, irrazionali e illogiche hanno portato alle riforme medico-psichiatriche secondo le quali i pazzi, essendo selvaggi illogici e non corrotti dalla metafisica classica, dovevano essere considerati normali (Lacan, Basaglia e Focault). Lacan ha teorizzato e Basaglia ha messo in pratica la dottrina secondo cui l’inconscio prevale sul conscio (neo-psicanalisi freudiano-strutturalista) e quindi ha tessuto l’elogio della pazzia, così come Paolo VI ha teorizzato, Giovanni Paolo II ha messo in pratica e Francesco I ha portato al parossismo la prassi annichilatrice della teologia dogmatica ed anche pastorale (si può fare un’analogia con Marx, Lenin e Stalin riguardo al Socialismo scientifico, teorizzato dal primo, applicato dal secondo e portato alle conclusioni più estreme ed aberranti dal terzo).  Questo è l’esito del pensiero filosofico moderno e post-moderno: il nulla, la follia, la droga, il tribalismo cavernicolo. Come oltre la modernità vi è il nichilismo e il precipitare nell’abisso del nulla ove tutto affonda, così dopo il neo-modernismo vi è l’ultra-modernismo che sprofonda nel mare del nulla. Ora dopo il nulla vi è solo il nulla. Quindi possiamo cominciare a sperar di riveder le stelle.

Questo modo di sragionare ha “vinto” la battaglia presente. Il mondo, la scuola, la famiglia, persino gli uomini di Chiesa (col Concilio Vaticano II e il “Vaticano III pratico-pratico” di Francesco I) hanno respirato a pieni polmoni questa nube tossica chiamata modernità, post-modernità e strutturalismo. Umanamente parlando la lotta è impari. Infatti l’individuo è stato corrotto sin nelle profondità dell’anima, passando attraverso i sensi (musica, droga, apatia). Quindi solo Dio potrà tirarci fuori dal “pozzo dell’abisso” (Apoc., IX, 1) in cui siamo stati precipitati e che già Gregorio XVI nell’Enciclica Mirari vos (1832) vedeva in procinto di spalancarsi quanto all’errore del  Liberalismo, dal cui “abisso” sarebbero usciti ogni sorta di errori, rivoluzioni e depravazioni.

In un certo qual senso la portata sovversiva e dissolutrice dello strutturalismo francese supera persino quella della Scuola di Francoforte. Infatti, se essi hanno in comune il connubio tra psicanalisi e marxismo, lo strutturalismo arriva sino al parossismo del “non-pensiero” o dell’inconscio superiore alla coscienza, all’elogio dell’illogico e perfino della pazzia in senso stretto del termine e quindi decreta la “morte dell’uomo e dell’anima”. L’uomo, infatti, è un’invenzione, non è una sostanza ma una relazione e “non ha nessun senso”. Se si parte dal principio strutturalista che non esistono termini o soggetti, ma solo relazioni campate in aria, queste conclusioni aberranti sono del tutto conseguenti e coerenti. “C’è molta logica in questa follia” direbbe l’Amleto di Shakespeare, e ex contrario “c’è molta follia in questa illogicità” possiamo dire noi e “c’è del marcio in Danimarca [nel mondo]” potremmo dire con il re danese. Il narcisismo dell’Io che si specchia nell’Io spiega l’illogicità, la follia, il marcio e le turpitudini pratiche teorizzate e ammesse dello strutturalismo. È un mondo indotto scientificamente all’impazzimento.

