IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 23a Tesi (l’essenza di Dio)

___Santommaso20131104

LA XXIII TESI TOMISMO

L’essenza di Dio

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“In Dio l’essenza è identica all’atto d’essere, ossia Dio è lo stesso essere sussistente. Perciò l’essere per essenza è il costitutivo formale di Dio e dall’essere per essenza derivano tutti gli altri attributi divini”.

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Dio non ha l’essere, ma è l’essere per sua natura. Secondo S. Tommaso (e la Chiesa che ha approvato questa XXIII tesi) la natura di Dio è l’essere per essenza e dall’esse per essentiam  derivano tutti le altre perfezioni divine.

L’esse è la prima perfezione e l’atto di tutti gli atti (Quodl., II, a. 3; S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3). Quindi l’esse per se sussistente è l’esse per essentiam ossia Dio. Le creature sono enti per partecipazione in quanto la loro essenza riceve, ha o partecipa l’essere: “Deus est ens per essentiam et alia per participationem” (S. Th., I, q. 4, a. 3, ad 3).

L’Angelico spiega: “In Dio l’essere coincide con la sua essenza. Quindi il nome e l’attributo primo e principale di Dio dal quale tutti gli altri derivano è l’essere” (I Sent., dist. 8, q. 1). D’altronde Dio stesso ha rivelato a Mosè il suo nome: “Ego sum qui sum” (Ex., III, 14).

Infatti, continua San Tommaso, “Esse simpliciter acceptum, secundum quod includit omnem perfectionem essendi, praeminet vitae et omnibus perfectionibus subsequentibus” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad 3), ossia l’essere, preso assolutamente in tutta la sua valenza, dice più della vita e delle perfezioni che ne derivano poiché include e contiene ogni perfezione.

Ed ancora: “Non est verum quod intelligere vel velle sit nobilius quam esse si secernantur ab esse: immo sic esse eo est eis nobilius / Non è vero che conoscere o volere sia più nobile dell’essere se son presi separatamente dall’essere: anzi così l’essere è più nobile di essi” (De Veritate, q. 22, a. 6, ad 1).

La natura di Dio è assolutamente semplice senza nessuna composizione neppure di essere ed essenza, la quale invece si trova negli angeli, che ricevono l’essere da Dio ed esso è limitato e specificato dalla loro essenza o natura angelica creata.

Siccome l’essere di Dio non è ricevuto né limitato da una essenza o potenza finita, Dio è l’essere infinito.

Secondo Platone Dio è essenzialmente il Bene sommo o infinito. Ma san Tommaso risponde che il concetto di bene è 1°) composto di essere + buono perché prima di esser buono devo essere; 2°) è un concetto relativo poiché il bene è “ciò che viene desiderato”, quindi dice relazione ad una volontà che lo appetisce. Ora un concetto relativo e composto cede il passo al concetto semplice e assoluto, che è l’essere.

Lo stesso vale per il Vero, che è composto di ‘essere’ + ‘vero’ e dice rapporto ad un intelletto che si conforma ad esso conoscendolo.

L’essere, invece, non dice nessuna relazione e precede il bene, il vero, l’uno, che gli si debbono aggiungere per esistere realmente.

S. Tommaso insegna esplicitamente: “esse est inter omnia perfectissimum. […]. Esse est actualitas omnium actuum et propter hoc est perfectio omnium perfectionum” (De potentia, q. VII, a. 2, ad 9).

Non è neppure esatto dire che Dio causa se stesso. Infatti la causa precede l’effetto ontologicamente e non solo cronologicamente. Quindi se Dio causasse se stesso sarebbe preceduto da un altro, sarebbe effetto e non causa incausata. Invece Dio è Assoluto, incausato e la sua essenza non è realizzata o prodotta, ma coincide con il suo stesso essere.

Dio si definisce come l’ente che è  l’essere (come atto ultimo) per sua natura. Solo in Dio l’essere è la sua natura stessa. Tutti gli altri enti hanno o ricevono l’essere ab alio e non sono l’esse a se.

