IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 21a Tesi (l’intelletto e la volontà)

___Santommaso20131030

LA XXI TESI DEL TOMISMO

L’intelletto e la volontà

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La volontà segue l’intelletto e non lo precede. Inoltre essa desidera necessariamente ciò che le viene presentato come il Bene assoluto. Tuttavia riguardo ai beni particolari essa è libera. Perciò la scelta libera segue l’ultimo giudizio pratico, ma  è la volontà che rende ultimo quel dato giudizio”.

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I rapporti tra intelletto e volontà

Questa tesi può essere divisa in quattro parti:

  • 1a) i rapporti tra intelletto e volontà;
  • 2a) la volontà non può non amare il Bene assoluto, che non ha e non presenta nessun aspetto di male;
  • 3a) essa è indipendente riguardo ai beni particolari, che, invece, sono misti ad un certo male;
  • 4a) la relazione tra la scelta della volontà e l’ultimo giudizio pratico dell’intelletto.

Intellectum sequitur, non precedit, voluntas / la volontà segue e non precede l’intelligenza. Quindi ogni ente intelligente è anche fornito di volontà libera. Inoltre la radice ultima della spiritualità delle facoltà intellettive/volitive umane è la spiritualità dell’anima, la quale le ospita in se stessa come la sostanza fa da sostrato agli accidenti.

La volontà è una tendenza, un desiderio o un “appetito” razionale, il quale segue la conoscenza intellettuale ed è specificata dall’oggetto conosciuto dall’intelletto e presentatole come buono, anche se può non esserlo in realtà (bene apparente, male reale).

Ora l’oggetto della volontà è il bene anche se solo apparente e non può essere il male in quanto male perché ciò sarebbe contrario alla natura della volontà, la quale per sua natura tende al bene. Per fare un esempio, l’occhio tende per natura a vedere il colore e sarebbe contro natura se l’occhio tendesse a vedere il suono, che è l’oggetto dell’udito.

Ma un oggetto, prima di ‘essere buono’, deve ‘essere o esistere’. Quindi in questo senso la volontà dipende dall’intelligenza: l’intelletto conosce l’essere o la natura intelligibile dell’oggetto sensibile, mentre la volontà tende all’essere buono o che le si presenta come tale. Ora ontologicamente l’essere è anteriore all’essere buono. Infatti per essere buono prima debbo esistere. Perciò in senso assoluto l’intelletto precede la volontà.

Tuttavia relativamente, ossia quando l’oggetto conosciuto e voluto (per esempio Dio) è più nobile dell’anima umana, in cui risiedono l’intelligenza e la volontà, allora – per rapporto a questo oggetto – la volontà è superiore all’intelligenza. Infatti l’atto intellettivo di conoscere “attira” a sé gli oggetti conosciuti perché la loro rappresentazione entra psicologicamente o logicamente (non fisicamente) nell’intelletto. Perciò Dio è conosciuto secondo le capacità finite e limitate dell’intelletto umano, ossia è rimpicciolito al livello delle nostre idee o concetti intellettuali, vale a dire rappresentato o reso presente logicamente nell’intelletto mediante un concetto finito, che conosce e parla di Dio mediante l’analogia, ossia una somiglianza/dissomigliante ove la diversità supera la somiglianza.

La ragione umana può conoscere con certezza l’esistenza di Dio, mediante un sillogismo che parte dagli effetti (creature) per risalire alla Causa prima incausata (Creatore); può giungere a conoscere anche qualche proprietà, nome o attributo di Dio (Essere, Bene, Vero…), ma non tutta la sua Natura, che, essendo infinita, sorpassa illimitatamente le capacità conoscitive dell’intelletto umano ed è infinitamente sproporzionata alla finitezza del concetto intellettuale. Perciò la volontà in questa vita può non amare Dio e preferirgli il male, ossia una creatura come se fosse il suo fine ultimo e non un mezzo.