Il rimedio dopo la diagnosi è il ritorno al reale, alla logica, alla metafisica dell’essere, alla spiritualità cristiana, che ci insegna di essere padroni dei nostri istinti e ad indirizzarli a Dio (sublimazione), dopo averli sottomessi (mortificazione) all’intelletto e alla volontà. Non bisogna trascurare la musica, che tanto ruolo ha avuto nel dissolvimento dell’uomo contemporaneo e post-moderno. Infatti è difficile portare l’uomo direttamente alla droga se prima non si è distrutta la sua capacità razionale e la sua libera volontà mediante teorie astruse e vuote (relazioni senza soggetti). Ma, prima ancora di pervertire l’intelletto umano, occorre pervertire la sua sensibilità (“nihil in intellectu quod prius non fuerit in sensu”). Ora uno dei sensi più sviluppati è l’udito, che può essere educato o diseducato da musica armonica o disarmonica. Tramite la disarmonia lo strutturalismo ha portato il disordine, la frenesia e la follia nell’intelletto umano. Già Dante aveva detto: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza” (Inferno, XXVII, 119); “Uomini siate e non pecore matte, sì che il giudeo di voi tra voi non rida” (Paradiso, V, 80). Se si pensa che la maggior parte dei filosofi di Francoforte e dello strutturalismo francese sono israeliti e che hanno reso l’uomo contemporaneo simile al bruto, senza virtù né raziocinio, si capisce anche perché “il giudeo di noi tra noi rida”. Ma ride bene chi ride ultimo. Cerchiamo di diventare ciò che siamo: uomini creati ad immagine (intelletto e volontà) e somiglianza (grazia santificante) di Dio e non ciò che il nemico del genere umano vuole che siamo: “pecore matte”. Certamente non è lo strutturalismo, né la modernità che ci aiutano a raggiungere il nostro fine, ma – nell’ordine naturale – la metafisica dell’essere e – nell’ordine soprannaturale – la spiritualità cattolica.

Perciò la pretesa superiorità dei  “Paesi civilizzati” atlantici/occidentali/statunitensi sulla “civiltà” della Vecchia Europa (“civilizzazione” operata da parte dei “Paesi civilizzatori” europei: Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra), i quali  hanno civilizzato il “Nuovo mondo atlantico” solo parzialmente a partire dal XV-XVII secolo; nonché la pretesa superiorità della “civilizzazione” statunitense sulla metafisica e la cultura o civiltà del mondo arabo ed anche sulla sana parte della metafisica medievale ebraica (Avicebron e Maimonide, escluso l’apofatismo di quest’ultimo) è un’invenzione dell’illusionismo di massa prodotto dai mass media (cinema holliwoodiano, televisione e stampa di regime).

Martin Buber (1878-1965)

È nato a Vienna l’8 febbraio 1878, ha studiato presso una scuola chassidica, che rende la cabala ebraica da segreta ed esoterica  a pubblica ed essoterica o fenomeno di massa. Quindi alla base della filosofia di Buber si ritrova la cabala ebraica oramai divulgata, come la Scuola di Francoforte ha divulgato la psicanalisi cabalistica ed esoterica di Freud. Poi Buber è passato a Berlino a studiare filosofia con Dilthey nel 1896, uno dei padri della “nuova scienza ermeneutica”, la quale rende l’interpretazione dei testi soggettiva; nel medesimo periodo ha aderito al movimento sionista di Teodoro Herzl ed è diventato dirigente del sionismo tedesco. Il suo sistema di pensiero è conosciuto come “filosofia dialogica”, le sue opere più famose sono Io e tu, 1923; Vita dialogica, 1947; I racconti degli chassidim, 1949; Il principio dialogico, 1962. Ha insegnato religione ebraica all’Università di Francoforte dal 1923 sino al 1933, nel 1938 ha lasciato la Germania e si è recato in Palestina ove ha iniziato ad insegnare filosofia sociale presso l’Università di Gerusalemme ove è morto il 13 giugno del 1965.