L’essere di San Tommaso non è l’esistere, ma l’atto ultimo che racchiude e perfeziona ogni altro atto, essenza o perfezione, ossia l’attualità perfetta e completa di ogni atto. Quindi Dio, “Colui che è” o l’Essere assoluto, totale, perfetto, cui nulla manca, include necessariamente tutte le altre perfezioni, anche quelle pure o non miste ad alcuna imperfezione, per esempio il vero, il bene, l’uno, il bello. Siccome Dio è per sua essenza, è anche uno, vero, buono, bello. La sua assoluta perfezione include anche l’immobilità e l’eternità. Infatti l’assoluta semplicità di Dio, non composto neppure di essere/essenza o potenza/atto, comporta la sua stabilità metafisica ovvero nessun passaggio da potenza ad atto (moto metafisico, fieri o divenire) e include l’eternità, la quale, in senso stretto e filosofico, significa il non mutare quanto alla sostanza e agli accidenti, particolarmente quanto all’azione. Siccome Dio è assolutamente semplice, non composto di sostanza e accidenti di essere e di agire, non è sottomesso a nessun cambiamento, ossia è eterno.

L’essere come vertice della filosofia tomistica

S. Tommaso è il filosofo dell’essere come atto ultimo di ogni essenza, forma e perfezione. Invece la filosofia aristotelica si ferma all’essenza o alla forma e non giunge all’atto ultimo di ogni essenza, forma e perfezione, che è l’atto di essere.

Per il tomismo l’esistenza reale dell’ente creato è il fatto di esistere, il quale è il semplice risultato della presenza dell’ente nella realtà e non va confuso con l’atto di essere, che è l’ultima perfezione metafisica di ogni forma o essenza. L’ente è un’essenza avente l’essere. Quindi l’ente esiste realmente in quanto un’essenza finita riceve l’essere come atto ultimo.

Tra essere come atto ultimo ed esistere come prodotto dell’essere informante un’essenza passa la stessa differenza che tra causa ed effetto. Ora la causa non è l’effetto e quindi l’essere non è l’esistenza.  Infatti l’essere, perfezionando ultimamente l’essenza, fa in modo che l’ente (come composto di essenza ed essere) esca fuori dal nulla e dalla sua causa ed esista realmente.

L’atto d’essere

L’Angelico insegna che «l’essenza, prima di avere l’atto di essere, non esiste ancora» (De Pot., q. 3, a. 5, ad 2) e che «è necessario che l’atto stesso di essere stia all’essenza, la quale è realmente distinta da esso, come l’atto alla potenza» (S. Th., I, q. 3, a. 4. Cfr. De spir. creat., a. 1). L’ente è composizione fra essere partecipato (atto) ed essenza (potenza).

Ne proviene che l’autentico atto di essere (esse) non va mai confuso col fatto dell’esistenza (ex-sistere), la quale è il semplice risultato, prodotto o ‘effetto’ della presenza dell’ente nella realtà, che non può assurgere alla dignità di atto metafisico, il quale è causa di esistenza. In breve, l’essenza nel ricevere l’essere come suo atto ultimo produce o dà luogo all’ente, il quale è realmente esistente nella realtà (ex-sistit, esce dal nulla ed entra nella realtà), grazie all’essere che attua ultimamente un’essenza.

Il semplice fatto dell’esistenza o di essere presente nella realtà si può predicare anche dei difetti, delle malattie, della morte e dei peccati: tutti danni o deficienze degli enti, esistenti, ma non certo perfezione di enti o ‘enti in senso proprio’.

Dall’ente ultimato dall’essere sino a Dio

È pertanto chiaro (v. XXII tesi del tomismo) che la partecipazione degli enti all’essere (“l’ente è un’essenza avente o partecipante l’essere”) può farci risalire a Dio, secondo l’insegnamento di S. Tommaso: «Alla struttura metafisica di ogni ente per partecipazione consegue la sua dipendenza causale, o creaturale, dall’Altro» (Cfr. S. Th., I, q. 44, a. 1, ad 1; ivi, ad 2).

Ossia l’ente per partecipazione dipende e riceve l’essere dall’Ente per essenza o Dio. Appunto su tale partecipazione si fonda la “quarta via” tomistica nella quale Dio è qualificato come “causa dell’essere”, ovvero Creatore di tutti gli enti (S. Th., I, q. 2, a. 3). Questo atto di essere trascende ogni essenza e forma, per cui si deve parlare del supremo atto metafisico di essere.