L’uomo non può formarsi un’idea adeguata di Dio, altrimenti coglierebbe la sua Essenza infinita e il suo intelletto dovrebbe essere infinito, come vogliono gli ontologisti, ma ciò è evidentemente falso. Infatti ogni uomo è conscio di essere finito e limitato nell’essere e nel conoscere. Solo in Paradiso i Beati vedono Dio faccia a faccia nella sua Essenza così come è, ma grazie al Lumen gloriae, che è dato da Dio all’intelletto del Beato e lo sopraeleva soprannaturalmente dandogli la capacità di cogliere intellettualmente e intuitivamente la Natura infinita di Dio (Visio beatifica).

L’atto della volontà, che è una tendenza verso un oggetto che le si presenta come buono, esce, invece, fuori di sé per unirsi all’oggetto (conosciuto ed amato come buono) e possederlo o fruire della sua bontà. Perciò già in terra, quando la volontà ama o desidera Dio, è perfezionata, cresce di grado, poiché esce fuori di sé e tende ed aderisce ad un oggetto infinitamente più nobile di sé.

Dunque bisogna fare attenzione: intelletto e volontà non si possono considerare come due agenti separati, ma sono due facoltà di un unico uomo, facoltà distinte ma non separate, che invece di contrapporsi devono collaborare intimamente (come la conoscenza sensibile e quella intellettuale). Intelletto e volontà sono intimamente legate nella medesima azione: «l’intelletto sa che la volontà vuole e la volontà vuole che l’intelletto conosca» (S. Th., I, q. 82, a. 4, ad 1). Esse sono legate nella libera scelta di un fine, che già Aristotele chiamava “intellezione appetitiva e appetito intellettivo” (Etica Nicomachea, IV, 2).

 Cronologicamente l’intelletto precede. Infatti la volontà è un appetito o una tendenza razionale, che segue la conoscenza dell’intelletto. Negli scritti di San Tommaso d’Aquino si trova una certa evoluzione o precisazione del suo pensiero.

  • 1°) Sino al 1270 (Somma Teologica e De Veritate) l’Angelico attribuisce alla volontà la causalità efficiente e all’intelletto la causalità finale;
  • 2°) invece con la questione De Malo (q. 6, articolo unico) del 1271 san Tommaso specifica: alla volontà spetta la causalità efficiente e finalizzante; all’intelletto spetta la causalità specificante e formale, estrinseca o esemplare, con la quale l’intelletto presenta alla volontà, specificandola, un oggetto conosciuto come bene, un esemplare, un modello o un esempio da volere, il quale è condizione essenziale affinché il bene eserciti la sua attrazione (quale modello) sulla volontà e la volontà eserciti la sua causalità finale e tenda a volere il fine o bene propostole come modello dall’intelletto.

Ora il bene è il fine, ma il bene è oggetto della volontà e non dell’intelletto. Infatti ogni bene conosciuto finitamente dall’intelletto (fosse anche Dio conosciuto naturalmente e finitamente su questa terra dalla capacità finita dell’intelletto umano) non esercita un’attrazione totale e assoluta sulla volontà, che resta indifferente e libera ed è lei a scegliere un bene o un altro bene (reale o apparente) come suo fine, che le viene presentato dall’ultimo giudizio pratico dell’intelletto (come vedremo meglio sotto).

Inoltre Cajetanus scrive: “voluntas ex se sola flectit judicium quo vult” (In Primam partem, q. 82, a. 4). Quindi il bene, anche se prima è stato presentato dall’intelletto come esempio, esercita una causalità finale solo dopo che è stato scelto liberamente dalla volontà. La proposta o l’illuminazione (come quella di un faro), che rende possibile o occasiona la scelta del bene, viene dall’intelletto, però la scelta o il rifiuto (il movimento avanti o indietro, come quello del motore) vengono dalla volontà, non ciecamente, ma razionalmente poiché la scelta è libera e volontaria: prendo o scelgo con la volontà ciò che con l’intelletto ho valutato come bene per me. Perciò è l’intelletto – nell’ordine statico – che illumina la volontà come causa formale estrinseca o esemplare, la quale specifica la volontà, presentandole il suo oggetto: l’essere presentato come buono, anche se in realtà è cattivo (S. Th., q. 9, a. 1), ma non bisogna misconoscere che la volontà – nell’ordine dinamico o attivo – muove l’intelletto come causa efficiente e finale (S. Th., I, q. 82, a. 4; De Veritate, q. 22, a. 12) sia applicandolo a questo oggetto (matematica) o a quest’altro (filosofia) sia facendogli ponderare il lato buono di un bene finito oppure quello cattivo, poiché l’ente-bene finito è sempre un bonum mixtum malo.