La dottrina filosofica buberiana è il “relazionismo”, che considera l’uomo come oggetto dei suoi interessi e l’uomo non come individuo isolato, a differenza del liberalismo individualista, ma come una “relazione dialogica” ossia come un “Io-Tu” (Ich und Du, Lipsia, 1923, tr. it., Il principio dialogico, 1959; Dialogisches Leben, Zurigo, 1947). L’uomo è considerato strutturalmente o in relazione a un Tu (“Strutturalismo francese”). Ora questo relazione dialogica della persona umana col “Tu”, per Buber, è sorretta dalla “relazione assoluta del Tu divino”. Ma la relazione dice rapporto di una cosa ad un’altra e per definizione la “relazione” è “relativa” e non “assoluta” ossia non è “ciò che è preso a se, che ha un valore a se e non ab alio, cioè indipendentemente da ogni composizione o relazione”. Dopo questa coincidentia oppositorum spinoziana (relativo = assoluto) tipicamente cabalistica, Buber scrive che l’uomo è persona solo nella relazione dialogica. Quindi chi non dialoga non è persona umana, il che è un’assurdità, poiché la persona è un soggetto di natura razionale anche quando non agisce, per esempio quando dorme, o non ha ancora l’uso di ragione o lo ha perso per vecchiezza estrema. L’Io di Buber, che ha una dignità assoluta, è essenzialmente aperto e legato agli altri o in dialogo con essi (Io dialogico). La filosofia di Buber oppone alla metafisica dell’essenza e dell’essere aristotelica e tomistica, l’antropologia di Pascal e Kierkegaard, le quali hanno saputo offrire una valida risposta al problema dell’uomo in quanto Io dialogico, il vero uomo-persona è la “relazione tra uomo-e-uomo”. Nella terza parte della sua opera “Io e Tu” del 1923 Buber si immerge pienamente nella cabala chassidica e spiega che la vera antropologia non è lo studio dell’anima o del corpo, dello spirito o della materia, non il soggetto umano, ma la relazione Io-Tu. Lo “Strutturalismo francese” compirà un passo successivo liberando la relazione dei termini relativi e considerandola solo in sé come pura “struttura” campata in aria. Padre Battista Mondin commenta: «come si vede, Buber modifica radicalmente i concetti tradizionali di individualità e persona. Nella filosofia scolastica individuo e persona qualificavano entrambi lo stesso soggetto: il primo dal punto di vista della materia, il secondo dal punto di vista dello spirito. Invece per Buber l’individuo e la persona designano due atteggiamenti alternativi, e connotano, il primo, il rapporto impersonale, e il secondo, il rapporto personale». Per Buber, vero antesignano dello strutturalismo di Claude Lévy-Strauss, la persona non è qualcosa di fisso ma mutevole e relativo e, siccome la vera realtà per Buber è la relazione, dove non c’è relazione non c’è realtà. Invece per Aristotele e San Tommaso la persona è una sostanza completa e la relazione tra più persone (padre/figlio, maestro/allievi) è un accidente, che dice rapporto di un soggetto (padre/maestro) ad un termine (figlio/allievi). Se mancano il soggetto (padre) e il termine (figlio), che sono sostanze, viene a mancare la relazione (paternità/figliolanza), che è un accidente e presuppone una sostanza alla quale possa inerire. Ma per Buber è vero tutto il contrario: la sostanza non è per sé sussistente e l’accidente non inerisce ad una sostanza. Quindi è reale solo l’accidente relazione (“esse ad”) mentre la persona in sé non ha nessuna consistenza.

La seconda idea della filosofia buberiana è il nichilismo teologico, mutuata da rabbi Mosè Maimonide (La guida dei perplessi). Dio non si rivela come è, altrimenti sarebbe oggetto di conoscenza teologica, mentre il Signore non è oggetto di conoscenza o di Fede. Ma Dio si manifesta come presenza vivificante, non meglio definita e identificata, che assiste l’uomo.  Buber, inoltre, nega assolutamente che la ragione umana possa dimostrare l’esistenza di Dio, con il quale ci può essere solo “un incontro” in “un rapporto immediato e personale” (v. don Luigi Giussani, “Comunione e Liberazione” e la Rivista teologica “Communio” del 1972 fondata da Hans Urs von Balthasar, Henry de Lubac e Joseph Ratzinger). Infine egli traduce JHWH non come “Io sono Colui che è” (Ex., III, 14) ma come “Colui che diviene” o “Io sarò Colui che sarò”. Se Dio diviene o sarà, non è; quindi – implicitamente – si passa dall’apofatismo all’ateismo (cfr. Teilhard de Chardin). In ogni caso, anche se l’uomo non può dire nulla di Dio e su Dio, deve parlare con Lui e impegnarsi assieme a Lui nel mondo e nella creazione (Panteismo).