Il termine “ente” esprime anzitutto e soprattutto l’essenza partecipante l’atto di essere (Cfr. In I Sent., d. 8, q. 4, a. 2; De Ver., q. 1, a. 1, ad 3). Ed è perciò stesso che l’ente per partecipazione, costituito dall’essere partecipato e dall’essenza, fonda il primo collegamento della dipendenza causale, o creaturale, di ogni ente finito dall’Essere infinito.

Così il vero essere da San Tommaso è riconosciuto come il costitutivo metafisico proprio di Dio (“Ego sum qui sum”; “Javeh”), il Quale, appunto per questo, è la Causa dell’essere, e dunque il Creatore di tutti gli enti. Non è difficile, allora, vedere che l’onnipresenza creatrice di Dio negli enti presuppone ed esige la sua infinita trascendenza su di essi tutti (Cfr. S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3; ivi, I, q. 11, a. 4, ivi, I, q. 8, aa. 1-4; ivi, I, q. 105, a. 5).

San Tommaso nel De ente et essentia, cap. 5 spiega che ogni ente o è atto puro (da ogni composizione con la potenza) o è composto di atto e potenza. L’atto puro (detto anche “perfezione pura”) è unico e infinito, poiché non è ricevuto, moltiplicato e limitato da nessuna potenza. L’atto misto alla potenza è invece molteplice e finito. Poi, siccome ogni ente o è da sé quel che è, oppure lo è ab alio, allora l’atto puro è un ente da sé (aseitas: essere ciò che si è a se e non ab alio), ossia non dipende da nessuna causa per essere ciò che è. Onde l’atto puro è incausato e gli atti misti a potenza sono molteplici, finiti e causati dall’atto puro, causa prima incausata.

L’essere è l’atto ultimo/supremo di ogni essenza, la quale sta all’essere come la potenza all’atto. L’atto puro è detto anche Dio o Colui che è per sua essenza (“Jhawhè” o “Ego sum qui sum”, Exod., III, 15): «Solo Dio può dire non solamente “Io ho l’essere, la verità e la vita”, ma “Io sono l’Essere, la Verità e la Vita”. […] Solamente in Dio l’essenza e l’essere si identificano: In solo Deo essentia et esse sunt idem. Dio solo è l’Essere mentre invece ogni essere limitato e finito è di suo solo capace di ricevere l’essere per partecipazione, e di fatto esiste solo se Dio liberamente lo crea e lo conserva. […] L’essenza finita non è il suo essere ed è realmente distinta da esso. Dio solo, quale Atto puro, è il suo essere, Egli è l’ipsum Esse subsistens irreceptum et irreceptivum».

Il merito e la originalità filosofica di S. Tommaso è stata quella di aver considerato sin dalla sua gioventù (il “De ente et essentia” lo compì nel 1255 a soli 30 anni, essendo nato nel 1225) l’essere come atto ultimo/supremo di ogni essenza, la quale è riconducibile alla potenza. Onde, mentre Aristotele si era fermato alla composizione di materia/forma, potenza/atto, il “Dottore comune” o ufficiale della Chiesa lo sorpassa e innova con la composizione di essenza/essere. In seguito nel 1266, a 41 anni, egli ritornerà sul concetto di essere e specificherà che “l’essere è atto di ogni atto e perfezione di ogni perfezione” (con la “Questione disputata” De potentia, q. 7, a. 2, ad 9; e la Summa Theologiae, I, q. 4, a. 1 ad 3). “L’essenza non sarebbe nulla se l’essere non la perfezionasse” (De Pot., q. 3, a. 5, ad 2), ossia l’essere fa uscire (“ex-sistere”) l’essenza fuori dal nulla e dalla sua causa e le dà l’esistenza reale.

L’essenza è in sé perfezione prima, ma è in potenza rispetto all’essere come atto ultimo/supremo. Dio è l’atto puro da ogni potenza o l’Essere per se sussistente, l’Essere a se, l’Ipsum Esse o quell’Ente la cui essenza è l’essere, mentre tutte le altre essenze non sono il loro essere ma lo ricevono o lo hanno. Dio solo è il suo stesso essere: “ipsum esse suum”. Deus solus est suum esse; tutte le creature sono enti per partecipazione in quanto la loro essenza partecipa l’essere e quindi la loro essenza è in potenza rispetto all’essere che è l’atto ultimo di ogni realtà; in breve esse sono essenze che hanno o partecipano l’essere: “Deus est ens per essentiam, et alia per participationem” (S. Th. I, q. 4, a. 3, ad 3).

