IL SILLABO TOMISTA – Commento alle XXIV Tesi del tomismo: 19a Tesi

Santommaso20131009

IL SILLABO TOMISTA

Commento alle XXIV Tesi del tomismo

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Diciannovesima tesi del tomismo

La conoscenza razionale o intellettuale umana parte da quella sensibile

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“La conoscenza razionale o intellettuale umana parte da quella sensibile.
Siccome il sensibile non è intellegibile in atto, l’anima umana deve avere una facoltà, l’intelligenza, la quale ha due funzioni: l’una che è l’intellezione in atto e l’altra che consiste nell’astrarre logicamente le quiddità intelligibili dalle cose sensibili,
cioè le idee dalle immagini ”.

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San Tommaso d’Aquino trattando della conoscenza scrive: “incipit subtilis et difficilis inquisitio / inizia una ricerca difficile e acuta”.

Infatti secondo l’Angelico

1°) la conoscenza intellettuale dell’uomo ha come punto di partenza la realtà sensibile e le idee razionali vengono formate a partire dalle immagini sensibili;

2°) i sensi dell’uomo non bastano a produrre le idee razionali, le quali sorpassano i sensi come l’universale sorpassa il singolare e come lo spirito sorpassa la materia; poiché “il più  non viene dal  meno”, perciò i sensi non producono le idee. Quindi l’uomo oltre le facoltà conoscitive sensibili deve avere una facoltà intellettiva;

3°) infine per giungere alla produzione di idee intellegibili occorre che l’intelletto abbia la capacità di astrarle psicologicamente dagli oggetti reali e dalle immagini sensibili delle cose concrete.

La dottrina aristotelico-tomistica sulla conoscenza è una semplice conclusione della dottrina ilemorfica sulla composizione di materia/forma, anima e corpo. Infatti “agere sequitur esse / si agisce come si è”. Quindi se l’uomo è un composto di anima razionale e corpo fisico, la sua attività conoscitiva viene esplicitata dall’anima e dal corpo, non dalla sola anima (idealismo classico platonico, cartesianismo e ontologismo), né dal solo corpo (materialismo sensista, empirismo e positivismo).

La conoscenza non è una creazione soggettiva dell’intelletto umano (idealismo moderno), neppure una semplice percezione sensibile (sensismo ed empirismo), ma è una rappresentazione della realtà, ossia un rendere presente (dal latino “praesentari”) la “res” o la cosa reale logicamente e non fisicamente nell’intelletto. La conoscenza è vera se corrisponde alla realtà, falsa se non le corrisponde. “Veritas est adaequatio intellectus ad rem / conformità dell’intelletto alla realtà”.

Secondo Aristotele e San Tommaso, essendo l’uomo un composto di due co-principi sostanziali (anima e corpo), la sua conoscenza è non solo sensibile, come quella degli animali, ma anche razionale e quest’ultima viene fatta in cooperazione gerarchica tra anima e corpo, intelligenza e sensibilità esterna (vista, tatto, udito, gusto ed olfatto) ed interna (fantasia e memoria).

Perciò i sensi sono lo strumento di cui si serve la ragione per astrarre idee universali e razionali da immagini particolari e sensibili.

La nostra conoscenza parte dall’influsso che gli oggetti materiali esistenti attorno a noi e indipendentemente da noi esercitano sui nostri sensi (per esempio, vedo un abete, un melo, un ciliegio, poi li posso immaginare se me ne allontano ed infine posso formarmi un’idea universale del melo in sé astrazion fatta dalle condizioni reali, sensibili e singolari degli oggetti, che poi vengono conosciuti razionalmente). Questa è una semplice costatazione dell’esperienza quotidiana.

L’universale è un concetto che può essere attribuito a molti soggetti (“unum versus alia”), per esempio il concetto di Uomo può essere predicato di Antonio, Marco, Gianni, ecc. L’intelletto umano ha idee o concetti universali a differenza delle immagini sensibili, che sono singolari (per esempio, vedo Antonio in concreto e non l’uomo in astratto).