Per concludere in Buber si ritrovano 1°) l’abbandono della parte positiva della metafisica ebraica medievale (Avicebron e Maimonide) e 2°) l’adesione alle idee direttrici della modernità idealistica e della post-modernità nichilistica:  lo strutturalismo, l’ermeneutica soggettiva, il nichilismo teologico, l’ateismo o l’evoluzionismo creatore teilhardiano, l’esperienza religiosa modernista, la quale rende Dio e Gesù un incontro personale e non un oggetto di Fede o adesione intellettuale, mossa dalla grazia. Non a caso sia Karol Wojtyla che Joseph Ratzinger come pure Hans Urs von Balthasar hanno studiato Buber e i personalisti ebrei. La loro condiscendenza verso l’ebraismo post-biblico non è debolezza o cedimento, ma pura e ferma convinzione, che deriva da autori inquinati di cabalismo come Martin Buber.

Abraham Joschua Heschel (1907-1972)

È nato a Varsavia nel 1907 da una famiglia di capi chassidici. «La sua formazione culturale e spirituale è determinata dal Talmud e dalla Cabala». Ha studiato filosofia all’Università di Berlino e nel 1937 è stato scelto da Buber come successore alla guida dell’educazione ebraica della gioventù tedesca. Nel 1938 ha dovuto lasciare la Germania e si è rifugiato in Polonia ove ha insegnato all’Università di Varsavia sino al 1939 quando si è rifugiato a Londra e nel 1940 si è trasferito in Usa ove ha insegnato all’Università di Cincinnati e poi di New York filosofia ebraica e lingua rabbinica. È stato uno dei principali attori del dialogo ebraico-cristiano iniziato con il cardinal Augustin Bea e Giovanni XXIII, che ha portato alla Dichiarazione sulla “Libertà religiosa” (Dignitatis humanae) e sul “Rapporto con le religioni non-cristiane” (Nostra aetate). È morto a New York il 23 dicembre del 1972. Le sue opere sono state fatte conoscere al pubblico italiano da Cristina Campo e da Elemire Zolla tramite le Edizioni Rusconi di Milano.

La dottrina di Heschel è racchiusa nella filosofia del tempo o del Sabato: per lui la chiave di tutta la realtà non è la materia, lo spirito, la sostanza o l’essere, ma il tempo e particolarmente il Sabato (Il Sabato: suo significato per l’uomo moderno, 1951, tr. it., Milano, Rusconi, 1972). La sua è una apologia del Sabato che è identificato alla presenza di Dio nello spazio, anzi il Sabato è la divinità immanente in noi.

Quindi Heschel passa al personalismo mutuato da Buber e definisce la persona umana come “non definibile, coesistente con altre persone e santa in sé, l’uomo è l’unica entità cui si associ il concetto di santità per natura”. La dottrina della esigenza dell’ordine soprannaturale da parte della natura, propria dei modernisti e dei neomodernisti e condannata da S. Pio X (Pascendi, 1907) e da Pio XII (Humani generis, 1950), è ripresa da Heschel. L’uomo manifesta la trascendenza, ma egli stesso non è capace di provare razionalmente la sua esistenza (apofatismo o nichilismo teologico). Poi Heschel attacca frontalmente la metafisica dell’essere di San Tommaso e scrive che, mentre la metafisica aristotelico-tomistica parla di essere creaturale e per partecipazione all’Essere per essenza e increato, la Torà o, ancora meglio, la Cabala e il Talmud presentano l’uomo come essere vivente e lo rapportano al Dio vivente o alla vita intima di Dio, che è immanente all’uomo, tramite la vita.  Anche qui il tema della coincidenza tra antropocentrismo e teocentrismo, vero e proprio cavallo di battaglia del Concilio Vaticano II (GS, 24) e di Giovanni Paolo II (Redemptor hominis del 1979; Dives in misericordia del 1980 e Dominum et vivificantem  del 1986) la si ritrova in Heschel.