Perciò in ogni ente creato vi è composizione di essenza/essere come di potenza/atto. In breve, se Dio è l’atto puro (“Actus separatus”) di essere e le creature sono enti composti di essenza/essere, significa che Dio solo è l’essere infinito, perfettissimo (De pot., q. 7, a. 2, ad 9; S. C. Gent., lib. I, c. 28; S. Th., I, q. 4, a. 2), mentre le creature sono finite e imperfette.

La nozione di essere quale atto supremo e quella di partecipazione risolvono tutti i problemi cui l’aristotelismo e la patristica, non ancora sistematizzata e completata dalla scolastica tomistica, non avrebbero potuto far fronte in maniera totalmente adeguata. Si pensi ad esempio alle questioni sollevate dalla filosofia moderna (da Cartesio †  1650 sino a Hegel † 1831) come l’immanentismo panteista, che è confutato dall’Essere per essenza o a se realmente distinto dall’ente per partecipazione o ab alio, composto di essenza e di essere, che non è il suo essere ma ha o riceve e partecipa l’essere.

Tutta la modernità, anche quella non esplicitamente ostile al cristianesimo (da Malebranche † 1751 a Rosmini † 1855), così come quella apertamente incompatibile con la Rivelazione (Cartesio †1650, Kant † 1804, Fichte †1814, Schelling †1854, Hegel † 1831), trova una risposta (la prima) e una radicale confutazione (la seconda) dalla teoria dell’actus essendi e della partecipazione.

Per quanto riguarda la post-modernità (da Nietzesche † 1900 a Freud † 1939 e sue propaggini: ‘Scuola di Francoforte’ e ‘Strutturalismo francese’), che è caratterizzata da un sostanziale nichilismo metafisico (gnoseologico ed etico) o distruzione dell’essere (conoscibile e buono moralmente), trova nella metafisica dell’essere la diga che si frappone tra ciò che è e il nulla verso cui vorrebbe tendere la post-modernità, la quale, per odio satanico contro l’Essere stesso sussistente, cerca di distruggere l’essere per partecipazione, in quanto esistente (metafisica), in quanto conoscibile (logica) e in quanto buono (etica), proprio come satana tenta l’uomo o l’ente per partecipazione (creato a “immagine e somiglianza di Dio”, intelligente e libero) per colpire indirettamente Dio o l’Atto puro, Essere per essenza. Onde l’immanentismo panteista, il nichilismo teoretico ed il neomodernismo sono confutati in nuce dal tomismo originario.

Confutazione di ogni panteismo

San Tommaso d’Aquino nel Commento alle Sentenze (I, d. 8, q. 1, a. 2) si pone la questione “se Dio sia l’essere di tutte le cose” e risponde che “Dio è l’essere di tutte le cose non essenzialmente ma causativamente”. Ossia Dio non è coessenziale al mondo, ma ne è causa efficiente, trascendente e realmente distinta. Poi lo prova, distinguendo tre tipi di causalità efficiente: a) causa univoca: causa ed effetto sono identiche o della stessa specie (padre e figlio); b) causa equivoca: non vi è nessuna identità reale ma solo una certa vaga somiglianza qualitativa nominale (il sole che scalda e le pietre scaldate si somigliano quanto alla qualità del calore, ma non sono della stessa specie); c) causa analoga: vi è una certa somiglianza tra causa ed effetto (quanto al fatto di esistere) mista ad una dissomiglianza (sostanziale) più marcata; per esempio tra Dio e l’uomo, vi è una certa somiglianza relativa quanto al fatto che esistono, ma sono sostanzialmente diversi poiché Dio è ‘a se’ e le creature ‘ab alio’.

Da ciò risulta che Dio produce l’essere del mondo secondo una debole ed imperfetta somiglianza per rapporto alla sostanziale diversità tra loro due. Quindi “l’Essere divino produce l’essere del mondo in quanto dall’Essere infinito procede o è causato efficientemente l’essere di tutte le creature” (I Sent., d. 8, q. 1, a. 2).

