IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 24a Tesi (rapporti di Dio col mondo)

___Santommaso20131201

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XXIV TESI TOMISMO

I rapporti di Dio col mondo

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“Dio si distingue da tutti gli enti finiti grazie alla assoluta semplicità del suo essere. Da ciò ne segue che il mondo è stato creato dal nulla; che nessuna creatura può creare o produrre l’essere in quanto tale; infine che nessuna creatura  può causare un effetto se non è pre-mossa dalla Causa prima”.

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La XXIV ed ultima tesi del tomismo si può dividere in quattro parti:

1°) Dio è realmente distinto dal mondo e lo trascende infinitamente; 2°) il mondo è creato dal nulla; 3°) solo Dio, che è onnipotente, può creare qualcosa dal nulla; 4°) tutte le azioni naturali delle creature hanno bisogno di una mozione previa o pre-mozione fisica di Dio.

1°) Dio è l’Ente semplicissimo o l’Atto puro senza alcuna composizione di materia/forma (come l’uomo), di essenza/esistenza (come l’angelo). Egli è l’essere per essenza. Quindi in  Dio non vi sono limiti, imperfezioni, potenzialità. Egli è infinito, illimitato, unico e per ciò stesso distinto realmente da tutto ciò che è finito e molteplice, ossia dal mondo e tutti gli enti creati dall’angelo sino al minerale.

L’Atto puro da ogni potenza necessariamente trascende ogni atto misto a potenza. Quindi Dio trascende il mondo. Ogni forma d’immanentismo e di panteismo è confutata in nuce da questa XXIV tesi del tomismo.

2°) Avendo escluso il panteismo (secondo cui Dio e il mondo coinciderebbero), resta l’unica conclusione logica secondo cui il mondo è distinto da Dio e quindi creato da Lui ex nihilo. La creatio ex nihilo ossia l’essere del mondo è l’unica spiegazione razionale dell’esistenza del mondo.

3°) La capacità di creare dal nulla appartiene solo all’onnipotenza di Dio e non può essere comunicata a nessun ente finito neppure per miracolo. Infatti per il principio di non-contraddizione sarebbe contraddittorio e quindi difettoso se la creatura potesse essere nello stesso tempo ‘finita’ e ‘causa principale onnipotente infinita’. Ora Dio è l’essere perfettissimo senza difetti e contraddizioni e quindi non può trasmettere la sua onnipotenza alla creatura, come non può fare un cerchio-quadrato, come non può fare il male morale. Tutto ciò sarebbe deficienza metafisica e morale, che in Dio non ha luogo né può averne.

Gli scolastici argomentano che la distanza metafisica dal nulla all’essere è infinita e per colmarla occorre una potenza infinita. Ora ‘potenza infinita’ e ‘ente creato’ sono due termini assolutamente contraddittori.  Quindi la capacità di  creare appartiene solo a Dio ed è incomunicabile alle creature.

Si può obiettare (come hanno fatto – prima dell’Angelico – Pietro Lombardo, Durando, e – dopo di lui – Suarez, Vasquez) che la creatura potrebbe divenire causa strumentale della creazione, ossia uno strumento di cui Dio si serve per creare, come il pittore si serve del pennello per dipingere.

La risposta data dall’Angelico è la seguente: lo strumento deve esercitare un’azione preparatoria anche se subordinata, che rende possibile l’azione dell’agente principale, altrimenti lo strumento sarebbe un mezzo inutile e non un vero cooperatore strumentale e subordinato della  causa principale. Ora nel caso della creazione ex nihilo non sarebbe possibile nessuna operazione preliminare alla creazione da parte dell’ente creato. Infatti tutta la sostanza o l’essere dell’effetto creato è prodotta dal nulla; esso non precede Dio, ma lo segue come suo effetto e non vi è nessun posto per l’esistenza e l’azione della creatura o dell’effetto prima che sia creata dalla Causa prima o da Dio ex nihilo.