Hans Jonas (1903-1993)

È nato il 10 maggio 1903 in Germania. Ha studiato filosofia con Husserl, Heidegger e Bultmann. Si è specializzato sulla gnosi e lo gnosticismo. Nel 1933 si è trasferito in Inghilterra e poi in Palestina, ove ha insegnato all’Università ebraica di Gerusalemme. Ha combattuto nella “Brigata Ebraica” dell’esercito inglese durante la seconda guerra mondiale. Dal 1949 ha insegnato in varie università americane e canadesi. È morto a New York il 5 febbraio 1993.

Le sue opera più importanti sono: Gnosi e spirito tardo-antico (1934); La religione gnostica (1958); Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica (1984, tr. it., Genova, Il Melangolo, 1989). Il libro di Jonas che ha influito sul neomodernismo in maniera considerevole è quello del 1984 sul Silenzio di Dio, in cui, dopo Auschwitz e la shoah, Jonas si chiede coma mai Dio abbia permesso il “male assoluto” e abbia taciuto. La risposta è il dubbio sulla esistenza di Dio che tuttavia è mantenuta, ma Jonas nega la sua provvidenza ed onnipotenza e ritiene che l’impotenza di Dio è controbilanciata dalla libertà dell’uomo. Il pensiero gnostico e cabalistico hanno influito molto sul questa teoria del silenzio e dell’impotenza divina, cui farebbe da contraltare la libera azione dell’uomo. Inoltre tale libro ha influito molto sulla “Teologia della morte di Dio” di Johan Baptist Metz (Cristiani ed ebrei dopo Auschwitz, Brescia, Querinanana, 1981), che è stato uno dei “periti” conciliari e uno dei teologi più radicali del post-concilio assieme e Küng e Schillebeeckx. Anche secondo Metz la shoah ha messo in crisi la Fede nell’esistenza e provvidenza di Dio. Dopo Auschwitz non è più possibile credere in Dio Padre onnipotente.

Emmanuel Lévinas (1905-1995)

