La Societá Civile e le Sue Quattro Cause

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La Societá Civile e le Sue Quattro Cause

L’uomo è naturalmente un animale sociale o politico. La Società è un’unione morale di più uomini, per agire in vista del bene comune. La ‘causa finale’ della società è il bene comune temporale subordinato a quello spirituale, che non può essere raggiunto dal singolo, la ‘causa materiale’ sono le persone o le famiglie, la ‘causa efficiente’ è Dio che ha creato l’uomo socievole, la ‘causa formale’ è l’unione morale tra i soggetti, essa consiste nei diritti e doveri, mediante i quali i membri della Società sono uniti ad agire per conseguire il bene comune.

Dalla Società civile costituita, risulta l’autorità come proprietà necessaria della civitas. Essa consiste nel potere di far leggi per conseguire il Fine, nel farle osservare e nel castigare chi le vìola. L’autorità è dunque il potere di governare la res publica, ossia di dirigerla al suo Fine. Per conseguire tal fine è necessario:

1°) che i mezzi conducenti al Fine, siano proposti in modo obbligatorio (potere legislativo);

2°) che le cose proposte, siano applicate convenientemente, secondo il senso in cui furono proposte (potere esecutivo);

3°) che coloro i quali non vogliono applicarli e/o si oppongono alla loro applicazione, possano essere costretti con la forza (potere giudiziario o coattivo). Il potere più importante è quello legislativo, essendo gli altri due esecutivi della legge.

La società naturale si divide in Società domestica (la famiglia, che è una Società imperfetta) e Società civile (lo Stato, che è una società perfetta nell’ordine temporale). La Società domestica o famiglia nasce dall’unione coniugale (marito e moglie) e dalla Società parentale e filiale (genitori e figli), essa è ordinata alla Società civile. Quella domestica è una Società imperfetta, poiché non ha tutti i mezzi atti al raggiungimento del bene comune da parte dei suoi soggetti.

Formalmente e ontologicamente, la Società consiste negli stessi suoi membri che, per inclinazione naturale e per un atto di libera volontà, sostanzialmente diverso dal “patto sociale” di Jean Jacques Rousseau si uniscono in ordine ad un determinato bene comune da conseguire. Essa è una pluralità di uomini, o enti ragionevoli, che soli hanno la nozione di Fine ed il desiderio della relazione dei mezzi al Fine, in quanto forniti d’intelletto e volontà; uomini che tendono ad un bene, ossia un Fine ben definito, cioè al benessere temporale (subordinato a quello spirituale) comune a tutti, mediante mezzi convenienti a far loro cogliere il Fine; uomini che formano un’unione che li lega tra loro ed alla Società, in un vincolo fatto di doveri e di diritti: i doveri e gli obblighi reciproci e verso la Società, ed il diritto di questa a dirigere coloro che la compongono verso il Fine nel modo stabilito. Tutto ciò produce, sotto la direzione dell’autorità: unità di Fine, armonia degli spiriti, concordia delle volontà, coordinazione dei mezzi.

Fine della Società non è soltanto quello negativo di proibire ingiurie e liti fra i cittadini, come vorrebbe il liberalismo, ma di produrre positivamente, mediante le leggi, le condizioni necessarie per avere una vita buona, ossia la perfezione materiale, intellettuale e morale della persona, nelle quali consiste la felicità imperfetta della vita terrena. Il Fine della società civile non è il Fine assoluto o Dio, ma è il bene o felicità o vita buona dei cittadini.

Contro la statolatria assolutistica, la sana filosofia insegna che la Società non è Fine assoluto, in cui i cittadini sono ordinati alla Società come loro Fine ultimo. È la società ad essere ordinata al bene comune dei cittadini considerati in quanto uomini fatti a immagine e somiglianza di Dio ed aventi un’anima razionale ed immortale e quindi ontologicamente superiori alla società (“civitas propter cives et non cives propter civitatem”). Contro l’individualismo liberale la retta ragione insegna, invece, che l’autorità politica ha il dovere di difendere i diritti dei cittadini e di procurare anche positivamente i beni che rendono dignitosa la vita del cittadino, che l’attività del privato non può procurare sufficientemente e che l’uomo considerato come cittadino è una parte della Società e quindi moralmente o politicamente inferiore ad essa. L’autorità politica non deve assorbire ma proteggere i diritti della persona e della famiglia; essa interviene solo ove la famiglia ed il privato non riescono ad andare avanti (principio di sussidiarietà).