L’intelletto offre alla volontà i princìpi o le conoscenze (l’esempio o il modello) per poter tendere verso qualcosa (“niente è voluto se prima non è conosciuto”), le presenta l’essere conosciuto come buono, ma tale presentazione è solo ‘conditio sine qua non’ affinché il bene possa attrarre la volontà. Perciò ogni atto di volontà procede – cronologicamente innanzitutto e materialmente – da un atto dell’intelletto; tuttavia è la volontà che tende poi – formalmente ed efficacemente – all’atto finale dell’intelletto, che è la beatitudine, e in questo senso l’atto di volontà è superiore a quello d’intelletto (S. Th., I-II, q. 4, a. 4, ad 2; Ivi, q. 99, a. 1, ad 3). Perciò la volontà realizza ultimamente l’uomo intero offrendogli il suo fine, che è il bene e la felicità (causalità finale); essa è principio di ogni agire (causalità efficiente) e in questo senso la volontà muove l’intelletto (S. Th., I-II, q. 9, a. 1, ad 3), ma la volontà tende all’atto finale dell’intelletto, che è la beatitudine (S. Th., I-II, q. 4, a. 4, ad 2).

La vera libertà

Nella produzione dell’atto libero vi è un influsso reciproco tra intelletto e volontà. Ambedue sono facoltà di un unico uomo e sarebbe falso ipostatizzare intelletto e volontà come due soggetti agenti per sé sussistenti, di cui l’uno propone e l’altro dispone separatamente. Invece il soggetto che razionalmente propone e liberamente dispone è lo stesso uomo.

L’uomo sceglie un fine o un bene e per mezzo del suo intelletto e della sua volontà muove l’intelletto come causa efficiente a conoscere un oggetto piuttosto che un altro ed infine spinge l’intelletto ad emettere l’ultimo giudizio pratico. La scelta deliberata e consapevole (volizione o elezione) costituisce l’atto libero con cui un uomo accetta (o respinge) un determinato bene finito come in concreto per lui fine buono e ultimo, in cui trovare la felicità. La fase decisiva della produzione dell’atto libero è una scelta che è dovuta all’uomo, il quale si serve assieme dell’intelletto e della volontà: «la scelta è o un’intellezione appetitiva o, meglio, un appetito intellettuale, e il principio che opera tale scelta è l’uomo» (Aristotele, Etica Nicomachea, VI, 2).

Vi è una serie coordinata e subordinata di atti dell’intelletto e della volontà, vediamoli in breve e poi ci dilungheremo su di essi.

  • 1°) Da parte dell’intelletto vi è la semplice apprensione di un oggetto come buono, da parte della volontà vi è la semplice volizione di esso;
  • 2°) l’intelletto mediante un giudizio propone l’oggetto come conveniente, la volontà produce  l’atto di tendere all’oggetto;
  • 3°) l’intelligenza fa una ricerca dettagliata sulle misure che deve prendere per cogliere questo bene, ossia emette un consiglio per discernere i mezzi atti al conseguimento del fine, la volontà dà il suo consenso;
  • 4°) l’intelletto emette un giudizio pratico-pratico o un ultimo giudizio pratico, il quale stabilisce in ultima istanza quale mezzo o oggetto dobbiamo scegliere per ottenere il fine o il bene, la volontà emette la elezione o scelta del mezzo ed è qui che si esercita l’atto libero della volontà illuminata dall’intelletto;
  • 5°) ora si tratta (dopo aver scelto liberamente con la volontà illuminata dall’ultimo giudizio pratico) di passare all’azione o all’esecuzione della scelta fatta dalla volontà dopo il giudizio pratico-pratico dell’intelletto. In questa quinta fase l’intelligenza comanda o ordina e la volontà passa all’applicazione o esecuzione dell’ordine ricevuto;
  • 6°) infine dopo esser passati all’esecuzione dell’ordine la volontà si riposa nel bene posseduto e ne gioisce.