Emmanuel Lévinas è nato a Kaunas (Lituania) nel 1905 da una famiglia ebrea e ha vissuto la rivoluzione russa in Ucraina. Nel 1923 si è trasferito in Francia a Strasburgo, dove ha iniziato gli studi universitari, seguendo i corsi di Maurice Blondel. Nel 1928-1929 si è recato a Friburgo, dove ha assistito alle ultime lezioni di Husserl e ha conosciuto Heidegger da cui rimase affascinato. Dal 1930 fino alla guerra ha occupato diverse funzioni nell’École normale israélite di Auteuil, che forma gli insegnanti dell’Alliance Israélite Universelle. Prima della sua permanenza a Friburgo, in Francia, Lévinas aveva conosciuto Jean-Paul Sartre, di cui apprezzava il pensiero “audace e regolare”. La sua formazione filosofica inizia con Blondel che, secondo lui, incarnava “la luminosità dello spirito francese”, la clarté, l’ordine. Accanto all’incontro con Heidegger e Husserl, Lévinas ricorda l’altro grande evento della sua vita: il rapporto con Chouchani, un genio talmudico, che aveva il Talmud dentro, incarnato, vivente. Questo sapiente ebreo gli trasmette “il vigore intellettuale nella crudezza della potenza del Talmud”. La sua tradizione familiare ebraica viene alimentata, dopo questo incontro decisivo, da un giudaismo vivente. Mobilitato nel 1939, viene fatto prigioniero e sarà liberato solo nel 1945. Nell’ immediato dopoguerra riprende il suo posto all’École normale israélite, questa volta come direttore, e partecipa alle riunioni settimanali di Gabriel Marcel e al Collège philosophique di Jean Wahl, sotto la cui direzione prepara la tesi di Stato, pubblicata nel 1961 sotto il titolo di Totalité et infini e che gli apre le porte dell’insegnamento universitario. Nel 1957 ha iniziato l’attività di lettura e commento del Talmud ai Colloques des Intellectuels Juifs de Langue Française. Nel 1964 è chiamato all’Università di Poitiers, nel 1967 è passato a Paris-Nanterre e nel 1973 alla Sorbona. È morto nel 1995. Le due opere fondamentali di Lévinas sono Totalità ed infinito e Altrimenti che essere o al di là dell’essenza. Da ricordare anche Nomi propri. Il tema dell’ebraismo viene svolto nelle Quattro letture talmudiche (1969). Un’utile lettura preliminare può essere Dall’esistenza all’esistente, in cui viene posto il legame con il pensiero di Husserl e di Heidegger. Anche la filosofia di Lévinas, come quella di Jonas, nasce dallo “stupore del silenzio di Dio” di fronte alla shoah.

La sua ora di successo intellettuale pubblico è scoccata negli anni Settanta/Ottanta. Egli si è  sempre rifatto al suo maestro Husserl, anche se il suo filosofare se ne differenziava, riprendendo la fenomenologia del maestro, ma come strumento per demistificare ciò che è evidente (i principi per sé noti), tuttavia non in funzione di un sapere razionale e conoscitivo, ma di un ritorno all’originario prima del pensiero razionale (v. Il pensiero selvaggio di C. Lévy-Strauss). Egli fonda questo sentire o sperimentare originario/tribale pre-razionale sulla relazione con l’altro, a prescindere dai termini (principio e fine) della relazione, la quale è il fondamento dell’etica dell’esperienza, molto simile al sentimento o all’esperienza religiosa. La sua filosofia è chiamata “personalismo etico” non razionale, ma sentimentale o sperimentale. La persona umana ha un valore assoluto (che nella metafisica classica spetta solo a Dio) in quanto entra in relazione con l’altro da sé (“alterità radicale e assoluta”) e in dialogo con Lui. È il medesimo personalismo relazionale etico/sentimentale o sperimentale, che in Buber era chiamato dialogico. Esso è una forma di strutturalismo, fondato  sulla struttura o accidente relazione (per esempio paternità) e non sul fondamento (generazione/figliolanza) e la sostanza, ossia i termini reali (padre/figlio) di essa, che prelude allo scoppio della rivoluzione studentesca o culturale del maggio Sessantotto chiamato “Strutturalismo francese”.

La sua filosofia è anti-metafisica poiché rifiuta il concetti di essere e si fonda su quello di relazione, esperienza di incontro concreto con l’altro che porta all’Altro (Dio sperimentato sensibilmente e sentimentalisticamente).

Secondo Lévinas la persona o il soggetto umano non esiste già in sé prima della  relazione etico/sentimentalistica, ma la strutturalità o la relazione è il primo soggetto esistente. Quindi il soggetto o la persona non è per sé, ma per l’altro. Quest’alterità è contrassegnata da un a passività da  parte dell’uomo, ossia l’uomo è assegnato all’altro prima di ogni accettazione o rifiuto da parte sua. Lévinas nega il concetto di uomo razionale e libero per farne una relazione necessaria all’altro.