L’essenza della Società umana

Vi è chi individua l’essenza della Società nell’autorità, asserendo che la Società è composta da due elementi essenziali: quello materiale, costituito dalla moltitudine degli uomini, e quello formale, costituito dalla pubblica autorità. Secondo altri, invece, l’essenza della Società è da individuare nelle sue quattro cause – causa finale, il bene comune; causa materiale, le persone e le famiglie; la causa efficiente, Dio che ha creato l’uomo socievole; causa formale, l’unione morale tra i soggetti che si impegnano in vista del bene comune – essendo l’autorità una proprietà della Società, ossia un elemento che deriva direttamente e necessariamente dall’essenza della Società ma che, da sola, non ne costituisce l’essenza.

L’origine del potere

1°) Potere assoluto del capo

Il potere viene immediatamente da Dio al capo, senza passare attraverso il popolo come canale. Dio sceglie un individuo cui conferisce il potere. Ciò è vero per la Chiesa Cattolica, per i Re dell’Antico Testamento e non per l’autorità umana nel Nuovo Testamento; infatti l’autorità viene da Dio come da causa remota, ma Dio non manifesta (per se o normalmente) direttamente quale sia la persona che debba esercitare il potere (può farlo per accidens, ma in filosofia si considera il per se). La persona è scelta dal corpo sociale. Il popolo perciò non crea il potere, ma designa le persone che lo debbono esercitare. S. Tommaso riconosce la legittimità del suffragio nelle piccole Società, in cui ciascuno conosce in cosa consista l’interesse della comunità; ma lo critica nelle grandi Società (S.Th. I-II, q. 97, a.1). L’Angelico non parla di suffragio universale “che dà lo stesso valore a tutti i voti, e assicura, così, il predominio della massa incompetente e facilmente ingannabile, sulla sanior pars societatis , il predominio della preoccupazione degli interessi individuali immediati sull’interesse generale futuro della società, che è così sacrificata all’interesse di ognuno”. Francisco Suarez insegna che “Nessun monarca ottiene il suo potere immediatamente da Dio; ma mediante la volontà degli uomini”.

La Monarchia di diritto divino, in cui il re ottiene il potere direttamente da Dio, si presta ad una duplice interpretazione:

a) il potere deriva, come da fonte remota, da Dio, e questo è di Fede, “ogni potere viene da Dio” (Rom. XIII, 1);

b) l’autorità regale deriva direttamente al Principe da Dio, quindi è sciolta (assoluta) da ogni legame o dipendenza (dal Papa, dalla Chiesa e dal popolo, anche quando il monarca diventa tiranno).

Solo il Papa riceve direttamente il potere da Dio, dopo esser stato eletto dai cardinali, che non gli trasmettono alcun potere, neppure come canale; ma che designano solo una persona, alla quale Dio direttamente dà il potere, mentre il re (o qualsiasi autorità temporale) riceve il potere da Dio, mediatamente. Quindi se si vuole utilizzare il termine ‘monarchia di diritto divino’, occorre specificare: mediatamente divino.

2°) Potere delegato dal “popolo” canale

È la tesi insegnata dai Padri, sino a S. Tommaso, e da Bellarmino e Suarez. La scelta del capo appartiene al corpo sociale, come sanior pars, di modo che l’autorità lavori per il bene comune. Occorre specificare che il popolo (che non è la massa amorfa) “ha” il potere solo per comunicarlo al capo, ossia il popolo è soggetto imperfetto o transitivo o “viale” del potere, mentre il capo è soggetto perfetto e permanente di esso; il capo detiene stabilmente il potere come suo; una volta datogli, esso non può essere ripreso dal popolo a suo capriccio (tranne il caso di tirannia). Il capo non è il deputato o rappresentante del popolo. Egli ha l’autorità stabilmente, che gli viene, mediante il popolo-canale, da Dio. “Poiché tutti gli uomini nascono liberi, non esiste uomo che possa pretèndere di avere giurisdizione su altri uomini. Dunque, Dio non ha potuto attribuire immediatamente e direttamente la sovranità a qualcuno. La sovranità risiede […] nell’insieme degli uomini, ossia nella comunità. È questa dunque che ha il diritto di scegliere liberamente una certa forma di governo e di designare il capo o i capi cui viene delegato il potere sovrano. Questa è la dottrina scolastica e cattolica o teoria tradizionale del potere-delegato, come la si chiama in etica sociale. Dio è fonte remota di potere, il popolo ne è solo canale di traslazione; e siccome la comunità, normalmente, non sa, perfettamente e stabilmente, esercitare il potere, ecco la necessità di scegliere una persona (o più, a seconda delle forme di governo) alla quale trasferire il potere, come canale, e nella quale il potere resta stabilmente.

