Qui Latronem Exaudisti Mihi Quoque Spem Dedisti

Gesu e il buon ladrone-20131105

Qui Latronem Exaudisti Mihi Quoque Spem Dedisti

La Chiesa ci fa cantare alla messa  dei defunti: “Qui latronem exaudisti mihi quoque spem dedisti / O Gesù, che hai esaudito la preghiera del ladrone pentito hai dato anche a me la speranza del perdono e del paradiso” (Beato Tommaso da Celano, Dies irae).

Purtroppo non viviamo appieno le parole della Chiesa e ci lasciamo invadere da una certa sfiducia almeno pratica nei confronti di Dio. In teoria speriamo in Lui, ma praticamente e soprattutto nei momenti del bisogno ce ne dimentichiamo, senza negare esplicitamente l’onnipotenza divina.

In questo articoletto cerchiamo di vedere come fare per vincere questo difetto pratico, che non arriva alla negazione dottrinale della speranza, ma se ne dimentica praticamente e ci porta a fidarci più delle nostre risorse e capacità che dell’aiuto misericordioso della provvidenza onnipotente di Dio.

Infatti molti difetti spirituali derivano proprio da un’erronea concezione che i cristiani si fanno della giustizia e  della  misericordia di Dio. Alcuni errano per difetto di speranza altri per eccesso, immaginandosi un Dio o troppo rigido o eccessivamente bonaccione tanto da non essere giusto.

La speranza è quella virtù che ci rende fiduciosi di ottenere il paradiso grazie all’aiuto della misericordia onnipotente di Dio, che ci ha promesso tutti gli aiuti necessari per conseguirlo con  le buone opere che possiamo e dobbiamo fare con il soccorso di Dio.
Se veramente vogliamo fare la volontà di Dio, cioè il bene e non il male, non dobbiamo temer nulla. Egli ci ha promesso tutte le grazie attuali sufficienti che ci sono necessarie per vivere in unione con Lui.

Certamente abbiamo in noi il fomite del peccato e le tre concupiscenze (orgoglio,  avarizia e sensualità) che ci spingono al male, ma non invincibilmente. Con la grazia di Dio e la buona volontà, che è stata ferita ma non distrutta dal peccato originale, possiamo non farle passare all’atto.

Siamo orgogliosi, attaccati a questa terra e ai suoi piaceri, ma, se vogliamo vincere queste tendenze disordinate, con l’aiuto onnipotente di Dio misericordioso ci riusciremo. San Tommaso  d’Aquino interrogato da sua sorella su cosa dovesse fare per farsi santa le rispose: “volerlo”.

Per fare ciò occorre aver un giusto concetto di Dio. Egli è l’Essere perfettissimo esente da ogni difetto. Se ci facciamo un’idea erronea di Lui non potremo entrare in un giusto e vero rapporto con la sua Persona e la nostra vita spirituale ne risulterà falsata e quindi infruttuosa.

In questo articolo mi soffermo sul falso concetto di coloro i quali, come i giansenisti, pensano che Dio sia una specie di tiranno pronto solo a condannare e mai a perdonare.
No!  Pensiamo bene di Dio, come Lui stesso si presenta: “Deus Caritas est” (1 Gv., IV, 8).

Spesso succede che crediamo e speriamo in Lui, ma all’atto pratico non ci fidiamo della sua provvidenza continua sulla nostra vita, ci lasciamo prendere dallo scoraggiamento e non avanziamo nell’amor di Dio ripiegandoci sui nostri limiti e difetti.

Non dobbiamo pensare che Dio sia inaccessibile, permaloso, facilmente disgustato e vendicativo. Egli è il vero nostro Padre, anzi “nemo pater tam pater / nessun padre umano è paterno come Dio”. Inoltre nella liturgia  dei defunti leggiamo “Deus cui proprium est misereri semper et parcere / O Dio che sei sempre pronto a perdonare ed usar misericordia”.

Ci succede spesso di dire con la bocca che Dio è misericordioso e che bisogna sperare in Lui, ma con il cuore lo riteniamo un essere difficile, duro, tirannico, pronto sempre a spiarci e a condannarci al primo passo falso che compiamo. No! Questa è un’idea totalmente errata di Dio. Egli non ama un giorno ed odia un altro, non è capriccioso e mutevole come l’uomo, ma costante e pieno di misericordia la quale, come insegna San Giacomo, “sorpassa la giustizia / superexaltat autem misericordia judicium”. Egli vuole il nostro amore, ci ha creati per amore e non per condannarci. D’altronde incarnandosi ha scelto il nome di Gesù che significa Salvatore, non “dannatore”. Inoltre vuole un amore pieno di gioia ed entusiasmo: “Dio ama colui che dà con gioia” (san Paolo).