L’intelletto umano conosce la realtà mediante idee universali, le quali rendono presente logicamente o in cognoscendo nella mente un’essenza universale di una cosa o di un ente che in essendo è singolare. Il concetto universale è la natura di una cosa che in realtà esiste individualmente (per esempio Antonio), ma nell’atto conoscitivo è astratta dall’intelletto a partire dalle immagini sensibili singolari e si trova nell’intelligenza come universale in quanto conosciuta razionalmente (ho in mente il concetto universale della natura dell’individuo “Antonio” come “animale razionale”, che si predica di tutti gli individui umani; mentre vedo o ricordo Antonio cioè quest’uomo qui in carne ed ossa come individuo concreto). Il concetto universale della cosa singolare garantisce l’obiettività e la validità della conoscenza umana, la quale si fonda su concetti di ragione, i quali, tuttavia, hanno un fondamento nella realtà, che viene rappresentata nell’intelletto umano con una somiglianza sostanziale pur senza identità perfetta, ma senza essere deformata o dissimile dalla realtà. I nostri concetti, dunque, ci fanno conoscere la realtà. Tuttavia occorre ben distinguere il modo di essere dell’oggetto conosciuto, esistente nella realtà come singolare e nella mente come universale. In breve la natura della cosa esiste nella realtà individualmente o in concreto, mentre tramite la conoscenza razionale è astratta e universalizzata dall’intelletto, ossia l’idea è universale, invece la cosa è singolare. Quindi l’universale è formalmente un ente di ragione, ma fondamentalmente si basa sulla realtà singolare (“ens rationis cum fundamento in re / ente di ragione con un fondamento nella realtà”) e la rappresenta con una somiglianza sostanziale. Dunque i concetti colgono la realtà e le parole esprimono i concetti.

Quando la sensazione (esterna o interna) è turbata o impedita, ad esempio se l’organo è leso (occhi ciechi, lesione cerebrale che impedisce l’azione della memoria e fantasia), l’attività dell’intelletto risulta anch’essa impedita, per esempio dopo aver avuto una commozione cerebrale non riesco a conoscere razionalmente dei concetti astratti, a porre dei giudizi e a fare dei ragionamenti. Quindi si constata e se ne deduce che la conoscenza intellettuale umana inizia dai fenomeni sensibili concreti, i quali cadono sotto i nostri sensi, e che le idee provengono dalla conoscenza sensibile. Senza cose sensibili e materiali non sussistono immagini e senza quest’ultime non vi è l’intellezione razionale.
Sempre Aristotele e San Tommaso insegnano, dopo aver osservato la realtà del processo di conoscenza dell’uomo,  che nell’unione tra anima e corpo è il corpo, come parte inferiore e subordinata, che serve l’anima, quale parte superiore e subordinante nell’essere e nell’agire. Il corpo riceve ed individua l’anima come la materia riceve ed individua la forma, la potenza l’atto e l’essenza l’atto di essere. Senza corpo l’anima sarebbe un fantasma non un uomo e senz’anima saremmo in presenza di un cadavere non di un uomo, così  per agire o meglio per conoscere l’anima si serve del corpo (i sensi esterni ed interni) per astrarre l’idea universale e intellegibile dall’immagine individuale e sensibile.

Il corpo e i sensi da soli non bastano a costituire l’uomo nell’essere e nell’agire. L’uomo non è solo materia come un sasso, una pianta o un animale. Provarlo è facile: nella semplice apprensione di un’idea  (l’uomo in genere o idea universale e razionale di uomo), nella formulazione di un giudizio (uomo = animale razionale) e nell’esplicitazione di un ragionamento (uomo = animale razionale; ora Antonio = uomo; quindi Antonio = animale razionale) vi è sempre qualcosa di universale, razionale, astratto, che trascende la sensibilità concreta, individuale e materiale. Il concetto di uomo in genere sorpassa la sensazione dell’immagine di Marco, che è presente nella rètina del mio occhio o l’apprensione dell’immagine di Marco, che si trova nella mia memoria o fantasia, a maggior ragione il giudizio e il ragionamento sorpassano o trascendono le immagini (esterne ed interne). Tutto ciò prova la trascendenza dell’anima sulla sensibilità e sul corpo, della conoscenza razionale su quella sensibile.

Ora i fenomeni empirici che mi circondano (il pino che sta di fronte ai miei occhi, il latrato del cane che disturba le mie orecchie, l’odore delle rose che sale piacevolmente verso le mie narici …) e le immagini sensibili (l’immagine di Fido che si trova nella mia rètina …) si fermano al mio corpo e non possono agire direttamente sul mio spirito, sulla mia anima e la sua facoltà conoscitiva, che è l’intelletto.

Perciò è l’intelletto che agisce sulle immagini rendendole idee, dopo aver astratto da esse la quiddità intelligibile. Per far ciò l’anima deve avere una capacità attiva di astrarre l’universale dal singolare.