In breve, l’essere e l’azione dello strumento non è anteriore a quella dell’agente principale, anzi al contrario l’azione di Dio creatore è previa o precede ogni esistenza ed attività delle creature e non presuppone nessuna creatura come strumento di creazione, il che sarebbe contraddittorio (‘non creato’ e ‘non esistente’ = ‘strumento di creazione e di esistenza’). Ogni azione delle creature è accidentale e presuppone una sostanza cui inerire per essere ed agire. Le cause seconde innanzi tutto son prodotte e create dalla Causa prima increata e poi hanno bisogno di una materia pre-esistente su cui lavorare. Anche il genio di Michelangelo aveva bisogno del marmo di Carrara per fare il Mosè o la Pietà. Tutto ciò  è assolutamente incompatibile con il concetto di creazione.

4°) Come la creatura ha bisogno dell’onnipotenza di Dio per esistere e permanere nell’esistenza, così ha bisogno del Suo concorso naturale e onnipotente per agire (“agere sequitur esse”).

Infatti la conservazione e il perdurare della  creazione e delle creature non possono essere l’effetto degli enti creati, i quali come non possono darsi l’essere così non possono conservarlo o prolungarlo nel tempo da sé per un solo istante (“nemo dat et conservat quod non habet a se”).

Dio ci fa l’elemosina, dopo averci creato dal nulla, di mantenerci nell’essere, che non è in nostro potere, ma che abbiamo ricevuto ex nihilo dall’onnipotenza divina e, se questa per un solo istante smettesse il suo influsso conservatore della nostra esistenza, noi ricadremmo nel nulla: “ex nihilo nihil fit et permanet in esse”.

Ora ogni operazione umana è in un certo modo una produzione di un essere limitato e finito. Infatti l’esperienza e la ragione ci dicono che ogni volta che facciamo qualcosa produciamo qualche cosa di reale, ossia l’essere è prodotto non in quanto essere, ma sotto una forma o un’altra, come essere tale o tal altro.

Quindi occorre distinguere l’intervento della creatura come causa seconda o prossima, la quale produce questo o quel tipo di essere accidentale a partire dall’essere primo pre-esistente,  dall’intervento della Causa prima che produce l’essere in quanto essere, che è l’effetto proprio di Dio soltanto.

Inoltre la ventiquattresima tesi del tomismo insegna che l’uomo non può produrre un atto fisico o morale se prima non è stato mosso dalla causa prima che è Dio. Essa è l’ultima conclusione della prima tesi del tomismo, la quale distingue potenza da atto e afferma che la potenza non passa all’atto da sé, ma solo se “pre-mossa” da un ente già in atto: “ens in potentia non reducitur ad actum nisi per ens in  actu / l’ente in potenza passa all’atto solo se mosso da un ente che è già in atto”.

Quindi – contro l’errore dell’occasionalismo – le creature causano realmente come cause seconde e subordinate alla Causa prima, la quale – contro l’errore dell’immanentismo panteista – esercita un influsso reale ed immediato sulla loro permanenza nell’essere e sul loro agire.

Infatti il Creatore e la creatura sono infinitamente diversi e non si situano alla pari, sullo stesso piano (come vorrebbe il panteismo) sia quanto all’essere che all’agire. Ora come Dio dà l’essere, in maniera finita e partecipata, alla creatura, così la pre-muove ad agire, poiché essa da sé non ha la  capacità di passare dalla potenza di agire all’atto di azione: “Ens in potentia non reducitur ad actum nisi per ens in actu / un ente in potenza non passa all’atto se non è mosso da un ente che già è in atto”.

“Nemo dat quod non habet / nessuno dà quel che non ha”: la creatura non può darsi l’essere senza essere creata da Dio e non può agire passando all’atto da sola senza essere mossa a passare dalla potenza all’atto. Altrimenti ciò che vi è di più perfetto nell’atto rispetto alla potenza sarebbe senza causa. Ora senza causa non vi è nessun effetto. Quindi l’essere della creatura presuppone l’Essere per se sussistente di Dio e l’azione della creatura una pre-mozione della Causa prima, che faccia passare la causa seconda dalla potenza all’atto.

San Tommaso (Summa contra Gentiles, lib. III, cap. 140) insegna esplicitamente che la mozione del motore precede la mozione del mosso di una priorità non solo cronologica, ma entitativa o metafisica di causa ad effetto. Motore ed oggetto mosso non sono metafisicamente sullo stesso piano, come la causa e l’effetto sono distinti metafisicamente e non solo cronologicamente.