Quando incappiamo in qualche difetto corriamo subito verso Dio come un bambino, caduto, corre verso le braccia di sua madre e rimettiamoci con l’anima in pace. Se Dio ci si dà nella comunione realmente e sostanzialmente non pensiamo poi, incoerentemente, che ci neghi la grazia di una virtù quando gliela chiediamo: “Colui che ci ha dato tutto nel suo Figlio come potrà negarci qualcosa?” (San Paolo)

S. Teresa d’Avila nella sua Vita narra che voleva fondare un nuovo monastero, ma l’opera era assai ardua e costosa. Allora si raccolse in preghiera e concluse: “Teresa e un soldo non andranno lontano, ma Teresa, un soldo e Dio onnipotente andranno lontanissimo”. Dio nella sua infinita bontà e provvidenza misericordiosa ci chiede di mettere la nostra volontà nelle sue mani ed Egli ci condurrà, se non porremo resistenza, sino alla soglia del paradiso. La sua onnipotenza può essere “limitata” solo dalla nostra sfiducia in Lui. Quindi cerchiamo di bandire dal nostro animo ogni sentimento di diffidenza e scoraggiamento. “Uno dei difetti che affligge di più Gesù è la mancanza di fiducia in Lui” (Santa Teresina del Bambin Gesù)

Il tetro Giansenio, invece, insegnava che il cristiano non deve essere mai fiducioso, speranzoso, ma deve avere un puro amore disinteressato e senza speranza di ricompensa ultraterrena verso Dio. Ora ciò è contro la retta ragione e la natura umana, che amando vuol essere riamata, ed inoltre è anche contro la fede poiché la speranza è una virtù e non un vizio. È dunque lecito e persino doveroso amar Dio e nel medesimo tempo sperare di andare in paradiso a vederlo faccia a faccia e a godere eternamente di tale visione, che viene chiamata dai teologi “beatifica”, ossia che ci riempie di felicità.

Non è neppure esatto pensare che per piacere a Dio dobbiamo essere costantemente sofferenti e sulla croce. Certamente la sofferenza è la strada maestra che ci porta in cielo, ma non si può né si deve vivere di sola sofferenza, ci sono anche le legittime gioie spirituali, le quali ci aiutano a prendere lo slancio necessario per sopportare la croce con amore.  Gesù stesso, dopo qualche avventura apostolica difficile, diceva ai suoi Dodici: «Venite e riposatevi un po’».

La felicità è il fine, la sofferenza è il mezzo ma non l’unico; anche le gioie spirituali sono ben viste da Dio purché non ci riposiamo definitivamente in esse come se avessimo raggiunto il nostro fine ultimo. “Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero” ci insegna Gesù nel Vangelo. Infatti non lo portiamo da soli, ma siamo aiutati da Lui e quindi non dobbiamo temere per la nostra debolezza che è rafforzata dalla grazia di Dio: “tutto posso in Colui che mi rafforza” insegna San Paolo.

Attenzione a non pensare troppo al futuro, potrebbe spaventarci col disgusto della  monotonia. S. Ignazio da Loyola racconta nella sua Autobiografia che una volta gli si presentò il pensiero seguente: “come farai a condurre sempre, ogni giorno, per altri 30/40 anni questa vita di mortificazione ed orazione?” e si scoraggiò, però proprio questo abbattimento spirituale gli fece capire che questo pensiero non veniva da Dio, ma dal demonio ed allora lo scacciò dicendo: “puoi tu forse promettermi ed assicurarmi un solo istante di vita?”. Occorre vivere nel momento presente e far bene ciò  che stiamo facendo, consegnare alla misericordia divina il nostro passato e alla provvidenza il nostro futuro.
Certi educatori parlano più delle punizioni che Dio riserva a coloro i quali sbagliano che della ricompensa che Egli dà a coloro i quali lo amano. Così molti cristiani vivono, più che di speranza ed amore, di timor servile il quale, se è buono all’inizio della vita spirituale per uscire dal peccato grave abituale, diventa un ostacolo quando con l’avanzar della pratica spirituale permane e non cede il posto al timor filiale o perfetto.