Il rapporto col prossimo è l’unico luogo d’incontro con l’Assoluto, o Dio, il quale non è creduto per la virtù teologale e soprannaturale di fede infusa, mediante un atto di intelligenza mossa dalla volontà e dalla grazia soprannaturale ad assentire ad una verità divinamente Rivelata e contenuta nella Tradizione o S. Scrittura, ma è sperimentato, sentito mediante l’incontro con l’altro, il prossimo: “Il movimento che conduce verso Dio passa attraverso il movimento che conduce verso gli altri. Tramite la mia relazione con gli altri, io sono in rapporto con Dio”. La filantropia rimpiazza, così, la grazia santificante.

Per quanto riguarda la nostra conoscenza dell’esistenza di Dio e dei suoi Attributi o Nomi, Lévinas ritiene che Dio è totalmente inconoscibile, indicibile, non oggettivabile. Dio è un volto coperto da un fitto velo, “resiste ad ogni presa o conoscenza razionale”. Questo Dio imperscrutabile e indicibile rappresenta il perno della filosofia levinasiana: “è attraverso il prossimo che si incontra Dio, il problema della salvezza dell’anima non sussiste per Lévinas, secondo cui neppure i Profeti dell’Antico Testamento pensavano all’immortalità dell’anima” .

Il nichilismo o apofatismo teologico è entrato prepotentemente in ambiente cattolico con il modernismo e il neomodernismo. Attualmente alcuni autori in materia filosofico/teologica si servono di Dionigi il mistico per rilanciare la vecchia teoria di Maimonide (cfr. G. Barzaghi, Commento a Dionigi, I Nomi divini, Bologna, ESD, 2010) e in materia spirituale/mistica di un Anonimo del XIV secolo (La nube della non-conoscenza in cui l’anima si unisce a Dio, Milano, Ancora, VI ed., 1997).

Conclusione

Abbiamo visto nella “Introduzione” che gli errori teoretici principali della filosofia ebraica contemporanea di Buber, Lévinas, Jonas e Heschel sono: 1°) il nichilismo teologico maimonideo, che porta all’agnosticismo filosofico; 2°) la cabala o lo gnosticismo esoterico giudaico; 3°) il relazionismo o la nuova ermeneutica, che nasce con Schleiermacher ed arriva sino a de Saussure per dar vita a 4°) lo strutturalismo di Lévy-Strauss.

Questi errori filosofici teoretici fanno della filosofia ebraica contemporanea un’anti-metafisica, che nega diametralmente la metafisica medievale ebraica (Avicebron e Maimonide) per giungere al soggettivismo relativista, come la Sinagoga talmudica è la contro-chiesa o “sinagoga di satana” (Apoc., II, 9), che combatte la Chiesa di Cristo.

Nella presente Conclusione cerchiamo di vedere i due errori pratici che riguardano la filosofia politica o morale sociale, (i quali accomunano i quattro pensatori dell’ebraismo attuale) essi sono: 1°) il mito del sionismo e 2°) il culto idolatrico della shoah. Questi due errori pratici discendono dai quattro errori dottrinali filosofici e teologici poiché Israele è un popolo teologico nel bene (nel’Antica Alleanza) e nel male (dopo il deicidio) e le sue azioni, anche puramente politiche, hanno una valenza teologica e spirituale.

1°) La shoah, come ha scritto recentemente Marcello Veneziani, «ha sfrattato il Crocifisso. Auschwitz prende il posto del Gòlgota e il 27 gennaio sostituisce il Venerdì Santo. Cristo ieri messo in Croce, oggi messo tra parentesi. Con Lui si relativizza la Fede, la civiltà cristiana. Al Suo posto  c’è la shoah. Perché un evento tragico di 70 anni fa tiene banco in maniera così prolungata come fosse l’unico degli orrori umani? Perché col passar del tempo, anziché sopirsi, si acuisce la memoria della sola shoah, oggi più di 30 anni fa?».

