IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 22a Tesi (l’esistenza di Dio)

___Santommaso20131101

*

LA XXII TESI DEL TOMISMO

L’esistenza di Dio

*

“L’esistenza di Dio non la possiamo conoscere per un’intuizione immediata né la si può dimostrare a priori, ma a posteriori, cioè a partire dalle creature si risale al Creatore come dagli effetti si rimonta alla causa”.

 *

  • L’oggetto proprio dell’intelletto umano non è Dio

Siccome l’uomo è un composto sostanziale di anima e corpo l’oggetto proprio dell’intelletto umano è l’essenza intelligibile delle cose sensibili. Quindi è impossibile all’uomo intuire immediatamente l’essenza di Dio come se fosse naturalmente evidente alla ragione umana. Dio è purissimo Spirito e nella sua natura intima è infinitamente superiore alle capacità dell’intelligenza umana, la quale solo tramite l’analogia e il ragionamento può elevarsi a realtà superiori.

Nella tesi IV e XX abbiamo studiato la dottrina tomistica sull’analogia. Nella presente ci resta da studiare quale sia il ragionamento, che ci permette di raggiungere la certezza metafisica dell’esistenza di Dio e solo qualche attributo della sua essenza (Essere, Vero, Buono…).

  • Dimostrazione a posteriori o a priori?

La dimostrazione (secondo Aristotele e san Tommaso) si divide in a priori o propter quid e in a posteriori o quia.

La dimostrazione propter quid o a priori inizia dalla causa e a partire dall’analisi della sua natura (quid) spiega il perché o la ragion d’essere della sua esistenza. Nel caso nostro la dimostrazione a priori pretenderebbe (errore per eccesso) di conoscere con la ragione naturale l’essenza di Dio, che è assolutamente soprannaturale, e dalla nozione di Dio dedurrebbe la sua esistenza, il che è impossibile alla ragione umana, la quale astrae concetti da immagini sensibili.

La dimostrazione a posteriori o quia, invece, parte dagli effetti e risale all’esistenza e non all’essenza della loro causa, ma dimostra che la causa è la spiegazione degli effetti. “Ogni volta che l’effetto ci è più noto della causa (quanto a noi e non quanto a sé), ci serviamo della dimostrazione a posteriori o quia per conoscere almeno l’esistenza della causa a partire dagli effetti”  (S. Th., I, q. 2, a. 2). L’Angelico segue questa seconda via per dimostrare l’esistenza di Dio e confuta la prima.

La dimostrazione a priori, che sopravvaluta la ragione, presuppone che non sia necessario dimostrare mediante un sillogismo l’esistenza di Dio poiché essa è evidente all’uomo. Questa teoria è stata insegnata informalmente in primo luogo da S. Anselmo d’Aosta, il quale in una conferenza spirituale ai suoi monaci – non pretendendo dare una prova filosofica, ma un pensiero pio e spirituale – asserì che l’idea di  Dio come l’Ente il più perfetto possibile comprende la sua esistenza reale, altrimenti gli mancherebbe qualcosa e non sarebbe perfetto.

Secondo S. Anselmo dall’idea dell’Essere perfettissimo, cui nulla può mancare (neppure l’essere), si risale alla sua esistenza reale. S. Tommaso ha obiettato che non è valido il passaggio dall’idea alla realtà e che inoltre l’uomo, il quale ha idee e concetti finiti e limitati, non può avere come punto di partenza un’idea (la quale coglie l’essenza della res) di Dio, che è Ente infinito. Quindi si può arrivare all’esistenza di Dio e alla conoscenza di qualche sua proprietà, e non della sua essenza, solo per un ragionamento che risale dagli effetti alla causa, ossia per una dimostrazione a posteriori o quia.

L’altro errore per difetto di svalutazione dell’intelligenza umana – sostenuto dal modernismo, dal fideismo, dal criticismo kantiano, dal pragmatismo – ritiene che la ragione dell’uomo è totalmente incapace di dimostrare l’esistenza di Dio. San Pio X ha condannato questo errore nel motu proprio del 1° settembre 1910 Sacrorum antistitum o giuramento antimodernista ed ha insegnato positivamente che “l’esistenza di Dio può essere conosciuta con certezza e quindi dimostrata a partire dagli effetti risalendo alla causa”.