La socievolezza naturale dell’uomo

Papa Leone XIII insegna che “L’uomo è naturalmente ordinato alla Società civile: non potendo infatti nell’isolamento procacciarsi il necessario alla vita ed al perfezionamento intellettuale e morale, la Provvidenza dispose che egli venisse alla luce fatto per congiungersi ed unirsi ad altri, sia nella Società domestica, sia nella Società civile la quale solamente gli può fornire tutto quello che basta perfettamente alla vita”. (Enciclica Immortale Dei, 1° novembre 1855). Già Aristotele diceva che chi è incapace di vivere in società o non ne ha la necessità perché basta a se stesso, deve essere “un animale o un semi-Dio”.

La famiglia, non essendo autosufficiente, tende ad integrarsi nella Società civile il cui Fine è universale, perché è quello che riguarda il bene comune a cui tutti i singoli cittadini hanno diritto nella debita proporzione. “Per essa gli uomini si mettono in mutua comunicazione al fine di formare uno Stato”. (Leone XIII, Enciclica Rerum Novarum, 15 maggio 1891).

Lo Stato è per i cittadini, non viceversa, ossia la persona in quanto razionale, libera e spirituale non è un ingranaggio della Società, una parte di essa, come una rotella di un meccanismo, e occorre che lo Stato rispetti la dignità della natura umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, dotata di un’anima spirituale e di intelletto e volontà, e quindi libera di fare il bene che la condurrà alla vita soprannaturale ed eterna. Lo Stato perciò deve procurare una vita materialmente perfetta all’uomo, difendendo i suoi diritti e la sua dignità: la vita, l’integrità fisica e morale, le comodità temporali, l’educazione, ecc. Ma al contempo l’uomo in quanto sociale o civis deve sacrificare moralmente se stesso per il bene comune della Patria, partendo per la guerra difensiva, pagando le giuste imposte, rispettando le leggi civili rette […]

Papa Pio XI insegna che “Nel piano del Creatore la Società è un mezzo naturale, di cui l’uomo può e deve servirsi per il raggiungimento del suo Fine, essendo la Società per l’uomo e non viceversa. Ciò non è da intendersi nel senso del liberalismo individualistico, che subordina la Società all’uso egoistico dell’individuo, ma solo nel senso che, mediante l’unione organica con la Società, sia a tutti resa possibile, per la mutua collaborazione, l’attuazione della vera felicità terrena”. (Enciclica Divini Redemptoris Promissio, 19 marzo 1937).

Proprio in considerazione della natura dell’uomo, sarebbe un gravissimo errore pensare che la Società civile sia ordinata esclusivamente alla sicurezza ed al bene temporale dell’uomo, senza alcuna relazione a Dio. La Società civile, infatti, non può prescindere dal Fine ultimo della persona, sia perché la felicità temporale dice ordine a quella spirituale, sia perché l’uomo singolo, fatto di anima e corpo, non può contentare solo il corpo, ma deve provvedere anche alla sua anima, che anela ad un Fine spirituale.

Il bene comune

Il bene comune è il bene di una comunità di persone (famiglia, associazione, corporazione, ordine religioso, città, Stato) ed è relativo alla natura della comunità a cui si riferisce. Il bene comune naturale più importante è quello della Società politica, comprensivo di quello delle comunità particolari proprio perché nella Società politica queste trovano il loro sostegno e completamento. Il bene comune è il bene di tutti e di ciascuno, dunque un bene che non deve togliere alla singola persona ciò che le è essenziale per realizzarsi come uomo, ossia conformemente alla propria natura umana, a meno che – a causa di scelte morali e atti contrari all’integrità del corpo sociale – non sia lo stesso individuo a porsi nella condizione di subire restrizioni e sanzioni, comminate dalla legittima autorità posta a protezione del consorzio civile.