Inoltre il moderno e talmudico ebraismo non è l’erede dell’Israele dell’Antico Testamento, il quale è il padre del Nuovo ed Eterno Testamento, ossia del Vero e Nuovo Israele. Ora la pretesa del sionismo di essere ancora Israele, che invece è stato abbandonato da Dio poiché ha abbandonato e crocifisso il Messia Gesù, è una sorta di “contro-teologia della sostituzione” in cui il talmudismo deicida pretende di prendere il posto del Cristianesimo, che ha accolto il Messia.

2°) Il sionismo nasce dal presunto diritto degli ebrei di invadere la Palestina ed espellere i Palestinesi (come i coloni americani sfrattavano i pellerossa o amerindi dalle loro terre nel XVII/XIX secolo) dopo 2000 anni di pacifico possesso della Terra santa in quanto Israele si presenta come la Vittima innocente (al posto di Gesù) dell’Olocausto redentivo (rimpiazzante la Crocifissione di Cristo), al quale va prestato un culto pubblico e obbligatorio (la giornata dell’Olocausto, 27 gennaio), in un’epoca laicista e secolarizzata nella quale tutte le religioni e specialmente quella fondata da Cristo su Pietro vengono decretate come “private” e liberalmente “individuali”.

Ecco perché il neoconservatorismo e il giudeo/cristianesimo non stanno in piedi. Infatti, se da una parte la metafisica medievale araba ed ebraica era naturalmente e razionalmente sana quanto alla sostanza con degli errori accidentali che non la corrompevano sostanzialmente e che son stati corretti dal tomismo, dall’altra parte la filosofia moderna europea e ebraica sono diametralmente contraddittorie della sana ragione eretta a scienza filosofica, che è la metafisica dell’essere o la filosofia perenne.

Quindi, tirando le somme, filosofia ebraica contemporanea, teo-conservatorismo, filosofia europea moderna e post-moderna coincidono e sono in un rapporto di contraddizione con la metafisica medievale araba, ebraica (tranne l’apofatismo maimonideo) e tomistica.

Da ciò si capisce sempre più ciò che avviene oggi in medio oriente (specialmente in Siria), l’operazione di boicottaggio contro le Olimpiadi della Russia di Putin e la rivolta in Ucraina fomentata dagli Usa e dall’Unione europea. Fatti che sembrano del tutto contingenti e casuali, ma che affondano la loro radici nel conflitto tra metafisica e anti-metafisica. Questa è la lotta del Nuovo Ordine Mondiale eretto dai suppositi di satana e ispirato dal Maligno contro l’Ordine che regnava ancora parzialmente nei Paesi eredi della tradizione greco/romana e scolastica, della metafisica medievale araba, il quali sono aggrediti dal teo-conservatorismo statunitense, figlio dell’immanentismo moderno, per distruggere le reliquie dell’ordine umano, che ci aiuta a risalire all’Ordinatore divino come dall’effetto si risale alla causa.

La questione siriana è l’ultimo atto del declino del mondo moderno e contemporaneo, che si trova oramai in uno stato di coma profondo e irreversibile (economicamente, finanziariamente, politicamente, giuridicamente, filosoficamente, teologicamente, moralmente e bellicamente). La Misericordia divina ci sta concedendo questi ultimi anni o mesi di tempo per convertirci, dopo di che sarà l’ora della Giustizia come ai tempi di Noè, di Sodoma e Gomorra e di Gerusalemme deicida. “Mala praevisa minus feriunt/ i mali previsti feriscono di meno”, sta a noi far tesoro dello “spatium misericordiae” che Dio ci concede prima di cadere nelle sue mani, poiché “horrendum est incidere in manus Dei viventis / è tremendo cadere nelle mani del Dio vivente” (Ebr., X, 31).

d. Curzio Nitoglia

24/02/2014

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2014/02/26/la-filosofia-ebraica-contemporanea-il-nichilismo-teologico-la-cabala-di-massa-il-relazionismo-lo-strutturalismo-il-sionismo-e-la-religione-olocaustica/

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