  • Come si dimostra l’esistenza di Dio

La dimostrazione dell’esistenza di Dio data da San Tommaso nella Somma Teologica (I, q. 2, a. 3) parte da cinque fatti contingenti o effetti costatati (il movimento o divenire, la causalità seconda o delle creature, il possibile o contingente, i gradi di perfezione, il finalismo del mondo naturale) e risale alla loro Causa prima. Sono le famose “cinque vie”. Ogni via consta di quattro parti: 1°) si constata un fatto o un effetto (il divenire …); 2°) si mette in evidenza la sua contingenza o non necessità; 3°) si dimostra che l’esistenza reale ed attuale di un fatto contingente non può essere il risultato di una serie infinita di enti contingenti, 4°) quindi la conclusione è che l’unica spiegazione valida del contingente/finito è l’Essere necessario/infinito, che noi chiamiamo Dio.

  •  Tradizione, Scrittura e Magistero

Questa dimostrazione dell’esistenza di Dio è stata ripresa e definita dogmaticamente dal Concilio Vaticano I (sessione III, canone 2),  la si trova nella S. Scrittura (Sap., XIII; Rom., I, 19-20) e nella Tradizione. Infatti la Scrittura rivela 1°) che attraverso le cose visibili di quaggiù si può risalire a ‘Colui che è’ e dall’attività delle creature si rimonta al loro Artefice; 2°) che attraverso le cose create, per via di ragionamento, si risale al Creatore. Inoltre il Vaticano I definisce che l’esistenza di Dio può essere dimostrata con certezza a partire dalle creature con il lume della ragione naturale. Né la Scrittura né la Tradizione né la Chiesa parlano, quindi, di visione o intuizione immediata di Dio da parte dell’uomo (ontologismo) e nemmeno di incapacità della ragione di dimostrarne l’esistenza (agnosticismo), ma di ragionamento che risale con certezza al Creatore a partire dalle creature, ossia di dimostrazione a posteriori.

  • La prima via

La prima via, che tratto qui, è la più evidente per noi, perché il movimento o passaggio dalla potenza all’atto (da cui essa comincia) è un fatto evidente a tutti. I nostri sensi costatano in maniera certa che nel mondo vi è un moto (non solo locale o fisico, ma anche metafisico) universale e continuo, il seme diventa fiore, il bimbo diventa uomo, la notte diventa giorno… Gli enti di questo mondo si muovono fisicamente ed inoltre passano metafisicamente dalla potenza all’atto d’essere. Ora tutto ciò che si muove è mosso da un altro. Per esempio la palla di biliardo non si muove da sé, ma è spinta da un giocatore, il bimbo non viene dal nulla, ma dai genitori e cresce se è nutrito da loro. Tuttavia nella ricerca del perché di questo movimento non si può procedere all’infinito (una serie infinita di enti contingenti non spiega se stessa). Quindi si deve risalire ad un primo principio del movimento, che non sia contingente anch’esso e mosso da un altro ente contingente, ma che sia il primo Motore universale ed immobile e che noi chiamiamo Dio.

Occorre sapere che il principio sul quale si basa San Tommaso per questa prima dimostrazione dell’esistenza di Dio “tutto ciò che è mosso [o passa dalla potenza all’atto] è mosso da un altro [che è già in atto]” va inteso metafisicamente e non fisicamente come faceva Aristotele. L’Aquinate studia il passaggio metafisico dalla potenza all’atto e non solo la locomozione fisica. Ora la potenza è realmente distinta dall’atto e ciò che è mosso è in potenza mentre ciò che muove è in atto. Ma per il principio di non-contraddizione nulla può essere nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto potenza e atto. Quindi per arrivare alla  causa che spieghi il movimento occorre risalire all’Atto puro da ogni potenza, che è Dio, mentre l’atto misto a potenza (tutte le creature dall’angelo in giù) non può essere causa incausata degli enti contingenti o composti di atto/potenza essenza/essere, ma esso stesso deve essere causato da un altro che non sia causato da nessun altro.