Ecco la necessità di una mozione divina precedente la nostra, che filosoficamente si chiama pre-mozione fisica.

Allo stesso modo nell’ordine morale e soprannaturale la nostra determinazione libera a fare il bene produce realmente un ente buono perfetto moralmente e soprannaturalmente. Perciò  bisogna che esso sia prodotto da una mozione o determinazione previa da parte di Dio che teologicamente si chiama pre-determinazione.
Attenzione! la parola “determinazione” non significa coartazione o violenza fisica che toglie la libertà, ma etimologicamente e filosoficamente vuol dire “produrre un effetto come causa”, oppure “decidere, deliberare” (N. Zingarelli). Quindi pre-determinazione vuol dire che Dio come Causa prima ci pre-muove a deliberare o decidere e a porre un effetto come cause seconde, le quali decidono in atto in quanto Dio le fa passare dalla potenza all’atto morale di decisione e causano un effetto in quanto Dio le pre-muove fisicamente a produrre un effetto. Perciò la decisione e l’effetto sono tutti di Dio come Causa prima e tutti dell’uomo come causa seconda, come il frutto di un melo è tutto del contadino come causa principale e tutto della pianta di melo come causa secondaria. Altrimenti la causa seconda non sarebbe sotto l’influsso della Causa prima nell’essere e nell’agire, il che è impossibile.

Quindi bisogna ben definire i termini: 1°) “pre-mozione” significa che  un motore primo è pre-supposto all’azione del motore secondo; 2°) “pre-mozione fisica” specifica che si tratta di una mozione previa la quale muove la causa o il motore secondo ad agire realmente o fisicamente in atto; 3°) “pre-determinazione” aggiunge  che la mozione morale previa si applica al caso della volontà libera dell’uomo, che da sola non può passare dalla potenza all’atto, ma è pre-aiutata da Dio a deliberare ed agire moralmente.

Corollari teologici

Dio è causa principale e la creatura è causa seconda e subordinata (De potentia, q. 3, a. 7). Il concorso divino non è simultaneo o alla pari con la creatura, come insegna il molinismo, il quale pone un parallelismo tra causa prima e causa seconda, tra volontà divina e libertà umana, ma per S. Tommaso è una pre-mozione, che mantiene l’ordine tra causa prima e seconda (S. Th., I, q. 105; De pot., q. 3, a. 7), nulla togliendo a quest’ultima, come invece fa l’occasionalismo, e nulla sottraendo a Dio come fa il molinismo, che Lo rende co-autore alla pari con l’uomo della salvezza.

Il molinismo si discosta quindi dalla vera metafisica tomistica, come la Chiesa l’ha approvata nelle XXIV tesi del tomismo.

Infatti il molinismo (cfr. Ludovico Molina, Concordia, 1588, ediz. Parigi, 1876, pp. 51, 230, 256, 459, 565) si scosta radicalmente dall’insegnamento di S. Tommaso con la dottrina del “concorso simultaneo” o “parallelo”, ossia – secondo Molina -l’atto buono è prodotto con un influsso indifferente divino, che agisce non sulla creatura, ma con la creatura, come due agenti coordinati e alla pari. Il molinismo segue la via inversa al tomismo. In effetti, mentre San Tommaso partiva dall’influsso o pre-mozione divina per arrivare alla libera risposta umana (primato dell’atto sulla “pura potenza”), Molina stabilisce come punto di partenza la libertà umana per risalire poi all’influsso divino (potenza che contiene in sé un “atto imperfetto” e da sé, assieme o alla pari con Dio, passa all’azione).