Nei rapporti tra bene personale e bene comune, il primo è subordinato al secondo sul piano delle cose temporali e materiali, in questo caso, infatti, la comunità viene prima del singolo. Ma se si tratta, invece, del bene di ordine soprannaturale, che riguarda la vita eterna della singola persona di fronte al bene materiale della comunità, allora il primo posto spetta alla persona razionale, libera ed immortale: “il bene del tutto è maggiore del bene particolare di uno solo, se si tratta dello stesso genere di bene. Invece il bene soprannaturale di una persona supera il bene naturale di tutto l’universo”.

Persona e Società

Lo Stato è una persona morale, esso consiste nell’unione di tante persone fisiche che tendono al bene comune; perciò il problema dei rapporti tra persona sociale o cittadino e Stato va risolto dalla filosofia morale (conoscere per agire), che è una scienza speculativo-pratica, e non dalla filosofia dell’essere o metafisica (conoscere per sapere), che è puramente speculativa.

L’individuo come parte della Società o come cittadino è moralmente o socialmente subordinato al tutto (specie umana e società civile), ma la Società è metafisicamente subordinata alla persona umana razionale, libera ed immortale, che tende ed è ordinata a Dio. Perciò la Società deve aiutare e non impedire la persona umana di tendere a Dio tramite la conoscenza e l’amore e non intralciarla con ordini ingiusti e falsi. “Ubi justitia et veritas, ibi caritas!”.

Il bene del tutto (Società) è moralmente, socialmente o politicamente superiore al bene della parte della Società (cittadino), ma se la parte è considerata come uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio e ordinato a Lui, allora la persona umana ontologicamente è più nobile della Società di cui fa parte.

San Tommaso d’Aquino insegna che l’uomo può giungere alla sua dignità morale-prossima, o piena e totale, solo se agisce conformemente al suo Fine, nella Società civile di cui fa parte e che lo aiuta a ben vivere. La dignità ontologica, o radicale, dell’uomo deriva dal fatto che egli sussiste in una natura (essere statico) razionale; tale dignità è posseduta da ogni uomo, in quanto Dio gli infonde un’anima razionale nell’istante del suo concepimento. Mentre la dignità prossima, o morale, la possiedono solo gli uomini buoni, o virtuosi, che agiscono bene, in vista della verità e del bene comune ultimo, come membri dello Stato (nell’ordine naturale) e della Chiesa (nell’ordine soprannaturale), grazie alla morale, o etica, ed alla Grazia santificante.

Secondo Aristotele e San Tommaso, sul piano naturale, il bene comune della Società vale di più del bene di una singola persona. Tuttavia l’uomo è stato creato per un Fine soprannaturale, che sorpassa infinitamente il bene comune temporale. La persona umana, naturalmente sociale, o politica, può conseguire il suo fine prossimo in una società civile ed il Fine ultimo, e soprannaturale, nella Società soprannaturale che è la Chiesa di Cristo. Che il tutto sia maggiore della parte è un principio per sé noto a tutti. Il bene comune è maggiore e più nobile del bene di uno solo, anche sul piano soprannaturale, la creatura potrà ottenere il suo Fine soprannaturale solo come parte del Corpo mistico di Cristo; se è separata da Cristo non può entrare nel Regno dei cieli e anche quando la creatura umana è entrata in Paradiso continua a far parte della Chiesa, quella trionfante, ed è una parte, meno nobile, del tutto. Quindi la persona umana è sempre una parte, della famiglia e dello Stato – nell’ordine naturale – della Chiesa militante (su questa terra), purgante (dopo la morte in Purgatorio), trionfante (in Paradiso) – nell’ordine soprannaturale – e la parte non è mai superiore al tutto, presi nello stesso ordine.

Il tomismo rigetta il liberalismo, che dando valore assoluto alla persona umana la rende superiore allo Stato, e la statolatria totalitaristica, che afferma la superiorità del bene politico su quello ultimo soprannaturale, per cui la politica e lo Stato sarebbero il Fine ultimo dell’uomo che, in questo modo, viene privato dell’ordine soprannaturale in cambio dello Stato assoluto. Tra il bene della persona e quello dello Stato e della Chiesa non c’è conflitto, ma subordinazione dell’inferiore al superiore; della parte al tutto, della persona allo Stato ed alla Chiesa, del temporale allo spirituale.