 È importante specificare e far capire che nella dimostrazione dell’esistenza di Dio non si deve procedere all’infinito o orizzontalmente. Infatti ammesso e non concesso che sia possibile una serie infinita di enti contingenti e subordinati l’uno all’altro cronologicamente e non ontologicamente, essa non può essere causa o spiegazione di se stessa poiché è contingente, ma deve risalire verticalmente e entitativamente ad un Ente necessario, non contingente, incausato e Causa prima della serie infinita (cronologicamente o nel tempo) di enti contingenti o finiti entitativamente.

 Un fatto o un effetto (il divenire …) contingente non può essere il risultato di una serie infinita di enti contingenti e quindi l’unica spiegazione valida del contingente/finito è l’Essere necessario/infinito, che noi chiamiamo Dio.

 Infatti una serie cronologicamente infinita di enti contingenti non può essere la spiegazione o la causa del primo ente contingente. Un ente contingente non è ragione di sé, non è causa di se stesso, ma deve avere una causa perché è un effetto per definizione. Ora un effetto non può essere causa prima e incausata di una serie di  altri effetti, ma richiede una causa metafisicamente superiore che ne spieghi il perché, una causa necessaria, non causata.

 Non si tratta di quantità (serie infinita cronologicamente), ma di essenze qualitativamente diverse (Ente necessario, incausato distinto da enti contingenti, causati). Ad esempio, se la mancanza di spiegazione di un effetto dipende dalla quantità o dal tempo (non colgo un frutto perché si trova troppo in alto per me, oppure perché non ho il tempo per giungere sul posto ove si trova), allora basta allungare la statura o il tempo (prendo una scala o un ora di tempo in più). Invece, se la mancanza di spiegazione dell’effetto (l’esistenza dell’uomo o del mondo) dipende  dalla natura di tale effetto (l’uomo non è causa di se stesso perché  è causato e contingente, composto di potenza e atto, essenza ed essere), allora aumentare la quantità di effetti contingenti e composti non serve a nulla. Per esempio, la penna da sola non spiega il tema scritto o il disegno fatto e, se allungo l’estensione della singola penna o la durata cronologica delle penne sino all’infinito, non risolvo il problema dell’esistenza del tema scritto o del disegno eseguito. Quindi bisogna porre all’inizio del quadro o tema un poeta o un artista che muove la penna.

 L’effetto finale (la mia esistenza) non ha la sua spiegazione in una serie infinita di uomini finiti, limitati, contingenti e composti di atto e potenza. Il problema da risolvere è sempre lo stesso: chi ha dato l’essere a questa serie infinita di uomini, se sono contingenti e composti di essenza ed essere? Il primo uomo non è causa di sé: egli è composto e deve ricevere l’essere, quindi non può darlo a sé e agli altri. Perciò bisogna risalire ad un altro Ente di natura entitativamente diversa, ossia non contingente e composto, ma necessario e semplice, il quale non può non-essere ed è l’Atto puro.

 Quindi tutto ciò che non ha in sé la ragion d’essere, l’ha in un altro distinto da lui e di natura diversa. Per esempio, l’uomo non ha in sé la sua ragion d’essere, ed è composto di essere ed essenza. Perciò deve averla in un altro ente distinto dall’uomo e non composto di essere ed essenza, ma che sia l’essere per sua stessa essenza, cioè Dio.

 È evidente in sé e a tutti che il più perfetto non può essere prodotto o causato dal meno perfetto. Ciò che è superiore non si spiega solo con ciò che è inferiore. Per esempio la statua non si spiega solo con il marmo. Infatti la causa materiale presuppone un artista o causa efficiente che la lavori e le dia la forma o la causa formale di statua. La statua non può essere prodotta solo dal marmo. Questo è un principio evidente che non si dimostra, ma si mostra e non può essere negato sotto pena di contraddizione. Altrimenti la perfezione ulteriore e maggiore (statua) rispetto al solo marmo, che le è inferiore, sarebbe senza causa. Ma senza causa non vi è effetto. Da nulla non viene nulla.