La dottrina teologica molinista sulla grazia deriva dalla metafisica suareziana. Secondo Suarez la materia prima possiede una certa sua attualità (Disputationes Metaphysicae, dist. 13, sez. 5) onde la materia prima non è realmente distinta dalla forma sostanziale, mentre per S. Tommaso (De spiritualibus creaturis, a. 1; S. Th., I, q. 45, a. 4; De Potentia, q. 3) la materia prima è pura potenza, che riceve l’attualità solo tramite la forma sostanziale, per cui materia e forma sono realmente distinte (In Physic., lc. 9, n. 60; De spiritualibus creaturis, a. 1). Quindi nella metafisica di Suarez manca la nozione vera e precisa di potenza (Disp. Meth., dist. 30, sez. 13) come termine medio tra atto e nulla (“medium inter purum non-ens et ens in actu”, In I Physicorum, lc. 9, n. 60). Le conseguenze teologiche di questo errore metafisico suareziano aprono la via al molinismo, che a sua volta apre le porte all’errore della esigenza dell’ordine soprannaturale da parte di quello naturale (de Lubac), in quanto la potenza obbedienziale secondo Suarez (De Gratia, lib. 6, c. 5) e Molina non è più solo pura potenza senza alcun atto, ma una potenza che contiene in sé un atto anche se imperfetto. Così la natura pre-contiene in sé la grazia, anche se imperfettamente.

Secondo il molinismo la libera determinazione dell’atto umano meritorio non est a Deo movente, ma viene alla pari da noi e da una grazia di illuminazione che ci alletta, in presenza dell’oggetto proposto da Dio (Molina, Concordia, cit., pp. 51, 565).

Il tomismo invece insegna che Dio, se non è determinante o pre-movente efficacemente, è determinato e con-mosso simultaneamente. Egli non sarebbe l’autore del nostro essere ed agire e della nostra libera salvezza, ma solo lo spettatore. Ma se Dio è causa della nostra anima con le sue facoltà di conoscere/credere e amare/caritatevolmente a maggior ragione lo è del loro atto (di intelligere e credere per Fede, di amare e diligere per Carità soprannaturale), che è superiore alle facoltà perché l’azione reale è più nobile del poter agire. Quindi la libera determinazione verso il bene è interamente di Dio come causa prima (pre-determinazione morale) e interamente nostra ma solo come cause seconde (post-determinazione morale). Come il frutto dell’albero è tutto dell’albero come causa principale e del ramo come causa secondaria; come la scrittura è tutta mia come causa principale e tutta della penna come causa secondaria. Attenzione! La grazia efficace suscita, ma non esclude la nostra cooperazione.

Anche qui l’Aquinate ci dà un esempio molto efficace: come la freccia non può scoccare da se stessa, ma ci vuole un arciere che la scaglia tramite un arco, così l’uomo, che non può giungere da sé al suo fine soprannaturale, deve esservi lanciato o “pre-mosso” da Dio. Sia la freccia che l’uomo non sono alla pari con l’arciere e Dio, ma ne dipendono come la causa seconda da quella prima o principale (S. Th., I, q. 45, a. 4, ad 1um). Se l’arciere non scaglia la freccia essa non vola in aria, se Dio non “pre-muove” l’uomo, questi non passa fisicamente all’atto e soprannaturalmente non arriva in Paradiso “post-movendosi”. Ora destinare significa “mandare” e predestinare significa mandare, trasferire, trasmettere l’uomo al fine ultimo. Se la salvezza fosse opera alla pari di Dio e dell’uomo, il conseguimento del Paradiso non sarebbe opera totalmente soprannaturale e così la grazia e la Visione beatifica. Quindi, conclude S. Tommaso, l’uomo ha solo una capacità o potenza passiva, senza nessun atto neppure imperfetto, di arrivare in Paradiso, mentre Dio ha la potenza attiva somma o onnipotente di farvelo giungere, chiamandolo alla grazia e alla gloria, che sono sostanzialmente sopra la natura creata (Ibidem, a. 2) e non simultanee alla natura.

In breve il primato della causalità efficiente e finale divina non viene meno neppure nell’essere e nell’agire dell’uomo. La sorgente prima di ogni essere ed agire rimane Dio, l’Esse ipsum subsitens, che è fonte totale di tutti gli enti per participationem. Quindi l’uomo nell’atto libero ha il dominio del suo agire come vera causa seconda, senza escludere la causalità prima, la quale non fa violenza alla volontà, ma la muove per prima a fare il bene (De Pot., q. 3, a. 7, ad 13). Dio non costringe, ma influenza la volontà umana. Chiediamo a Dio di poter cooperare alla sua grazia e rendere certa la nostra salvezza con le nostre opere buone, “pre-mosse” da Lui.