Nella Summa contra Gentiles (lib. III, cap. 68) l’Angelico precisa che Dio è onnipresente, ma “non si trova mescolato al mondo: Egli non è né forma né tanto meno materia di alcuna cosa, ma si trova nelle sue creature come causa agente efficiente”. Quindi il mondo e le creature possono essere chiamati “divini” solo per partecipazione e imitazione in quanto creati da Dio (S. Th., I, q. 45, a. 7; I, q. 91, a. 4).

L’Aquinate elimina così anche ogni possibile equivoco immanentistico, distinguendo presenza, inerenza o immanenza da immanentismo. Perciò Dio non solo è l’ “Ens a se”, ma è anche “Ens a quo omnia alia”. Come dice ancora S. Tommaso: “quod dicitur maxime tale in aliquo genere, est causa omnium quae sunt illius generis” (S. Th., I, q. 2, a. 3) ossia Dio che è Essere massimo è causa di tutti gli enti; come pure “omnia quae sunt in aliquo genere, derivantur a principio illius generis” (S. Th., I-II, q. 1, a. 1, sed contra), cioè tutti gli enti, derivano o partecipano dal Principio dell’ente, che è l’essere sussistente per essenza. Perciò Dio è Ens a se a quo omnia alia sunt; mentre la creatura è ens ab alio derivans et participans.

La Filosofia Tomistica ha compendiato il pensiero del Dottore Comune così: il vero problema è quello della coesistenza e conciliazione del finito coll’Infinito. Posto ciò, siccome è un fatto che l’ente finito esiste, esso suppone una Causa incausata e infinita, poiché una serie infinita di cause finite non spiega se stessa. Infatti si resta nel campo dell’effetto e non si giunge alla causa o spiegazione della realtà creata e causata. Se un cieco ha bisogno di una guida per camminare bene, la guida non può essere cieca; anche se la serie dei ciechi fosse infinita, essa non riuscirebbe a guidare o far camminare bene il cieco ultimo, anzi aumenterebbe la difficoltà e il caos; così se l’ignorante ha bisogno di un maestro, questi non deve essere ignorante, altrimenti non si arriverà mai all’istruzione, e ciò anche se la serie dei maestri ignoranti fosse infinita.

Così si deve risalire dall’effetto alla causa, dal creato all’Increato, dal finito all’Infinito e non si può restare al livello degli effetti. La serie infinita di enti finiti ci farebbe restare nell’effetto causato e non ci farebbe risalire alla Causa incausata. Non si deve badare alla quantità o lunghezza della serie degli anelli di una catena per spiegarne l’esistenza, ma occorre rimontare alla qualità degli anelli che compongono la catena e dall’effetto finito o causato risalire ad una Causa incausata e infinita. La creatura è distinta da Dio perché è finita, però tutto ciò che ha lo ha o lo partecipa da Dio che è l’Essere per essenza e non ha l’essere da nessuno. Onde tutto quel che c’è di perfezione nella creatura è in maniera sovra-eminente ed infinita in Dio. Così la perfezione della creatura non aggiunge nulla a Dio. Dio e creature non formano “più-Essere” o un “Super-Essere”, ma solo più enti, poiché l’essere della creatura è partecipato o dato da Dio, così come se un allievo sa qualcosa in quanto glielo ha insegnato, dato o partecipato il maestro, maestro e scolaro non fanno più scienza ma solo più scienti.

Onde «l’ente e l’essere si dice di Dio e degli altri enti secondo l’analogia di proporzionalità propria. Dio sta al suo Essere così come ogni altro ente sta al suo essere. Tuttavia l’Essere di Dio è essenzialmente diverso da quello degli altri enti: Dio è lo stesso Essere per sua essenza, mentre ogni altro ente riceve, ha o partecipa dell’essere. C’è quindi una certa relativa somiglianza e una sostanziale diversità tra l’essere degli enti e quello di Dio».

Tomismo, scotismo e suarezismo

Scoto, come poi Francisco Suarez, «si rifiuta di ammettere la distinzione reale tra essenza ed esistenza, tranne che in Dio». Scoto riprende da Avicenna la concezione della non-distinzione reale tra essenza ed essere nelle creature e con tale teoria prelude a Suarez e alle involuzioni antimetafisiche della modernità.