Dio non si trova dove vi è l’oscurità, l’abbattimento, lo scoraggiamento. La vita spirituale è bella, dà pace e gioia soprannaturale. I mondani o i falsi devoti pensano che sia una vita fatta solo di durezze, tristezze e malinconie accigliate.

Certamente occorre lottare e mortificarsi, ma come mezzo per arrivare al fine che è l’unione beatificante con Dio, la quale ci dà una felicità iniziale già in questa terra e perfetta solo in cielo. Come le api per darci il miele dolcissimo debbono prima succhiare il timo che è molto amaro così nella vita spirituale lo sforzo per vivere cristianamente osservando i Comandamenti di Dio ci porta alla vera felicità spirituale.

Ogni uomo in qualsiasi luogo e stato di vita si trovi deve tendere alla santità come uno scalatore deve tendere alla vetta della montagna. Non è il luogo o lo stato che ci assicurano la vita spiritualmente vera, ma la buona volontà. Per esempio, Giuda si è  dannato pur essendo un Apostolo, che è vissuto tre anni fianco a fianco con Cristo, mentre Lot si è salvato abitando a Sodoma assieme a sua moglie e alle sue figlie.
La vera devozione o vita cristiana non porta all’indiscrezione, all’eccesso o all’imprudenza. Se è vera devozione non guasta nulla: “La grazia presuppone e perfeziona la natura e non la distrugge” (san Tommaso d’Aquino), il vero soprannaturale non è mai fuori posto, mai contro la natura e la ragione, oltre sì, contro no. Se la devozione non si concilia con i doveri del proprio stato di vita non è vera devozione. Ad esempio, se una madre di famiglia passa intere ore in chiesa e trascura il marito e i figli è fuori strada o se un sacerdote trascura la vita interiore per l’azione e l’apostolato è anch’egli fuori dal retto sentiero.

La perfezione cristiana non significa assenza di difetti o imperfezioni, che sono connaturali alla natura umana; essa consiste nel voler osservare i 10 Comandamenti e nel vivere abitualmente in grazia di Dio tendendo all’unione sempre più intensa con Dio, che inizia già con lo stato di grazia santificante, il quale aumenta mediante le opere buone, la ricezione sempre più fervente dei sacramenti  e soprattutto evitando l’abbattimento, la resa, il cessar di combattere per migliorarsi con l’aiuto sufficiente di Dio, che è promesso a tutti e non è negato a nessuno.

Una eccessiva austerità è pericolosa per sé e per gli altri. San Bernardo narra che quando era giovane sacerdote era molto e forse troppo esigente con le anime e in tal modo invece di farle avanzare nella via del Signore le faceva regredire, ma Dio gli fece capire il suo eccessivo rigore e San Bernardo poté dar fiducia alle anime e farle avanzare sulla via della santità.

Le vere amicizie ci aiutano a santificarci, ma per essere vere debbono riposare su ciò che è buono. Infatti amicizia significa scambio mutuo tra due o più persone. Però se ciò che ci si scambia è cattivo o frivolo, l’amicizia non è vera ma fatua o malvagia. Cerchiamo di scambiarci il vero e il bene conosciuto ed amato, fatto conoscere ed amare. Normalmente ciò che è sdolcinato è fasullo, mentre ciò che è vero è sobrio e franco.

Allora mettiamoci al lavoro con la ferma fiducia che “Colui il quale ha iniziato l’opera della nostra salvezza la porterà a termine” (San Paolo), ricorriamo specialmente a Maria SS. madre di misericordia e dispensatrice di tutte le grazie, ella ci accompagnerà passo dopo passo lungo il corso della nostra vita sino all’incontro oggettivo e reale con Cristo il giorno del nostro giudizio particolare. Fede, buone opere, sacramenti e preghiera sono i segreti per salvarsi l’anima.

E non dimentichiamo mai che Gesù ha esaudito il ladrone pentito e quindi c’è speranza anche per noi.

Nos cum prole pia benedicat Virgo Maria!

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d. Curzio Nitoglia

5 novembre 2013

  1. https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2013/11/05/qui-latronem-exaudisti-mihi-quoque-spem-dedisti/
  2. http://doncurzionitoglia.net/2013/11/05/qui-latronem-exaudisti-mihi-quoque-spem-dedisti/

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