TIRANDO LE SOMME

Le XXIV tesi tomistiche ci hanno fatto percorrere l’intera sostanza attraverso i “principia et pronuntiata majora / principi fondamentali” della filosofia dell’Aquinate dalla metafisica alla teodicea.

Il tomismo si può  riassumere in pochi concetti fondamentali: 1°)  realismo della conoscenza, secondo il quale vi è il primato della realtà sul soggetto conoscente per cui la verità è la conformità del pensiero umano alla realtà oggettiva ed extra-mentale; 2°) distinzione e primato dell’essere sussistente sull’essere per partecipazione, Dio è l’essere sussistente per sua natura o essenza e le creature hanno o partecipano l’essere assoluto e infinito di Dio analogamente e in vari gradi (l’angelo, l’uomo, l’animale, la pianta e il minerale). Per cui mentre solo in Dio l’essere è identico alla essenza nelle creature essi sono realmente distinti. Qui si scorge l’originalità e la genialità della metafisica tomistica, che sorpassa anche quella aristotelica attraverso la duplice differenza ontologica a) tra enti ed essere e b) tra l’essenza e l’atto di essere negli enti. L’essere è l’atto ultimo di ogni essenza e  l’ente è un’essenza che ha ricevuto l’essere ed esiste realmente; 3°) Dio è trascendente e distinto dal mondo, ma è onnipresente in esso essendo infinito per natura, per potenza avendolo causato e mantenendolo nell’esistenza e per onniscienza vedendo tutto ciò che succede su questo mondo. L’ente creato è composto di potenza e atto, mentre Dio è solo atto o atto puro da ogni potenzialità, che dice limite ed imperfezione; 4°) il mondo materiale è composto anche di materia e forma, l’uomo di corpo e anima, invece angelo o puro spirito solo di essenza ed essere che stanno tra loro come potenza e atto; 5°) Dio non è composto neppure di essenza ed essere, ma è l’essere stesso sussistente per sua essenza; 6°) l’intelletto illumina la volontà ed in ciò la precede, ma la volontà muove l’intelletto a conoscere un dato oggetto e soprattutto lo muove nella produzione dell’atto libero facendogli emettere il giudizio pratico-pratico; 7°) i principi per sé noti speculativi e pratici hanno valore non solo logico ma reale e metafisico, per cui la verità e la morale non sono soggettive ma oggettive e fondate sulla natura e la realtà; 8°) netta distinzione tra ordine naturale e soprannaturale, la natura non ha diritto alla grazia soprannaturale, ma Dio la conferisce liberamente e gratuitamente alla natura senza guastarla ed elevandola.

Vediamo come le XXIV tesi li contengano e li spieghino tutti quanti.

Metafisica

Tesi I-VI

La metafisica viene trattata dalla prima alla sesta tesi.

La ‘prima tesi’ insegna che l’atto dice perfezione e la potenza principio passivo e quindi potenza e atto son distinti tra di loro realmente. Dio è l’atto puro da ogni potenza o imperfezione, mentre tutte le creature son composte di potenza ed atto, ossia sono atti misti a potenza e perciò sono imperfette e limitate.

La ‘seconda tesi’ specifica che l’atto di per sé dice perfezione e non contiene limiti; solo la potenza, che è capacità di ricevere la perfezione, se è unita all’atto lo limita e lo rende finito.

La ‘terza tesi’ espone la dottrina genuinamente tomistica (alla quale non era arrivato neppure Aristotele) della distinzione reale tra essenza ed essere. L’ente è un’essenza, che, ricevendo l’atto di essere, esiste realmente. Aristotele si era fermato all’essenza come perfezione ultima, mentre l’Angelico giustamente osserva che l’essenza, pur essendo in atto primo in sé, tuttavia è in potenza rispetto all’essere, che è l’attualità ultima di tutti gli atti e di tutte le perfezioni. Questa terza tesi segna il culmine della filosofia tomistica e della filosofia tout court oltre il quale “vi è solo la Visione beatifica”. Solo Dio, che è atto puro o essere per essenza, è unico e semplicissimo (senza alcuna composizione) ed è l’essere stesso sussistente, mentre gli altri enti partecipano o ricevono, in maniera limitate, l’essere da Dio e sono composti di essenza ed essere.