Più specificatamente si può dire che la scelta è un atto di giudizio voluto o di volizione ragionata. Inoltre è la volontà che spinge efficientemente l’intelletto a concentrare la sua attenzione su un aspetto o un altro (gradevole o sgradevole) del bene in considerazione (“ricchezza”) e a deliberare o decidere in maniera più approfondita quale mezzo prendere (“rubare o lavorare”) per giungervi. Quindi si giunge al ‘giudizio pratico-pratico’ o ultimo pratico, che è la scelta concreta libera e cosciente o il rifiuto del mezzo (“lavorare e non-rubare”) atto a farmi cogliere il fine (“ricchezza”). Tale bene, che è conosciuto dall’intelletto finitamente ed è così presentato alla volontà, viene scelto dalla volontà come concretamente, qui e adesso, un bene totale o fine ultimo, in cui trovare la beatitudine. Questa scelta è un giudizio pratico dell’intelletto, che mi fa dire «per me hic et nunc la ricchezza è il bene assoluto, il mio fine ultimo in cui troverò la felicità e per giungervi debbo “non-rubare, ma lavorare”».

Ora in questo ultimo ‘giudizio pratico-pratico’ intervengono cronologicamente assieme intelletto e volontà, ma l’intelletto influisce sulla volontà come causa esemplare o formale estrinseca (“lavorare e non-rubare” è l’esempio, il modello da seguire e volere per essere felici o ricchi); tuttavia il giudizio intellettivo diviene pratico-pratico o ultimo poiché la volontà liberamente spinge l’intelletto a dare l’assenso ad esso e poi la volontà lo accetta come bene totale o fine ultimo. Infatti, trattandosi di un bene finito, che è sempre unito ad un certo lato spiacevole (bonum mixtum malo), la deliberazione dell’intelletto (stabilire quale mezzo prendere: “lavorare/non-rubare”) da sola non può concludersi a un giudizio definitivo o ultimo.

Vi è indeterminazione da parte dell’oggetto buono che è finito, ma vi è auto-determinazione della volontà. Infatti “libero arbitrio” significa che la volontà è arbitra, ossia sceglie di prendere un mezzo (“lavorare”) più che un’altro (“rubare”), senza essere determinata dal giudizio speculativo o intellettuale. L’atto libero è primariamente, formalmente e sostanzialmente un atto di volontà, ossia emesso dalla volontà, che è illuminata secondariamente, materialmente e accidentalmente dal giudizio ultimo-pratico dell’intelletto quale causa esemplare. Allora è la volontà che spinge come causa efficiente e finale l’intelligenza a soffermarsi su un dato aspetto del mezzo in questione e a giudicarlo hic et nunc il migliore per me (“lavorare”) ponendo fine alla ‘deliberazione’ intellettuale e giungendo alla ‘scelta libera’ della volontà. Siccome manca l’evidenza intellettuale di fronte ad un bene finito, allora è la volontà che liberamente muove l’intelletto ad un ‘assenso’ giudicativo e ‘sceglie’ liberamente.

Questa scelta, compiuta sotto l’influsso mutuo dell’intelletto e dalla volontà, è formalmente atto della volontà sia perché la scelta non è atto intellettuale ma volitivo, sia perché la causalità efficiente della volontà sull’assenso intellettivo è più importante di quella esemplare illuminatrice dell’intelletto sulla volontà. Una volta posto questo ‘giudizio pratico-pratico’ su un dato mezzo come atto hic et nunc a farmi cogliere il bene totale e fine ultimo in cui essere felice, allora la volontà vuole immancabilmente tale mezzo, poiché è appetito razionale, altrimenti sarebbe appetito irragionevole e dall’altra parte rinuncerebbe alla sua felicità, al fine ultimo e al bene totale, ossia vorrebbe il ‘male in quanto male’, cosa che ripugna alla natura della volontà che è ordinata al bene.