La corretta nozione di persona

Severino Boezio definisce così la persona: “sostanza individua di natura razionale”. Per San Tommaso la persona è: “individuo di natura razionale” o “sussistente in una natura razionale”. Dunque la persona è un soggetto di natura razionale, ossia fornito di intelletto e volontà; essa esiste ed agisce indipendentemente da un’altra, è autonoma nell’essere (poiché in quanto sostanza non ha bisogno di un’altra realtà cui appoggiarsi) e nell’agire (poiché grazie alla sua natura razionale dirige se stessa nell’azione, in quanto è padrona dei propri atti). L’unico cui dipende è Dio suo creatore e conservatore nell’essere.

San Tommaso spiega che le creature intellettuali sono governate da Dio, in quanto volute per se stesse, mentre le creature non razionali sono ordinate alle creature razionali. Naturalmente ciò non significa che l’uomo non sia ordinato a Dio, suo Fine ultimo, ma solo che tra le creature la persona umana è il fine degli enti irrazionali, dei quali deve servirsi per poter giungere a Dio. Alla persona spettano diritti e doveri, ossia il diritto di poter fare ciò che occorre per conseguire il proprio Fine naturale e soprannaturale ed il dovere di farlo. La persona, in virtù della sua natura razionale, è capace di merito e di demerito, e quando agisce è tenuta a scegliere il bene e ad evitare il male, ossia ad ordinare la sua azione a Dio e allontanarla da ciò che la priva di Dio.

La dignità della natura umana

La dignità è una qualità o “valore” che conferisce una certa superiorità (che non tutti hanno) a qualcuno e lo distingue dagli altri. L’uomo ha dignità solo relativamente alle creature non razionali (minerali, vegetali e animali); ma non ha una dignità assoluta, o per se stesso, come asserisce il personalismo. La persona ha dignità solo in virtù della natura umana, nella quale sussiste, ossia la dignità umana è dovuta alla natura razionale e non appartiene al soggetto in sé; la dignità appartiene direttamente ed in primo luogo alla natura, e secondariamente alla persona o soggetto che sussiste in tale natura razionale. Parlare della “dignità della persona umana” non è esatto, sarebbe opportuno dire “dignità della natura umana” in cui sussiste il soggetto o la persona.

La dignità si divide in:

radicale-ontologica, una persona che è radicata su una natura umana razionale. Quindi radicalmente tutte le persone sono uguali, in quanto sono radicate tutte sulla natura umana e razionale, e solo questa dignità non può essere persa;

  • totale-morale o pratica, la persona presa totalmente, nel suo essere ed agire. La dignità totale della persona è data dal suo agire, dai suoi atti buoni, mentre quelli cattivi la privano di dignità umana totale. Totalmente non tutti sono uguali, c’è chi fa il bene ed è buono e chi fa il male ed è cattivo. Infatti l’azione propria dell’uomo è conoscere il vero (intelletto) e amare, o volere, il bene (volontà). Vi sarà dignità totale-morale solo se la persona conosce il vero ed ama il bene; mentre se aderisce all’errore ed ama il male, perde la dignità totale-morale, anche se radicalmente conserva la natura umana e razionale. Papa Leone XIII insegna che: “L’intelletto e la volontà, che aderiscono all’errore e al male decadono dalla loro dignità nativa e si corrompono”. (Enciclica Immortale De, 1° novembre 1885).

San Tommaso d’Aquino scrive: “Col peccato l’uomo abbandona l’ordine della ragione: egli perciò decade dalla dignità umana, che consiste nell’essere per se stessi e nell’agire per il bene; degenerando, così in qualche modo, nell’asservimento proprio delle bestie, che implica la subordinazione all’altrui vantaggio (cavallo al cavaliere, peccatore a Satana) […] un uomo cattivo è peggiore di una bestia”. Questo principio giustifica la pena di morte inflitta dall’Autorità a chi ha perso la dignità umana totale facendo il male gravemente. Altra conseguenza pratica è che il diritto di agire è fondato solo sulla dignità totale (la persona nel suo agire) e non sulla dignità radicale (la persona sussistente in una natura razionale). Agire male, aderendo all’errore, significa perdere la dignità totale (che consiste nell’agire bene), pur conservando quella radicale (la natura umana). Non esiste perciò per la persona umana diritto a professare l’errore ed a fare il male, fondato sulla dignità della persona, la quale, agendo male, smarrisce la dignità totale, che sola fonda il diritto ad agire; anche se mantiene la dignità radicale, che riguarda l’essere e non le azioni.