La ‘quarta tesi’ espone la dottrina del concetto univoco, equivoco ed analogo ed asserisce che si può parlare di Dio mediante l’analogia dell’ente sia di attribuzione sia di proporzionalità. L’essere si attribuisce a Dio e alle creature in maniera analoga, ossia con una dissomiglianza sostanziale, ma relativamente somigliante.

La ‘quinta tesi’ studia la sostanza e gli accidenti e dimostra che ogni creatura è composta di sostanza/accidenti, potenza/atto, essenza/essere, mentre Dio no. Egli è assolutamente semplice.

La ‘sesta’ tratta degli accidenti assoluti e dell’accidente relazione o essere per rapporto a qualcosa, che è qualcosa di relativo ma reale. Per esempio, la paternità è relazione tra padre e figlio, che ha un fondamento reale, ossia la generazione del figlio da parte del padre.

Cosmologia

Tesi VII-XII

Dalla settima alla dodicesima tesi viene studiata la cosmologia o filosofia naturale.

La ‘settima tesi’ tratta della creatura spirituale (angelo), che è semplice nella sua natura, ma è composta di essenza spirituale ed essere, (le quali stanno tra loro come potenza/atto) e di sostanza/accidenti, ma non di materia/forma.

La ‘tesi ottava’ studia l’ente materiale (dall’uomo sino al minerale), che invece è composto nella sua stessa essenza di materia e forma, le quali stanno tra loro come la potenza all’atto e l’essenza all’essere. Il corpo fa parte dell’essenza dell’uomo e non è un puro accidente come volevano Platone e Cartesio.

La ‘nona tesi’ spiega come materia e forma non siano sostanze complete in sé, cioè non hanno l’essere per se stesse, ma solo unite assieme e, così, formano un composto sostanziale quali co-principi di cui uno ha bisogno dell’altro.

La ‘decima tesi’, ‘undicesima’ e ‘dodicesima’ studiano l’accidente quantità ed estensione, il luogo, il tempo, il movimento fisico e il principio d’individuazione.

Psicologia

Tesi XIII-XXI

Dalla tredicesima alla ventunesima si studia la psicologia razionale.

Con la ‘tredicesima tesi’ inizia lo studio della vita e dell’anima. La vita consiste nel movimento immanente, ossia mangiare, crescere e riprodursi (che è moto immanente quanto alla specie);  l’anima è la forma sostanziale del corpo.

La ‘quattordicesima tesi’ spiega come l’anima dei vegetali e degli animali non sono forme per se sussistenti, ma dipendono totalmente dal corpo cosicché si corrompono assieme ad esso, tuttavia esse sono il principio per il quale il vivente esiste e vive.

La ‘quindicesima tesi’ studia l’anima umana, che è razionale, spirituale, incorruttibile ed immortale; essa è creata da Dio ed infusa nel corpo quando questo è formato e disposto a riceverla.

La ‘sedicesima’ specifica che l’anima razionale in quanto forma sostanziale del corpo è una sola e non ve ne possono essere due in un medesimo corpo.

La ‘diciassettesima’ tratta delle facoltà o potenze attive organiche e non corporee dell’anima sensibile e razionale ossia spirituale. L’intelletto e la volontà sono facoltà spirituali o inorganiche non situate nel corpo, ma nell’anima mentre le facoltà sensibili sono site nel composto e specialmente nel cervello (direttamente o almeno indirettamente).

La ‘diciottesima’ tratta dell’anima razionale e della sua  facoltà conoscitiva o intellettuale, che è immateriale intrinsecamente, ossia non è sita nel corpo, ma oggettivamente astrae i concetti dai sensi. Il suo oggetto comune è l’ente in genere, mentre il suo oggetto proprio è l’ essenza intelligibile delle cose sensibili poiché l’uomo è composto di anima e corpo e il suo modo di conoscere non può prescindere dal suo modo di essere.