 Ora vi è di più nel moto o passaggio dalla potenza (marmo) all’atto (statua) che nell’inerzia della materia (il solo marmo). La materia è potenza, il moto è passaggio da potenza ad atto ed è superiore alla sola materia. Quindi la sola materia non spiega il passaggio o moto del marmo verso la statua. Dunque è necessario un motore immobile che non sia mosso da nessuno e muova tutti.

 Senza motore non vi è movimento. Ora costatiamo il movimento incessante ed universale nel mondo che ci circonda. Per esempio, i fiumi che scorrono, i fiori che spuntano, i bimbi che nascono, le statue che vengono prodotte. Ma vi è di più nel movimento che nella inerzia della pura materia. Inoltre un movimento costante, incessante ed universale richiede un motore perpetuo ed universale. Quindi ci deve essere un motore primo e immobile non mosso da nessuno e il quale muova tutti, che noi chiamiamo Dio.

 Perciò occorre scegliere o Dio o l’assurdo (il più che viene dal meno, l’effetto senza causa, il nulla che dà l’essere). Il mondo senza Dio è una contraddizione in terminis, come un corpo in cui il sangue circola, ma senza cuore, un tavolo che si è fatto dal nulla o dal legno senza un falegname che lo ha lavorato.

  •  L’ateismo può essere incolpevole?

Per concludere un’ultima questione più attuale che mai. Si può ammettere l’ignoranza invincibile e incolpevole dell’esistenza di Dio?

 L’Antico Testamento nel Libro sacro della Sapienza (cap. XIII) e il Nuovo Testamento (Rom., I, 19-20) chiamano vani, insensati, non scusabili tutti gli uomini che ignorano l’esistenza di Dio a partire dalle creature. La Scrittura non parla solo dei filosofi o degli uomini mediamente acculturati, ma di tutti gli uomini dotati di uso di ragione e li definisce inescusabili. A partire da questi due Testi sacri i Padri ecclesiastici e i teologi, in maniera moralmente unanime,  hanno dedotto che l’ignoranza completa dell’esistenza di Dio non è invincibile né scusabile negli uomini in pieno possesso delle loro facoltà mentali. È ammissibile l’errore non colpevole su alcuni attributi di Dio, ma non sulla sua esistenza. Inoltre alcuni uomini restano come bambini nell’ordine razionale e non si elevano sino a Dio, ma non è ammissibile che la maggior parte degli uomini normalmente sviluppati intellettualmente possano senza alcuna colpa ignorare perpetuamente l’esistenza di Dio. La Sapienza li definisce “imperdonabili / nec illis debet ignosci” e San Paolo li chiama “inescusabili/ inexcusabiles”. Inoltre la Chiesa durante il pontificato di Alessandro VIII ha definito che chi ha raggiunto l’uso di ragione non può ignorare senza colpa l’esistenza di Dio (Decreto del S. Uffizio del 24 agosto 1690, DB 1290).

d. Curzio Nitoglia

01/11/2013

.

.

.

.

.

.

Advertisements
Galleria | Questa voce è stata pubblicata in ARCHIVIO GENERALE, Articoli don Curzio, Filosofia, San Tommaso d'Aquino, Sillabo tomista, Tomismo, Tradizione Cattolica e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 22a Tesi (l’esistenza di Dio)

  1. Pingback: Dimostrazione dell’esistenza di Dio – 22^ Tesi del tomismo | Boanerghes

  2. don luca ha detto:

    Sia lodato Gesù Cristo. Grazie don Curzio per il servizio alla Verità! Noi preti giovani siam stati formati in istituti “teologici” dove non si insegna più la sana filosofia e teologia ma porcherie moderne, sintesi di errori e superbia antropologica.

  3. Pingback: IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 22a Tesi (l’esistenza di Dio) | don Curzio Nitoglia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...