Erroneamente il personalismo (Mounier e Maritain) afferma che la persona umana ha una dignità assoluta, non relativa alla natura in cui sussiste. Così si è imposta fra molti, l’idea aberrante che la dignità radicale della persona fondi il diritto ad agire, il diritto alla libertà di esprimere pubblicamente qualsiasi pensiero (cfr. Concilio Vaticano II, Decreto sulla “Libertà religiosa”, Dignitatis humanae personae, 7 dicembre 1965); mentre la sana filosofia insegna che, quando la persona agisce male (intellettualmente o moralmente), perde la sua dignità totale (che riguarda l’agire), pur mantenendo quella radicale (che riguarda l’essere). L’errore non ha diritti. Non esiste alcun diritto – che sia tale in quanto fondato sulla dignità della natura umana – a manifestare pubblicamente l’errore e fare il male (Pio XII, Discorso ai Giuristi cattolici italiani, 6 dicembre 1953).

La Società civile secondo il tomismo

La Società è un insieme di persone che si uniscono per conseguire il bene comune, onde ciò che vale per la singola persona si applica alla “persona morale” o Società, che non ha il diritto di essere neutra o agnostica, ma che deve agire conformemente alla natura razionale degli uomini che la compongono, i quali devono aderire al vero ed amare il bene. Così è per lo Stato, il quale non può essere “laicistico” o “neutrale” ossia aderire all’errore e fare il male, altrimenti perderebbe la sua dignità di Società civile e decadrebbe nella tirannide. Il Fine della Società è il bene comune, che deve essere etico e morale, e deve perfezionare la persona la quale non può essere obbligata a rinunciare ai valori morali, in nome di un sedicente ed apparente bene comune. Il bene comune temporale è un mezzo che aiuta le persone a conseguire il loro Fine ultimo. Di fronte alle leggi ingiuste vi è la liceità della non obbedienza ed anche della rivolta, come extrema ratio.

Priorità della Società o della persona?

La persona in quanto civis è ordinata al bene comune della Società ed è subordinata alla Società, come la parte al tutto (per esempio, la mano all’uomo); quindi vi è una certa priorità sociale/politica del bene comune sulla persona; tuttavia, la persona ontologicamente come soggetto intelligente, libero e fornito di anima immortale, non è l’ingranaggio di una macchina, completamente subordinato al funzionamento di essa, o un’ape subordinata all’alveare. La persona non è solo un animale politico o sociale, non è solo un membro della Società o un pubblico cittadino, essa è anche e soprattutto un animale razionale, dotato di anima immortale e di intelletto per conoscere la Verità Somma e di volontà per amare il Sommo Bene.

Bisogna allora distinguere l’essere umano:

  • in quanto cittadino, è subordinato alla Società. Poiché l’uomo animale sociale – scrive San Tommaso – è parte della Società, in quanto tale appartiene al tutto.
  • in quanto animale razionale e spirituale, sorpassa la Società terrena o civile, ed è ordinato alla Città celeste o divina, che trascende la Società civile. L’uomo non è ordinato alla Società politica secondo tutto se stesso, ma tutto ciò che egli è, può ed ha è ordinato a Dio.

Dunque, in quanto cittadino che tende ad un benessere temporale e terreno, l’uomo è ordinato alla Società, come una parte al tutto, ma, in quanto persona razionale e spirituale, è ordinato solo a Dio, avendo una finalità superiore a quella della Società terrena. Il bene della singola persona (Dio) è superiore al bene della Società (benessere temporale), ma ciò non significa che il cittadino in sé considerato sia più nobile dello Stato in sé considerato, che è un insieme di più cittadini; ad essere più nobile è il Fine che riguarda la natura umana della persona. Pertanto: di fronte al bene soprannaturale dell’essere umano, lo Stato deve riconoscere i propri limiti e subordinarsi a tale scopo, che interessa ogni persona razionale e spirituale da esso governata; mentre, sul piano naturale e temporale, ogni singolo cittadino deve subordinarsi allo Stato il cui fine è quello di perseguire il bene comune della comunità. Lo Stato non deve porre ostacoli al raggiungimento del Fine soprannaturale degli uomini, ma anzi favorirlo secondo quelli che sono i mezzi a sua disposizione, ed il singolo individuo non deve pretendere, in nome di un malinteso senso della sua dignità ontologica, di fare ciò che vuole.

d. Curzio Nitoglia

8 / 12 / 2013

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