La ‘diciannovesima’ parla diffusamente dell’astrazione logica delle idee a partire dalle immagini sensibili. Infatti la conoscenza umana parte dalla cose sensibili, che non sono intelligibili in atto. Quindi l’intelligenza ha una funzione o capacità attiva, che si chiama intelletto agente, la quale astrae le idee dalle cose e dalle immagini sensibili.

La ‘ventesima’ spiega che le idee conoscono direttamente gli universali, mentre i singolari son colti dai sensi ed anche dalle idee per un ritorno o una riflessione sull’atto conoscitivo umano, il quale ha astratto l’universale intelligibile dal singolare sensibile. Inoltre per innalzarci alle cose spirituali abbiamo bisogno dell’analogia.

La ‘ventunesima tesi’ tratta dei rapporti tra intelletto e volontà e spiega che l’intelletto precede la volontà in quanto la illumina e le presenta l’oggetto conosciuto affinché possa esser voluto, ma la volontà è libera nell’atto di scegliere il bene particolare in quanto la scelta segue l’ultimo giudizio pratico-pratico, nel quale la volontà muove l’intelletto a vedere come convenientemente buono l’oggetto particolare, che – non essendo assoluto o totale – è sempre un bene misto ad un male.

Teologia naturale

Dalla ventiduesima alla ventiquattresima tesi viene toccato il vertice della conoscenza umana poiché si ascende a Dio mediante la ragione naturale.

La ‘ventiduesima tesi’ enuncia che l’intelletto umano ha la capacità di dimostrare con certezza, mediante un ragionamento a posteriori che risale alla causa a partire dagli effetti, l’esistenza di Dio e qualche attributo o proprietà della sua essenza, la quale potrà essere colta direttamente o intuita nella sua interezza solo in paradiso e non su questa terra come vorrebbero gli ontologisti.

La ‘ventitreesima tesi’ tratta dell’essenza di Dio, che è identica all’atto d’essere di Dio e spiega come Egli sia l’essere per essenza o l’essere stesso sussistente, ossia solo in Dio essere ed essenza coincidono, mentre in tutti gli enti finiti vi è distinzione reale di essenza ed essere per cui sono enti per partecipazione compresi gli angeli. L’essere è il costitutivo formale di Dio e tutti gli altri attributi divini (bontà, verità, infinità, bellezza…) derivano dall’essere.

La ‘ventiquattresima’ ed ultima asserisce che Dio, che è l’ente per essenza assolutamente semplice, è realmente distinto dagli enti finiti, che sono per partecipazione e son composti di essere ed essenza come atto e potenza, mentre Dio è l’atto puro e l’ens a se. Inoltre essa parla della pre-mozione fisica di Dio sull’agire umano e delle  creature in genere come preludio al problema della predeterminazione morale e della predestinazione teologica.

Le tesi ventitré e ventiquattro contengono i principi filosofici per la soluzione teologica dei problemi della conoscenza umana di qualche attributo o perfezione divina,  della scienza di Dio, della volontà divina, della provvidenza e della predestinazione.

Giunti alla conoscenza della vera filosofia tomistica, garantita dal magistero della Chiesa, gli studenti possono passare a studiare la Somma Teologica stessa, che, letta senza preparazione previa, potrebbe risultare difficile all’intelletto dell’uomo contemporaneo, imbevuto dai pregiudizi della falsa filosofia soggettivistica e immanentistica.

Raccomando, per chi avesse difficoltà con il latino, l’ottima traduzione dei Domenicani Italiani pubblicata in sei volumi dalle Edizioni Studio Domenicano di Bologna.

Ho scritto questo commento alle XXIV tesi per aiutare i giovani studenti di filosofia ed i loro genitori a cogliere il vero e ad amare il bene con l’aiuto della filosofia tomistica.

Spero che queste pagine li possano far giungere ad essere veri uomini, ossia animali razionali e liberi capaci di “fare il bene ed evitare il male”. Che San Tommaso li illumini e li protegga lungo il corso della vita, diventata oggi molto più aspra che nel passato.

d. Curzio Nitoglia

15/11/2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/11/15/il-sillabo-tomista-commento-alle-xxiv-tesi-del-tomismo-24a-tesi-rapporti-di-dio-col-mondo/

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