La libertà deriva, dunque, dalla mancanza di proporzione tra la volontà razionale, che è specificata da un Bene universale, e un bene finito e particolare, che è buono sotto un aspetto e non-buono sotto un altro aspetto e assolutamente sproporzionato alla ampiezza illimitata della volontà specificata dal Bene universale (De Veritate, q. 22, a. 5).

Amare Dio, che in sé è infinito ma è conosciuto da me finitamente, è un qualcosa che ha il rovescio della medaglia (bene in sé, misto a male per me). Infatti per amare Dio debbo rinnegare il mio amor proprio e quindi è un bene reale che a me e al mio egoismo appare come un “male” (S. Th. I, q. 83, Ivi, I-II, q. 10, aa. 1-4). Ora, se è l’intelletto a presentare alla volontà un oggetto come indifferente, ossia finito e quindi buono sotto un aspetto e non-buono sotto un altro aspetto, è, invece, la volontà che fissa l’intelletto a considerare l’aspetto buono in sé o sgradevole per me dell’oggetto conosciuto e a farmi giudicare pratico-praticamente e perciò a scegliere liberamente l’uno o l’altro (S. Th., I-II, q. 57, a. 5, ad 3um; Ivi, q. 58, a. 5): “Video meliora proboque, sed deteriora sequor / vedo le cose buone e le approvo speculativamente, ma praticamente faccio quelle cattive.

I beni particolari o finiti che l’intelligenza presenta alla volontà come non assolutamente, ma solo relativamente buoni, lasciano la volontà indipendente nel volerli o no. La volontà è libera perché ha la capacità di desiderare il Bene assoluto, che le viene presentato dall’intelletto. Aristotele diceva: “l’anima in un certo modo è tutto”, ossia in quanto spirituale e immateriale è aperta –  mediante le sue facoltà nobili: intelletto e volontà – a conoscere e volere ogni ente vero e buono (realmente o apparentemente). Ma quando l’intelletto conosce un oggetto finito vede in esso due facce, una piacevole e una spiacevole, e le presenta entrambe alla volontà. Ora la prima può piacere alla volontà, però non infallibilmente poiché è parzialmente buona o piacevole, la seconda può ripugnare alla volontà perché è parzialmente spiacevole o cattiva. L’oggetto buono, ma finito e non assoluto, è inferiore alla volontà fatta per l’infinito (come l’anima e l’intelletto) e la lascia indipendente poiché non è capace di soddisfare le capacità immense e illimitate della volontà che è spirituale. Infatti l’ampiezza della volontà, che tende ad un Bene assoluto, fa che questa resti indifferente davanti ai beni finiti, i quali sono sempre misti ad un certo male.

Bisogna intendere bene la parola “indifferente” che Aristotele e San Tommaso impiegano relativamente ai rapporti tra volontà e beni finiti. L’indifferenza della volontà non significa affatto apatia o mancanza di gioia o disgusto davanti a un bene finito misto a un certo male. No. Indifferenza significa solo che l’accettazione (o meno) finale e definitiva di un bene finito viene dalla volontà perché essa  è più  grande ed ampia di tutti gli oggetti finiti. Così la scelta della volontà è libera perché il giudizio dell’intelletto può cambiare.  

«C’è qui un influsso reciproco tra intelletto e volontà, come una specie di matrimonio tra le due facoltà» (R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 203; Id., Dieu, son existence et sa nature, Parigi, Beauchesne, 1928, pp. 590-657). Ora il male morale consiste proprio nella difformità tra giudizio speculativo e libera elezione della volontà. Per cui il male morale o peccato non è ignoranza (Socrate), ma cattiva volontà.

L’uomo è intelligente e libero,
non è solo intelletto né è sola volontà

Non bisogna mai dimenticare che è tutto l’uomo, anima e corpo, con l’intelletto, la volontà, la sensibilità e le passioni (“nihil in intellectu quod prius non fuerit in sensu”; “nulla entra nell’intelletto se prima non passa attraverso i sensi”), che conosce e vuole ed agisce, per cui bisogna educare la sensibilità e le passioni ad obbedire alla volontà, e questa all’intelletto e viceversa.

Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange scrive: «se nego il valore dell’intelligenza retta, comprometto la bontà dell’azione libera e volontaria. La volontà deve essere educata, illuminata e rettificata dalla sana e retta intelligenza e dal giudizio speculativo vero circa il Fine ultimo. Non si può amare Dio, Sommo Bene e Vero, senza la retta conoscenza della realtà. Tuttavia, l’intelletto pratico, che sceglie i mezzi, dipende dalla buona volontà. Ognuno giudica praticamente secondo la propria tendenza: se l’inclinazione del proprio appetito sensibile o razionale è cattiva (l’ambizioso), il giudizio pratico non è retto (per me qui e adesso è bene rubare). La verità del giudizio dell’intelletto pratico dipende dalla buona volontà» (La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 203).

L’importanza di una buona volontà

San Tommaso insegna: «Penso […] perché voglio pensare» (De malo, q. 6, a. 1; Summa contra Gent., lib. I, cap. 72). Se mi manca la buona volontà non metto a frutto l’intelligenza o la metto malamente a frutto per fare il male. Perciò si potrebbe vedere l’assioma nihil volitum nisi praecognitum anche dal lato opposto del nihil cognitum nisi praevolitum. Se non voglio pensare o conoscere, non penso e non conosco. Entrambi gli assiomi sono veri: l’intelletto è il faro dell’auto, ma se non voglio girare la chiave del motore ed accendere le luci, il faro resta spento. Come pure, se accendo solo il motore senza illuminare la strada, mi schianto sicuramente, poiché la volontà è una facoltà cieca. Per cui bisogna coordinare e far collaborare intelletto e volontà senza contrapporli.

«Mediante la volontà ci gioviamo di tutto ciò che si trova in noi. Per cui è chiamata buona non la persona intelligente, ma quella che ha la buona volontà» (S. Th., I, q. 5, a. 4, ad 3). Infatti la nostra anima mantiene la grazia infusa da Dio in forza della buona volontà (S. Th., I, q. 83, a. 2, sed contra). La libertà vera consiste nella scelta libera di voler amare Dio e «più amiamo Dio, più siamo liberi» (In III Sent., dist. 29, a. 8, quaestiunc. 3, n. 106, sed contra). Per cui «la vera libertà è libertà dal peccato; mentre la vera schiavitù è la schiavitù del peccato» (S. Th., II-II, q. 183, a. 4).

Se l’intelligenza rende l’uomo dotto, la volontà lo fa virtuoso. Il peccato, perciò, è l’obitorio della vera libertà. “Il vero filosofo è colui che ama Dio (S. Agostino, De Civitate Dei, l. VIII, c. 1); “L’unica libertà è la vittoria sul peccato” (Cornelio Fabro, Vangeli delle Domeniche, Segni, 2011, II ed., p. 273); «L’uomo poco sapiente e di scarsa intelligenza, ma timorato di Dio, è migliore di chi è molto intelligente ma trasgredisce la legge divina» (Sir., XIX, 21). Come d’altra parte insegna anche il Vangelo: è “la Verità che vi farà liberi”, poiché chi cade nell’errore è schiavo di esso; “Caritatem facientes in veritate” (San Paolo). Perciò non si può disgiungere la retta conoscenza dalla buona volontà: “Ubi justitia et veritas, ibi caritas”.

Non separiamo l’intelletto e la volontà

Ecco l’importanza di non separare ciò che Dio ha unito in matrimonio: intelletto e volontà, ma di farli cooperare unitamente e subordinatamente come causa formale estrinseca che illumina (intelletto) ed efficiente e finale che muove (volontà) l’uomo a conoscere il vero e ad agire bene.

L’uomo è composto di anima (in cui si trovano l’intelletto e la volontà) e corpo (in cui vi sono la conoscenza sensibile: sensi esterni, interni e l’appetito sensibile: irascibile e concupiscibile). La sola intelligenza senza la buona volontà porta al male, la sola volontà senza conoscenza è cieca e devia, sbanda, si schianta. Inoltre le passioni sensibili debbono essere educate a rispondere positivamente alla buona volontà per essere applicate alla conoscenza del vero. Altrimenti prendono il sopravvento e trascinano l’intelletto e la volontà verso oggetti falsi e cattivi.