Tuttavia l’intelletto umano è “passivo” rispetto all’oggetto extramentale, ossia si deve adeguare o conformare ad esso per conoscerlo senza aver la presunzione di crearlo a suo piacimento. “Veritas est adequatio rei et intellectus”.

Quindi l’intelletto umano è suddiviso in due parti, una passiva o “oggettivamente conformatrice” e l’altra attiva. La prima “si adatta” o si conforma all’oggetto pre-esistente indipendentemente da lei, essa è formalmente conoscitiva, ossia produce la conformità dell’intelletto alla realtà.

La seconda è attiva ed innalza l’oggetto, astrae dall’immagine sensibile l’essenza intellegibile; questa parte è virtualmente o potenzialmente intelligente poiché non conosce in atto, ma prepara la conoscenza, formando l’idea o il concetto a partire dai sensi: “nihil in intellectu quod prius non fuerit in sensu”.

Entrambe fanno parte dell’unica facoltà intellettiva, ma hanno due ruoli distinti e complementari:

1°) preparare virtualmente l’atto d’intellezione, formando per astrazione l’idea razionale a partire dall’immagine sensibile (intelletto possibile, potenziale o virtuale);

2°) compiere l’intellezione in atto (intelletto attivo o agente in atto).

Questa teoria di Aristotele e San Tommaso per  spiegare la conoscenza umana è la più corrispondente alla realtà del nostro modo di conoscere, la più vicina ai fatti sperimentabili, non è una pura congettura creata a tavolino e avulsa dalla realtà, essa tiene conto della natura dell’uomo, osservata dai due filosofi, composto di anima e corpo e quindi del suo modo di agire, che segue quello di essere: “modus agendi sequitur modum existendi”. La conoscenza umana si fa attraverso la sensazione e l’intellezione. A sua volta l’intellezione si compie per astrazione di idee dalle immagini e di impressione e recezione di esse nell’intelletto possibile, cioè aperto a ricevere in potenza ogni oggetto logico o idea razionale.

Ma come avviene l’astrazione dell’intelligibile a partire dal sensibile? In realtà esistono gli individui non gli universali, i quali sono enti di ragione o esistenti solo nell’intelletto. Per esempio, esiste Antonio, Marco e Giacomo, non l’uomo in generale. Questo concetto di uomo in genere come animale razionale attribuibile ai singoli individui umani è un ente di ragione, prodotto dall’astrazione dell’essenza intelligibile e universale a partire dall’immagine di un singolo individuo umano. Del pari la natura  umana esiste non in sé allo stato puro, ma nei singoli uomini. Ora come nella vista l’occhio si fissa sul colore dell’oggetto che gli si para di fronte e lascia da parte gli altri elementi (grandezza, profumo, sapore…), così nell’intellezione l’intelligenza non si ferma a considerare gli elementi sensibili e particolari  dell’oggetto che vuol conoscere, ma si fissa o si concentra solo sulla natura o essenza razionale, universale e intelligibile dell’oggetto che deve conoscere.

Questo è il ruolo dell’intelletto agente o attivo:  cogliere la natura o l’essenza senza curarsi o lasciando da parte le condizioni individuali, sensibili e materiali. L’intelletto agente riesce ad astrarre la natura o l’essenza universale e intelligibile dalle condizioni individuali e sensibili che la circondano e la rivestono. Oramai l’idea è formata in atto, ma occorre che sia impressa nell’intelletto possibile dell’anima umana ed espressa mediante un verbo mentale, che è l’oggetto conosciuto ed espresso o “parlato”. È per questo motivo che gli scolastici parlano di specie o idee impresse (l’idea in sé) e specie espresse (il verbo mentale o l’espressione/manifestazione dell’idea). Con l’espressione o manifestazione del verbo mentale si conclude la conoscenza razionale dell’uomo. Perciò, parafrasando l’Aquinate, possiamo concludere: “terminat difficilis et subtilis inquisitio / finisce qui la ricerca difficile ed acuta sulla conoscenza”.

d. Curzio Nitoglia

9 ottobre 2013

http://doncurzionitoglia.net/2013/10/09/il-sillabo-tomista-commento-alle-xxiv-tesi-del-tomismo-19a-tesi/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2013/10/13/il-sillabo-tomista-commento-alle-xxiv-tesi-del-tomismo-19a-tesi/

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