Secondo Gilson – che è stato uno dei più grandi studiosi dal punto di vista storico/filosofico della filosofia medievale e di Scoto – lo scotismo è il diffusore di una metafisica dell’essenza, che segna un ritorno ad Aristotele ed un’involuzione rispetto alla metafisica dell’esse ut actus di S. Tommaso, la quale dà il primato all’essere; una metafisica, quella di Scoto, “agli antipodi di quella del primato dell’esse di S. Tommaso d’Aquino”. Gilson ha colto bene l’essenzialismo o il ritorno alla metafisica della sostanza o dell’essenza di Aristotele da parte di Scoto e l’abbandono dell’ascesa tomistica alle vette della metafisica come filosofia dell’esse quale “perfezione suprema di ogni perfezione, atto ultimo di ogni atto, essere ultimo di ogni essenza e forma”. Tutto ciò a partire dalla negazione scotista della distinzione reale tra essenza ed essere nelle creature, dichiarata da S. Tommaso, come insegna anche la XXIII Tesi del tomismo: “L’Essenza di Dio è identica al Suo Essere, cioè Dio è lo stesso Essere per sé Sussistente”.

Anche Suarez nega che la creatura sia composta di essenza ed essere (Disp. Meth., dist. 31, sez. 4, 6 e 13); invece S. Tommaso tocca il culmine della metafisica, sorpassando lo stesso Aristotele, che si era fermato all’essenza, giungendo al concetto di essere come “atto ultimo e perfezione di ogni essenza” (Contra Gent., l. I, cc., 38, 52-54; S. Th., I, q. 50, aa. 2-3; De ente et essentia, c. 5) e in tal modo distingue ogni ente creato anche di natura angelica, composto di essenza ed essere, da Dio che è il suo stesso Essere per essenza (S. Th., I, q. 50-51, 54). Suarez, invece, nega esplicitamente la composizione di essenza ed essere negli Angeli (Disp. Meth., dist. 31, sez. 13).

Grandezza della XXIII tesi del tomismo

Allontanarsi dalla metafisica dell’essere come actus ultimus omnium essentiarum comporta un grave pericolo di conclusioni disastrose. «Il più piccolo errore intorno alle prime nozioni di essere ecc., produce conseguenze incalcolabili, come ricordava San Pio X, citando queste parole di S. Tommaso: “Parvus error in principio, magnus est in fine”. Se si rigetta la prima della XXIV Tesi, tutte le altre perdono il loro valore».

Si capisce allora perché San Pio X insegna nella Pascendi (8 settembre 1907) e nel Giuramento anti-modernista Sacrorum Antistitum (1° settembre 1910): “Ammoniamo i maestri di filosofia e teologia che facciano bene attenzione a ciò: allontanarsi anche solo un po’ dall’Aquinate, specialmente in metafisica, comporta un grave pericolo”. Il tomismo è la dottrina preferita dalla Chiesa e S. Tommaso è il Dottore Comune o Ufficiale di Essa, ma la Chiesa non impedisce che si insegnino altri sistemi filosofici non esplicitamente eterodossi (lo scotismo e il suarezismo), anche se mette in guardia dalle conclusioni pericolose che se ne possono trarre: “Al di sopra di tutti gli infruttuosi esperimenti (di apertura alla modernità) la Chiesa segue la sua strada e ci ricorda via via quello che realmente ci aiuta a non allontanarcene. Questo ha fatto approvando le XXIV Tesi. Se i problemi del momento (la nouvelle théologie) si van facendo sempre più gravi, questa è una ragione per ritornare a studiare e capire la vera dottrina di S. Tommaso intorno all’essere, alla verità, al valore dei primi princìpi dai quali si risale con certezza all’esistenza di Dio. […]. Si tratta dei princìpi direttivi del pensiero e della vita morale, tanto più necessari quanto più le condizioni dell’esistenza umana si fanno maggiormente difficili e richiedono certezze più ferme”.

Etienne Gilson ha scritto nel suo libro monumentale su Scoto: «La teologia raccomandata dal Magistero ecclesiastico come più sicura è quella di S. Tommaso d’Aquino. […]. Non c’è una decisione emanata dalla S. Sede contro l’insegnamento della teologia scotista. Tuttavia Roma non esenta alcun teologo dalle sue direttive, “specialmente in ciò che concerne l’insegnamento del Dottor Comune, San Tommaso d’Aquino” (Lettera del card. P. Gasparri, 28 maggio 1925). Non può esserci che un Dottor Comune, e non è Duns Scoto».

d. Curzio Nitoglia

4 novembre 2013

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