Occorre coltivare il corpo con i suoi sensi esterni (vista, tatto, gusto, olfatto e odorato) ed interni (memoria e fantasia…), l’appetito sensibile (irascibile e concupiscibile), le passioni (ira, odio, amore, timore…); poi l’intelletto a conoscere il vero e a rifiutare il falso ed infine la volontà ad amare il bene e ad odiare il male. “Fa il bene ed evita il male, questo è tutto l’uomo”. Non siamo solo ‘ragione pura’ (Kant), nemmeno ‘volontà assoluta’ (Nietzsche), neppure solo istinti, sensi, passioni, ma un misto di queste cose che debbono lavorare assieme, subordinatamente, a farci cogliere il nostro vero Fine ultimo conosciuto ed amato.

L’Imitazione di Cristo ci insegna che il giorno del Giudizio non ci verrà chiesto ciò che abbiamo letto, detto o scritto, ma ciò che abbiamo voluto e fatto. L’ideale è la retta scienza accompagnata dalla buona volontà (“doctus cum pietate, pius cum doctrina”), conoscere per amare e voler conoscere per poter amare sempre meglio. Senza dimenticare che abbiamo un corpo con i suoi sensi e le passioni, che vanno educate e innalzate dalla conoscenza amorosa del Fine ultimo e non represse, altrimenti scoppiano e si rivoltano. “Chi vuol far l’angelo, finisce per diventare una bestia”.

L’uomo è un’unità sostanziale di anima e corpo, sensibilità, intelletto/volontà e tutto deve essere utilizzato in armonia e gerarchia allo scopo finale. L’uomo completo dovrebbe tendere, pian piano e soprattutto con l’aiuto di Dio, ad acquisire una intelligenza profonda, chiara, riflessiva, penetrante, agile, viva e rapida, non superficiale, non fredda, arida o egoista, ma accompagnata da un caldo e intenso amore di Dio e del prossimo, ed una volontà forte, ferma, costante, attiva e tenace, non timida, ma impavida e accompagnata dalla bontà di cuore, evitando la pignoleria e la meticolosità ristrette, la durezza, l’ostinazione, l’insensibilità. Infine la sensibilità, controllata da intelletto e volontà, dovrebbe arricchire l’appetito irascibile con la benignità, la serenità, la compassione, l’affabilità e l’espansività, senza durezza di cuore e l’appetito concupiscibile con la padronanza di sé e la flemma, la costanza, la metodicità, la perseveranza e la prudenza, schivando l’angelismo come pure la schiavitù o la dipendenza dalle passioni o dagli istinti disordinati. Per cui intelletto, volontà e sensibilità debbono concorrere al perfezionamento dell’uomo assieme e subordinatamente.

Senza metafisica (intelletto)
crolla la morale (volontà)

Tolto l’ordine metafisico è tolta la normatività, la responsabilità, l’imputabilità e perciò vengono meno le basi dell’ordine morale. Così come tolto l’essere vien meno anche l’agire. Parimenti è tolto l’ordine della libertà: nella scelta del fine la volontà muove se stessa e precede l’intelletto. L’autentica filosofia non si riduce affatto a un esercizio di pensiero come cultura o erudizione, pur indispensabile, ma è esercizio di buona volontà disposta ad accogliere e riconoscere la verità dell’ente, dell’atto di essere e soprattutto dell’Essere perfettissimo: “Il vero filosofo è colui che conosce alla luce della Causa prima, giudica rettamente e ordina ogni cosa al proprio fine e soprattutto la sua vita, vivendo virtuosamente”.

Mi sembra che questi possano essere considerati i rudimenti essenziali della metafisica e dell’etica tomistica, che ci aiutano a conoscere il vero per vivere bene e cogliere il nostro Fine. Che Dio ci conceda di poter conoscere sempre meglio tali princìpi per metterli in pratica e giungere a vederlo faccia a faccia.

d. Curzio Nitoglia

30 / 10 / 2013

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